Una foto, un piccolo incipit (per un futuro di film)

Appunti mentali e supposizioni per micro storie ispirate da una serie di fotografie, esposte in una mostra molto bella che amanti del cinema e, credo, seppur nella ignoranza totale dell’argomento, della fotografia, non dovrebbero perdersi.
Le foto sono tutte di un giovane fotografo che prima di diventare “quel” Stanley Kubrick filmava frammenti di vita di personaggi famosi e di piccoli mondi, racchiusi in fotografie scattate in un bianco e nero luminoso per una rivista americana, nel periodo che va dal 1945 al 1950. 

Un pugile seduto. E’ bellissimo, un’ aureola scura intorno a lui, un’ombra di solitudine, prima dell’incontro. A pochi metri la folla già eccitata. Ha le spalle basse, muscoli potenti che paiono voler uscire dalla pelle, mani fasciate in bianco, prima di indossare i guantoni.  E lo sguardo che sembra stanco, forse preoccupato, lì seduto da solo, per quello che potrà accadere sul ring dove salirà di lì a poco.

Una bambina con gli occhiali rotondi e un vestitino a righe. Sta assistendo a uno spettacolo diurno del circo. Un’espressione stupita, come avesse assistito a una magia, le mani aperte, ad ammirare forse le acrobazie dei funamboli o le belve che seguono le direttive di un domatore che indossa pantaloni con la piega.

Un attore famoso. E’ sdraiato per terra, di fianco a un letto sfatto, la schiena appoggiata a un tavolino. Sembra una stanza d’albergo. Gli occhi perduti verso il nulla sulla parete opposta, le labbra incollate a una bottiglia di whiskey. Potrebbe essere reduce da una serata troppo lunga o da un risveglio senza qualcuno al fianco. Pare in posa, icona vivente del fascino maledetto del successo.

Una giovane attrice guarda verso di noi. Ha una mano sospesa a mezz’aria, un gesto per scacciare un fastidio. O una posa da consumata teatrante. Forse è indispettita dalla presenza di due uomini ai suoi fianchi. Angeli custodi in tuxedo, tentatori in smoking, uno dei due ha un piatto in una mano e una sigaretta accesa nell’altra, sorride. L’altro lo guarda serio, stupito. Sono a una festa, chissà chi si diverte dei tre.

Una serie di foto che ritraggono jazzisti. Uno in particolare, suona il clarinetto. Non si vedono i suoi occhi, sempre chiusi, concentrati nel seguire le note. Si vedono due vene sulla fronte che si congiungono al centro delle sopracciglia formando una ‘V’ che è un flusso di sangue pulsante di ardore musicale. Un segno di vittoria per quella musica che ritornava, all’epoca, a farsi sentire a New Orleans e nel mondo. Una serie di ritratti che piacerebbero agli autori di ‘Treme‘.

Una galleria di foto che raccontano la giornata di Mickey. Come uno storyboard per un possibile film su un ragazzo che studia e poi va nelle strade di NY. Pulisce le scarpe per dieci centesimi di dollaro, il suo nome scritto con la vernice bianca sopra la scatola di legno col necessario che porta a tracolla. In una foto è con un suo amico, i calzoni portati ben più alti della vita, un berretto con la visiera portata alzata, come i ciclisti di una volta. Si guardano a un chiosco di hot dog, potrebbero complottare qualcosa o scambiarsi racconti sulla giornata quasi terminata, giovani uomini con ancora tanti sogni addosso.

Tre foto in verticale, come piccoli frame. Una coppia a un tavolino guarda davanti a sè per non guardarsi dentro, forse. Figure di uomini sfocate in lontananza. Nella seconda foto, di fianco a loro, come dal nulla, appare un uomo alto e ben vestito nel doppiopetto chiuso sotto al cappotto. Guarda verso di noi, serio, quasi a suggerire cos’ha che non va quella coppia, per poi andare fuori fuoco, allontanandosi nella terza foto, lasciando la coppia nella stessa posa, ferma, quasi immobile. Cos’era quell’uomo, all’improvviso, in una strada con tavolini per godersi una notte in Portogallo? Un fantasma? Una minaccia? Un suggerimento?

Una serie di foto che riprendono con precisione quasi geometrica, come fosse uno studio per un set, giovani studenti di una prestigiosa scuola dove non si insegna soltanto materia scientifica per futuri ingegneri ma anche la disciplina dello sport, il sacrificio del palcoscenico. Siamo in palestra, schermidori schierati in un leggero piegamento come un saluto prima di combattere e poi ragazzi a petto nudo che lottano, altri che li guardano composti, senza tifare. Siamo sopra le assi di legno di un palcoscenico, ragazze con le gambe piegate ad arte, trascinano una biga in una rappresentazione storica e poi un attore coi vestiti di scena, scrutato dal regista, in quella che troppo facilmente è una profezia del futuro del fotografo.

Ce ne sono molte altre. Queste sono quelle che mi han più colpito.
Merita.
‘Fotografia Europea’ a Reggio Emilia (a palazzo Magnani, bello di per sè che se qualcuno va, guardi non solo le foto ma anche i decori delle stanze).

Ps.: c’è anche il trailer 

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Fra le mucche e i girasoli…

…c’è un sacco di roba. ovvero, ho visto ‘The Tree of Life’. mi è piaciuto. qualche impressione mista a ‘vaghi’ spoiler sulla trama, per una volta perdonabili, visto che la trama potrebbe anche essere secondaria ai temi trattati. nel film. sto già esagerando. via. 

Alla fine delle due ore e venti di proiezione mi sono sentito spossato. Mi sono ricordato di essermi infilato solo una manica del cardigan da persona anzyana che avevo preso per ripararmi dall’aria condizionata, solo al termine della proiezione. Avevo preso pure una coca, piccola per giunta e non l’ho nemmeno finita. Ero concentratissimo e attento, immobilizzato. Fin dall’inizio il film mi è sembrato affascinante e mi ha preso alla gola. Gli occhi erano già entrati nella pellicola dopo un paio di minuti (*)  rapiti dalla bellezza delle immagini. Io non so se Malick sia un artista o solo un regista o un vecchio suonato alle prese con una crisi pseudo religiosa con aggiunta artistoide di mito intorno a sè, perchè vive isolato dal mondo (e stima personale per questo) o perchè gira un film ogni dieci anni. So che questo film mi è proprio piaciuto.
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Alla ricerca della fontana dei pirati noiosi

Trecentoquarantasei milioni di dollari. Riscrivilo. Trecentoquarantasei. Milioni di incasso. In cinque giorni. Non meritati. Sì, anche se sono colpevolmente corresponsabile dell’incassone.
A mio discapito, porgo due argomentazioni. Forse già dette, non importa. La prima è che mi piace andare al cinema a piedi. Esco di casa, faccio un giretto in un bella serata estiva a maggio e arrivo al cinema con la giusta predisposizione, pure per vedere quello che quasi sicuramente sarà un film che non mi piacerà. La seconda sono due chiacchiere con il gestore della sala. Una istituzione del paesello, un uomo incorruttibile ai richiami del cinema d’autore, una leggenda alimentata da ferree (c’è l’attorone? bene) e semplici (piace alle donne? bene) leggi di mercato applicabili al cinema di provincia e da storie che risalgono ai tempi di memorabili rassegne infrasettimanali che narrano di tagli alla pellicola per stare nelle due ore canoniche del doppio spettacolo e incursioni in sala a torcia spianata per sedare ragazzini brufolosi che schiamazzano durante film intensi.
Recap rapido della conversazione, prima che si spengano le luci. Argomento: dubbi sulla programmazione estiva.
Funzionerà ‘Una notte da leoni 2‘. Rispondo: sì. Lui: poco convinto.
Incasserà ‘X-Men, l’inizio‘? Rispondo: sì. Lui: poco convinto.
Scegli uno fra ‘Transformer 3‘ o ‘Cars 2‘. Risposta: Pixar sempre. Lui: abbastanza convinto.
Ah, questa serialità che complica la programmazione.
Resistere fino al gran finale di ‘HP‘ o cedere alla certezza che la gente va al mare o a luglio inoltrato preferisce la gelida conformità del multisala? Risposta interessata, per andarci a piedi: sì. Lui: per niente convinto.
Ecco. Ah, già, e il film?
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…and if a ten ton safebox… (crashes into BICIPITI)

Che poi, se ci pensi bene, è un film di sguardi. Intensi.
Sguardi con della determinazione. Al volante. E manetta rombante. Pronti, via. Vroooomm. Sguardi di stupore. Oh, sei tu. Sguardi carichi di odio. Non ci provare. Sguardo di terrore. Salta. Sguardi furbi da cattivo. Sguardi intensi da cacciatore determinato ed esperto. Non fateli salire in macchina. Sguardi intensi da sopra le spallone per guardare il nemico. E’ grosso. Sguardi che cadono dalle orbite. E’ bellissima. Sguardi ridanciani. Il duo comico. Sguardi black. Il duo rapper. Sguardi penetranti di passione che non può essere consumata. Io ti capisco. Anche io. Sguardi incantati a seguire un fondoschiena. Sguardo sensuale. Meow. Sguardi vogliosi su curve cromate. Machismo spinto. Sguardi che cronometrano. Ce la faremo? E curve in controsterzo. Screeeeek. Sguardi sul bersaglio. E’ grosso. Sguardi rapidi sui semafori. E manetta roboante. Vaaaammm.  Sguardi profondi per valori semplici e basici. E musica che dimentica per un attimo il beat. Sguardo da sbirro. E una scazzottata EPOCALE. Sguardo triste. ‘Oh noou’. Sguardi di profonda sorpresa. Fregati. Sguardo di immenso stupore. Allora, mi vuoi un po’ bene. Sguardo stupitissimo. Proprio tu. Sguardi incrociati intensissimi di vendetta e decisione. Mezzo blindato che va molto forte. Brooom. Sguardo nel mirino. C’è una cassaforte. E’ grossa. E la scena di inseguimento più PAZZESCA che abbia mai visto. Vaaaam. Si vede anche nel trailer, quindi no spoiler ma in ‘Fast Five’ (Fast & FurioUs Five) ci sono, fra sguardi intensi di attori che ci mettono il fisico che tende ad esplodere sotto magliette attillate, due macchine che trasportano una cassaforte di dieci tonnellate trainandola con due cavi per le strade di Rio. Ed è una roba molto divertente.

Avevo visto il primo e poi basta. Non il mio genere. Poi gente che bazzica con dell’entusiasmo i social network mi ha convinto. Avrei voluto applaudire almeno tre volte. Naturalmente devi sapere quello che vedi (tamarraggine alert TOTALE) e al cinema funziona. Lo schermo è grosso. Grandi inseguimenti (quello nelle favelas è cosa già vista ma è uno sballo), pugni volanti, salti, fuciloni estratti come tirar fuori un revolver da borsetta, sparare molti proiettili, frasi scolpite nel deltoide dei personaggi, morale facile, script allegro dove aleggia il fantasma buono di Danny Ocean, il doppio mento di Vin Diesel, il braccione di The Rock, una gran gnocca, l’altra un po’ meno. All’uscita del cinema nel buio della sera, il terrore che dalla strada deserta possano spuntare due bolidi in una gara a non levare il piede dall’acceleratore.
Cinque minuti, un paio di carrelli volanti e una scena finale in meno ed era perfetto.
Sguardo intenso. Sgasata. Musica tamarra. Titoli di coda.

(il titolo è una rielaborazione sciocca di una canzone famosissima, dai che la sai. per un post giusto e mirato sul film, c’è il sempre puntuale kekkoz)

La salvezza. Sul parquet, ai tempi del blackberry

Eravamo rimasti nell’amarezza, quando serviva una magia per salvare la stagione, per non subire la retrocessione. Nei dilettanti, dopo trent’anni di gloriosa, seppure fra alti e bassi, militanza in serie A. Domenica scorsa, primo atto della magia. Vittoria esterna segnando novantotto punti, una enormità, in casa della terza classificata. L’insperata vittoria porta la squadra a dovere vincere l’ultima partita casalinga. Non basta. Deve perdere un’altra squadra in uno degli incroci ‘drammatici’ di cui si nutre lo sport, causa complessi calcoli di classifica avulsa, per colpa di scelte sbagliate nella costruzione della squadra, infortuni, cambi di allenatore, addirittura infortunio all’allenatore, pesanti modifiche nel roster, canestri subiti all’ultimo secondo. Quelle annate che hanno il ‘NO’ stampato sopra. Si deve vincere e sperare nella sconfitta che tifare contro non è sportivo ma fa parte dello sport.
Mors tua, vita mea, dicevano.
Le avversarie sono già ai playoff per la promozione, giocano per un posto migliore nel ranking. Il palazzetto è come una pentola con lo spauracchio della serie B che ribolle coperto da un sottile foglio di alluminio chiamato speranza. Nessuno pronostica niente. Si spera, si incrociano le dita. Gli avversari sono in giallorosso. Pronti, via.
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avere un cuore nell’azione (e un gran bel software)

(ho visto ‘Source Code‘. è bello. qui due cosette. dopo il Ps. c’è una nota sul finale. se lo vai a vedere – e la risposta è sì – non leggere)
(vè che brutta la locandina italiana del film) 

Duncan Jones due anni fa fece ‘Moon’ gioiellino indipendente a basso budget amato dai blogger/cinefili e sconosciuto al resto del mondo. Per esempio, dalle mie parti uscì a maggio inoltrato dell’anno scorso in una sala, per una settimana. E’ anche il figlio di David Bowie per gli amanti delle genealogie, etichette, riferimenti.
Il buon risultato della prima pellicola, gli regala la promozione a un film con budget e attori di peso. Lui prende la valigia e si trasferisce volentieri portando con sé molti punti di contatto con la sua opera prima, lavorando ancora sul tema del doppio e sugli spazi chiusi.
Questi ultimi poi risultano ancora più claustrofobici e opprimenti, in netto contrasto con le eccellente immagini di apertura, uno spottone alla città di Chicago che uno pensa subito ‘vè che bella Chicago, andiamoci’.
E’ la storia di un soldato alle prese con una missione delicata e innovativa, rivivere grazie a un software e alle magie scientifiche, gli ultimi otto minuti della vita di una vittima di un attentato ferroviario, per cercare di prevenire altre bombe, per salvare altre vite, per fare i conti con la propria esistenza.
In un contenitore sci-fi, Jones padroneggia il meccanismo narrativo (una specie di ‘Ricomincio da capo’ ma con il pericolo dentro) con grande abilità mischiando con perizia e intelligenza l’azione e l’introspezione dei personaggi (buono il cast e una mega caduta di mandibola ogni volta che lei arriva sullo schermo).
Il bello del film è che oltre ad essere opprimente e ansioso, adrenalinico ed emozionante (riuscirà il nostro eroe?) a differenza di molte pellicole action questa possiede un cuore sempre pulsante e che viene svelato totalmente nel finale. Un cuore poetico, che è grande così.
Bravo Duncan, il figl, no il regista. Quello bravo. Molto bravo.

Ps.: dopo che il pard di visione mi ha strappato al divano (grazie). dopo che ‘erano anni‘ e siam andati a un secondo spettacolo serale popolato da giovani ragazzini e coppiette. dopo una volata su un paio di tangenziali manco fossimo in F.F.five‘ per arrivare in orario. dopo una gag con la maschera che confessa impunito che lo sa che i cartelloni all’ingresso delle sale sono invertiti e rischiamo di entrare nella sala dove fanno un filmazzo lozzo italico. ecco, dopo, non va bene, perlomeno infrasettimanalmente, sedersi su poltrone così comodose e parzialmente reclinabili che basta che il film sia un momento paccoso e si rischia la pennica. vero, pard?

(le notarelle sul film si fermano alla scena qui sopra quella  – per chi l’ha visto, chiaro – dove l’orologio si ferma. il film poteva terminare anche lì. così. sarebbe stato bello comunque. poi il finale, quello vero, scivola in un campo minato di realtà parallela e qui ognuno fa i conti con i propri gusti o le proprie asticelle dell’incredulità.
personalmente, ci casco dentro con tutti i piedi, volentieri)

Una lettera da oltremanica

Aveva preso l’ultimo treno in ritardo. Quella locomotiva scoppiettante di carbone e vapori umani di una giornata passata ad insegnare nella scuola di campagna dove i ricchi della città mandavano i propri giovani virgulti a farsi una istruzione d’eccellenza.
Aveva diviso come d’abitudine una carrozza coi suoi compagni di viaggio ed era finalmente arrivata a casa. Notò che il marito non era ancora rincasato quasi con sollievo. Ricordò che gliel’aveva urlato quella mattina, dalla finestra al primo piano del piccolo appartamento in cui abitavano, mentre lei, in ritardo come sempre, fendeva la nebbiolina grigiastra e gelida come una minestra lasciata sul davanzale, attenta a non perdere i fogli delle lezioni che strabordavano da una cartella ormai consunta.
Stasera ho la riunione al circolo‘. Poteva prendersela con calma.
Appese la giacca e la sciarpa, tolse le scarpe e mise sul fornello il bollitore dell’acqua. Non aveva fame, un tè per ora sarebbe bastato. Mentre pensava se era preferibile l’Earl Gray o l’Orange Pekoe scostò le tende di cotone ricamato per guardare fuori dalla finestra. Era stato un lungo e piovoso inverno, ma con la lentezza di un gigante Londra stava diventando meno grigia e meno umida. Anche quel giorno un pallido sole si era fatto vivo come per annunciare la vicinanza della bella stagione. Il caffè dall’altra parte della strada sfidava la sorte e metteva fuori i primi tavolini, scommettendo sull’arrivo del bel tempo per quel weekend. Era la prima settimana da settembre che non pioveva per tre giorni consecutivi, un evento meteorologico.
Ripensò alla sua giornata, all’incontro con i docenti per fissare il calendario degli esami trimestrali, il pranzo con la collega che le aveva assolutamente dovuto rivelare la diceria su una relazione possibile, o forse era probabile, fra il professore del corso di storia e l’insegnante di scienze, il pomeriggio passato in classe a lottare contro la disattenzione dei suoi alunni durante il corso di letteratura russa. Avrebbe dovuto ripensare le lezioni su Checov, renderle più attraenti per le menti di giovani uomini che pensavano, lei lo sapeva, che quei libri fossero un obbligo inutile, come un sasso pesante da spostare sulla strada della loro carriera.
Mentre il bollitore fischiava richiamando sonoramente la sua attenzione, si ricordò di un altro allievo.
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