clangore

MV5BMjIzMzAzMjQyM15BMl5BanBnXkFtZTcwNzM2NjcyOQ@@._V1_SX214_Ci sono panorami bellissimi che si aprono dopo la visione delle diciotto e trenta. Guidando sulla tangenziale, alla sinistra mi attira una luna bella rotonda che prende luminoso possesso della notte in arrivo, alla destra i titoli di coda di un giorno prefestivo scorrono su un tramonto colorato di arancione indefinito che sfuma in violaceo.
Guido piano guardando il panorama e pensando al film appena visto, il terzo con protagonista l’uomo nella corazza di acciaio iper tecnologica, pensando che probabilmente è quello che mi è piaciuto di più dei tre, anche se non c’è un pezzo degli (bzzzz, schiacciamo forse in ritardo il pulsante anti-spoiler); trovando che sia un bene che la Gwyneth sia più presente nel film, e che la Gwyneth si deve essere sparata ore e ore di palestra per avere addominali così; annotando che ci sono un sacco di armature nella storia, metaforiche e non solo, volanti e non solo, che anche i super eroi hanno bisogno di sdraiarsi su qualche lettino per evitare le crisi dure; ricordando che c’è un bel po’ di clangore, nel senso proprio di rumore di metallo che picchia, esplode, fonde, sbatte, cade, mena, e che la prima canzone è stato un flashback pazzesco e un tocco di ‘italianità‘ che, insomma, ma pazienza; criticando che c’è troppa assenza di azione nella prima parte, anche che non è una buona idea dare il proprio indirizzo ai cattivi; rivedendo giocattoli costosi e a una scena fichissima via aerea, con RDJ che fa sempre le ‘faccette’ ma qualche faccetta in meno grazie alla crisi e via, verso nuove Marvel avventure, nuovi martelli, aspettando sempre la fine dei titoli di coda dei film per vedere quell’extra cool, eccetera.
E sperando sempre che questi film escano da fine aprile in poi, per andare al cinema presto, per uscire dal cinema al tramonto e godere di certi panorami, che liberano pensieri da poco su un film divertente, che riempiono gli occhi.

(cronache dalla piccionaia) per cena, Cantù

la piccionaia, sotto al bandierone biancorosso
la piccionaia, sotto al bandierone biancorosso

Eravamo rimasti al pranzo con i sardi. Poi siamo andati a sbancare Avellino. Si sogna in grande ormai, due punti per i playoff matematici. La partita di oggi è in posticipo seral-televisivo. Lo speaker snocciola i risultati delle altre partite. Perde Caserta. Annuncio per distratti.
Dopo quattordici anni la Pallacanestro Reggiana torna ai playoff“. Son soddisfazioni. La piccionaia va in standing ovation. Tiro la gufata ‘Oggi, perdiamo‘.
L’avversario è Cantù. Biancoblu con un giocatore che mi piace tantissimo, Mancinelli, un grande ‘vecchio’ col nome da cardinale, un allenatore capace e antipatico. Pronti, via.
Cambio tattico sotto di noi, la madre si frappone fra il figliolo e l’urlatore folle. Madre previdente. Mentre il match si srotola nell’equilibrio, entrano i fans di Cantù. Stima, una vera curva. Cantan tutti e sono in tanti. Il quarto scivola nel gioco intenso, squadre che si equivalgono e si chiude sul 22-19, dopo tripla di Bell e sciarpata dei tifosi canturini.
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Palco n.25 OR.1/D (S02E08, the ‘Maggio Fiorentino’ chapter)

foto
l’orchestra ‘grossa’, con bonus di arpa

Solo ventiquattr’ore dopo, secondo movimento di doppietta nel posto palco. Sempre la primavera, sempre la piazza, un pochetto meno bella perchè stan rifacendo la fontana posta davanti al teatro.
Subito si capisce che è la serata del ‘main event‘, il concerto più importante della stagione. Le signore si sono impegnate, arrivano in nero, eleganti, con un leggero ritardo ‘chic’, i signori sorridono, affabili accompagnatori.
Io, indosso una felpa grigia. Entriamo, via.

L’orchestra, il maestro.
Il Maggio musicale fiorentino è un festival molto noto. Pure l’orchestra è piuttosto conosciuta. La prima sinfonia la suonano in cinquantacinque. La seconda ne ho contati novantacinque, non so se mi son sbagliato, probabile, data la folla di archetti sul palco. Tutti elegantemente vestiti. In classico gli uomini, in nero e lungo le signore. Il direttore è Zubin Mehta, uno dei tre nomi che anche uno che non sa niente di musica classica, gli è capitato di sentire, data la carriera impressionante del maestro. Sale inappuntabile sul suo podio. Che è  personalizzato con lo stemma del giglio simbolo di Firentzi e le iniziali ‘ZM’. Vero bomber. Bacchetta in mano, Andiamo.
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Palco n.25 OR.1/D (S02E07, the ‘Quartetto, reprise’ chapter)

fotoLa primavera regala il cielo col vestito buono mentre il lunedì lavorativo scivola placido in una serata nel posto palco.
Il quartetto per archi, già protagonista di una ‘puntata’ di questa stagione, ritorna.
Non è che riscrivo tutto, quindi qua trovi la prima serata in quartetto.
Il quartetto son sempre quei quattro lì,  ovviamente, come un sequel. La signora è sempre bella, nel corso dei mesi invernali ha messo su un’occhiale con montatura leggera, indossa una camicia di un rosso prezioso che ben si accoppia ai classici frac in bianco e nero degli uomini.
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Daje Zappatore!

wzappatore

Qualche anno fa,  un carissimo amico mi fece leggere la prima stesura di una sceneggiatura. Ricordo che pensai al coraggio e alla originalità. Pensai anche ‘Sarà dura’.
Visto che io non ne becco una, le pagine son diventate film che, come da altro copione, ha avuto le sue belle difficoltà produttive e distributive, tipiche di un’opera prima di un regista esordiente.
Il film esce in poche sale nel salento, dove è stato girato. Poi, fa un giretto negli States, dove vince il premio di “miglior film” e “migliore attrice ” al Brooklyn Film Festival, con successiva distribuzione in due cinema di NYC. Infine, un paio di mesi fa, esce in varie città italiane. Adesso è visibile in streaming, legalmente e comodamente.
La storia racconta le vicende spiritual-musicali – le due cose sono quasi sempre inscindibili, la musica come religione – di un talentuoso chitarrista. Marcello, il Zappatore del titolo, che un ‘bel’ giorno scopre di avere le stimmate. Prudono, come le sue pulsioni verso una vita migliore, dove liberarsi delle attenzioni normalizzatrici di una madre iper religiosa e dalle umiliazioni subite dal coattone cantante della band di trash metal in cui milita il nostro (anti) eroe.
Come in una parabola, Marcello sarà tradito, guidato e forse salvato, mentre fra un pezzo di selvaggio metal satanista e una visione mistica, proverà a sopravvivere e a trovare la sua strada nella provincia leccese.
Un mucchio quasi selvaggio e vagamente disperato di caratteri eccessivi ma dotati di una impronta genuina, accompagnano la figura sempre seria e tristona del chitarrista, che si aggira per il film con la sua silhouette non propriamente da figurino, portando croci non solo sulla maglietta, non soltanto sue.
E’ una commedia da risate a denti stretti, ambiziosa e difettosa, esagerata ma col cuore. Ci sono croci e immagini sacre, un tocco di blasfemia (poteva un film con una sinossi simile avere una distribuzione seria in Italia?) gente vestita di nero e/o di pelle nera, che si muove come al rallentatore in ambienti indefiniti, zone che sembrano dimenticate da dio (qualunque esso sia) e dal destino, avvolte in un bianco che somiglia spesso a un grigio che infastidisce e tutto inghiotte.
La nonna è interpretata da Sandra Milo, che sta vivendo una seconda carriera come paladina dei cineasti indipendenti e che funziona parecchio bene nel ruolo. I punti di forza del film sono le scene musicali, piuttosto ben fatte e divertenti per essere un film italiano a basso budget e l’interpretazione del protagonista, lo Zappatore del titolo, che è anche l’autore delle belle musiche.
Si ride, si fa il tifo, anche per chi ha il coraggio e la costanza di fare cinema fuori dagli schemi, in una storia narrata in maniera non proprio lineare ma piuttosto seducente. Un film pieno di ingenuità, anche volute,  qualche caduta di stile (sempre voluta) in un film che punta molto sullo stile, ma il risultato finale è ampiamente portato a casa.
Mai più senza: il portasigarette a forma di bara.
Lo puoi vedere anche tu, QUI.

Ps.: l’amico, del film ne è stato produttore e purtroppo non mi pagherà nemmeno una birra per queste righe.

per l’Oblivion, con amore

MV5BMTQwMDY0MTA4MF5BMl5BanBnXkFtZTcwNzI3MDgxOQ@@._V1_SX214_Jack (poichè tutti i personaggi che interpreta Tom si chiamano così, negli ultimi tempi) e Victoria sono una coppia di tecnici che tengono in ordine i droni, macchinine rotonde e volanti sulla terra, data astrale 2077, dopo che gli umani hanno disintegrato il pianeta per vincere una guerra contro alieni (zero spoiler, lo dice nel trailer).
Vivono in un elegante appartamento minimal, di mega design futuristico, appollaiato su una nuvola, con parcheggio per mezzo interstellare, col quale Jack si gingilla fra riparazioni di droni e giri non approvati dalla collega. Non finirà bene, la storia si complicherà, si attiveranno triangolazioni di memorie e sentimenti, in mezzo a pallottole del futuro.
Il film è da vedere se non altro per controllare lo stato dell’arte dei film grossi (quelli con gli effettoni dentro) di Hollywood, data astrale 2013. Il regista, autore del soggetto, basato su una sua graphic novel per lo schermo, ha fatto quella robazza brutta con molto stile e altrettanta noia, di ‘Tron Legacy’. Anche qua ci mette molto senso estetico, scene bellone in campo lungo, qualche poccio nello script e, finchè c’è, per solleticare le fidanzate da portare al cinema al sabato sera, mette anche una grossa dose di romanticismo, piazzando a fianco di Tom/Jack una modella ucraina e una affascinante e brava attrice inglese.
Il mix fra avventura di stampo classico sci-fi e romanzone di appendice post apocalittico, risulta a volte eccessivo. Nella durata, nell’ambizione di mantenere le due parti compatte. Eppure, nonostante nella seconda ora la favola perda grip narrativo e a tratti rischi di scivolare in crepacci di senso logico, funziona. Nulla di nuovo o indimenticabile, però due discrete orettone di entertainment, con i primi quindici minuti che visivamente valgono il film. Mezzo punto in meno per il finalone, mezzo punto in più per le musiche degli M83.
Accontentiamoci. Pollici su, per ‘Oblivion’.

Ps.: se dopo aver visto il film, come me, volete saperne di più su un certo dipinto, prego, per di qua. Chiamasi, blog di servizio. 

ode al fantacalcio, perduto.

alla fine di ventisette partite per gioco, di decisioni sfibranti, di anticipi vissuti in aperitivo, di posticipi seguiti con le app, di domeniche strangolate da autogol, tutto si decide in una formazione. due nomi. scegline uno. gli altri sono più o meno giusti. scegli male. quello che non scegli ne mette a segno tre. quello che scegli ne fa zero, anzi, fa un po’ schifo. perdi l’ultima partita, dopo aver perso la penultima e pure la terzultima, fermo come una macchina veloce ma con una ruota bucata. subisci il sorpasso, sulla scia di tre gol che non puoi avere.
è il fantacalcio, baby.
fai una squadra. non sbagliare il portiere, scegli difensori che prendono pochi cartellini. prendi almeno un centrocampista che segni qualche gol. lotta per avere almeno due bomber che uno solo, non basta. seguire il manuale, non basta. sbagli l’ultima scelta. il sorpasso è l’amarezza più amara della carriera fantacalcistica.
sì, a quaranta e rotti anni, gioco ancora al fantacalcio, mi diverto moltissimo e non vedo l’ora inizi la nuova stagione.
vi disintegrerò, la prossima volta. maledetti.

(questa stagione, per non farmi mancare niente, ho pure aperto un blog, dove insieme ad un altro collega/avversario, commentiamo le fantapartite. il link è questo, sconsigliato a chi non ci conosce di persona, dati i molteplici riferimenti a sedici anni di amicizia e sfide fantacalcistiche)