a piccoli passi

Capita quando hai un blog di conoscere persone senza averle mai incontrate. Ci si legge, ci si annusa via parole e link e ci si piace. Con il Vinx è capitato così. Lui fa belle foto come questa sopra, video a band fichissime e altro ancora.
Ha anche un blog personale dove racconta di viaggi, dove ‘viaggi‘ è una parola che si allunga e si estende abbracciando più significati.

Lui ci mette le foto, l’idea e ospita anche altra gente che si mette lì e racconta dei suoi ‘viaggi’. Come un albergo, senza porte, con molte stanze piene di parole.
Qualche settimana fa mi ha chiesto se volevo partecipare. Così, ho scritto un raccontino di piccoli passi su strada.

Lo puoi leggere cliccando QUI o sulla foto sopra.

E grazie.

Bon Iver, Hammersmith Apollo, London

Metti una mattina a scrivere su twitter ‘Mannaggia, Bon Iver non viene in Italia’.
Metti che un’amica che vive a Londra scrive una mail. ‘Però qui viene‘.
Metti che dopo due giorni abbiamo i biglietti.
Passa l’estate, cambiano un paio di cose, arriva ottobre e poi arriva lunedì sera.
Hammersmith Apollo. Un posto storico. ‘Ci ho visto Bruce qua‘. Un teatro antico che ha visto le leggende. Mi avvicino con emozione. Ci sono bellissimi italiani che vivono bene a Londra a farmi compagnia. Entro quasi con timore. Il tappeto per terra come un simbolo nobile. Tanti giovani, una birra per tutti. Chiacchiere nell’attesa. Opening act trascurabile. ‘Se fossi un discografico non le farei mai un contratto‘. Ben detto.
Eccoci. Ci siamo. Un po’ in ritardo e arrivano.
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Mind the gap between ‘farneda’ and the city

Cinque giorni a Londra. Zero gocce di pioggia prese. Preso in compenso un maglione di lana spessa, torcigliosa e hipster. Ventiquattro stazioni del Tube in cui ci si è fermati. Bevuto del classico Earl Grey, cinque pinte inglesi ma anche due Peroni e soprattutto succhi d’arancia freshly squeezed buonissimi e da berne galloni.
Londra è bellissima e i miei polpacci urlano ancora di chilometri macinati. C’ero già stato tanti anni fa. Dicono sia cambiata, credo sia vero.
Andando verso la cittá ci sono sobborghi che dal sedile del treno sembrano essere agglomerati di case tutte uguali coi tetti spioventi e color del carbone avvolti in una macchia verde di grossi alberi.
Il primo panorama si fonde col  viso riflesso sul vetro del treno di una giovane rossa di capelli simile alla protagonista del ‘petalo cremisi‘ , fuori il cielo è classicamente grigio ma non piove.
C’è fresco nel quartiere, con chiese imponenti che si affacciano sulle strade e la squadra di calcetto fuori dal pub col gallone ancora in tiro, già una pinta in mano, i parastinchi e una felpa talmente leggera da risultare ridicola per il  nostro freddoloso DNA.
E poi.
Londra è tutto quello che avete già letto, soprattutto è come tutti i posti dove si posano gli occhi provinciali (*) di uno come me.
Ci vive un’amica, mi ha portato a mangiare cucina ‘thai’ super buona e a un concerto strepitoso.
E’ una briciola di stupore dietro ogni angolo, dove il cielo fa da trait-d’union fra vicoli da polveroso romanzo vittoriano e scintillanti grattacieli che ospitano un mondo contro cui un altro mondo protesta facendo chiudere la cattedrale che volevo tanto vedere.
L’altra cattedrale, quella monarchicamente famosa, è invece sempre aperta. Quasi come la metropolitana, vera gioia per dubbi di percorso all’ultimo respiro, pubblicità di teatri (segnato, prossima volta) e pubblicità video che non dovrebbero stupire all’epoca in cui tutti – quassù, davvero tutti – sono in ‘mobile‘.
Panorami di serialità ‘brit‘ escono da ricordi di visioni notturne e si confondono con la realtà come una chiesa in cui sicuramente c’è un ‘Rev.‘, una strada fra ‘Upstairs‘ e ‘Downton”, una banda di ‘Misfits‘ appoggiati a un muro e ‘Sherlock‘ che torna ad uscire di corsa da un pub per inseguire un sospetto.
E poi.
I parchi con l’erba tagliata al millimetro, respiro per viandanti stanchi. Le cancellate maestose e i negozietti. Ragazzi allegri, moda e stile che tracima da ogni posa e locale, i look curati all’incrocio tra il preppy, il trasandato e il particolare intellettualoide (l’occhialone nero, la riga da una parte, la stringata college… The Eighties are back – for those who weren’t still born then…) che non manca mai. Calzoni con risvolti, camicine, canotte fuori stagione e FlipFlop vs. Ugg, in un inizio di autunno che per l’inglese medio è (quasi) ancora estate.
Sulle vie del commercio non si entra nei negozi ma si cammina naso all’insù, si guardano i palazzi e le luci. Poi si gira ancora. Ci sono gallerie da esplorare con occhi scintillanti di meraviglia per dipinti e manoscritti conservati in luoghi pieni di storia e di un rispetto per la cultura a cui non siamo molto abituati.
E poi. Ancora su e giù decifrando per gioco occhi di mille razze e distruggersi i piedi quanto più possibile, consumando le scarpe a caccia di bellezze e particolari che si trovano quasi ovunque. Sono dietro ogni angolo, di fianco ogni casa. Basta coglierli in un lampo di grazia che sia un viso stanco riflesso in un vetro o il sorriso gentile e imbarazzato di una cameriera pallida che per poco non ti sbatte la porta contro e poi dice in un sussurro rotondamente accentato  ‘Sorry‘.
Londra è bellissima, ma l’ho già detto.

(*) il riferimento è al titolo del post, una frase che è stata un po’ la gag tormentone della vacanza ispirata dal gracchiare dell’avviso a ogni uscita della metro. Mentre Farneda (respect) è un posticino sulle colline, in provincia di RE, naturalmente agli antipodi con la ‘city’.

Si ringrazia per la ‘sezione style’ del post, e non solo, la sorella compagna di viaggio. 

Io e il ‘Way Out West’ Festival

Cos’è?

Un festival musicale che si svolge a Goteborg. Una ricca line-up spalmata in tre serate in vari club della città e per due giornate dall’una del pomeriggio fino a mezzanotte in un lembo all’interno dell’enorme parco di Slottskogen. Parco che per attraversarlo a piedi ci vuole una buona mezz’ora e contiene pure delle collinette e una vegetazione che a tratti pare di essere in una piccola foresta. La prima sera avevo provato ad entrare in un club ma ho sbagliato tram e sono arrivato che si era formata una fila enorme e non avevo la minima voglia di aspettare e me ne sono andato a cena e poi a letto. Le altre due sere ero massacrato da ore passate in piedi e non ci ho nemmeno pensato di entrare in qualche club per cui me ne andavo diretto a dormire che si ha anche una certa età qui e qalche acciacco tipo ginocchia urlanti e caviglie spezzate. Quindi posso raccontare com’è il festival grosso nel parco.

Si entra esibendo braccialetto regolamentare da festival e si viene perquisiti da gentili ma inflessibili giovani svedesi che prima ti informano che ti devono fare la perquisa e poi la fanno con maggiore accuratezza rispetto a quanto accade agli ingressi degli stadi italici. Ritirano il cibo e le bevande che i festival costano e, grazie, spendi i soldi dentro. Mi han fatto buttare via una mezza cioccolata, rimasuglio del giorno prima. Poi c’è un viale di accesso con ai lati vari venditori di junk food per ogni palato, tra i quali il clamoroso ‘Veggie Hell‘ dove fanno una sorta di piadina più morbida ripiena di verdure crude, stand col caffè, stand che vende i cd, stand che vende le magliette dei gruppi e quella ufficiale del festival che costa duecento kronor e che mi sono accapparrato subito e poi la via si apre nello spiazzo che ospita i due palchi principali che si guardano l’un l’altro. I palchi son denominati ‘Azalea‘ e ‘Flamingo‘ e sono gemelli, venticinque metri circa di larghezza per venticinque in lunghezza per arrivare al datore luci e in questo spazio per terra c’è un rivestimento di plasticona per proteggere l’erba, poi in caso di maggiore affluenza il pubblico si sistema ai lati del palco o del datore luci, scarpe nell’erba. Naturalmente non ci sono mai concerti in contemporanea su questi palchi. Sulla sinistra di questo ampio spiazzo centrale che sarà lungo circa cento metri c’è un ristorante con panchine, alberelli, prodotti mangerecci e alcoolici. Non si esce con le birre. Quindi sotto ai palchi non si beve. Ci sono addetti alle uscite dei ristoranti che controllano se non hai birre in mano e se ti dimentichi ti fermano poichè come scritto nel post precedente, non si beve negli spazi pubblici. Sulla destra c’è una via asfaltata dove sono sistemati i bagni e un’altro spiazzo dove ci sono altri stand di mangiaebevi prima di arrivare dopo una cinquantina di metri al terzo palco. Il più piccolo, il più ‘indie‘ come programmazione, sotto un tendone che sarà grande poco meno del parterre dell’Alcatraz di MI (ma non è che sia molto bravo con queste stime, si sappia). Al fianco del palco, che si chiama ‘Linnè‘ come il già nominato botanico svedese, c’è un’altra area risto-birra-bagni e poi fine. La zona del concerto è tutta delimitata da barriere anti-scavalco guardate a vista da vari addetti e, naturalmente, tutta circondata dagli alberelli del parco. La sera precedente era piovuto e c’era qualche pozzanghera nell’erba e un filo di melma in qualche punto. Fortunatamente non è mai piovuto durante il festival se non dieci minuti l’ultima sera, perchè se piove ci venivano tre dita di fango per terra e non sarebbe stato bello. Molti svedesi calzavano gli stivali da pioggia, previdenti. Viste anche molte Converse ai piedi, ridotte in stato pietoso al termine della due giorni. Ripeto, se piove,  meglio avere i gambaletti…
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Io e la mia Svezia

Partiamo dalla fine.
Dal giorno libero dopo il festival. Giorno pensato appositamente durante l’organizzazione del viaggio per visitare meglio Goteborg. Al mattino me la son presa comoda che due giorni consecutivi moltiplicati per undici ore di festival passate spesso in piedi uguale, avere le gambe spezzate. Poi son uscito dall’hotel per completare il tour della città. Tram e poi forza gambette che ce la facciamo un po’ di strada a piedi che il centro città si gira agevolmente. Ecco il museo cittadino ricco di cose interessanti. Poi esco e chiedo un’informazione a una signora svedese che mi consiglia di seguirla. E’ il quindici agosto e c’è la ‘parade’ della città. No, non come in ‘Treme‘ però sulla via principale ci sono dei tizi di scuole di ballo (la maggiorparte sudamericane) che sfilano ballando. Una cosa molto alla buona, pero’ agli swedish pare piacere molto. Io mi annoio dopo dieci minuti, saluto la signora e parto per l’altro museo che volevo visitare. Ho caldo e sono in maglietta. Decido di prendere un gelato, mettendomi in fila chè c’è molta gente in strada, mentre una nuvola oscura il sole. Il tempo di fare la fila, ordinare il gelato, assaggiare il cialdone che, tlic, cade la prima goccia. Dopo cinque minuti piove a secchi. E’ il weekend del festival della cultura, il centro affollato di eventi e gente che cerca riparo ovunque. Io e gli altri col gelato, siamo sotto a un albero. Con una mano mangiamo il gelato, con l’altra cerchiamo di infilarci chi la giacca, chi un maglione. Passano dieci minuti. Dai, smette. Passano altri dieci minuti, ricomincia, ancora più forte. Io e due turisti inglesi ci fermiamo sotto il tendone di un negozio di orologi. Le strade sono deserte, la gente se ne sta rattrapita sotto ogni piccolo riparo o stipata nei bar. Diluvia e la temperatura si è abbassata di cinque gradi in venti minuti. Ad andare a sera la pioggia smetterà ma non del tutto e si alzerà un simpatico vento bello fresco che farà mettere il maglione anche ai nativi che, belli carichi tanto è estate, girano in ciabatte e vestitini della festa estiva. Ecco.
Ergo, son stato in Svezia sette giorni. A gironzolare per Stoccolma e Goteborg con la scusa di vedere un festival di musica. E mi è andata bene che è piovuto solo quella sera (e durante una notte ma non conta e dieci minuti al festival ma io ero a vedere un concerto nel palco al coperto). Quindi, grazie nuvole svedesi che ve ne siete state buone, perchè quando il tempo decide di virare al brutto, lassù dice davvero.
Detto questo, potrei finire il post scrivendo che la piccola fetta di Svezia che ho visto è super, cool, verde, graziosa, bionda & soo lovely. Visto pero’ che sono in vacanza e ho voglia di raccontare, ecco piccole cose sulla mia breve vacanza. Continue reading “Io e la mia Svezia”

Barcelona&Primavera – La versione di Zanna.

(sul volo di ritorno, sfido l’amico zanna a scrivere il suo report della gita musicalcatalana. egli, con grande sprezzo del pericolo, accetta. con grande gioia, ricevo. con gran piacere, pubblico.)

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L’aria di Barcellona frizza.
L’aria di Barcellona è di quelle che ti fa stare bene immediatamente, anche se sei stanco per il viaggio e sei nel piazzale antistante l’aeroporto. L’aria di Barcellona mi rilassa i nervi contratti e mi mette di buon umore. Chi se ne frega dell’afa appiccicosa di Piastrella Valley e del cuore malato. Qui c’è la brezza a portare un po’ più in là ogni tipo di zavorra dell’anima. La brezza che attira verso le viscere della città, che comincio a veder sfilare mentre l’autobus ci porta verso Plaza Catalunya, che ci accoglie dopo pochi minuti nel primo turbinio di lingue, pelli e look, che di lì a poco mi parrà l’unica maniera possibile di stare bene. Credo che sia tutto merito dell’aria, che invita a trovare il bello intorno a me.
L’arena in ristrutturazione attira la mia attenzione. Sembra un piccolo Colosseo natante nei larghi spazi di Plaza de Espana.
L’aria di Barcellona ci avvolge con costanza, poco dopo, per il primo bocadillo + cerveza (+ cerveza + cerveza…) nel bar di due simpatici signori sulla grande Avinguda Meridiana, dove stanno i nostri (da lì spesso agognati) giacigli, dentro le anonime mura del grande Hotel Catalonia Atenas. Poco prima il receptionist ci aveva intrattenuto in estenuanti gag a sfondo calcistico, visibilmente eccitato per l’ormai imminente finalissima di Champions League, che si sarebbe giocata a Roma quella sera fra Manchester ed la squadra della città. Ristorati dal Jamon Serrano e dal luppolo ci concediamo una passeggiata, dopo il breve tratto della linda metropolitana. Il tunnel della stazione di Clot ci inghiotte per restituirci all’aria catalana nei pressi della città antica, che scorriamo distrattamente, cominciando a felicitarci per la prospera bellezza delle autoctone cittadine e giubilando per un meraviglioso frigorifero aerografato con la livrea del Barcellona F.C. Continue reading “Barcelona&Primavera – La versione di Zanna.”

è Barcelona! è Primavera!

Abbiamo preso una multa dalla polizia stradale nel viaggio dal paesello al comodissimo aeroporto della malpensa.
L’autista senza cappello da chauffeur, emozionato per il viaggio, non si accorge della presenza della pula, impegnata nello sgomberare la sede stradale da un pezzo di ruota di un camion gigante. La pula, fin dai filmarelli anni ’70, si sa, s’incazza.
Infatti, s’incazzano e ci fermano con bonus di multa e punti patentati. Però alla fine sono anche buoni e non puniscono violentemente l’amico.
Abbiamo perso una valigia nel volo di ritorno con conseguente fila “Lost and found” e denuncia da parte dell’autista, munito di cappello acquistato in una viuzza della capitale catalana, e della sua novia, proprietaria della valigia.
L’inizio e la fine del viaggio a Barcellona, per assistere al Primavera Sound ’09 & varie et eventuali.
Nel mezzo: Continue reading “è Barcelona! è Primavera!”