negli occhi del poliziotto, nella ‘pesa’ LA

David Ayer è un esperto di film con gli sbirri dentro. Questo ‘End of Watch‘ (l’inutile sottotitolo italiano non c’entra niente ed è pure brutto) segue le vicende e l’amicizia di due poliziotti di pattuglia nel distretto peso di Los Angeles, Central, noto ambientino dove armi, droga, criminalità crescono come funghi in un bosco durante un autunno piovoso, solo che a LA c’è sempre il sole e una luce bianchissima che fa da contraltare al marcio che si trova dentro certe case o  in mezzo ad alcuni vicoli.
Il film è quasi interamente ripreso con stile documentaristico dalle camere di servizio all’interno della macchina, dove assistiamo a lunghi dialoghi, e dalla camera che uno dei due si porta sempre dietro per il suo corso di cinematografia.
Giochino già visto (l’ultimo è ‘Chronicle‘) e qua funziona da punto di vista per l’ennesimo clone poliziesco. E’ curioso e sulle prime interessante, ma a metà film, risulta un po’ stucchevole.
Il problema è la ripetizione meccanica dello schema: chiacchiere in macchina in una sorta di buddy movie in divisa, chiamata dalla centrale, intervento con scene della durissima vita nelle strade, repeat. L’idea narrativa è il limite stesso del film. Ne risulta una via di mezzo che lascia piuttosto turbati per le esplosioni di violenza, la durezza e l’adrenalina che riprese e montaggio frenetico donano alle scene d’azione e abbastanza annoiati dalla verbosa e troppo lunga liaison fra i due cops che forse si poteva sistemare tagliandola, tanto dopo due giri il loro rapporto è bello chiaro e allungando il finale che è duro, intenso e ti fa uscire dal cinema con le gambe ancora squassate.
L’espediente visivo del film insomma non lo salva dai problemi, che si chiamano “dieci minuti in meno, grazie” e “i videogame spara spara in prima persona sono un conto, il cinema un altro e mescolarli forse non va bene”. Non del tutto riuscito ma più che discreto. Oppure ho un problema io con questo stile di girare i films.

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6 minuti, 2 euro, una piccola X

Versi l’obolo della due euro che magari uno storce il naso, però il fatto che la politica costa è piuttosto vero. Ti danno un foglio con scritto ‘certificato di elettore di centrosinistra‘ che fa un po’ ridere perchè non è, ovviamente, che ti fanno un tatuaggio mentale indelebile, non è che poi uno per forza vota sempre a ‘sinistra’, a parte i vecchi tipo me che si ricordano di quando facevano la X sul simbolo del ‘Partito’. Ti metti in fila, ma nel paesello alle otto e venti eravamo in due.
Fai una X.
La mia l’ho fatta, dopo averci pensato un po’ nei giorni scorsi, sul Matteo. Per due motivi: Bersani come personaggio (Papagiovanni a parte) mi è più simpatico, sarà l’emilianità, ma dietro di lui c’è l’ombra cupa di una sequela di sbagli politici e di comunicazione che manco io con le donne ne ho fatti tanti.
Il secondo è, cercando di pensare avanti, attorno a marzo, quando si voterà per le politiche vere. Ecco allora la mia paura è che i miei concittadini, di cui abitualmente non mi fido, stanchi e affascinanti da un altro imbonitore populista che faceva il comico nei magici anni ottanta, mettano in parlamento troppi, il termine è orrendo e sbrigativo e pure vagamente dispregiativo, grillini, che saranno, probabilmente temo, tenuti al guinzaglio da un blog e da urla distruttive di vaffanculo, parola notoriamente utile alle discussioni.
Spero, più che credo, che il Matteo (pur pensando che non è vero, come la ormai noiosa litania anti partiti ha certificato come verità negli ottimi comizi da bar degli ultimi anni, che i ‘giovani’ siano sempre e per forza meglio), possa contrastare la prevedibile marea di voto di protesta populista. E spero anche possa diventare un bravo Pres.del.Cons. nel caso, che una sera l’ho sentito parlare e mi son quasi stupito a pensare ‘Bè, niente male.
Detto ciò, quello che mi piacerebbe davvero sarebbe che molti, anche chi non si riconosce nel certificato che consegnano, oggi andassero. Anche se è Novembre, è grigio, anche se chissenefrega, tanto domani c’è sempre la possibilità di mettere un like a una divertentissima foto anticasta su FB.
Andassero, soprattutto, perchè questa cosa delle primarie, da qualunque parti si guardi, è cosa buona e giusta, tanto alla fine di una marea di parole inutili, uno dei pochi gesti che contano, è andare, stare pochi minuti in fila e fare una X su un nome. Scegliere, in piccolo, anche turandosi il naso, come diceva uno che la sapeva lunghissima.

(se vuoi leggere cose scritte meglio sulla questione pro/contro Renzi: un post pro e uno contro. Quello pro ha punti di ragione e di speranzone, quello contro mi trova d’accordo anche sul finale, ma come dice un’amica, sono una persona contradditoria)

Palco n.25 OR.1/D (S02E02, the ‘4et’ chapter)

Signore e signori, quinta del palcoscenico scesa, sul palco quattro sedie, quattro leggìi, quattro spartiti aperti. E’ la serata del quartetto d’archi, zam-zam.
Per me non è la prima volta, ma a teatro sì. Poco hype, anche in platea posti vuoti. Gli assenti avranno torto, ovviamente. Nel foyer, programma di sala sempre a due euro, più cartelloni esplicativi (vedi episodio precedente) e magica sparizione dal sito dello stesso programma.
Arrivo tardi, non c’è fila, non ci sono polemiche, dentro dentro di corsa.
Si comincia.

I musicanti.
Tre fratelli di Salisburgo, più il non fratello. I fratelli sono somiglianti, il più giovane con zazzera e fazzoletto sulla mentoniera del violino, l’altro fratello al violoncello ha un capello con taglio un po’ austriaco un po’ ex-punk, lunghetto dietro, e sguardo furbetto, la sorella con vestito simil-Marylin in ‘Quando la moglie è in vacanza’ ma con gonna nera. Lei è di una bellezza decisa, gran caschetto biondo che si spettina quando spinge a raffica sul violino, mostrando quanta sensualità può avere una violinista nonostante non sia giovanissima. A mani basse, e non solo perchè, ovviamente, è l’unica donna sul palco con violino, vincitrice del premio “Violino dell’amore” della serata.
Il non somigliante-non fratello ha gli occhiali ed è un po’ paffuto e molto barbuto, tipo Kubrick ma non sosia, altri geni, stessa sapienza con l’archetto. I maschi, tutti con frac a coda lunga e farfallino bianco e stile e cavalleria, cedono sempre il passo alla signora durante le pause fuori scena fra una esecuzione e l’altra. Dalle informazioni lette, sono molti famosi nell’ambiente dei quartetti e quotatissimi oltre che ovviamente professori di musica.
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(cronache dalla piccionaia) ‘V’, come quinta vittoria

Eravamo rimasti a B(i)ella.
Poi siamo andati a Milano a fare il colpaccio, poi mentre la febbre abbatteva me, vincevamo con Pesaro in casa. Infine, blitz esterno a Montegranaro. Quattro vittorie di fila, ebbrezza, entusiasmo da tempi antichi in quel di Rezz basket e arrivano le temibili ‘V’ nere e il derby emiliano che mancava da troppissimo tempo.
Tutto esaurito e partita trasmessa in tv. Tanti bolognesi nella curvetta, qualcuno pure in giro per il palazzetto, polizia che controlla, c’è rivalità fra tifosi. Noi arriviamo in piccionaia, tanta gente, gente nuova, salve, instant spogliarello che c’è il solito caldone da gradinata.
Pronti? Via.

(piccionaia, interno sera)
coppia con maglietta abbinata

Tempo che le curve si salutano con cori poco amichevoli e gesti classici tipo ‘taglio della gola’ e il canestro virtussino si fa, come si dice, grande come una vasca. Boom Boom da tre, il nostro serbo che finalmente la mette con puntualità e si va a più dieci. Biagio Antonazzi dagli altoparlanti, gente che canta Biagio Antonazzi. Dietro di me un tifoso da entusiasmo che urla troppo, insulta gli arbitri a caso e non capisce il gioco. Male. Pazienza.
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Palco n.25 OR.1/D (S02E01, the ‘Journey’ chapter)

vista, dal posto palco

Dopo il successo della scorsa stagione, anche quest’anno si va a teatro a sentire la musica classica. Con la solita ignoranza in materia, il racconto delle serate, forse ripetitivo, ma tant’è.
Il posto palco è sempre quello. Laterale, primo sediolo sulla sinistra.
Prego, accomodatevi.
Non c’è ancora freddo fuori, entrare a teatro è sempre come incontrare una splendida amante. C’è frenesia per il ritorno in pochi mesi della MCO. All’ingresso c’è fila al banchetto dove di solito c’è la distribuzione del programma di sala, agile libretto, spesso per introdotti, pieno di spieghe sulla musica che si andrà a sentire, strumento essenziale per questa rubrichetta. Noto un malumore diffuso dentro ai cappotti grigi, alle giacche col pelo scure. Cartello, poco visibile, recita: “L’unica cosa certa in questi periodi di buio sono i tagli alla cultura. Per la prima volta, dopo anni, siamo quindi costretti a mettere a pagamento il programma di sala dei concerti. Solo così, forse, potremo proseguire nella tradizione di pubblicare un ibreto di sala di qualità. Certi della comprensione. Grazie.
Il malumore cresce. La comprensione, no.
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Argo Who?

Dei film basati su una storia vera sarebbe meglio, per quanto sia difficile, non saperne la trama. Perlomeno, non tutta. Bè, se riuscite non scoprite la trama di ‘Argo’. Se sapete già di cosa si tratta, pazienza.
E’ ambientato nel settantanove ed è girato anche come un film anni settanta. Rigoroso, lineare e tutto di recitazione, con una sottile tensione che viene esplicitata in un finale tanto ben costruito quanto troppo costruito, ma non è una critica, anzi, io pur sapendo come finisce avevo le dita conficcate nella poltrona.
La ricostruzione storica è accurata ed eccellente negli arredamenti e nei look. Dal punto di visto della correttezza politico-storica (crisi degli ostaggi Iran-USA, ok?) probabilmente ci sarebbe molto da dire. Però nell’anno dell’azione io mi occupavo della costruzione di piste per macchinine e del collezionare biglie di ciclisti, quindi non saprei, né mi interessa troppo retroattivamente. Qua dice, sintetizzo, che il film è una campagna orchestrata da parte di ricchi autori di sinistra hollywoodiana, liberal conservatori che supportano Obama. Ci sta, ma io ci sto dentro con l’essere un liberal conservatore che supporta Obama, quindi pazienza.
Ci sono dialoghi asciutti ed arguti ed è girato intorno a una perfomance globale di un cast enorme e sontuoso dove spiccano i duetti, che fanno da contraltare alla serietà della situazione, del duo tanto strambo quanto godibile Goodman-Arkin.
Il tutto è gestito dall’attore regista Ben Affleck che dopo quella bomba di ‘The Town’ attraversa il film con mano sicura dietro la cinepresa marcata RCA d’epoca e davanti alla stessa indossando una maschera costante a metà strada fra il dolore e l’apparente apatia, oltre a portare una gran barba quasi khomeinista.
Poi, domani, parliamo di quanto la lefty-Hollywood possa specchiarsi in un film simile, magari alla serata degli Oscar, o di come le manifestazioni mediorientali di odio verso l’occidente siano sempre così urlate, nel frattempo ribadisco. Film solido, interessante quanto divertente e pure stimolante per aprire google e cercare ulteriori informazioni sulla storia, per esempio partendo dall’articolo che ha ispirato il film, oppure arrivando a questo link  per approfondire la vicenda.
Insomma, bellone.

Ps.: la risposta al titolo del post, in lingua originale, e grazie alla ricerca del mio pard di visione, è la gag del film, nonchè l’origine del titolo dello stesso, ma è tutto spiegato nei link proposti..

aspetta che mi sistemo il polsino della camicia

Cinquant’anni di martini, bellezze assortite, smoking, pistole, salvataggi all’ultimo secondo, cattivoni con look un po’ eccessivi,  e poi ancora e ancora. Per cinquant’anni. Cosa c’è di nuovo da dire? E’ una saga vecchia? Indubbiamente. Allora la mossa giusta è esplicitarlo. Mettere in discussione il processo per rigenerarlo dall’interno. Il mio nome è Bond e sono un tipo ‘old school’ però son bravo a reinventarmi e in pensione non ci voglio andare (un po’ come la dirigenza del Pd).
Grazie a un regista capace e a una scrittura brillante che trova al protagonista motivazioni personali e uno spunto psicologico in più, ne esce un prodotto solidissimo e che ritrova fascino, nonostante le rughe. Ci sono un paio di omaggi al passato sistemati con sapienza qua e là e un cast di, ancora, vecchie volpi, che sanno com’è il gioco e giocano bene. Durante l’abituale e avventuroso giro del mondo con location esotiche, ci sono scene d’azione ottime e abbondanti (dal classico e adrenalinico inseguimento fra la gente in mezzo all’ormai immancabile mercatino mediorentale, al finale che ho trovato molto bello) poche bellezze, curve al punto giusto e solo un martini che troppo alcool fa male alle prestazioni.
L’eroe sta con la mascella fissa sotto lo sguardo blu, le gambe belle larghe, pronto all’azione, il petto pompato e si sistema il polsino della camicia per bene.
E adesso? Adesso aspettiamo, con curiosità, come risorgerà ancora dalle sue ceneri. La vecchia scuola, sa sempre cosa fare.
Probabilmente non indimenticabile, ma assolutamente da vedere, il miglior Bond da un bel pezzo in qua che apprezzeranno anche i non appassionati della saga. E all’uscita si canticchia il celebre motivetto, assicurato.
(sigla, di musica bondiana)