Agosto, Playlist

 

Sul divano
(che ad agosto si sta bene nell’ozio puro)

The Get Down
Sounds like the joint..‘ e quasi lo è.
Il pilot è una specie di lungo sogno ad occhi aperti con Baz Luhrmann che ritrova il suo stile barocco nella ricostruzione perfetta degli anno ’70 a NYC.

Pettinature afro, un fiume soul funky dance, un pizzico di romance, rime in rap, due pezzi killer, la musica come salvezza, un finale che mi son trovato ad agitare le braccia sul divano in preda al gasamento. Storia di formazione non solo musicale, classica ma che regge, in rime di stile e poesia urbana, la compila coi pezzi migliori su spotify in heavy rotation fissa e #teamballetti. Poi vorrei organizzare una serata con solo musica disco dance però un Shaolin Fantstic Dj sarà difficile da trovare, ma è bello sognare.

The Night Of
Un poliziesco targato HBO. Solo questa frase mi fa vibrare le vibrisse come un gatto davanti alla pappa preferita. ‘The Wire’ fortunatamente ha lasciato segni profondi. E qua, siamo circa in quel territorio, senza le parole ‘capolavoro’ e ‘assoluto’.
La discesa all’inferno del protagonista, le magagne della giustizia e del sistema carcerario e due trovate narrative eccellenti, d’altra parte nella sigla si legge ‘Richard Price’ (vedi sez.comodino), una garanzia.
Molto, molto, molto bene.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

Bon Iver (tre canzoni nuove, l’ultima la trovi sotto)
Il capo del mondo del falsetto romance è tornato, evviva il capo.

Tom Mitsch – Watch Me Dance
se prendi i secondi di questa canzone e li stiri, allungando le note, in modo che possa durare ore anziché pochi minuti, diventerebbe la canzone perfetta per il ritorno dalle ferie. Prima malinconica, poi via in crescendo e ‘snap! snap!’ schioccare le dita sul ritmo.datemene molte.

Neil Cowley Trio – The City and The Stars
Cosa vuoi dirgli a Neil? Che fa sempre la stessa roba? Pazienza. Qua c’è tiro e classe come il solito, nell’album prossimo ci saranno note di amarezza e gioia, il solito. Ah, qualche promoter me lo porti in Italia perdendo denaro, dai, grazie.

Herizen Guardiola – Set Me Free
Ho trovato solo questa mini versione ma su iTunes l’ho presa subito per fare improbabili mosse di danza per questa canzone che è, SPOILER, il perno della serie di cui ho parlato sopra, quella col Bronx dentro.
American Football  – I’ve been so lost for so long
(a posto)

 

Sul comodino

 

Richard Price – Balene bianche
La letteratura di genere ha limiti evidenti che gli autori bravi superano agilmente. Richard Price è uno dei migliori (per quanto ne so). Questo romanzo è un poliziesco ma racconta di famiglie e di passati da chiudere ed è un grandissimo romanzo anche per chi non legge questo genere, tipo me.
Un grande libro, da scuola di scrittura, credo.

Elizabeth Strout – Mi chiamo Lucy Barton
Frasi cesellate che colpiscono a fondo, come proiettili ci piccolo calibro ma che esplodono colpendo nel segno. Ecco, una similitudine orrenda come la mia non c’è in questo romanzo ma ci sono parole giuste e un rapporto fra madre e figlia e tante piccole annotazioni sul vivere. Bellissimo e da rileggere

I pesci non hanno gambe – Jon Kalman Stefansson
Mi piacciono le coincidenze. Se l’Islanda non fosse arrivata in semifinale agli europei di calcio non avrei letto un pezzo bellissimo (purtroppo non lo trovo più, si stava meglio quando usavo Tumblr) e non avrei scoperto due cose. Che l’Islanda è un paese di scrittori e che questo scrittore in particolare è già diventato uno dei miei pref.
La storia salterella fra passato e presente, fra le generazioni e le crisi di una famiglia ed è come leggere poesia in romanzo. Si dice lirismo, mi suggeriscono. Non per tutti, perché il lirismo è in ogni pagina e quindi potrebbe risultare pesante, ma per me è un sì grande come il cielo.
(qui, un link per saperne un po’ di più)

il secondo del tuffatore

 

dwnAlla fine lo aveva accontentato. Erano giorni che spingeva. Diceva: “Andiamo via qualche giorno, ci farà bene”. Ripeteva: “Perché restiamo a casa, è tutto chiuso”.
Non aveva torto.
A parte la fila al mattino in uno dei pochi bar che resistevano all’esodo agostano, per il resto la gente era come se fuggisse dai raggi del sole, come fossero proiettili laser da evitare, apparendo per rapidi blitz al supermercato vicino casa per poi sparire a ripararsi dall’afa. Perfino i cani che animavano il parco erano spariti. Li immaginavo sdraiati sulle piastrelle in corridoi casalinghi piuttosto che abbandonati.
I pochi che lavoravano si rifugiavano nell’aria condizionata dei loro uffici.
Perfino la gelateria aveva esposto un cartello, scritto a mano, evidentemente frutto di una scelta dell’ultimo minuto: ‘Si riapre il 19 agosto‘. La gelateria che chiudeva in estate era lo specchio perfetto di un paese che non cambiava mai, che esigeva le vacanze forzate con corollario di file, foto da esibire con il mare all’orizzonte e racconti tutti simili da snocciolare dopo lo stress da rientro.
Mi ero inventata ogni scusa per evitare una vacanza. Avevo portato documenti del lavoro a casa, chiesto comprensione perché ero stanca e “Per quest’anno potremmo risparmiare e inventarci un viaggio a settembre”. Lui era stato paziente, accontentandomi.
I primi giorni, le olimpiadi erano state un buon refrigerio.
La stanza con lo schermo gigante e l’aria condizionata, gli sport di cui non capivo niente, la facilissima retorica olimpica, qualche storia interessante di atleti che brillavano per un paio di settimane per poi scomparire.
Lui spariva per lunghe sessioni di bicicletta o di corsa come in cerca di una medaglia d’oro privata. A volte andava pure a nuotare. “Saremo a casa noi due, perfino la piscina chiude”. Non ci credevo, era impossibile. Mi fece vedere la foto del cartello affisso all’ingresso.
Tornava dalle sue sessioni sportive con un film noleggiato per colmare i buchi delle nostre assenze al cinema, leggeva un giornale dalla prima all’ultima riga, appoggiando commenti sul calcio mercato che lasciavo cadere nel nostro vuoto poi si addormentava pochi minuti dopo il secondo tempo.

Quella sera che concessi una seconda, o forse era l’ennesima, possibilità alla nostra relazione, a cinque ore di fuso orario le tuffatrici si libravano in alto, si avvitavano e pluff! finivano in acqua. Mangiavamo silenziosi, insalata poco condita, una bistecca da dividere un terzo io e due terzi lui, un comodo divano che ospitava poche parole, mentre le ferie passavano stanche, nella placida sicurezza di una relazione che non aveva picchi, ma nemmeno collassi.
Pensai a quel secondo in cui il tuffatore si librava in aria.
Quanto pesava un tuffatore in aria? Apparentemente pochissimo, come se i chili li lasciasse in quell’istante in cui si spingeva in aria, per poi contorcersi, piegarsi, toccarsi, avvitandosi, rapidissimo ed elegante, prima di riprendere il peso perduto e infilarsi dritto come un piombo nell’acqua che diventava un buco accogliente.
In quel secondo di gesti ripetuti mille volte in allenamenti (ma dove si allenava questa gente?) il tuffatore si giocava l’opportunità, a volte la carriera, eppure sembrava così libero mentre si lanciava nel suo secondo di possibile gloria.
Mentre sparecchiavo glielo dissi. “Prenota, facciamo ferragosto via…”.
Lui mi saltò addosso per abbracciarmi. Quella notte facemmo un sesso sudato e ritmico, senza grazia in lenzuola stropicciate.

Andammo. In macchina lui era un continuo commento sullo stile di guida degli altri, insopportabile come un tormentone estivo che la radio proponeva troppe volte. Eppure, a volte aveva ancora una battuta vincente, uno scatto dove trovavo conforto, uno spazio dove andavo alla caccia del nostro oro, ormai irraggiungibile.
Per tre giorni ci provai, mettendo i pensieri sotto la sabbia, lui contentissimo di avere trovato un bell’appartamento. Fortunatamente, qualcuno aveva disdetto all’ultimo minuto. Eppure la consapevolezza era come un serpente strisciante, si annidava negli spazi, pericoloso.
Al mattino lui restava a letto, mentre andavo a vedere l’alba in spiaggia, godendomi la solitudine, soppesandola, per poi fare colazione con un cappuccino al bar. Poi lo trovavo, sbarbato e sorridente pronto a passare ore pigre su uno scomodo lettino.
E poi l’ultima sera.
Aperitivo nella viuzza principale spalmata sul lungomare. Un tramonto commovente, il giallo e il rosso si fondevano provando a formare nuovi colori, sembrava finto tanto era perfetto. Era quello che volevo, colori nuovi. Lui mi scattò una foto, mentre guardavo quello spettacolo.
“Guarda come sei venuta bene”. Gli sorrisi, era vero.
Poi, mi guardai dal di fuori, come un passante annoiato che si immagina la vita delle persone che sfiora durante una passeggiata.
Me lo aveva suggerito un’amica saggia, tempo prima.
“Prova a guardati dal di fuori, pensa se ti vedesse un’altra persona che non sei tu…cosa vedrebbe?”
Vidi stanchezza, che poteva passare, vidi malinconia, che non era caratteriale, oppure sì, forse mi donava pure. Non riuscivo a vedere altro. Non ero mai stata brava in quell’esercizio. Uscire da sé stessi, come fare?
Pensai, mi tuffo. Ma avevo paura di stare per aria in quel secondo, di colare a picco, di non fare il movimento giusto.
Pochi minuti prima, mentre aspettavo che finisse la doccia, avevo visto le immagini di quel tuffatore che nel suo secondo si era perso. Aveva sbagliato il tuffo, atterrando in acqua di pancia, non avevo capito come aveva fatto a fallire, come un novellino che si cimenta in un impresa più grande della sua. Eppure era il campione in carica. Se aveva sbagliato lui, avrei sbagliato anche io.

Guardai il mio compagno che rimirava le sue foto sul cellulare. Ce l’avrebbe fatta, era una persona che riusciva a sostituire i pezzi, una persona rapida e decisa nell’esecuzione, forse sarebbe stato contento di liberarsi di quel peso che non riuscivo a lasciare. Mi avrebbe sostituita, come un pezzo di un motore usurato.
Mi venne in mente una frase del romanzo che stavo leggendo, la trama era insipida ma quella frase l’avevo trascritta.

“Ci si nasconde. In angoli di strade ricoperte di ombra che protegge. In passi traballanti, in conversazioni frenetiche, in sorrisi che sono freschezza. In pezzetti di vite degli altri. In status sul web dove rivendicare il proprio pensiero, anche quando è vago, contorto, parziale, come tutti noi. In brandelli di canzoni. In una foto di un posto dove vorremmo essere ma che non ci appartiene. Ci si nasconde, per respirare”.

Mi immersi nel tramonto, in quel fondale che sembrava messo lì apposta, il premio alla fine di una lunga giornata, il panorama perfetto per un finale difficile.
Presi la rincorsa, un respiro, un saltello immaginario, il rimbalzo sul trampolino e via, aprì la bocca per parlargli, mi lanciai nel mio secondo.
Come un tuffatore, sperando di non entrare male nell’acqua, di non spanciare.

 

Luglio, playlist

 

Al cinema

 

Star Trek-Beyond
Dopo più di un mese, grazie alla super offerta cinematografica estiva, si torna a vedere un film in sala per il terzo episodio del reboot con Kirk e Spock. Il migliore dei tre, con almeno due scene wow e vario divertimento. Come sempre, quando smetteranno di doppiare i film, sarò troppo vecchio.

Sul divano

 

Stranger Things
In un buco spazio temporale si infila questa serie di otto puntate che catapulta noi nati nei settanta in un mondo fatto a nostra immagine e somiglianza che mescola i teenager movies coi nerd e i bulli e le storie di mostri, l’amicizia e le paure. Funziona benissimo, puro godimento con personaggi da amare subito e una ragazzina da premio Emmy.
Da vedere, anche se ormai l’han visto tutti, bene così.

Orange is the new black
La stagione più politicizzata della serie e anche quella meno comedy e più drama. Sempre un piacere intelligente.

Marcella
per rinfrescarmi gli occhi dai trentacinque gradi fuori, ho visto questa serie (sempre su Netflix, che questo mese si è guadagnata l’abbonamento) con un bel puzzle di personaggi che ruotano intorno alla caccia al classico killer. Ottima lei, bene il resto, in una Londra classicamente uggiosa e dove secondo me si entra nelle case con una semplicità disarmante.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

Maxwell – BlackSUMMERS’night
l’ottimo ritorno di un grande R&B singer. Non saprei sceglierne una da questo che è l’album del limonare estivo, lo ascolti finché c’è, qui.

Badbadnotgood – IV
non ho voglia di cercare la recensione ma da qualche parte ho letto che i BBNG sono una band che suona a livello superiore (vero) ma a quel livello sta nella media. Può essere, se sei una band che piazza una canzone assurdamente bella come questa e almeno altre due da applausi, per il resto del disco puoi fare quello che vuoi che io sono a posto.

Bruce Brubaker – Glass Piano
Brubaker è un pianista americano che si cimenta nella riproposizione di un disco famoso per quelli a cui piacciono i dischi di piano solo. ‘Solo piano’, appunto, di Philip Glass.
Glass l’ho visto una volta suonare e sono uscito dal teatro che avevo gli occhi sbarrati a causa dell’intensità della luce musicale che il compositore aveva irradiato. (e adesso che ci penso, avrebbe trovato posto nell’elenco dei 25 momenti live, vedi qua). Comunque il disco è eccelso, perfetto per agosto, per chiudersi in stanza buie aspettando l’inverno mentre fuori il sole spacca le pietre e il silenzio. (contiene: pezzo che concorre al premio ‘best romance piano‘ di sempre)

Marquis Hill – The Way We Play
era un po’ di tempo che non ascoltavo un disco jazz e lo trovavo immediatamente giusto, fresco, da heavy rotation. perfetto per un ascolto diverso sul lettino del mare. (questo pezzo, per dirne uno)

Wilco – If I Ever Was a Child
una delle mie band preferite, seguendo il mood ‘facciamo uscire dischi a sorpresa o a caso’, fa uscire un nuovo singolo e quindi va messo in lista. anche perché mi ricorda il bellissimo concerto di inizio luglio. solita bravura, con spazzole. e luglio è già finito? eh.

 

 

Sul comodino

Esiste una letteratura per le donne e una per gli uomini? Per dirla con l’accetta: Harmony e Hard-boiled al chilo?
Forse ci sono libri che le donne possono apprezzare più degli uomini, nel caso il romanzo di Ester Viola appartiene a questa categoria.
Arguto, borghese e napoletano, il libro segue le vicende amorose della protagonista Olivia (punti plus per il nome, punti minus che non se ne può più di citare quei tre quattro film – e ‘Sex & the City’ – che hanno formato generazioni di 30/40enni romantiche ma con l’ansia del cinismo) .
Mi ha incuriosito, non appassionato abbastanza, si legge che l’autrice ha un account twitter seguitissimo, le pagine sono pieni di frasi da 140 caratteri, ma è una lettura gradevole, non memorabile.
Quote da 140 caratteri, fra i tanti: ‘La disinvoltura più elegante di cui sarai capace nella vita la sprecherai con gli indesiderabili

Sloane Crosley – ‘Il fermaglio’
E’ possibile leggere due terzi di un libro senza appassionarsi a un personaggio, né alla storia, magari pensare ad altro mentre si legge, eppure andare avanti? Evidentemente sì. A volte ne vale la pena, che certe pagine schiudono magie inaspettate e ormai inattese, a volte no, che certe pagine sono piccole gemme ma nel complesso non riesci ad essere soddisfatto. Scelgo la seconda, perché capita di non entrare in sintonia con la scrittura di un autore, proprio il modo di scrivere, la scelta delle parole o meglio, delle parole tradotte, e così via. La storia è un bell’incastro, mezzo mistero, mezza storia di amicizia. Dati gli ingredienti, provalo, se vuoi. Sotto l’ombrellone sta benissimo, direi.
Per me l’importante questo mese è avere ripreso un certo ritmo di lettura (bastano anche dieci pagine al giorno) che, repetita iuvant, leggere fa bene a tutto, al cuore, alla testa, ai passi. Secondo me.

 

IGgioie

Per il LOL e il giusto dominio dei gatti nell’internet, questo profilo di gatti che dormono dentro a negozi, favoloso: bodegacats.

 

E’ tutto, fate un bell’agosto (l’anno scorso ho scritto questo post con trenta mie “cose belle” IN agosto, qualcuno scriva le sue quest’anno, dai…)

 

 

 

venticinque, live

 

Qualche giorno fa guidando verso casa dopo un concerto infrasettimanale pensavo la solita cosa che penso da qualche mese. Che sono troppo… vecchio, via, per andare ai concerti infrasettimanali, con rientri alle tre ed occhi crepati il mattino seguente quando lo schermo del pc brilla di una luce feroce come il sonno perduto.
Inoltre, sempre qualche giorno fa, ho avuto una conversazione con ragazzi ventenni che si stupivano che io avessi visto certi concerti.
Così, mentre guidavo per tenermi sveglio, ho pensato a una cosa.

Hai presente i concerti? Bene. Secondo me la fruizione dei concerti è cambiata nel tempo. Oggi, l’importante è partecipare, la musica è passata in secondo piano. Si condivide sui social,  le persone dedicano molto tempo a fare video e selfie, parlano un sacco, a volte mi sembra che spesso importi più la presenza, l’evento in sé che la musica.
Essendo però di una generazione dove si andava ai concerti quasi solo per la musica, mi sono chiesto quali sono stati i momenti migliori di tutti i concerti visti, non i più bei concerti, così mentre guidavo, qualche giorno fa per tenermi sveglio, ho iniziato a stilare una lista dei ricordi memorabili, quelli che se ci penso riesco a vedermi esattamente ancora lì, in piedi o seduto, riesco a riprovare un’emozione precisa e in qualche modo speciale, sulla pelle, negli occhi, nelle orecchie.
Ecco quindi una lista di venti… cinque, che die… venti eran troppo pochi, momenti sotto a un palco che non dimenticherò mai.
Pronti?

1 – I Pearl Jam suonano ‘Black’. Candele sul palco, lacrime dure in mezzo alla platea sardinata del Forum.
2 – Bruce a San Siro. Inizia a piovere a secchiate, ci guardiamo in faccia e scattiamo avanti mentre c’è un fuggi fuggi generale, avanziamo di trenta metri in pochi secondi. Bagnati fradici, aspettiamo. Lui esce dopo qualche minuto con uno Stetson enorme e canta ‘Raining on a sunny day’. Epico.
3 – Gli Arcade Fire fanno ’No cars go’ nella piazza coi ciottoli. Sing-a-long maestoso e l’amico che non li conosceva che mi dice ‘Grazie per avermi portato’.
4 – Ancora Ferrara. Gli Arctic Monkeys al loro primo tour, attaccano ‘I bet you look good on the dancefloor’. Volano birre addosso in un pogo pacato ma bagnato.
5 – Sale sul palco Max Roach. Un settantenne in smoking e la sua batteria. Tutto qua, null’altro. Standing ovation per un’ora di incanto di percussioni.
6 – Brad Mehldau suona ‘Exit film’ in piano solo a Perugia. Capisco che ho fatto bene ad avvicinarmi al jazz.
7 – Tutto, ma proprio tutto, il set dei Pavement a Goteborg. Avere sempre avuto ragione sull’indie rock, avere la pelle d’oca perenne per quaranta minuti è sfiancante.
8 – I Portishead al Primavera Sound. Eravamo lontani dal palco ma era come se la voce di Beth avesse costruito una vela sopra di noi e sotto eravamo tutti incantati, innamorati, increduli di tanta bellezza ipnotica.
10 – I Beastie Boys scendono dal palco e attraversano la platea del Forum a cinque metri da noi. Lo svenire dall’adorazione.
11 – La prima mezz’ora del concerto di Wayne Shorter al Valli di Reggio Emilia, una lunghissima suite al centro della musica che ci lasciò in uno stato di ipnosi senza fiato.
12 – Partiamo per vedere Amy Winehouse, a Parma troviamo incidente in autostrada, usciamo, tutto bloccato, rientriamo, aspettiamo. Per recuperare il tempo perduto andiamo a sassata sulla tangenziale meneghina, un sorpasso di troppo e canniamo l’uscita giusta. Torniamo indietro, usciamo, troviamo lavori in corso in città, daichecelafacciamo, parcheggiamo lontanissimo, un sms ci avvisa che sta inziando i bis, corriamo, daicheciguardiamoalmenoibis, arriviamo davanti al locale e si aprono le porte per far uscire il publlico. Le nostre facce… forse sapevamo che purtroppo sarebbe stata l’ultima occasione, beviamo una birra, almeno.
(file under: le sfighe – e i countryboyz –  ai concerti).
13 – I Roots al Vox suonano davanti a quaranta persone. Vedere il futuro della musica nera e non saperlo o saperlo ma non realizzarlo.
14 – Ligabue, visto a ridosso di una transenna al palazzetto a Reggio Emilia, primi anni novanta, quando calzava i Frey ed era ben lontano dall’andare da Fazio. ‘Non è tempo per noi’ era ancora un inno intriso di ‘reggioemilianité’.
15 – Santana a Bologna chiude il set con una versione di ‘Oye como va’ che dura quindici minuti. In una fumana di hashish incredibile, le visioni di un aldilà fatto di magia e percussioni.
16 – Svenire fuori dall’Estragon prima del concerto di Nas, visto da solo su un sgabello bevendo tre coca-cola in fila per riprendermi.
17 – Sotto una cappa di umidità e nebbia, a maggio a Barcellona, ascolto in solitaria gli ‘Okkervil River’, a metà set accade uno di quei momenti perfetti in cui stai come un antico dio, ti senti pieno di potenza e non vorresti essere da nessun’altra parte. Mi volto e vedo il mare. Era il 2008.
18 – Inizia il concerto degli Iron Maiden. Due note ed energumeni capelluti e con t-shirt nere e puzzolenti scattano in massa, spingono lo spingibile. Volo venti metri avanti senza toccare i piedi per terra. Il mio amico che tre secondi prima mi era di fianco si ritrova a metri da me sulla destra. Ci salutiamo, ci vedremo a fine concerto.
19 – Al Way Out West Festival sono stanchissimo dopo una giornata di sole e musica, ciondolo la testa ipnotizzato dalla palla che gira sopra al palco mentre LCD Soundsystem fanno ballare tutti. Il mio spazio improvvisamente viene invaso da un gruppo di svedesi sbronzi marci, è un attimo e dopo è tutto un cantare a squarciagola ‘Were are my friends tonight’. Poi, mi dicono ‘We need a drink’ rispondo grazie e continuo a ballare da solo.
20 – FGTH: il primo concerto non si scorda mai (l’ho raccontato QUA)
21 – Bon Iver a Londra attacca ‘Skinny Love‘. Per poco non svengo dall’emozione.
22 – Jamiroquai al Vox, una calca e una bolgia assurda ma ballavamo tutti come ossessi.
23 – Gang Starr in un locale di Modena. Una specie di concerto segreto. Stare a cinque metri da Dj Premier in adorazione pura.
24 – I Grizzly Bear a Milano, probabilmente la band con più classe mai vista su un palco.
25 – Jeff Tweedy dei Wilco al termine del set a teatro a Ferrara, dice ‘Alzatevi’ manco fosse il messia. Un po’ lo è, Jeff Tweedy, un messia, scattiamo e voilà siamo a tre metri da uno degli uomini più fighi del mondo.

Poi capita ancora, fortunatamente, di andare a qualche concerto infrasettimanale. E stasera, che è lunedì, torno a vedere i Wilco.
E domani, se rifaccio la lista, magari la cambio.
Fatela anche voi, è divertente.

 

Update:
ovviamente me ne sono dimenticato uno, ma com’è stato possibile?:
The National a Ferrara e prodi appassionati decidono di fare una cosa bellissima per festeggiare la band, il concerto, noi stessi che ci gasiamo on-line da settimane. Una busta con disegni e testi per accompagnare quattro canzoni. Uno dei testi, onoratissimo, lo scrivo io, arrivo al castello e mi vien data la busta. Leggere il mio ‘nickname’ e poi sentire quella canzone è stata la cosa più da fan che abbia mai fatto. (grazie, Fabio)

concerto al buio

FullSizeRenderRicordavo con esattezza il momento in cui avevo risposto: ‘Sì. Spero solo non sia troppo claustrofobico’. Emoticon, occhiolino.
Evidentemente l’uomo al mio fianco ricordava anche lui il messaggio in cui avevo accettato l’invito. Non mi guardava, era palesemente nervoso come se l’oscurità che avvolgeva la sala lo avesse catturato. E dire che fino all’ingresso non era stato male.
Un signore: gentile, sorridente, ‘dopo di te‘ e tutte le cose giuste da manuale del corteggiator cortese.
Gli avevo risposto perfino distrattamente, addentando un panino, seduta al sole in uno dei primi pranzi all’aperto di quella primavera stramba, nel piccolo parco dietro l’ufficio. ‘Concerto di una cantautrice americana bravissima, in una piccola chiesa sconsacrata, dovrebbe essere figo! Ti va di andare?‘ Emoticon, occhiolino. Non ci avevo pensato troppo. Emoticon, occhiolino.
Le persone che hanno troppa fiducia in loro stesse non mi erano mai piaciute. Come se dovessero nascondere qualcosa di grosso, lo nascondevano dietro una maschera luccicante ma sottile come un velo di domopack sopra a un pezzo di cibo. Bastava un graffio e l’odore guasto sarebbe uscito. E lui era indubbiamente insicuro. Molti messaggi, un caffè e un invito via whatsapp.
Mi sembrava fosse anche ora di uscire con qualcuno. Intorno a me, si contavano sulle dita di una mano le persone senza occhiali con grossa montatura nera. Pareva un dress code… era un codice, quello sì. Anche io li portavo, certo, non volevo restare indietro. Tondi, perlopiù, figurati.
Conversazione di basso cabotaggio. Lui adesso era tranquillo, anche se non riuscivo bene a vedergli il viso, solo il riflesso delle lenti prodotto dalla la luce che illuminava, quella fortissima, il palco.
Eravamo a sedere, si bisbigliava, come per rispetto a una sacralità esaurita. Si aspettava, era la serata segreta esclusiva, le luci della città, fuori, oscenamente luminose. Dentro c’era essenza di esclusività per un circolo ristretto. Dal nulla, la ragazza sbucò sul palco. Era troppo carina per stare da sola in quel posto. Come se la bellezza fosse una prigione. Accese un sintetizzatore e un fruscio riempì l’aria di attesa.

La musica era quella che definivo, rubando le parole da una rivista: ‘snobelectrosoft‘. Una voce suadente e in falsetto che armonizzava sopra un tappetino a basso voltaggio di beat e sotto, accordi di piano come gocce di pioggia. Dopo due canzoni, rimbalzavo lo sguardo di lui rispondendo, falsa, alla domanda ‘E’ proprio brava, vero?‘.
Avrei voluto che una band di motociclisti urlanti fosse entrata per picchiare quella gente.
Guardali, tutti attenti e concentrati, mostrarsi ricolmi di quell’intellettualoidismo sensibile che sprigionava da ogni angolo.
La cantante avrebbe potuto fare la popstar, forse, se la porta dello showbiz avesse girato nell’altro senso. Con un po’ di marketing giusto, due foto con la dose sana di Photoshop e una band ad aiutarla a tirar fuori il meglio di sé, altro che quella musica che sembrava appesa per aria, velata di malinconia e nobile autorialità esistenziale, mascherata da moda da webzine e lei avrebbe calcato palcoscenici più importanti di questo.
Il mio accompagnatore era avvinto dalla voce, batteva una mano sulla coscia, avrebbe voluto prendere la mia, ‘non ci provare, ti prego‘. 
Non ci provò. Peccato, forse. No, meglio così. Se le mie porte della vita avessero girato diversamente adesso sarei in una casa, in tuta e struccata ad annoiarmi o a pormi altre domande guardando un telefilm, per poi addormentarmi.
Invece, quell’immagine di un vestito appeso mi aveva fatto prendere un’altra porta.
Poi, la voce da usignolo in gabbia della cantante sparò una vocale alta, un arpeggio si conficcò nei miei polmoni e ascoltai veramente. Pochi secondi, non più di venti, in cui quella musica da stronzi prese posto dentro di me. Sopra alle note passò un treno carico di ricordi e di mancanze e afferrai la mano del mio accompagnatore. Si girò ma non trovò il mio sguardo, le sue ossa forse tremavano ma erano abbastanza solide da farmi da ancora provvisoria.
Stai qua per un momento.
E poi il momento cessò, la canzone terminò, lui mi guardò con fare sicuro, cercò ancora la mano che però applaudiva con troppo vigore, in realtà scacciava cose, cercando di schiacciarle forte all’interno dei palmi. Ero già da un’altra parte. Dove, non lo so.
La ragazza terminò il concerto. Piccole luci illuminarono l’uscita. 
Continuavo a volere uno stupido pezzo pop.
Forse in un’altra serata.

(grazie grazie per foto e ispirazione @ lapaolina)

Maggio, playlist

 

Maggio è stato un mese di impegni pazzi e quindi non c’è stato tanto spazio per le classiche attività diciamo ‘de curtura’.

Quindi, senza ulteriori indugi e in ritardo, la playlist di maggio, tutta d’un fiato.
Al cinema ho visto ‘Civil War’ che mi è sembrato un eccellente prodotto Marvel con gran botte di menare, uno Spiderman figo e dove, finalmente, non ho percepito quel senso di stanchezza seriale che a volte avverto guardando i film sui supereroi. Più botte nei parcheggi per tutti.
La pazza gioia’ è un bel film italiano, giusto per continuare la stagione dei film italiani fighi. L’ho visto insieme ad altre sei signore, in un orario da signore. All’inizio le signore parlavano molto, classic. Di quanto sia sciupata la Michela, della classe della Valeria, ma ‘cosa fa?’, ma ‘perché vanno via?’ e altri commenti da #teamsignore. Poi a un certo punto del film c’è stato un progressivo aumento del silenzio e poi tutto un gran sospirare in coro delle signore, e pure mio. Più film con le signore per tutti.
Infine – roba di giugno ma già che ci sono – ho visto ‘The nice guys’, un film con due attoroni che fanno gli investigatori privati nei settanta, film che dimenticherò presto perché non è originalissimo però è divertente, un quarto d’ora in meno era meglio ma forse ero stanco io. (la giusta recensione del film la fanno su ‘i400calci‘).

Poca roba di serie tv, sto guardando Gomorra, la serie coi guagliò e tutt’ a ppuost.

Invece, e fortunatamente, ho trovato bei dischi e visto che gli album interi che vanno in heavy rotation sono pochi negli ultimi anni eccovene quattro.

Per caso ho scoperto che Aaron Parks, uno dei pianisti più bravi che ho ascoltato negli ultimi anni, ha pubblicato nuovo materiale. In trio con sezione ritmica made in Denmark. Che dire. Non trovo niente on line, ai jazzisti capita spesso di evitare il web per motivi ignoti ma ok, tanto a nessuno frega di questo disco e quindi bon. Però è bellobello eh, si chiama ‘Groovements’ e lo puoi trovare su Spotify.

E’ finalmente uscito ‘Day of the dead’ enorme raccolta di canzoni dei Grateful Dead rivisitate da un parterre de rois di gente che fa buona musica oggi. Curata da quei bravi ragazzi dei The National, fossi in voi l’ascolterei e se non trovate minimo cinque pezzi ottimi, vi offro il caffè.
(nel frattempo faccio come i jazzisti e non metto un link che sia uno, amen)

Altro discone che ho ascoltato molto (e #teamballetty) è quello di Kaytranada. Il titolo è ‘99,9%’ ed è al 90% pieno di suoni e beat giusti.

Infine, il nuovo album di Gold Panda è delizioso, poi io non me ne intendo di musica da giovani, però magari ascoltatelo. Il titolo è ‘Good luck and do your best’ che è un bellissimo titolo, ammettiamolo.
Più, bonus track, letteralmente, un pezzo che è questo scovato grazie a uno dei miei involontari pusher di musica, ed è una melodia di piano avvolgente, mezzo romance mezzo dance, che mi ha fatto venire in mente storielle da scrivere che probabilmente resteranno quattro righe di note su un paio di fogli che perderò e direi sia tutto, per maggio, quando è già molto giugno.

 

Finale, a noi

playoff2016…e allora si va. Per la seconda stagione consecutiva, si va in finale.
Con i riccioli che ballonzolano di Della Valle che fa la ‘faccia cattiva ™‘ e mostra i muscoli mentre buca le difese in penetrazione. Si va contro Milano, con quell’immortale trentanovenne di Kaukenas che danza in terzo tempo, alza la parabola e segna per noi. Si va con la grinta di De Nicolao, lillipuziano dal cuore grande in mezzo a giganti che se lo vedono sbucare da chissà dove, coi passettini di Polonara che poi, a un certo punto del match, vola, stoppa, schiaccia, mister highlights, ci gasa bene sempre.

Saremo in piccionaia a guardare Silins fare a sportellate, reggere l’impatto con gente più grossa di lui, magari metterla dall’arco o affondare lo schiaccione come l’altra sera col palazzetto vecchio, sporco e vociante che vibrava dall’entusiasmo. Ci sarà l’urlatore che non capisce niente di basket ma è fondamentale per la cabala e l’umore del settore, quando lui si esalterà per un movimento di Lavrinovic, suo idolo di esperienza e magie lituane, sapremo di essere sulla giusta via. Ci sarà l’ostacolo ‘+5’ il massimo di divario nel punteggio dove essere sereni, che già a più quattro, il palazzetto avrà bisogno di Xanax sotto forma di palle rubate, sporcate, rimbalzi agganciati, per riaccendere la speranza, che siano passati due minuti o due quarti. Saremo in apnea davanti alla tv che il Forum è un postaccio per vincere, sperando nei movimenti giusti di Pietro My King Aradori che con Avellino è stato temuto e forse era un po’ stanco ma le sue mani sono d’oro e Repesa avrà un problema.

Servirà tutto. Servirà l’energia delle gambette veloci e della difesa aggressiva di Needham, arrivato da poco ma già dei nostri. Servirà la mole e l’espressione smarrita di Golubovic per avere peso sotto canestro. Servirà il recupero di Vereemenko, pilastro fondamentale contro i bruti milanesi. Servirà un grande allenatore, ma quello ce l’abbiamo. E’ il tipo che pesta le sue stringate sul parquet quando un giocatore difende appena molle, che si sbraccia in maniche di camicia per chiamare un gioco, ha gli occhi spiritati, il piano partita preciso in testa, per poi uscire dal palazzaccio facendo il segno di Churcilliana memoria con le dita a’V’ che vuole dire ‘ce l’abbiamo fatta‘ ma anche due volte di fila in finale. Guardandolo, ho pensato che Menetti non ha abbastanza considerazione sui media, la provincia ripaga col cuore dei suoi abitanti non con titoli sui giornali, ma avrà per sempre un grande spazio nella nostra memoria, spero possa bastargli.

E speriamo bene.
Che siano un paio di settimane in cui cullare questo bel sogno che si chiama scudetto. Come compagnia i soliti che ci sono sempre, comunque vada, e anche quei gufi orridi e incompetenti, con le dita pronte a scrivere su bacheche qualche loro frustrazione, quelli che dopo gara quattro persa male decretavano la fine della squadra e l’incapacità della dirigenza.
Tifosi da vittoria che dovessimo perdere sarà stata una stagione negativa. Folli. Voi, a parte non capire niente del gioco, proprio dello spirito del gioco, non vedreste una pepita in una pozza di petrolio, ma venite anche voi in finale, anche se non verrete mai, dovesse andare male e dovessimo tornare a lottare per mantenere la serie.
Anche voi, venite da stasera. Venite tutti, simbolicamente, che nel palazzaccio ci stiamo stretti noi, figuriamoci tutti. Venite, tifate e applaudite e insomma, speriamo bene eh.
Comunque vada, è stata un’altra fantastica stagione. Grazie.

Ps.: queste note le ho scritte martedì mattina, subito dopo gara sette contro Avellino, col timore di dovere giocare a Bologna, un po’ in trasferta. Timore scongiurato dopo saggia decisione della società di restare al Bigi, a casa, nella nostra tana.
Come per le altre serie di questi playoff scudetto, che la cabala non conta nulla ma ha la sua importanza, eccovi di seguito le note tecniche sulla finale del mio pard di piccionaia, quello che si alza e urla qualcosa, poi si siede e mi spiega uno schema, ma tanto io spesso non lo sento nemmeno, dalla grande confusione che c’è. Ahah, Daicandom.

 

Arrivare alla finale scudetto non è mai cosa facile a causa di molteplici fattori che incidono e non poco sul
risultato finale. Fattori che iniziano dal posizionamento finale in stagione regolare, passando dalla griglia playoff, dagli adeguamenti che si devono fare in serie che possono diventare lunghe, fino ad arrivare ai singoli momenti e alle singole giocate all’interno di una singola partita.
Arrivare alla finale scudetto per due anni consecutivi alle volte può diventare proibitivo anche per le squadre meglio allestite.
Reggio Emilia quest’anno ha ottenuto questo obiettivo dopo un’estenuante serie con un’ostica Avellino,
che si è arresa solo a gara 7. Una vera e propria dimostrazione di forza quella di Reggio in questi due anni,
figlia della continuità di un progetto tecnico a lungo termine, fatto di scelte oculate nell’inserire giocatori
adatti al già collaudato sistema di gioco e di un proficuo connubio fra società, squadra e ambiente.

A questo proposito però, è doveroso fare un nome su tutti, ed è quello di Max Menetti.
Noi che lo abbiamo visto crescere da secondo di Frates, piangere abbracciando il presidente Landi dopo una salvezza in A2 all’ultima partita contro Imola, oggi lo ritroviamo a gestire egregiamente una squadra, partite e serie playoff di alto livello.
Sarà  a lui che ci si aggrapperà  in questa finale che sta per iniziare, sperando che riesca con le sue capacità a trovare soluzioni per scardinare la solida resistenza di Milano.

Milano è forte ed ha il fattore campo a favore.
Reggio parte un gradino sotto, ma se riuscirà ad evitare scomodi scivoloni esterni che possono minare il morale (in stagione ha perso partite fuori casa con oltre 40 punti di scarto), potrebbe riuscire a fare un colpo esterno per potersi giocare nel proprio palazzetto le partite chiave della serie.
La parola d’ordine per Reggio sarà limitare i rimbalzi offensivi, una difesa press energica, alzare possessi e ritmo partita per correre e trovare tiri e penetrazioni in transizione.
Per Milano invece l’esatto opposto, giocare a difese schierate, tenere ritmi bassi e sfruttare tutto il tempo di ogni singolo possesso, cercando con la circolazione di palla e pnr insistiti di trovare i propri giocatori in comodi 1vs1 o buone linee di penetrazione.

Se in terra lombarda si puó contare su tutti gli effettivi , Reggio Emilia deve fare i conti con la mancanza di Gentile ma dovrebbe recuperare  Veeremenko, presenza fondamentale  per limitare la pericolosità dei lunghi fisici di Milano in post basso.

Naturalmente quanto detto sopra potrebbe essere smentito dai due coach, ma noi ne saremo ben lieti se a trionfare saranno le scelte del nostro reggianissimo d’adozione Menetti.

E, daicandom!