Febbraio, Playlists


At the movies

 

Birdman
L’avete visto tutti e sapete che è bello. E’ una grandissima prova d’attori e al regista fresco di Oscar, forse interessa la forma più che la sostanza, cosa che, di per sè, non è un difetto. Il difetto, grosso, per me, è la mancanza di empatia con il personaggio principale. Ossia, son scritti meglio e hanno più profondità tutti gli altri comprimari che girano intorno all’uomo uccello che lui. Esempio: lo scambio truth or dare sul cornicione della puccissima Emma Stone e Norton funziona, con il Birdman l’empatia non mi è scattata. Per cui non son mai riuscito a provare simpatia o tifare per lui. Problema mio. Quindi, bene, ma freddino. Poi, io speravo vincesse ‘Boyhood’ ma son quello che non ci prende mai, quindi ok. E’ ancora in sala, andate.

Whiplash
Il film dell’anno, e per distanza, fino ad ora. Lo avete visto in pochi poiché nel belpaese è stato distribuito in venticinque sale. Venticinque. E’ bellissimo. E’ la storia del rapporto estremo fra l’allievo che vuole diventare il nuovo Buddy Rich e il suo istruttore di musica. Ha sangue, cuore, ritmo, scrittura sontuosa, un finale che lévati, chimica fra i due protagonisti. Come ha scritto qualcuno (scusate, non ricordo) è come Rocky però con la batteria jazz. Anche con la tara del fatto che avendo suonato per dieci anni la batteria, mi sono gasato come un matto, è il film più bello visto in questo 2015, al momento. Quindi, recuperatelo, fatelo per me. #notquitemytempo
(qui, il bellissimo post de i400calci)

50 sfumature di Oh, No
Sì, l’ho visto e ne ho già scritto. A posto.

Inherent Vice – Vizio di forma
Spiacente, veramente. PTAnderson è uno dei miei registi preferiti. Eppure qua le possibilità sono due. O non l’ho capito io (probabile) oppure il film è un lungo andirivieni di misteri irrisolti, personaggi che entrano ed escono da una porta girevole piena di fumo di ottima marjiuana e io mi son confuso. Non così divertente, la storia è un pretesto per parlare di altro? Probabile. Tecnica registica e recitazione di un favoloso Joaquin Phoenix e della sua ballotta di comprimari, sono inappuntabili, ma io proprio sono uscito stonato e insoddisfatto. Da rivedere, credo.
Ps.: all’uscita una spettatrice ha detto ‘Carino‘. Secondo me se PTA sente che una persona ha definito questo film ‘carino’, gli tira uno schiaffone. Così, per dire.
(un bel post, che dice ‘capolavoro’, per quelli a cui è piaciuto)

Kingsman Secret Service
Matthew Vaughn è il tizio che ha diretto ‘Kick Ass’. Un film che è stato una folgorazione. Siamo in quel territorio lì, però nel campo degli agenti segreti. Spie, vestiti sartoriali, ombrelli magici e un bel cattivone. Anni sessanta omaggiati e rivisitati coniugandoli all’oggi. Il regista si diverte, la storia è classica e noi ci divertiamo con lui. Però, nella seconda parte, lo schermo esplode e il film diventa una cosa mattissima. Quando è finito non riuscivo a togliermi uno stupido ma giusto sorrisone dalla faccia.  Da vedere.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza
I piccioni che stanno sull’albero di fianco al bar che frequento, fanno su è giù dai rami a caccia di briciole di toast e brioche, sono belli cicciotti e poco agili, tanto che ogni tanto qualcuno viene amaramente schiacciato dalle macchine di gente che va troppo di fretta.
I piccioni scandinavi invece stanno fermi sui rami, guardano le miserie umane, ripetitive, con macchina da presa fissa e imbevute di colori tristi e desaturati. Vincono anche leoni d’oro e dopo quaranta minuti di visione, annoiano assai. All’ennesima scena ripetuta e piena di esistenzialismo e filosofia che io non capirò, essendo ignorantissimo, volevo cacciare un urlo, ma ho evitato. Se vai, scrivimi cosa ne hai pensato, ti prego.

 

Sul divano

Dai, bellissimo.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

The Jon spencer Blues Explosion – ‘Do the get down’ – Se non conosci la JSBE sei giovane e comunque ti sei perso qualcosa. Fai in tempo a recuperare. Questo primo pezzo spacca tutto e l’album è in arrivo. ‘C’mon now, everybody!’
Blur – ‘Go out’ – Ah! il brit pop, Ah! Damon Albarn sempre più bello e bravo, Ah! i ritorni e le reunion. Un ritornello killer che potrebbe fare da preludio a uno dei dischi dell’anno.
Best Coast – California Nights – Se chiudi gli occhi ascoltando questa canzone e non fai un micro sogno dream rock, non hai il cuore. Pezzone.
Curtis Harding – Keep on shining – In ritardo di mesi, ascoltando la neve sciogliersi, ho scoperto questo cantante che mischia il soul al rock. La solita roba? Può darsi ma è un bel disco e questa canzone contiene gas puro.
Price Tag – Sleater Kinney – Dei ritorni, eccellenti, parte seconda. Queste tornano dopo tanto tempo e boom! e piazzano un album che è una rasoiata.

 

 

Sul comodino

 

A volte ritorno – John Niven
Le cose sulla terra vanno male e Dio, dopo una bella vacanza, decide di mandare di nuovo suo figlio per rispiegare agli ‘umani’ come andrebbero fatte le cose. Divertentissimo, pure saggio e avvincente. Un bello schiaffo ai fondamentalisti occidentali. ‘Fate i bravi’. Leggetelo.

Chi manda le onde – Fabio Genovesi
Sul Kindle c’è una graziosissima funzione che si chiama ‘Evidenzia’. Col dito selezioni un brano e lo evidenzi, così a fine lettura vai a vedere le frasi che ti hanno colpito oppure i momenti importanti nella trama, dipende. Per questo libro, ho evidenziato decine di frasi. A volte mi sembrava di essere tornato ad avere il diario delle superiori. La storia di un gruppo di personaggi difettosi, tutti in cerca di qualcosa o di qualcuno, oscilla fra il divertito e il toccante. Cinquanta pagine in meno erano meglio, qualche caduta di stile, ma il bonus di umorismo e la cura con cui l’autore si prende cura dei suoi personaggi, convincono.

(precedenti Playlists)

la sfumatura signora? alta o bassa?

 

 

grayscaleIl primo motivo per cui ho visto le sfumature, versione cinematografica, è che, secondo me, gli ‘eventi’ di massa, bisogna provarli, almeno una volta.
Quindi, dato che nella classifica italiana dei maggiori incassi di fine anno questo film sarà al secondo posto (spoiler: al primo posto ci sarà Zalone), mi son detto ‘perché no‘.
Questo nonostante avessi letto le prime centoventi pagine del libro.
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Arizona nel Paesello, ecco il Super Bowl

SuperBowl-49-TeamsForse sono abitudinario, però mi diverto.
Anche quest’anno, nel nostro paesello, nella solita casa, con mega schermo, parco rifornimento di patatine, sostanzioso rifornimento di birre, scatta il collegamento con gli US, questa volta nella assolata Arizona. Lo stadio dell’università di Phoenix è bellissimo, la partita sarà bellissima. Qua, gira al contrario dei big media che domani riempiranno l’internet di Katy Perry (canterà durante l’intervallo) e pubblicità e numeri di dollah.
A noi interessano invece altri numeri. Sei Super Bowl per Tom Brady che giocherà per la totale leggenda, record di dieci a zero per Russel Wilson contro QB avversari che han vinto anelli. Sherman o Revis, Beast Mode o Gronk. E tante altre chiavi di lettura per una partita dove, semplificando, si confronteranno la migliore difesa della lega (LOB!) contro uno dei migliori attacchi. I commentatori esperti, non io, dicono che dipenderà da due fattori, fra i tanti. Uno: l’offensive line di Seattle. Due: la difesa su Gronkowski. Ma questa partita secondo me è destinata a stupire. Esperienza in panchina, talento e forza in campo.
Tifo Seattle, perché l’anno scorso mi sono innamorato di questa squadra, ma NE quest’anno mi è piaciuta molto e di Brady posso solo dire meraviglie.
Pronostico personalissimo : Seattle +3.
Noi. I soliti quattro moschettieri che da anni si danno appuntamento in una notte fredda a fare tardissimo seguendo le traiettorie della palla ovale. Sulla tv gigante Fox sports, su questo Mac in prestito, Game Pass per non perdere nemmeno gli ad e pagina per aggiornare il post. Domattina saremo disintegrati ma felici, con gli occhi ovali.
Gasati? Ready?
John Legend e tale Idina Menziel cantano gli inni. Belichick per il quarto anello in felpona blu, Carroll per il back to back in felipna blu.
Sono le 00,30 calcia il kick off Seattle, let’s go!
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Gennaio, Playlists

At the movies:

Lo Hobbit, la battaglia delle cinque armate
yawn, finalmente finisce il tentativo sbagliato, che Jackson non ha studiato la storia, di ripetere la trilogia degli anelli. Lunghissimo, con sta battaglia che non finisce più, dialoghi per seienni e Yawn.
(evitabile, se non sei un fan di DRAGHICHEVOLANO!)

The Imitiation Game
solido, storico, scorrevole, con qualche lagrima, combattendo le battaglie giuste. E due ore per i Tumblr dei fan club di Benedict Cumberbatch, come sempre elegante, intenso e adorabile (sì, sono iscritto al fan club)

American Sniper
Clint confeziona l’agiografia di un eroe moderno americano. Funziona bene sul campo di battaglia, meno bene sul suolo, ehm, patrio, dove il film prende troppe scorciatoie e annacqua la parte interessante. Avrei voluto un finale più strutturato, Bradley Cooper bravissimo.

Big Hero 6
Non memorabile, colpa di una storia troppo semplice e di personaggi molto caricaturali, ma tante belle cosine che lo rendono assai godibile. Prima del film, ‘Winston‘ il corto più puccioso di tutti i tempi.

The Theory of Everything
Detta anche la teoria del piangerone. La cosa dei buchi neri e del tempo io continuo a non afferrarla, mentre il film riesce nello scopo. Raccontare con bella confezione e attori da nominare agli Oscar, una storia che spinge a bestia sui sentimentoni, vincendo, perché, lo ammetto, ho avuto i ‘lusgoni’ dall’inizio alla fine.
(e comunque dopo mi sono andato a leggere varie cosette su Hawking, un bel tipo, ah!, che ha scritto del film: ‘It is perhaps the closest experience I will come to time travel‘)

John Wick
A John gli fregano la macchina, gli ammazzano il cane e lui si arrabbia. Un solido, cupo ma divertente film sul ‘payback’ che crea un universo a misura di hitman notevole (l’accogliente hotel, per dire). Keanu fa il, poco, suo, intorno fanno meglio uno stuolo di ottimi comprimari, molti visti in serialità. Spari in faccia, bene.

Sul divano:

Maps to the Stars: abbandonato dopo quarantacinque minuti di noia, overacting e chissenefrega. Io e Cronenberg non ci capiamo. Eh oh.

Lego Movie: recuperato dopo mesi di attesa. Super, a tratti geniale. Divertente con bella morale.
(imperdibile, shame on the Academy che non lo ha messo nella cinquina dei nominati, ma come si fa, ma come?)

Tracks: il deserto australiano attraversato da un’avventuriera solitaria in compagnia di cammelli. Troppo lungo, ma curioso. Molto Nat Geo e lei, sempre bravissima.

Transparent: la serie che piace a tutti i critici. Papà Morty a settant’anni circa, dice ai figli che lui in realtà è una donna. Più o meno. Forse però, quelli che han più problemi son gli stessi figli. Sessualità esplicita e vita sentimentale incasinata dei vari protagonisti, ma soprattutto è una serie sulla famiglia che parla di sentimenti trattati con una dolcezza e una, non saprei usare termine diverso, verità che centra il bersaglio, anche se non tutto mi ha convinto. Ottima colonna sonora e una buona sorpresa, in Italia non arriverà mai. Credo.

Cinque canzoni in cuffia:

Carmen Consoli – Ottobre  (bentornata alle storie e alla voce della Carmen. sei mancata)
Mark Ronson feat. Kevin Parker – Summer Breaking
 (chicche di meraviglia, pezzi fra funky e dancefloor ottimi e questa canzone che non vedo l’ora di ascoltare davanti a un mare)
Matthew E. White – Rock ‘n’ Roll (dai, play e poi ti sfido a non rischiacciare play. Grande attesa per l’album che se è tutto così, bé, ciao)
Tobias Jesso Jr. – How Could You Babe (And I find out you’d gone… Il ragazzo è giovane ma ci sa fare. Pezzone romance del mese)
Death Cab for Cutie – Black Sun (son ‘old school’ e l’ennesimo pezzo DCFC di malinconia appesa ad accordi di chitarrina non poteva non catturarmi)

Sul comodino:

Sono più di dieci anni che tengo un blog e MAI ho scritto la recensione di un libro. Consiglio, di rado, libri, ma di scriverne sul blog, non se ne parla. Mi è sempre sembrato irrispettoso del talento degli scrittori che leggo, scrivere delle loro opere, anche di quelle che magari non mi han convinto fino in fondo. Visto che però ho deciso di tenere (chissà poi se mantengo l’impegno) questa rubrichetta mensile, metto i libri che ho letto con due righe di cui mi vergognerò sempre. Mese in cui ho letto pure più del solito anche perché ho scoperto che con il Kindle, non ho ancora capito perché, si legge più veloce. Pensa te.

La ballata di Adam Henry – Ian McEwan
Bellissimo. Piove su Londra e sulla coppia di un giudice di corte suprema, alle prese anche con un caso delicato. Una scrittura bellissima e potente, ultime pagine, groppo alla gola.

Gli anni al contrario – Nadia Terranova
Anni settanta. Due giovani si conoscono e non sarà facile, fra speranze, illusioni, politica e droga. Un libro che fa della semplicità della storia la sua forza. Scrittura secca con sentimenti al loro posto.

Sottomissione – Michel Houllebecq
Il libro di cui si parla, dopo i fatti sanguinosi di Parigi. Mi è piaciuta la storia di fantasia sulla democrazia alle prese con l’ascesa del partito musulmano. Mi son fatto coinvolgere dal cinismo del protagonista, meno dal suo intellettualoidismo, anche perché molti riferimenti culturali son caduti nel buco nero dell’ignoranza. Lettura interessante, ma non so ancora se consigliarlo. Discuss.

Ernesto

 

imageIl babbo guidava piano, seguendo le curve con un leggero movimento della testa. Aveva spento la radio, per non disturbare la mamma che dormiva rannicchiata sul sedile, la guancia schiacciata sullo schienale. Lui se ne stava sul sedile posteriore, le mani sotto le cosce. Guardava fuori dal finestrino. I campi che passavano da un verde spento a un marrone freddo, gli alberi che costeggiavano la strada, spogli.
Si diceva che sarebbe venuta la neve, ma la stava ancora aspettando.
Di fianco a lui il suo quaderno e un libro. Nel quaderno c’erano le cose che scriveva. Ad ottobre aveva scritto un breve tema in classe e il professore di italiano gli aveva dato nove, aggiungendo con una scritta rossa ai margini del foglio: ‘Bravo, potresti scrivere anche a casa, delle cose che vedi’.
A lui la scuola piaceva, ma fino a un certo punto. Gli piaceva qualche amico, una ragazzina della classe di fianco a cui non aveva mai parlato, abbastanza l’inglese, perché la mamma diceva che era importante, così lui si impegnava in quella materia e lei gli perdonava altri voti non proprio brillanti. Gli piacevano anche le lezioni di italiano ma non troppo, a volte si annoiava e si scambiava messaggi sul diario con il compagno di banco. Però aveva seguito il consiglio, pensando che fosse una sorta di compito speciale, ma senza mai fare leggere al professore ciò che scriveva.
Aveva scritto della mamma mentre preparava una torta, descrivendola in piedi, ormai poco più alta di lui, che fischiettava un’aria musicale che aveva in testa, il grembiule con la pettorina lungo fino alle ginocchia, i capelli biondi raccolti con un elastico dorato; del suo vicino di casa che vedeva al mattino impegnato a farsi trascinare dal suo grosso cane; dei gatti del circondario per i quali si era inventato un regno di pelo dominato dalla regina dei gatti, una gatta enorme col pelo grigio che abitava in fondo alla strada. Scriveva del suo amico, delle avventure in bici, di quando si inventavano inseguimenti a bande di nemici pericolosissimi, su e giù per le piccole salite del parco vicino a casa, della sua mania per l’abbigliamento e della cura che metteva per sistemare un ciuffo di capelli fuori dal berrettino di lana che indossava. Scriveva dialoghi improbabili che avrebbe avuto con la ragazzina della classe di fianco, ma non li finiva mai.
Tutte queste parole erano conservate in inchiostro blu dentro al quaderno che era semplice, la copertina nera, senza scritte, solo un adesivo messo da lui, ‘no entry’, un messaggio nemmeno tanto criptato per la mamma che gli controllava, quando poteva, i compiti, ma quel quaderno non lo apriva mai.
Il libro invece era il primo di una trilogia di avventure in un futuro distopico (aveva dovuto cercare il significato della parola sul dizionario e gli piaceva molto) con protagonista un ragazzo con poteri di preveggenza. Al momento non lo appassionava più di tanto, ma lo trovava intrigante e proseguiva nella lettura. Alla peggio nello zaino aveva un altro libro, sapeva che potevano essere giornate lunghe: era un giallo di Agatha Christie che gli aveva consigliato la mamma, ma quello lo doveva ancora iniziare.
Stavano andando nella casa di montagna, come la chiamava il padre. Era di proprietà dello zio che però aveva scelto l’Austria per le vacanze natalizie. Lassù la neve c’era di sicuro.
Lui non conosceva nessuno nel piccolo paese dove erano diretti. Nessuno della scuola e sicuramente nessun amico del luogo, dove era stato altre volte, ma molti anni prima. Avrebbe accompagnato mamma a fare la spesa, il papà a fare una passeggiata, cena presto e lunghe serate con qualche film, messaggiandosi con l’amico, sentendone la mancanza. E poi, una volta a letto, si sarebbe tuffato nel futuro lontano del suo libro, pieno di lotte di classe.

Erano arrivati. La casa era bassa e beige, aveva un piccolo cortile tutto intorno. Era appoggiata sopra a una curva, alle spalle il prato della casa dei vicini e poi un pendio che saliva dolcemente, verso il monte, interrotto da una fitta vegetazione di betulle.
In mezzo al monte, come una ferita marrone, si vedeva la funivia, ora spenta, immersa nel verde degli alberi. Pensò che una frana sarebbe potuta cadere e avrebbe spazzato le due case e poi il resto, arrivando fino a valle. Per fortuna non sarebbe accaduto: era l’inverno più secco che il padre ricordava, come non si stancava di ripetere ogni sera, durante la cena. Di fianco alla casa, un maneggio dove i cavalli se ne stavano nascosti al caldo, ma tanto lui non li poteva montare, divieto del padre che stava parcheggiando per poi stirarsi a lungo e svegliare la moglie ancora assopita.
Dopo pochi minuti lei aveva già indossato i panni della perfetta casalinga in trasferta, pulendo superfici che a lui sembravano pulite, riempiendo la dispensa di indispensabili prodotti, sostituendo le federe dei cuscini con quelle molto più morbide di casa loro.
Andò nella camera più piccola, posò il suo zaino a terra e decise di dormire un po’.
I primi giorni trascorsero lenti, sempre uguali, come la foschia che verso sera arrivava puntuale al posto della neve.
Al mattino accompagnava la mamma a fare la spesa. Poi lei gli permetteva un giro a piedi nello spiazzo dietro casa, a volte lui attraversava il prato e si inoltrava nel bosco. Aveva scoperto che c’era una stradina per camminatori che saliva verso le prime piste.
Al pomeriggio si tagliava una generosa fetta di panettone e si metteva davanti alla finestra con una tazzona di the caldo e guardava la strada, la curva a gomito sotto alla casa, le macchine che salivano il tornante, le poche persone a piedi, qualche corridore che sbuffava fatica, ciclisti ritti sui pedali, qualche cavallerizzo che usciva dal maneggio, lingue bianche di fredda condensa che uscivano dalle narici dei cavalli, i fari delle macchine che a fatica aprivano uno spazio nella nebbia.
La neve non sarebbe arrivata, dicevano le previsioni. Suo padre scendeva a valle al mattino per lavorare e tornava prima di cena.
Erano passati tre giorni e lui era annoiato. Aveva aperto il quaderno varie volte ma non aveva né la voglia, né argomenti su cui scrivere. Guardava i quadretti, a volte appoggiava la penna lasciando solo un puntino nero. Si metteva a leggere un po’ di pagine del libro, poi cenava e andava a letto presto.

La mattina del quarto giorno, era l’ultimo dell’anno, si era svegliato che era ancora buio, come se dovesse andare a scuola. Aveva spiato nella camera dei genitori. Dormivano, lui supino respirava rumorosamente, lei aveva un braccio che usciva dal letto. La notte precedente, aveva sentito la voce profonda del padre che parlava con tono scherzoso e le risate corpose della madre. Prese una brioche, andò alla finestra. La luce del lampione sopra la curva era ancora accesa.
C’era un breve sentiero, otto passi ripidi che collegavano la via asfaltata con il campo che lambiva la proprietà e poi continuava fino al bosco. La mamma lo usava sempre, quando andavano a fare le commissioni giornaliere lei gli passava una borsa della spesa e saliva accompagnando ogni passo con un ‘Hop’ di incoraggiamento.
Vide una sagoma salire. Strizzò gli occhi per vedere chi fosse. Era un uomo sottile, coi capelli bianchi. Si fermò dopo la salitella, come a riprendere fiato. Aveva un borsello di cuoio scuro a tracolla. Si guardò intorno come per controllare se qualcuno lo stesse seguendo e poi si incamminò lentamente nel prato dietro casa, puntando verso il bosco.
All’improvviso lui decise di seguirlo. Andò in camera in punta di piedi, si vestì velocemente, incurante di sbagliare il verso del maglione pesante. Con le scarpe in mano per non fare rumore si diresse verso la porta. La mamma si sarebbe preoccupata, non trovandolo a letto, quindi gli sembrò una buona idea prendere un foglio e scrivere ‘Sono andato a giocare fuori, ciao’ con la sua grafia spigolosa. Appena aprì la porta fu investito da un vento gelido che veniva dal monte. Si infilò le scarpe proprio mentre l’uomo veniva inghiottito dal bosco.

Attraversò lo spiazzo verde correndo, mentre la luce del giorno faceva capolino dietro al profilo della montagna. Arrivato all’imboccatura del sentiero, guardò in alto senza vedere l’uomo. Lo aveva riconosciuto, ne era quasi certo. Lo aveva visto comprare pane e speck alla bottega del paese e in altre occasioni, forse anche una sera che aveva accompagnato il babbo a prendere un caffè al bar. Salì i gradoni di pietra che formavano il sentiero, ne mancò secco uno, rischiando di cadere. Si fermò, temendo di essere scoperto in quel gioco solitario, nel freddo di un bosco.
Nessun rumore. O meglio, si sentiva un fruscio di sottofondo. Probabilmente il vento che si infilava sinuoso in mezzo agli alberi, spazzando via una leggera nebbiolina che pareva riposare sotto le fronde. Proseguì nella penombra del sole che iniziava a levarsi, i gradoni ripetuti varie volte in quei giorni li sapeva quasi a memoria. Il sentiero scendeva per qualche scalino, per poi riprendere la sua salita. Proprio lì, vide il vecchio. Era seduto su una grossa pietra ai margini del sentiero. Si bloccò intimorito, in ascolto. Sentì un rumore di uccelli che scattavano sopra la sua testa.Il vecchio tirò su con il naso un paio di volte poi si girò all’improvviso, come se avesse percepito il suo odore.
Si guardarono. Gli occhi di uno acquosi ma attenti, sorpresi dall’intromissione, quasi rabbiosi, quelli dell’altro spaventati, quasi sbarrati. Pensò di scappare, ma appena mosse un muscolo, il vecchio disse con voce dura ‘Fermo’.
Il ragazzo ubbidì, evitando lo sguardo dell’uomo che si tolse qualcosa dall’occhio destro e poi lentamente si alzò. Si guardarono ancora, il vecchio che troneggiava sul ragazzino, fermo due scalini più in basso. Il sole stava entrando lentamente nella boscaglia, proiettando una luce quasi inquietante sull’uomo. Indossava una giacca di pile che sembrava pesante e sporca, alle sue spalle un leggero pulviscolo, come se si fosse alzato da una nuvola di polvere. Aveva i capelli che erano più giallognoli che bianchi, pettinati all’indietro.
Ti conosco, sei il figlio della signora con la gonna’.
La signora con la gonna. Effettivamente sua madre portava spesso la gonna, anche d’inverno. Ci pensò su. Portava sempre la gonna?
Vi vedo a volte a comprare il pane’ continuò l’uomo come se non si aspettasse una risposta, gli occhi piantati in quelli del ragazzo.
Doveva scappare da quello sguardo?
Tua madre lo sa che sei qui?’. Lentamente, scese un gradino, facendo una smorfia che sembrava di dolore, o forse era un mezzo sorriso.
Le ho lasciato un biglietto’ riuscì a dire il ragazzo, il corpo pronto a scattare nella fuga.
Dall’alto dello scalino che li separava, il vecchio tese una mano con le unghie lunghe ma curate, la pelle bianchissima con qualche macchia.
Io mi chiamo Ernesto’.
Il ragazzino, tentennò prima di rispondere al saluto. Gli sembrò la mano di una mummia.
Io mi chiamo Edoardo’.
Edoardo, un nome nobile, antico’.
Il vecchio quasi si appoggiò alla mano del ragazzo e scese il secondo gradino arrivando a guardarlo dritto negli occhi. Era poco più alto di lui, nell’alito un leggero odore di caffè. Guardò alle sue spalle.
Ascolta, secondo me tua madre si arrabbierà molto se non torni’ – estrasse dalla sacca una macchina fotografica – ‘ma adesso io devo fare una cosa…

Edoardo si accorse di non avere mai visto un apparecchio simile. Gli sembrava, non gli veniva altra parola per descriverlo, antico. Aveva la parte superiore, dove c’erano grossi bottoni per scattare, di un argento opaco. Un piccolo gancio per una cordicella per sistemarla al collo, l’otturatore era nero con numeri scritti in bianco nella parte superiore. Ernesto aggiunse un pezzo anche questo nero all’otturatore, mentre saliva il gradino per poi incamminarsi nella boscaglia.
Vieni con me? Scattiamo qualche foto all’alba?’.
Edoardo guardò alle spalle dell’uomo la luce che iniziava a fare breccia fra gli alberi, poi fece sì con la testa. Lo seguì mentre si addentravano di qualche decina di metri nel bosco. Camminavano lentamente e in silenzio come se fossero abituati a stare insieme. Edoardo qualche passo dietro al vecchio che ogni tanto si fermava, guardava davanti a sé, guardava nell’obiettivo. Si sentiva il clic di una foto, a volte un paio.
Arrivarono in una zona pianeggiante, dove gli alberi si infittivano. Loro erano ancora in ombra, ma il sole accarezzava il primo gruppo di alberi, un manipolo di pali sottili che parevano risvegliati dalla luce che sembrava bianca. La foschia era quasi sparita, ne rimaneva un ricordo, un fantasma di bianco alla base degli alberi che sembravano diventare più alti e sottili come se cercassero l’illuminazione.
Ernesto si fermò. ‘Qua’, annunciò. Iniziò a scattare foto in rapida sequenza, spostandosi lentamente, cercando di seguire il movimento della luce in  mezzo agli alberi mentre il rumore degli scatti dava un ritmo meccanico al silenzio del mattino.
Perché fai queste foto?’ chiese Edoardo.
Per tutta risposta, dopo avere completato un giro su se stesso Ernesto si tolse lentamente la macchina dal collo e la passò al ragazzo.
Prova tu…’.
Edoardo mise la macchina al collo sentendo il freddo contatto del cuoio sulla pelle. Scelse un punto in cui il sole stava arrivando quasi camminando, mise l’occhio nell’obiettivo e scattò.
E’ una cosa che facevo quando venivo qua con mia moglie. Scattavamo foto al bosco, alla neve, a volte agli sciatori. Facevamo sviluppare i rullini e poi sceglievamo un paio di scatti da regalare ai nostri clienti l’anno successivo, come omaggio natalizio’.
Edoardo copiò i movimenti di Ernesto, ruotando su se stesso fin quando nell’obiettivo vide che il sole era arrivato. Le betulle sembravano cantare, completamente inondate dalla luce, lui vide un riflesso sul vetro e scattò l’ultima foto.
Di solito vengono delle belle foto, adesso vedrò cos’hai combinato tu’.
Il sole baciò i capelli scarmigliati di Edoardo mentre restituiva la macchina al vecchio.
Bello qui’.
Possiamo camminare ancora se ti va’.
Sì, mi va’.

Tornarono sul sentiero, arrivando alla strada che portava al campo della scuola sci dove una solitaria striscia di neve sparata da cannoni permetteva a qualche bimbo di avventurarsi nelle prime lezioni di sci. Entrarono nel bar dove Ernesto ordinò una spremuta e un caffè. Si misero a sedere guardando i maestri fumare mentre imprecavano contro l’inverno mite o chiacchieravano di programmi per la sera.
Tu, cosa fai stasera?’ chiese Edoardo.
Torno a valle, mi aspettano i nipoti per cena’.
E tua moglie?’ Edoardo si accorse di aver sbagliato prima che arrivasse la risposta.
No, mia moglie non c’è più’.
Gli occhi di Ernesto guizzarono in cerca di un appiglio.
Ma non ti preoccupare, siamo vecchi, son cose che capitano. Buona la spremuta?’.
Sì. Scusa’.
Ernesto sorrise.

Rimasero lì per un po’, come nonno e nipote ritrovatisi per caso, poi tornarono sui loro passi. Il sole si era impossessato del bosco, faceva quasi caldo adesso. Ernesto chiedeva della scuola, Edoardo chiedeva delle foto e di come faceva a svilupparle senza un computer. Ernesto rise.
Uno scintillio di verde li accolse, mentre uscivano sul campo davanti alle case.
Parlo io con la mamma, va bene?’.
No, no, ci parlo io’ rispose sicuro Edoardo.
Ok, però ti accompagno’.
La mamma uscì di casa, con una gonna grigia e il viso preoccupato. Riconobbe l’uomo, ma non rilassò i muscoli del viso.
Mi ha seguito, nessun problema signora. Abbiamo fatto un giro e scattato qualche foto’.
La mamma riuscì a dire ‘Grazie’. Edoardo cercò di giustificarsi con un ‘Dormivi…’.
E’ un bravo ragazzo, signora, non si arrabbi. Arrivederci e buon anno’.
Ernesto se ne andò, strizzando l’occhio al ragazzo che rispose con un cenno della mano.

La mamma rimase arrabbiata per tutto il giorno parlando di punizioni e di irresponsabilità. Edoardo passò il pomeriggio in camera. Prese il quaderno e scrisse appunti su quella mattina. Il sole, i riflessi della luce, i capelli giallognoli del vecchio, la spremuta, gli alberi, la moglie invisibile.
Alla sera andarono a cena a casa di conoscenti. Mamma si era cambiata la gonna, ora ne indossava una elegante con uno spacco laterale. Il padre aveva una cravatta rossa, tutti sorridevano. Edoardo fece la pace con la mamma, facendole un complimento per il vestito e accontentandola indossando camicia e pullover, ricevendo un sorriso dal padre che aveva evitato di rimproverarlo durante la giornata.
Passò l’ultimo dell’anno. Edoardo tornò nel bosco delle betulle col padre per fargli vedere l’alba.

La vacanza stava terminando. Edoardo aveva scritto un paio di racconti sui bambini che sciavano e su un vecchio con la passione della fotografia.
L’ultima mattina, la mamma aprì la porta di casa. Aveva già le valigie pronte. Sullo zerbino trovò una busta bianca e sopra c’era scritto ‘Per Edoardo’ con una grafia curata.
Il ragazzo aprì la busta. Dentro c’era una foto stampata in grande formato. Si ricordò che era la prima immagine che aveva visto quella mattina e immaginò che fosse la prima foto scattata da Ernesto. Era incollata a un foglio di carta pergamena color crema. Sul retro Ernesto aveva scritto: ‘A Edoardo, ragazzo coraggioso amante dei boschi e delle spremute montanare. Buona fortuna’.

Edoardo non vide più Ernesto, non si appassionò mai di fotografia, però continuò a scrivere e vent’anni dopo pubblicò la sua prima raccolta di racconti. L’ultimo si intitolava ‘Ernesto’. Ancora oggi conserva in un cassetto la foto del bosco.

 

5×3 = 2014

 

Cinque dischi.

Un disco rock, ‘Cloud Nothings’.
Tiratissimo, efficacissimo. Inoltre, il concerto dell’anno con il sottoscritto da solo, in ciabatte sulla sabbia, sotto a un palco, circondato da educati giovinetti che quasi chiedevano il permesso per pogare. Col senno di poi, le canzoni di quel disco, quella sera, hanno dato il ‘LA’ a una cosa molto importante che è iniziata proprio quella sera. Ma questa è un’altra storia.

Un disco di una donna. ‘Neneh Cherry’.
Il ritorno di una grande non poteva essere migliore. Non immediato, ma al terzo ascolto trasudava gioielli di canzoni. E un ricordo di un pomeriggio lunghissimo a parlare di ispirazione artistica e di altre cose, ma anche questa è un’altra storia.

Un disco black. ‘D’Angelo’.
A sorpresa, ma non si può non mettere. La storia si sa. Il ritorno più atteso, finalmente. L’ho già ascoltato circa dieci volte e ogni volta è meglio. A mio parere, un disco che resterà, poi ok, io mi gaso facile e ho l’R&B nel sangue.

Un disco pop. ‘Merchandise’.
Questi sembrano usciti da un catalogo anni ottanta e me li son ascoltati mentre scoprivo che mi piace passeggiare con le cuffie in testa lungo gli argini di un fiume, inventandomi storie che non racconterò mai ma che stanno a metà fra ‘True detective’ e ‘Stand by me’. Zuccherosi, non appiccicosi.

Un disco bellissimo. ‘The War on Drugs’.
Cavalcate con le chitarre. Il disco che ho ascoltato di più quest’anno.

(bonus: manca un disco diciamo dance ed è piuttosto facile scrivere ‘Caribou’. Perché ‘Can’t do without you’ non stanca mai, eccetera)

 

Cinque serie tv.

‘True detective’: fino all’episodio quattro è fantastica, quando con un piano sequenza saluta e sorpassa gran parte del cinema d’azione, perché quei due lì son dei gran fighi, perché ne abbiamo parlato tutti. La serie che non mette d’accordo i detrattori e gli entusiasti. Per me han ragione tutti e due, ma ricordo poche volte in cui mi son incantato così davanti a una storia.
‘Fargo’: la serie perfetta della stagione. Ispirato dai Coen, atmosfere simili, un mood diverso, attori che lèvati, imperdibile.
‘The Affair’: l’amore è una cosa meravigliosa. Forse. Visto dal lato maschile e femminile, la storia di una relazione inappropriata e di quanto le ruota intorno. Interpreti ottimi, da vedere.
‘Louie’ + ‘You’re the worst’: son due commedie diversissime. La prima, di uno stand-up comedian a rischio genio (l’aggettivo, in questo caso, è appropriato) che traduce parte della sua vita in una serie che spiega più cose sulla solitudine, l’amore e tanto altro di, appunto, tanto altro. La seconda è pop, parte a bomba, raccontando la storia di due ‘peggiori’ che si incontrano, poi rallenta, ma resta il tentativo sfacciato di fare una comedy diversa, non del tutto riuscito, forse, ma da provare.
‘Rectify’ : la sorpresa dell’anno è una serie magnifica e quasi invisibile. Ne ho scritto, fidatevi.

Honorable mention: ‘The Good Wife’: ogni anno tira fuori colpi di classe a non finire. Assoluta.

 

Cinque film.

‘Only lovers left alive’: romanticissimo, struggente, potente, immagini che mi sono rimaste addosso per settimane (post sul film)
‘The Raid 2 – Berandal’: il film action dell’anno è il sequel del film action più figo degli ultimi anni. Botte da orbi e divertimento totale.
‘Boyhood’: brillante idea per un film hipster, lefty, buonista, che piace alla gente che deve piacere. Io non devo piacere quasi a nessuno, però mi è piaciuto moltissimo.
‘Her’: il magone (e il mio post sul film)
‘The Grand Budapest Hotel’: la classe, il divertimento, ancora la classe (e il mio post sul film)

Honorable mentions: ‘Il capitale umano’; ‘I guardiani della galassia’; ‘Gone girl’ che è appena uscito ma è una bomba, andate sereni sotto le feste a guardarvelo, io ci torno.


(ecco fatto. non proprio una classifica, ma un compendio delle cose che ho messo nello zaino dell’entertainment per questo 2014. dove, scrivendo queste note, mi sono accorto di avere visto meno film del solito – colpa, anche, della distribuzione folle e miope – e ascoltato molta più musica – grazie Spotify, ti voglio bene –  ma di tirarne fuori dieci per categoria non ne avevo voglia. mi perdonerete, piccoli lettori del blog)

Palco n.25 OR.1/D (S04E02, the bike girl)

fotoIndossa il maglione nero che le ha regalato la nonna lo scorso Natale. Sotto, un paio di jeans nuovi. Neri, semplici, senza strappi. Fa un risvolto alla gamba destra, mette la giacca impermeabile, fuori è umido ma non piove. Si stringe la grossa sciarpa bianca al collo, sistema il cappello a tesa stretta che indossa spesso ultimamente, inforca la bici e va. Attraversa veloce la via Emilia. Le prime decorazioni natalizie si specchiano nelle vetrine chiuse da poco dei negozi. Rallenta la pedalata, si specchia anche lei. Il suo riflesso opaco, avvolto per una frazione di secondo da lucine sottili appese nel buio della sera, la scia della sua bici bianca come il lampo di un flash. Sorride a una coppia che marcia veloce verso l’appuntamento. Il suo è solo rimandato. Un messaggio veloce all’amica, prima di uscire. ‘Aspettami, il concerto durerà poco’. Il locale sarà quello solito, tutto nel raggio di cinquecento metri. Casa, teatro, locale.
Arriva e parcheggia la bici, salutando il ragazzo che controlla le bici parcheggiate appena sotto la scalinata d’ingresso, ci son state lamentele per un paio di furti.  Nel foyer c’è la fila all’ingresso e un discreto brusio. Controlla la durata dello spettacolo. Un’ora e quarantacinque, pensava meno. Entra e viene investita dalle luci. Le pare di sentire l’odore del velluto, era tanto che non veniva a teatro. Stasera c’è per conto terzi. La nonna, assente, ancora ferma dopo un incidente casalingo. La sua compagna neppure, una febbricciatola che sconsiglia le uscite serali. ‘Vai tu, nanein, poi me lo racconti’. Lei ha fatto un sorriso forzato e accettato. Si siede, incrociando lo sguardo stupito di un tizio con gli occhiali fumé e troppa brillantina nei capelli.
Ha in mano un programma, lo appoggia nella sedia a fianco che non verrà occupata. Sussura buonasera alle signore dietro di lei. Un paio le conosce, una di sicuro. La ricorda da quando veniva spesso con la nonna, per poi altrettanto spesso addormentarsi a metà della prima parte.
La musica classica. Han provato a inculcargliela. Lezioni di violino, poi pianoforte. Lei, testarda, voleva suonare la chitarra. Il padre, testardo, insisteva. Pareggiarono e lei non imparò mai a suonare nulla. Solo la nonna riusciva a farle ascoltare la classica, a casa sua era un sottofondo abituale. ‘Vedrai che ti piacerà’, le aveva detto con gli occhi dolci. Clarinetto e pianoforte. La vede dura. Guarda i palchi. Un signore con la barba e una signora con i capelli bianchi parlavano fitto, un solitario guarda di sottecchi la platea. L’avviso di spegnere i cellulari cade dagli altoparlanti, mentre i whatsapp degli amici picchiettano il vetro dell’iPhone come pioggia su pozzanghere. La richiamano alla festa. Le luci si abbassano. Non troppo, sarebbe riuscita a leggere il libretto, perlomeno.

Ecco il duo, gli applausi. Un leggero fremito di curiosità la attraversa. Il clarinettista è un bell’uomo. Biondo, un completo stretto nero, calzini rossi a dare un tocco lezioso. Il pianista, più compassato. Fili biondi pettinati all’indietro con una enorme stempiatura, un classico tre pezzi di marca, occhialini neri.
Entrambi svedesi. Ricorda spesso il viaggio a Stoccolma dell’estate precedente, la bellezza naturale delle persone che incontrava, perfettamente accoppiata alla bellezza centenaria della città. Ci tornerà di sicuro. Mentre il duo inizia la sua passeggiata lungo le composizioni di Schumann, si trova a pensare a tutto tranne che alla musica. Era anche quello un effetto della musica, sicuro. Pensa all’università, all’esame fallito, al padre angosciato per i suoi voti, alla sua amica nervosa per questioni di cuore, a quell’amico che la tempesta di messaggi che rimarranno speranzosi, alla nonna che è a casa da sola e si aspetterà un resoconto nel loro classico pranzo del sabato. ‘Nonna, la classica non fa per me’. Sarebbe stato come tirarle un pugno. Evitabile.
Un movimento del biondo sul palco la risucchia finalmente nel suono. Lei si scioglie, segue le melodie delle danze popolari rumene, si trova a picchiettare le Dr.Martens sul pavimento. Eseguono brani di Chopin. Ah! Chopin. Quello le piace. I brani sono brevi, i movimenti del clarinettista, che segue col corpo la musica, ondeggiando insieme al suo strumento come un incantatore. Il pubblico dei palchi è immobile e attento, tranne un tizio che muove la testa seguendo il ritmo. Applausi. Intervallo.
Guarda il cellulare, ondate di whatsapp. Deve fare pulizia di tutte queste chat inutili. Si volta indecisa se uscire a fumare o meno. Qualcuno potrebbe vederla.
Incrocia lo sguardo con una coppia di amici. Pazzeschi, sembrano avere sessant’anni. Lui, in giacca e cravatta sbagliata, lei con una collana enorme. Li saluta, con un sorriso stirato, quasi a biasimarli. Eppure, si sorridono, le mani intrecciate, leggono qualcosa sul programma. Lui le da un piccolo bacio su una guancia, lei chiude gli occhi chiari, sembra che ci siano solo loro nel teatro. Decide di uscire. Una rapida occhiata intorno e accende una Marlboro Light. Vicino a lei, una signora con una cappotto lungo fino alle caviglie fuma con violenza. Si guardano, come se si riconoscessero, poi guardano insieme le luci della fontana che saltellano come se anche loro seguissero le note allegre di un clarinetto. Si concentra sul suono preciso dell’acqua che cade, attutito dalla calma della sera. Solo un paio di biciclette che attraversano la piazza.
Rientra, anticipando di pochi secondi il ritorno del duo sul palco. Lui era effettivamente ammaliante. Le dita che si muovevano rapide e lievi sullo strumento a fiato, che accoppiato al pianoforte suona le tzigane danze ungheresi di Brahms.
Si annota una frase del compositore, tratta dal libretto: ‘Un individuo che cerca di compiacere l’aristocrazia è destinato a essere un buono a nulla‘. Lei, aspirante rivoluzionaria. Un brano romantico di matrice spagnola, dura troppo poco, le sbrana il cuore per due minuti di dolce e triste bellezza. Le ultime composizioni sono danze avvolgenti. I musicisti sembrano gatti che saltano e  si aggrovigliano alle note, giocosi. Uno scattante e smilzo, bianco con riflessi dorati nella coda, l’altro col pelo arruffato e un po’ grosso. Lei vorrebbe saltare sul palco e ballare un po’. Perchè no. Non lo farà mai, ma era bello sognarlo per un momento. Finchè il concerto termina.

La musica è finita, ma lei non vuole uscire. Le sembra di essere in un bozzolo. Fanno un paio di bis. Le sembrano perfetti. E’ durato meno del previsto. Si allaccia la sciarpona, guarda il telefono ribollente di whatsapp. Ne manda solo uno all’amica. ‘Vado a casa, non mi sento bene’. E si avvia fra le vetrine luccicanti di riflessi.
Sarebbe entrata in casa, avrebbe dato un leggero bacio al viso sbalordito del padre, gli occhi di lui indecisi fra il momento di dolcezza della figlia e il controllare l’orologio, così presto?, e poi avrebbe letto qualcosa, fatto un bel sonno pieno di elfi saltellanti che la circondavano mentre dormiva, suonando flauti colorati, si sarebbe svegliata presto, sarebbe andata al mercato del sabato mattina e il giorno dopo, ‘Aloura, com’e stato?’ le avrebbero chiesto occhi dolci ma stanchi della nonna, mentre le serviva le tagliatelle.
‘Bellissimo, nonna, bellissimo. La prossima volta ci andiamo insieme’.

 

 

Programma di serata

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