Seguendo le favole di Hollywood, indossando stivaletti scamosciati

Quentin Tarantino fa quello che vuole. Si prende tempo, quello che vuole, per fare conoscere tre personaggi, per mostrare lo sfondo, la Hollywood del ’69 e quello che rappresenta(va) che è poi il punto.
Si prende tempo, per mostrare capelli bellissimi al vento di decappottabili o di macchine con i finestrini perennemente abbassati, tempo per carrellate orizzontali, per mostrare tanti piedi e alcune calzature, mettendo dentro i suoi feticismi, facendo il suo film più personale (l’ha anche detto lui).
Si prende tempo, in totale controllo artistico, una cosa abbastanza rara nella Hollywood ’19 in un panorama di ‘filmoni’ dominato da eroi e sequel/prequel e con una storia originale, seppur appoggiandosi alla storia vera. Non dico niente di personaggi e della, esilissima, trama. Sarà un piacere per chi vedrà il film andare poi a leggere (finalmente, il film è uscito nei paesi culturalmente civilizzati a luglio, massimo a metà agosto, solo qui adesso ma, hey, non siamo gli ultimi, in Corea del Sud esce la prossima settimana!) del mix fra realtà e finzione di vari personaggi che il film mostra più o meno a fondo, in una marea, seppur controllata, di citazionismo tarantiniano.
Il regista si prende soprattutto tempo per portare lo spettatore al finale che, senza dire niente, è il tutto.
E’ l’approdo di una favola, come recita il titolo, dove si arriva con tantissime cose viste, con una sequenza in cui Di Caprio dimostra di essere il migliore attore della sua generazione, un’altra che è puro amore per il cinema e gli occhialoni.

Piacerà meno degli incassi, secondo me, al di là del pop, del fashion (Brad Pitt non fa solo l’indossatore, ci mancherebbe, non l’ha mai fatto, c’è una scena straordinaria, quasi sospesa nel caldo e nella polvere, in cui è perfetto, però quando fa il modello, cadono mascelle pure maschili) non è un film per tutti. Piacerà a chi ama il cinema, non solo l’atto di andare al cinema, proprio chi si fa i viaggi con il cinema, ci ripensa, ne legge, ne parla, chi si alza il mattino dopo una visione con gli occhi ancora pieni delle vie di Los Angeles, di sole, piedi sporchi, polvere, sigarette, cocktail, ville, capelli al vento e cappelli, locandine e ranch sentendo quell’effetto che solo il cinema può ricreare, quella sensazione fra malinconia e magia che pochi film sanno rendere e questo lascia, dopo un lungo viaggio che poi sembra troppo breve, volando nella notte di Los Angeles.

 

Ps.: complimenti sempre a chi proietta in versione originale, ieri sera alla “anteprima” era pieno di giovani fra l’altro, bel segnale, spero;
Ps2.: bisognerebbe sapere qualcosa della cultura americana di quel periodo, sarebbe meglio per capire tutto, anche se non è fondamentale, soprattutto un passaggio, un nome, che mi è stato spiegato prima del film da bravi ragazzi che hanno fatto una presentazione dello stesso;
Ps3.: ho scoperto una cosa. Al cinema se uno ha al polso quei robi collegati al cellulare che ricevono gli avvisi e se il tipo/a è gettonatissimo, il robo al polso si accende cento volte durante la visione e solo perché ho abbracciato la via della pace non ho preso la mannaia tagliandogli il polso, al tipo col robo al polso, anche perché Quentin non fa più certi film, quindi sarebbe stato troppo tarantinesque, la scena della mannaia e del polso che cade sul pavimento della sala, il robo ancora acceso.
Ps4.: lo stivaletto mocassinato che indossa Boothe/Brad nel film lo puoi comprare qua

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Un twit al Pd (peinsa te)

L’altra sera mentre scrivevo l’ultimo post sulle squadre di calcio con l’SPQR dentro avevo anche buttato giù una bozza di altro. Poco fa, prima di spegnere il pc dell’ufficio, sono andato a rileggerla, così, mi son detto, in macchina verso casa mi costruivo un mezzo racconto. Entrando in WP ho visto che negli ultimi giorni due visitatori hanno aperto un post di anni fa. ‘Una lettera al PD’. E allora mi son detto, ohibò, che coincidenza, ma neanche tanto poi, che oggi ci sono le consultazioni dopo la crisi di governo innescata dalla trucida Lega ad agosto e dopo ho pensato anche a chissà cos’avevo di così importante da dire, dieci anni fa, al Pd e mi sono riletto il post.
C’è un passaggio così:
”Signori del PD, o la capite o non la capite. E sarebbe molto meglio se la capite.
Perché qua la Lega e le mandrie berlusconiane si mangiano tutto. Perché seppure battano soltanto su due tasti, la sicurezza e “la sinistra ha fatto danni” sono sufficienti. Sapete perché? Perché davvero la sinistra ha fatto danni. A se stessa. Non sapendo rinnovarsi, fermata nell’immobilismo che ha permesso cose inconcepibili fino a pochi MESI, non anni, fa.”.

Addirittura avevo scritto parole in maiuscolo. Dovevo essere proprio arrabbiato. E, sicuramente, seguivo molto di più la politica nazionale. Comunque dopo mi sono ricordato che giusto ieri, per fare una gag fra me e me, che suvvia, non ha senso scrivere a un politico, ho mandato un twit al segretario del Pd. L’ho fatto davvero, peinsa te, anche se non voto Pd da un bel pezzo, forse, adesso che ci penso, da quel post del giugno 2009.
Il twit dice:
“I 3 bar della provincia di MO in cui son stato in due giorni dicono che sbagliate duro. Il Truce ci sguazzerà se vi accordate e alzerà ancora di più la sua retorica contro la sx e il mov. non è affidabile. Meglio fare opposizione e creare nuovo consenso. Fidatevi dei bar” perché nei primi due giorni di lavoro fra un pranzo e un paio di caffè avevo origliato conversazioni di politica e insomma l’ho scritto. Ovvio che nessuno, ci mancherebbe, l’ha letto e dopo essere arrivato a casa leggerò se il Presidente ha dato l’incarico per fare il governo M5S e Pd. E fra qualche mese questo governo salterà e, ancora, la Lega e i rimasugli di Berlusconi si mangeranno altri voti con una facilità disarmante, sempre battendo sull’emergenza inesistente della sicurezza e sui danni della sinistra che non è poi così di sinistra.
Perché non c’è peggior sordo di chi non ascolta, dice così la massima, circa? Una cosa simile.
Intanto, pubblico questo post, così fra dieci anni, vediamo se è cambiato qualcosa, magari il Pd non esisterà più, magari avrò chiuso il blog, chissà.

L’anno che verrà delle mie squadre con la SPQR dentro

In breve: tifo la Reggiana, simpatizzo moltissimo per la Roma.
Nel weekend sono iniziati i campionati e ho visto entrambi gli esordi delle due squadre che, casualmente?, entrambe iniziano con la lettera R, come romanzo, per dire, e tutte e due le città di cui sono simbolo calcistico, hanno SPQR nel, appunto, simbolo cittadino.
Detto ciò, vediamo cosa mi aspetto dalla stagione, dopo i primi novanta minuti più recupero, come si dice.

La Regia:
dopo un anno di terribile serie D, con un nome diverso e una nuova società dopo il fallimento e noi in tribuna, riecco la maglia granata in serie C, la categoria che è simile all’inferno, luogo di partite orrende e di grandi slanci, di centrali difensivi grossi e giocatori di tecnica superiore che sono come pepite in un fiume. Ci arriva dopo un riassetto della proprietà, con un nuovo allenatore e una batteria di giocatori appena arrivati. Per l’esordio, torniamo nei distinti per il test contro quella che gli esperti pronosticano come una delle favorite, la Feralpi Salò che ogni volta che passa da Reggio sembra giocare per la vita e che spesso ci ha fatto soffrire in questi millemila anni di inferno della C. Finisce 4-1 con una delle più belle prestazioni a tinte granata degli ultimi anni. Poco per avere certezze, più che sufficiente per gonfiare un piccolo palloncino di speranze, abbastanza per dire con una certa sicurezza che, sì, quest’anno ci divertiremo allo stadio.
Il mister è uno che parla di principi di gioco, sceglie la panchina più vicina alla curva e io mi esalto. Ed è uno che dopo un mesetto di lavoro li mette in mostra questi principi. Centrocampisti che giocano a due tocchi, poi vanno a dettare il passaggio o provano il lancio in verticale, palla bassa, aggressione a palla persa. In mezzo un giocatorino scuola Giuvens che è un piacere vedere librarsi per il campo, al suo fianco un armadio a due ante e mezzo che andrà anche in gol con una cannonata da tre quarti campo su punizione, ai lati due laterali che fanno buona impressione, sopratutto Favale. L’uno del modulo base (3412) è Staiti, uno dei pochi in rosa dalla stagione scorsa, un giocatore a cui l’innalzamento del livello tecnico giova al suo rendimento. Corsa, legnate e affondi con una perla come primo gol della stagione, una sassata al volo da fuori aerea che gonfia la porta e il nostro entusiasmo dopo appena cinque minuti.
In attacco, Scappini, un centravanti che si vede subito che è uno che sa come si interpreta il ruolo e sa come si segna anche di testa. Ad accompagnarlo, una seconda punta, Marchi, di gamba e tigna per il primo pressing  seppur con tecnica che non pare raffinata ma non importa, i gol li faranno gli altri. A difendere il tutto, il consolidato duo Rozzio-Spanò e un nuovo giocatore che entra fra i miei preferiti nel giro di pochi minuti, nome gasante, fisico giusto, cazzimm’ quanto basta e un errore strepitoso a metà secondo tempo con un retropassaggio azzardatissimo ma senza conseguenze. Dai Espeche, voglio la tua maglia. In porta un giovane portiere che mostra sicurezza, aspettando il rientro dello sfortunato titolare.
Sugli spalti, noi al solito posto di cabala di due anni fa e una fila sotto un signore che avrà novant’anni, pelle lucida, macchie in testa ma occhi attenti, mani giunte e dei sussurrati ‘dai..dai...’ quando la squadra attacca. All’intervallo mette un golfino perché c’è umidità al 98% ma anche qualche colpo di vento perché piove. Il figlio, identico a lui, lo guarda sorridente dopo i gol, io guardo ammirato.
Il nostro piccolo discepolo di reggianità, figlio del mio socio di spalti, otto anni e già un veterano con quattro stagioni di stadio, non dorme al rientro in macchina, perché ‘è stata una partita troppo bella‘. E allora, ne sono certo, quest’anno allo stadio ci divertiremo.
Obiettivo playoff, sperando in un finale migliore di due anni fa (cit.) perché sognare è bello e andiamo allo stadio per quello.
(qui: video IG con i gol della prima granata)

La Magica: 
come da amichevoli estive, tanto bene in attacco, i brividoni dietro. Stamattina ho letto critiche eccessive ma la difesa non era quasi mai piazzata male, solo che i centrali non sono abbastanza capaci. Giovanni Gesù disgraziato sempre (il rigore causato è una roba da seconda categoria) e Fazio forse è troppo abituato ad avere Manolas di fianco. Serve un rinforzo (Mancini nel terzo gol, sbaglia pure lui, ma crescerà) serve più pressing a palla persa (e Veretout aiuterà) e più equilibro. Forse serve ripensare il centrocampo, Pellegrini e Zaniolo insieme sono un lusso, seppur coi piedi buoni si gioca meglio? Sicuramente occorre trovare una contromisura allo schema banale ma efficace con cui il Genoa ha segnato due gol (palla al centrocampista centrale avversario, lancione a scavalcare la difesa giallorossa).
Seguirò con grande attenzione Fonseca perché mi piace molto come si propone, pure come look. In attacco, nel palleggio, la squadra è già bella e pure divertente. La qualità c’è, peccato il derby subito che è sempre un rischio, però, daje. Bello lo striscione della Sud per il capitano romano Florenzi e quello col nove proverò a riprenderlo al fantacalcio che quest’anno è a rischio ventello e il turco Cengiz farà un sacco di gol.
Stagione di dubbi e di fiducia, difficilmente di equilibri. Anzi, stagione a caccia di equilibri, perché quando riparte questa squadra può fare danni a tutte. Quarto posto? Chissà, difficile forse ma una prima serata da ventitré tiri contro sei, è un dato a cui mi aggrappo con fiducia. Di sicuro, ci si divertirà, bis e over.
(qui: sintesi della partita)

E a maggio, tornerò a leggere questo post…

Thom Thom Club

Mentre guidavo verso la piazza coi ciottoli mi sono chiesto quanti concerti avessi già visto lì, a ballare sui ciottoli rischiando le caviglie. Da un calcolo a memoria, probabilmente per difetto, dieci. E ho ripensato a quella cosa bellissima che facemmo per i National e alle altre sere in cui sono andato. Ho pensato che poteva essere un’ottima occasione per chiudere con la faccenda di andare a vedere concerti che a dicembre farò mezzo secolo e il primo concerto che ho visto ne avevo sedici, quindi fanno trentaquattro anni di giù dal palco e non parlo di teatri, comodi e seduti con la temperatura giusta tutto l’anno, parlo di palazzetti grigi, arene più o meno vaste, locali di varie forme e dimensioni.
Questo pensiero me lo sono portato dentro mentre trovavo un posto dove piazzarmi per vedere Thom Yorke, uno dei personaggi più importanti degli ultimi vent’anni di rock. Sarebbe perfetto come pietra tombale sulla carriera concertistica. Pensieri non esattamente lietissimi ma comunque concreti, in un giovedì lavorativo infrasettimanale, dopo nove ore in ufficio e una e mezza in macchina e un McDonald buttato giù al volo per non svenire, così tanto che nei primi venti minuti di concerto ho notato con una punta di stizza due cose dell’andare ai concerti, oggi.
(qui è dove metto le mani dietro la schiena, stile ‘umarell’ e guardo la gente)
La prima riguarda i cellulari. Entra Thom accompagnato dallo storico produttore Nigel Godrich e da un tizio che si occuperà dei visuals e attaccano con un brano lento per pianoforte ed effetti che non riconosco, e oplà, si alza un’onda di schermi bianchi a riprendere. Lo scrivo ben sapendo che anche io fatto un mezzo video durante la serata, una storia da postare su IG, tanto per dire al mondo che non ascolta o dimentica che ero al concerto. Colpevole, però secondo me non ha senso fare in continuazione video di solito brutti solo per dire ‘io c’ero’, video che credo non verrano rivisti spesso se non mai, che riempiranno la memoria del telefono e non resteranno. La ragazza che è piombata a metà set davanti al tizio di fianco a me aveva uno zaino che pareva dovesse andare in montagna per tre mesi anziché a un concerto ed è rimasta per minuti con le braccia tese a fare un video orrendo perché essendo bassa, che ovviamente non è una colpa, arrivava con le braccia tese manco all’altezza dei miei occhi che erano attratti da questo schermo a mezzo metro da me e dove la tizia riprendeva teste, braccia, altri cellulare in modalità video, piccole frazioni di Thom Yorke che ballava e la parte superiore del grande schermo. Per me non c’è problema, foto, video, ok, però forse si esagera e hanno ragione gli artisti che s’arrabbiano sempre più, perché si dovrebbe essere lì per la musica – sorprattutto ieri sera, un concerto non certo facile, musicalmente parlando anche se Thom ha la giusta accortezza di limare certe asperità o pesantezze che su disco si sentono – inoltre perché per vedere un bel video di un live esiste You Tube ed è gratis e la qualità è migliore del cellulare.
E poi il chiacchiericcio. Se devi parlare con la vicina (avevo due ragazze che per la prima mezz’ora hanno parlato ed erano alle mie spalle, discretamente brave perché modulavano la chiacchiera in base al volume del pezzo, parlavano di lavori da accettare e poi di un tipo che non si capisce se ci fa o ci è, in sintesi) e io sono buonista vero e non dico mai niente, però non capisco proprio. Spendi cinquanta euro per vedere un concerto in mezzo a zaffate di sudore stantio, zanzare che sembrano calabroni, birra scadente, gente che ti spinge e stai a parlare durante lo spettacolo, forse sarebbe meglio spendere cinquanta euro in una buona bottiglia e scolarsela a un tavolo di una bella piazza. O no?

(qui è dove tolgo le mani da dietro la schiena)
Poi però ho sentito un odore di marijuana fortissimo e buonissimo, mi sono ricordato dei tanti concerti dove ero io quello che fumava e ho pensato che un paio di tiri sarebbero stati perfetti per entrare ancora meglio nel mood sonoro del Tommaso nostro. Manco a farlo apposta dall’altra parte mi è arrivata una zaffata di pakistano e allora anziché chiedere un tiro, cosa che non si fa con saggezza da anni, ho chiuso gli occhi e mi sono ascoltato qualche secondo così, al buio, senza vedere i visual a volte pop e colorati, altre  volte a formare intrecci di forme o zampilli di grigio come sogni (incubi?) non a fuoco, ballicchiando il loop dei bassi sul posto, scuotendo un po’ la testa, mettendo le braccia non dietro alla schiena ma in aria, in alto e lì ho capito che non sarebbe stato l’ultimo concerto perché alla fine mi piace ancora andarci, alla fine restano momenti che ricorderò, anche la ragazza con lo zaino da scalatrice, i chiacchieroni, le zanzarone che per fortuna avevo una camicia e pantaloni lunghi, Thom Yorke che è un fenomeno – ha fatto due ore dove ha suonato strumenti con pulsanti e cavi matti che facevano pin pin, wuoom wuoom, plon plon, taktictakk, la chitarra per riempire vuoti, il pianoforte per cantare in solo ‘Down Chorus’ gettando nello sconforto dell’amarezza il pubblico che all’inizio del pezzo (ascoltalo) fa ‘sshhhh’ per zittire i chiacchieroni e alla fine si lancia in un applauso caloroso,  ha ballato come un folletto come ha urlato un tipo che ne cercava di imitare le movenze vicino a me – e prima di entrare la bellezza delle merlettature ferraresi al tramonto e una volta uscito la stanchezza dolce e meritata fra le vie del centro, andando verso casa con i pensieri sciolti nella calura, lavati via con una secchiata di musica.
Alla prossima, piazza coi ciottoli.

Le canzoni pref.

Qualche settimana fa un’amica per festeggiare il suo compleanno ha chiesto ai suoi ‘followers’ di inviarle una playlist contenente le loro ‘canzoni preferite’. E così, mi son messo lì a pensare alle mie canzoni preferite perché mi sembrava una bella richiesta e perché la cosa aveva il profumo digitale degli anni dei blog musicali, delle discussioni infinite su Friendfeed, del web quello con le liste, le classifiche, i post a punti.
All’inizio ho avuto molti dubbi. Come si scelgono le canzoni preferite?
Se sei una persona per cui la musica ha un ruolo nella vita che non sia solo sottofondo ma qualcosa di più, è una domanda impegnativa perché le canzoni preferite sono un argomento quasi definitivo e pure scegliere certe canzoni ti definisce proprio. (certo, stiamo sempre parlando di musica, ma minimo minimo, parlare di musica è una delle cose più belle che ci sia anche perché, parlando di musica, si finisce sempre, ma sempre eh, a parlare di qualcos’altro, spesso di noi stessi).
Quindi come si fa? Si pensa alle band della vita e si va a scegliere un disco e da lì una canzone? Si calcola, seguendo tabelle personali e mutabili, l’importanza di certi pezzi? Si mettono le canzoni con cui sei cresciuto?  Si punta ad essere fighi o diversi o alternativi, mettendo canzoni di un certo, diciamo, spessore? Si ponderano canzoni che hanno racchiuse nelle loro note momenti della gioventù o momenti importanti?
Troppo difficile, credo che nei momenti importanti la musica non ci sia, oppure si aggiunga dopo, come una colonna sonora applicabile alla memoria, ma questo è un tema magari da affrontare in separata sede, comunque mi sembrava tropo impegnativo. E poi, ho capito.
Era facile.
Le canzoni preferite sono semplicemente quelle che si ascoltano sempre. Da sempre. O sempre da quando le hai ascoltate per la prima volta. Non sono obbligatoriamente legate a momenti, viaggi, cose e mari o monti.
Metti tu le cose sopra a quelle canzoni, o sotto, o sopra a quelle che scegli a lavorare quando ti serve una spinta e selezioni quel brano, a quella che ti tira fuori da un pensiero opprimente quando esci da un ospedale o quella che ti ricorda una persona speciale. Metti un insieme di ricordi e sensazioni. Metti quelle che porteresti su un isola deserta, anziché i canonici tre album di parecchie chiacchierate (per neofiti, la domanda è: ‘Quali sono i tre dischi che porteresti su un’isola deserta?’).
Unica regola che mi sono dato è stato il numero. Dieci sono troppo poche, trenta sono troppe e poi ho scelto una canzone per artista, altrimenti magari dei Police ne mettevo tre, per dire.  Vale mettere un pezzo di Mehldau in solo e uno in trio perché Brad è il re e quindi vale. Poi non è stato facile sceglierne una, solo una, dei PJ, per esempio.
Però alla fine è stato più facile del previsto perché ogni tanto queste le devo proprio ascoltare per recuperare una sensazione, un equilibrio, anche solo per fare un sorriso.
Poi, se la faccio fra dieci giorni magari cambia. Ed è giusto così.
Se vuoi, fai la tua playlist delle canzoni pref.
Poi ne parliamo, oppure la ascoltiamo.

Serialismi, giugno

La parola capolavoro è usata spesso a sproposito, soprattutto a causa dell’entusiasmo con cui ci si fionda sui social dopo aver terminato la visione di un film o una serie tv. L’entusiasmo va bene, però conserverei il termine (piuttosto impegnativo anche per chi lo ha scritto, il capolavoro) per poche cose, magari quelle che cambiano davvero le carte in tavola, arrivano dove gli altri non hanno osato (come le aquile, circa) lasciano qualcosa nel tempo.
Chernobyl” non è il capolavoro di cui ho spesso letto in giro in questi giorni. Manco ci si avvicina a un capolavoro ma è su Sky, va a coprire il fresco vuoto lasciato dalla fine di GOT – il titolo che tutti o quasi hanno guardato e commentato, sigh – tratta un argomento noto e lo fa in maniera giusta, appena didascalica (e didattica) e con tre attoroni perfettamente in parte anche se, per chi la guarda in inglese, a volte fa sorridere l’accento british nelle stanze del Cremlino o in mezzo alla polvere dei minatori.
“Chernobyl” è una buona serie, dura come un nocciolo (ops) e ben orchestrata con una narrazione piuttosto classica. Una specie di horror con il male che letteralmente fluttua nell’aria e nelle stanze dei segreti in salsa russa e sì, confermiamolo, le bugie si pagano sempre.
Si avvicina di più al capolavoro un’altra serie che mette sempre piuttosto a disagio dove la paura non la vedi ma è dietro l’angolo, basta essere nel posto sbagliato nel momento giusto e se non è proprio il momento giusto, magari se non hai il colore giusto, chi dovrebbe proteggerti inizia a metterti paura, ad usarti, a rovinarti. Anche questa serie è basata su una storia vera, è su Netflix, se ne parla molto meno purtroppo ma è bellissima.
When they see us” è divisa in quattro parti di poco più di un’ora, ognuna può essere vista come un piccolo film e ogni parte ti prende e ti strizza forte, lasciandoti terrorizzato, arrabbiato, commosso.  C’entra anche Donald Trump, sempre a proposito di raccontare bugie, tutto piuttosto contemporaneo.
Però, c’è qualcosa che  sì, si avvicina parecchio alla definizione di capolavoro.
Fleabag” su Prime Video.
Sono sei puntate da mezz’oretta, una serie (questa seconda, la prima parlava di altro ma tanto, se vi fidate, le guardate tutte e due, in fila eh) che parla di speranza, in Dio, nell’amore, dipende, tutto visto con lo sguardo acutissimo di una scrittrice/attrice fenomenale, che ti guarda (letteralmente, coff coff) e ti sfida a guardare bene, mentre ride e sorride, mentre dentro si rompe oppure rompe cose mentre fuori le riaggiusta.
E’ divertente eppure è un mega drama e la fusione dei registri, spesso non si nota. E’ probabilmente la cosa più intelligente che ho visto in tv da anni. E il primo episodio della seconda stagione è un bignami di scrittura che lancia in cielo la storia in venticinque minuti. Peccato che l’autrice/attrice, essendo una grande, sappia anche quando smettere e non ci sarà una terza stagione. Applausi e ai prossimi serialismi.

 

Ps.: un interessante articolo riguardo a Chernobyl, oggi

Dieci per il capitano, otto da capopopolo, dirigente niente

E’ da ieri pomeriggio che vorrei scrivere qualcosa sulla faccenda di Francesco. Poi mi è passata la voglia, un po’ per l’amarezza, un po’ perché gente più capace, romani e romanisti, ne avevano scritto meglio. (non metto i link altrimenti non lo scrivo più, non che importi se non a me, ovvio).
Poi, poco fa un tipo al telefono per questioni di lavoro mi ha raccontato che ha cambiato ditta.
‘Ho cambiato maglia’ mi ha detto prima di salutarmi.
E allora, ecco il post.
Per Francesco, non si fosse capito, intendo quel Francesco, l’unico che è stato (e che per molti tifosi è ancora) ‘Re’?. Perché, versione breve per chi non ha tempo o per chi difende a spada tratta il soggetto del post, adesso Francesco, per me, non è più ‘Re’.
Per essere Re, secondo me che sono un romantico dei peggiori, bisogna essere giusti, equi, spietati solo quando serve.
Invece questo Re è letteralmente entrato nel salone (sulla questione, CONI, Malagò, poteri romani, rimando altrove ma ce ne sarebbe) con la mazza ferrata colpendo i nemici e terrorizzando, in prospettiva, eventuali amici (vedi la frase su Fonseca).
Ieri Francesco ha cambiato maglia. Ha tolto quella con il 10 dietro e ha messo la sua, soltanto la sua.
Perché se davvero ami quella maglia, una cosa come quella di ieri, se ami quella maglia, se davvero vuoi continuare a sentirtela addosso, se davvero hai studiato un pochetto per esserne dirigente, non fai quello che hai fatto. Non distruggi una società, schierando armate che cinque minuti dopo ogni frase si scannavano nell’arena social.
Francesco ha tatuato sulla pelle un numero magico e un gladiatore, ma ieri è sembrato in vari passaggi ‘Ditocorto’ (le assonanze con GOT son finite).
Ha detto: ‘C’è gente che rideva dopo le sconfitte’. E quindi adesso, dopo le sconfitte, riderà Francesco, che all’inizio sembrava la testa di ponte per una  nuova cordata, voce prontamente rimbalzata anche oggi negli ambienti romani? Prima il bene della Roma? Sicuri sicuri?
Certo. La società ha fatto errori, di comunicazione e gestione, ammessi anche dalla lettere del Presidente sul sito ufficiale (vedi, errori di comunicazione) Presidente che sì, forse dovrebbe farsi vedere più spesso a Trigoria, anche se penso sia un alibi regalato allo spogliatoio, dove d’altra parte Francesco è stato capitano per sei anni, sotto questa proprietà, quindi? Prima? Faceva lo stupidino pure lui?
A me non interessa difendere o attaccare la società che farà player trading, che vuole sto stadio ma che ieri è stata sputtanata da una bandiera. Ed ecco, a me non è piaciuto che Francesco l’abbia attaccata, così, da capopopolo, non dal dirigente che pensa di essere. Un dirigente non si espone, non dice ‘Stamo con le pezze ar culo’. Un dirigente non dice ‘Date tutto in mano a me’. Lo dice un capopopolo, dall’alto di una presunta superiorità tecnica e morale.
Da fan della Roma che non abita a Roma, da tifoso che è cresciuto in curva e che apprezza i valori romantici e passionali del calcio, senza i quali, questo sport davvero non sarebbe nulla, ho sempre percepito bene la viscerale unione tra la città e la squadra, apprezzando la ‘romanità’, vivendola le varie volte che sono stato all’Olimpico.
Eppure, non mi ha convinto Francesco, nemmeno un po’. Questo sentimento dell’appartenenza è bellissimo ma non può soverchiare la squadra, è un valore indubbio ma non può essere l’unico, deve essere accoppiato ad altre capacità, anche manageriali. La romanità non credo possa essere una bandiera dietro quale compiere sotterfugi, non è bello, nemmeno in nome del cuore.
Certo, trovare l’unione fra cuore e portafoglio non è facile e forse nel calcio moderno è sempre più una chimera. Credo di essere un fan vero del cuore calcistico. Non voglio la Super Champions, non voglio le squadre B che tolgono spazio ad altre squadre coi bilanci ballerini ma con tifosi che le sostengono in campionati minori, non voglio gli stadi ridotti a teatrini con i cartelloni luminosi al posto degli striscioni.
Voglio gli striscioni, le urla dei tifosi, i giocatori che si gettano in mezzo al pubblico dopo un gol (Florenzi contro la Juve, Alessandro, che critico sempre per come gioca, ma apprezzo sempre per come lotta, piccolo vaso di cristallo in mezzo a tanti romani evidentemente più romani di lui, per tornare al punto sopra della romanità) vorrei giocatori che baciano le maglie ma poi rinnovano anche a cifre non mostruose se baciano le maglie e così via.
Capisco bene chi dice della purezza di Francesco, anche a me son venute le lacrime al giro d’addio di un paio di anni fa, però doveva, proprio doveva, se ama davvero la maglia e non la sua maglia, lottare all’interno, provare dall’interno, imparare a muoversi nelle stanze della società (ma vacci alla riunione a Londra, vai e ascolta e impara) se davvero pensa che la società lo abbia costretto a lasciare (e mi permetto di avere dubbi visto che, almeno su questo le parti concordano, c’era il contratto pronto da direttore tecnico). Poteva. Quasi doveva, nei confronti dei suoi tifosi, se era convinto di fare il bene della Roma. Ha detto che aveva un buon rapporto con il CEO, mi sembra un bel biglietto d’ingresso. Certo, ha detto anche che decide tutto Baldini, quest’ uomo che ormai è diventato un mostro quasi mitologico (e qua, sarebbe bene farlo parlare no? Qualcuno interessato? Nessuno? Ok).
Poteva, Francesco.  Che delusione. Farò un tifo infernale per Paulo Fonseca che si troverà a camminare su carboni ardenti ma la Roma andrà avanti. Con fatica, ma andrà avanti.
Anche, senza – scusa Francesco – anche senza Totti, quel grandissimo campione che non dimenticherò mai, che mi ha fatto innamorare tante volte e che mi ha deluso così tanto ieri, anche se adesso, lo so già, sta già capitando, ogni volta che lo vedrò in foto, sospirerò.
Daje sempre.

 

(chiedo scusa a eventuali romani e romanisti che dovessero capitare qua se mi son permesso di parlare di ‘romanità’, però ne avevo bisogno, uno sfogo, che a me Totti ha cambiato la vita calcistica ma questa è un’altra storia)