Un voto, un perché

3fotoCon questo post provo a spiegare perché voterò per la lista ‘Contini sindaco’ alle elezioni amministrative di domenica 5 giugno.
Lo conosco da quando ho sei anni. E’, penso lui sarà d’accordo, uno dei miei migliori amici. Spesso siamo in disaccordo su tante cose, dal calcio, alla politica ad altro, ma non importa, anche se lui, pensa te, non beve la birra. So che se dovessi avere grossi problemi, sarebbe il primo, massimo il secondo a cui chiedere un parere, una mano, un consiglio, un aiuto.

Quando mi ha parlato mesi fa per la prima volta della sua idea di candidarsi, subito mi sono stupito, ma poi, ascoltando le sue ragioni, gli ho detto ‘Sai dove ti infili, vero? Ma vedo che lo vuoi fare, quindi fallo’.
Perché conoscendolo, appunto, gliel’ho letto negli occhi che aveva dubbi, ma nel profondo era già convinto di buttarsi in un’avventura sconosciuta.
Non è vero che bisogna avere esperienza politica per entrare in politica, altrimenti non ci sarebbe ricambio, altrimenti una cosa come il M5S non esisterebbe. E’ vero che ci sono persone così false che dividono i buoni dai cattivi soltanto perché hanno una idea politica diversa dalla loro. O la cambiano. Gente che dopo che la mia faccia è apparsa su un manifesto elettorale per la campagna di Alberto, fatica a salutarmi. Gente ridicola e risibile.
Perché sarà la prima volta che voto un partito che non aleggia nel campo del centro sinistra. Nonostante le mie convinzioni politiche e sociali non siano cambiate, penso che sia giusto provare a cambiare.
Non ho niente di particolare contro le altre liste, conosco qualche candidato, saluto Giorgio e se capita faccio due chiacchiere con lui sul basket e non penso affatto ci siano persone disoneste nelle altre liste (scusate grillini, di voi ne conosco giusto un paio ma il ragionamento non cambia).
Quello che mi piacerebbe vedere per il paese dove abito è un cambiamento e mi sembra giusto, conoscendo benissimo la persona, dare il mio voto e la mia chance a lui. Non solo perché lo ritengo una persona in gamba, sveglia, tenace, preparata dal punto di vista economico che una laurea e vent’anni di esperienza manageriale credo possano aiutare nella gestione finanziaria del paese, anche se, a differenza di gente che sostiene questo, il Comune non è un’azienda per motivi ovvi che vi risparmio.

Lo voto perché mi sembra che abbia una visione nuova per il paese che, secondo me, ha bisogno di una scossa. Certo, non sarà facile per tanti motivi. La gente digerisce a fatica i cambiamenti, i soldi delle casse comunali sono un problema e il resto mettetelo voi.
Ci tenevo a scriverlo, avere un blog serve anche a questo. A proposito Alberto, porto male eh. Di solito chi voto io non vince. E’ proprio storia, si può cercare qua sopra. Però pazienza.
Questo è il mio voto, spero mi seguano in tanti. Poi, il 6 giugno avremo comunque un nuovo sindaco e una nuova opposizione. Farò comunque il tifo per tutti, perché siamo tutti sotto la Rocchetta, sperando che questo paese possa migliorare.

P.s.: ho un sassolino in una scarpa, lo appoggio qua: la gente che ha una tastiera non è che diventi credibile solo perché la sa usare, spesso male.

Super Bowl (ahimè, in differita)

50Sono quattro anni che, mentre guardo il Super Bowl, per tenermi sveglio, per ridere, ne scrivo una cronaca personalissima, priva di ogni professionalità e capacità di analisi tecnica. Quest’anno, per non arrivare tardi al lavoro, non ho guardato il Super Bowl. Sarò diventato un po’ OLD, oppure mancava il classico posto dove guardarlo, mancavano i classici amici con cui condividere cibo matto american style, birre per rischiare lo svenimento alcoolico e russate in sottofondo (ciao, amici del SB) oppure perché la sveglia è tirannissima.
Oggi, tre persone mi hanno chiesto dov’era il post. Sono quei momenti di gioia, in formato lillipuziano, che ogni tanto, uno che ha un piccolo blog, ha. Pochi, ma buoni, per voi a posteriori, anche se non ha molto senso, ma per me sarà divertente, dopo 24hr circa, il post sul Super Bowl (visto in differita, ora che sono le 2045 del giorno dopo, via, play).
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Fausto

 

fotoArrivò sulla sua Ford station wagon blu scura. Duecentomila chilometri ‘ma tenuta come se fosse uscita ieri d’in concessionaria, eh‘.
Parcheggiò nel solito punto, di fianco agli ombrelloni che d’estate offrivano refrigerio di tela a chi si fermava per il classico panino e via.
Il frigo con le bibite lo nascondeva dalla donna dietro al bancone.
Sotto a uno degli ombrelloni, un tizio fumava una sigaretta, leggendo un giornale sportivo che nel titolo ironizzava sulla disfatta brasiliana ai mondiali. Fausto si ricordò della sera prima nella solitudine della sua casa, davanti alla tv, quando fu contento di addormentarsi dopo il quarto gol tedesco, sicuro, per una volta, che il risultato non sarebbe cambiato.
Estrasse dal portaoggetti una lametta usa e getta di colore azzurro spento e si passò il rasoio sulla pelle rugosa. Si accorse che il tizio lo stava guardano. Lo sfidò con lo sguardo, i suoi occhi chiari a dire ‘Cosa c’è? Non posso sistemarmi la rasatura?’. Il tipo tornò ad interessarsi delle ultime povere notizie sul calcio mercato per poi spegnere la sigaretta e sparire nel parcheggio, fra camion con targhe straniere già fermi per la notte. Fausto si controllò il mento passandoci una mano sopra. Un ultimo colpetto di rasoio sotto un labbro e poi ripose lo strumento nel portaoggetti. Si specchiò nel retrovisore, dandosi una sistemata al ciuffo di capelli bianchissimi, sistemò gli occhiali e uscì nell’umido della sera.
Quattro passi ed entrò in bar.
La donna dietro al bancone lo vide entrare dando una rapida ed esperta occhiata allo specchio sistemato fra la macchina del caffé e lo scaffale dei superalcolici. Impiegò più del dovuto per sbarazzarsi dei fondi di caffé  e si girò con uno scatto della testa.
‘Vé Fausto’
‘Ciao’
‘Come stai? Cosa fai qua quest’ora?’
‘Eh, devo andare a prendere la piccola danzatrice che la mamma è in ritardo al lavoro’
‘Ma che bravo che sei’.
Si guardarono, loro due, soli, nel locale.
‘Cosa ti posso dare?’
Lui esitò per poi ordinare un Campari con poco vino.
‘Non ti fa mica male vé un goccio’ disse lei mentre abbondava nell’aggiungere vino bianco fermo al rosso analcolico. Fausto prese il bicchiere bevve un sorso e disse ‘Tu? Il tuo ginocch…’
La voce rimbombante di un camionista enorme con addosso una canottiera sudata e penzolante riempì il piccolo bar come un vento caldo, interrompendo Fausto. ‘Signoraaaaa, mi dai una coca ghiacciata che sto moreeendo di sete’.
La donna rivolse un sorriso a Fausto e rispose all’omone, alzando il tono della voce. ‘Bé ma cosa urli, son mica sorda vè’.
Fausto squadrò l’uomo che si curvava sopra la pancia prominente per scegliersi un panino con frittata dai fondi di giornata rimasti dietro la vetrina del cibo. L’uomo chiese di scaldare il pane e iniziò a raccontare alla donna la sua giornata. Fausto aveva sempre saputo stare al suo posto, portò il suo bicchiere al banco dei giornali e lesse qualche notizia locale bevendo il suo aperitivo.
Gli arrivò un messaggio sul cellulare. Scorse il visore lentamente e poi finì il suo drink. Tornò al bancone dandosi il cambio con l’omone che stava parcheggiando la sua mole su uno sgabello già biascicando vorace il panino.
Alla smorfia di disgusto sul viso di Fausto, rispose un sorriso della donna.
‘Vai di già?’
‘Sì, vado’
‘E com’è la ballerina? Brava?’
‘Non me ne intendo molto, mi sembra si impegni, quello sì’
‘Dai che i nipoti sono l’unica gioia che ci resta’.
Fausto guardò sopra allo specchio. La foto ritraeva il marito della donna coi tre nipoti, pochi giorni prima dell’infarto finale. Il suo amico, con cui avevano passato troppi venerdì sera a fare tardi in quel bar a bere e giocare a carte. Fausto a casa aveva una foto simile. Ritraeva la moglie con la piccola ballerina, un paio d’anni prima della malattia fulminante. Specchi.
‘Cosa ti devo, che scappo?’
‘Due euro, dai’
Lei si chinò appena sulla cassa per cambiare una banconota e lui riuscì a vedere un fiocchetto bianco, nello spiraglio fra i due bottoncini della camicia senza maniche che stringeva il seno prosperoso per cui aveva perduto la testa tanti anni prima, quando tutti le facevano il filo.
‘Anche passare a trovarti è una gioia’ le disse di corsa.
Lei ebbe un lampo negli occhi che scacciò con un gesto della mano, come una mosca fastidiosa.
‘Ma va là, Fausto!’ disse, controllando l’unico altro cliente nel bar.
Il camionista nemmeno li ascoltava mentre sbriciolava pezzi di pane su un giornale spiegazzato.
‘Torna a trovarmi, dai’.
Fausto riguardò la foto, sorrise.
‘Certo, a presto, buonaserata’.
Salì sulla Ford, sentì in anticipo i morsi della sua poltrona che lo attendevano a casa, pensò al sorriso della nipote, sicuramente troppo sudata in quel tutù bianco troppo stretto, pensò che prima o poi avrebbe trovato il coraggio, che una sera non avrebbe guardato quella foto.
Ci sarebbe stata la festa del paese qualche settimana dopo. Allora sì che avrebbe avuto l’ardire, sì. Fausto avviò la macchina. Buttò uno sguardo alla vetrata esterna del bar, vide la donna parlare col camionista. Per un attimo Fausto pensò che lei lo stesse guardando. Sì, avrebbe trovato il coraggio. Ingranò la marcia, la Ford fece uno scattò e partì.

 

Copa da Cerveja

Ho un rapporto conflittuale con la nazionale di calcio. Per motivi che non sono solo calcistici.
Perché il codice etico ahahah; perché i giocatori della Juve mi stan sempre antipatici, anche con la maglia azzurra; perché la gente che si ricorda dei mondiali e poi sputa sul calcio il resto degli anni, anche no; perché il nazionalismo aperto solo per il football mi sembra uno spreco e altri motivi più o meno importanti.
Però, come ricordava ieri un mio amico, quando poi son davanti alla partita, scatta quel black out della logica da cui nasce il tifo. Lui si ricorda benissimo della mia esplosione di insulti folli verso la tv e i santi e il resto del mondo, dopo la sconfitta con la Slovacchia nel 2010.
Insomma, a me il calcio piace e quando arrivano i mondiali sono, come dice l’ottimo John Oliver nel video qua sotto, both excited and extremely conflicted about it.

Il mondo va così, un po’ di merda, e mentre noi ce ne stiamo a scrivere post di vario genere sui mondiali c’è gente che manifesta e viene menata. Al riguardo, leggetevi anche questo, magari. E anche un pezzo sulla mafia pallonara, magari bis.

Dopo il momento del moralismo da smartphone, inizio questa rubrichina, che avrà cadenza casuale detta anche ‘nonsisacomeoquando‘.
Il titolo è ‘Copa da Cerveja‘, coppa della birra.
Che non sarà l’orrida Bud, sponsor senza scrupoli (vedi, ancora, perché andrebbe visto molte volte, il video di cui sopra) e senza gusto, bensì saranno le birre del bar.
Non ho Sky, non lo faccio e mi guarderò le partite, mica tutte eh, appunto nel bar che frequento di solito.
Due schermi grandi, un frigo grande, con molte birre import formato 50cl.
Chi volesse aggregarsi e scrivere dei post a tema mondiale+birre, ‘Copa da Cerveja‘, è ovviamente libero di farlo, qui (mandatemi una mail) o dove vi pare.
#copadacerveja hashtag ufficiale della manifestazione, per il LOL.
Regole: una foto della birra che stai bevendo mentre guardi una partita, con magari lo schermo tv sullo sfondo e qualche riga più o meno alcoolica sul match, un giocatore o l’ambiente che ti circonda.
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digital paesello

Il cinema del paesello ha resistito a tutto. Apertura di multisale, crisi economica, diktat della distribuzione, offerte immobiliari, cambi generazionali. Eppure, è sempre al suo posto.
Fuori, la rassicurante scritta al neon, il cartoncino con la scritta rossa su sfondo bianco ‘Questa sera’, attaccato con le puntine sopra alle locandine. Dentro, il velluto che ricopre le pareti della sala e trattiene anni di emozioni cinematografare, di bambini che ridono, ragazze che si commuovono, anziani che passano il tempo, coppie che si tengono per mano, maschi che si esaltano per un paio d’ore.

Il cinema del paesello però non ha resistito alla tecnologia. Digitale. Prendere o lasciare. Fine delle pellicole, delle ‘pizze’, che costano troppo, prendere o lasciare. Per nostra (plurale paesello maiestatis) fortuna il gestore ha detto sì al cambiamento, ok alla rivoluzione digitale.
Il termine rivoluzione non è casuale. ‘X-Men’ è stato il primo film proiettato in digitale nel cinema del paese. Sessantuno anni dopo l’apertura. Il numero me l’ha detto il gestore del cinema, mentre, curioso e grato per la cortesia, ero con lui a vedere la novità.
Alla sala proiezione si accede salendo una stretta scala di cemento che sbuca in una stanza dove al centro ora troneggia il proiettore digitale nuovo di zecca. Una specie di computer da tavolo più grosso, con le ventole che vanno fortissimo e vari led. Sul tavolo, un bloc notes a quadrettoni con gli appunti per lo spegnimento, perché “ho dovuto fare un corso accelerato per imparare come funziona”, perché se accenderlo è un attimo, per spegnerlo occorre raffreddarlo.
Poi, non è che facciamo troppo i sentimentali, che il digitale va bene, i film si vedono ovviamente meglio e il gestore ha anche la comodità di avere un computer di fianco alla cassa, al piano terra. Un gesto del braccio, invio, e voilà, si parte con la proiezione.

Ma mentre diceva sessantuno, quel numero di anni di lavoro in celluloide che è enorme se ci pensi  – e sarebbe ancora più bello sapere il numero dei film proiettati in quella sala, dalle rassegne con cento titoli a poche lire, a ‘Titanic’ che rimase in programmazione un mese e forse più, ai film d’essai con sempre meno pubblico, alle domeniche con la doppia proiezione coi cartoni al pomeriggio e i drammatici alla sera, alla paccottiglia pseudo tv ai Marvel moives –  e, dicevo, mentre sottolineava che “Dopo sessantun anni mi è toccato cambiare tutto qua”, il gestore ha dato uno sguardo, quasi una carezza caritatevole ai due proiettori, parcheggiati ai lati della sala, che sembravano animali da divertimento, ingobbiti sotto il peso degli anni, ma anche un po’ fieri di avere caricato tutti questi rulli, essere stati la colonna portante di un’istituzione.
E mentre diceva quel numero, qualche frammento di tutti quegli anni gli dev’essere passato davanti, la memoria un proiettore in costante aggiornamento e per un attimo avrei voluto abbracciarlo forte e dirgli ‘Grazie’. Grazie, gliel’ho poi detto lo stesso.
Bella Cocco, daje sempre.

 

xIl nuovo ‘X-Men‘, è figo e lo dico senza essere fan dei mutanti. Il giochino dei salti temporali alla base della trama è sempre rischioso, qua viene usato in maniera piuttosto brillante, per prendere il meglio, diciamo pure la figaggine, della saga dei mutanti.
Ci sono tutti i vostri preferiti, una epicità gagliarda e non ci si annoia mai. Già annunciato il prossimo per il 2016, ma visto che questo capitolo mi è sembrato piuttosto… ‘completo‘ diciamo, voglio proprio vedere cosa tirano fuori. La piccola scena in preview post titoli di coda non dice molto, ma insomma, aspettiamo e  vedremo.

 
Imperdibile, anche se non vi piace Tom Cruise, è ‘Edge of tomorrow‘.  La trama comeldr ho letto in giro, mescola ‘Groundhog day’ e ‘Indipendence day’, giorni e battaglie che si ripetono, combattendo l’invasore alieno. Fantascienza da blockbuster, un ritmo impressionante, belle battute, azione d.o.c., alieni con spire e Emily Blunt che ogni volta appare sullo schermo il mio cuoricino sussulta perché poi ho le mie debolezze. Alla fine della proiezione ero entusiasta come veramente poche altre volte negli ultimi anni, è passato qualche giorno e ne scrivo solo ora. Adesso che ci penso lo voglio rivedere.

East Paesello Rutherford, Super Bowl night

BfZQ2-xIAAASoGqIl pronostico sulla partita è fatto. Vince la difesa migliore contro l’attacco migliore. I ragazzi sono presenti. Siamo in tre, quelli più affezionati al gioco, quelli che sono anni che si trovano per il rito. Uno è reduce da una giornata coi figli. Pronostica Broncos. Alla presentazione delle squadre si gasa e cambia idea. L’altro, reduce da una giornata sul divano. Tifoso dei 49ers, ovviamente va con Denver. Io, reduce dalla piccionaia del palazzetto, metto la maglietta da ‘12th man‘ ma se vince Denver, pazienza. Ah, c’è anche un quarto ragazzo, ma dichiara che guarderà due azioni che la sveglia del mattino è implacabile. Nel nostro paesello il Super Bowl si gioca nello stesso posto tutti gli anni, a casa del tifoso 49ers. Abbiamo il camino acceso, la tv mega sintonizzata su Fox Hd, game pass acceso per non perdere un commercial, stiam bevendo un ottimo caffè, abbiamo un sacco di patatine, biscotti, troppa birra, pure del vino. Qui sul blog e non su twitter per non avere il limite dei 140 caratteri (e per tenermi su una sedia scomoda) scriverò un pochetto quello che accade al MetLife Stadium, East Rutherford. Sono le 00:10 Queen Latifah col Moncler canta ‘America the beautiful‘ insieme a un coro di vocine bianche del NJ. Continue reading “East Paesello Rutherford, Super Bowl night”

la decadenza sui ricordi

Chissà quante macchine passano davanti a quell’edificio, soprattutto al mattino presto, per portare i figli a scuola o correndo ad occupare sedie reclinabili.
Chissà in quante di quelle macchine che percorrono quella strada è seduta una persona che è stata dentro l’edificio, che ora giace esanime sul lato della via.
Chissà a quante di quelle persone scappa l’occhio, scatta un pensiero, esplode un ricordo.
In una giornata grigia, l’edificio grigio, lasciato alla deriva, come un’isola del passato, si confonde con l’ambiente. Un camaleonte di cemento, si mimetizza per non farsi trovare, qualche edera che si inerpica sui muri, qualche ciuffo d’erba che ha invaso i marciapiedi. Un vecchio signore decaduto, che non vuole farsi riconoscere, si nasconde. Di notte gli vien facile, se ci passi davanti trovi un muro nero, nessuna luce a illuminare un relitto.
Il nome sbiadito sull’insegna, l’ultimo tentativo di risollevarne le sorti, un guizzo fuori tempo massimo, mentre la grandeur delle discoteche grosse scompariva, le nuove generazioni impegnate in altri divertimenti, il divertimento dislocato presso altri luoghi.
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Quando il passare lungo quella via nelle serate di venerdì e sabato per un pubblico ‘maturo’ e alla domenica pomeriggio ‘per i più giovani’ era una unica lunga fila per parcheggiare, un buttare l’occhio sulla minigonna, un saluto volante da un finestrino, un casco da ancorare alla ruota del motorino con una catena robusta, il locale era un monolite brillante, invitante, le luci fuori e le vetrate che riflettevano allegria.
Dentro, le calze velate, le gonne a palloncino, le spalline esagerate, i giubbotti di montone, i gilet (cazzo, i gilet!), il gel nei capelli, i capelli lunghi, i paninari che erano ancora là, ma se ne stavano andando, le frange sapientemente arrotondate con il phon, gli ombretti perlescenti, la lacca nella borsetta, montagne di fard, la marlboro sempre in tasca, la permanente bisex, le giacche scelte con cura, le scarpe da grandi.
Lampadari esagerati e sfavillanti, velluti imponenti ma che davano un tono. Le scale un punto di osservazione, la mischia al bar una zona di perdizione.
La grammatica discotecara era già formata. Si faceva socialità e il passaggio di una telecamera era un evento, gli sguardi che la sfioravano, facevano finta di schermirsi, seppur ammiccando a chi avrebbe detto ‘sei al notiziario locale’.
La fila fuori non per mostrare che dentro c’è già confusione ma perché i riti delle tribù erano simili, quasi sincronizzati, tutti ci si trovava alla mezza, nell’atrio. Bagarinaggio di biglietti omaggio, richiesta di tagliandini ‘free drink’, piccole contrattazioni concluse con strizzate d’occhio o di spalle. I soprabiti da parcheggiare e poi dentro a buttare lo sguardo per vedere se la geografia era cambiata, ma non cambiava mai.
Vigevano regole ferree di proprietà territoriale. Qualche faccia nuova, sì, ma si poteva fare affidamento sulla presenza degli autoctoni nel bar a destra o nel privée di sopra, mentre a quelli che arrivavano da fuori provincia era riservato il bar dietro la consolle del dj, dove ammassavamo bicchieri di prosecco come piccole luci che brillavano del nostro stordimento serale.
La pista era una zona franca dove ci si esaltava ballando house music con battiti rassicuranti e tutti uguali, alternati a raffiche di successi pop con canzoni che avevano le stesse parole di amore o di voglia di amore che molti pensavano, ambivano, provavano. Nella danza si spiavano le mosse invitanti o ingenue delle ragazze, incrociando sguardi di rivali che non sapevano ballare ma occupavano il territorio. Se eri fortunato finivi su un divanetto, drink e abbracci.
Erano poche ore che a volte sembravano intense, a volte erano il ripetersi di riti necessari. Al termine, si andava, un bilancio presto fatto accompagnava l’ultima sigaretta nel parcheggio.

Chissà se l’hanno spolpato il locale. Se avvoltoi del ricordo si sono buttati dentro e hanno preso un pezzo di tappezzeria, un brandello delle pacchiane colonne da basso impero che circondavano il bar a piano terra. Se imprenditori speranzosi lo hanno smembrato per riconvertirlo in progetti abitativi, se l’impianto luci è stato tolto o se è rimasto lì dov’era, occhi stanchi a ricoprirsi della ruggine degli anni e della polvere dei ricordi.
Magari, dentro c’è un drago enorme, che dorme in attesa, come nello ‘Hobbit’.
Non aspetta niente, se ne sta lì fermo, a proteggere frammenti della nostra gioventù. Spicchi di mirror ball caduti a terra, stanchi di attendere che un dito sposti il selettore su ‘On’, pezzetti di vetro come paillettes ancora luccicanti, ognuno capace di portare alla memoria un’immagine che racconta una storia più grande, fotogrammi che se messi insieme, oplà, sarebbe come tornare vent’anni indietro, quando il sabato sera era il centro del mondo e la solita serata in discoteca il fulcro di una settimana.
Fin quando un cavaliere arriverà brandendo una spada lucente e li libererà per portarli da un’altra parte meno grigia, dove quei luccichii, matrice di come eravamo e di come siamo adesso, riprenderanno a brillare.