ST2, demoappunti e gorgonvoti

Note sparse su ‘Stranger Things 2‘, un post ricco di spoiler, se non hai visto la serie e vuoi vederla, meglio se passi ad altro.

Era difficilissimo non pagare dazio alla sorpresa della prima stagione. Ricordo bene la sera che iniziai a guardarla, senza sapere esattamente cosa avrei visto. E ne rimasi incantato, sbalordito, divorandola in un amen.
Questa purtroppo è molto meno coinvolgente perché è un po’ la stessa storia ma soprattutto è piuttosto prevedibile e con una mancanza di guizzi narrativi che si sente e rende la visione meno elettrizzante.
Non prendo mai uno sviluppo di una trama, sono un sempliciotto facilissimo da sorprendere eppure questa volta non ne ho sbagliata una (povero Bob). Come se in fase di sceneggiatura si fossero accontentati, fidandosi dell’empatia coi personaggi costruita nella S01 . Infatti quelli nuovi, a parte ‘Povero Bob’, funzionano poco e a fatica.

‘Cartoline dalla coppia Spielberg & King’

Però, è sempre un filmone anni ottanta, un teen movie coi mostri, il crescere, gli amorazzi, divertente, realizzato molto bene e ci mancherebbe, pieno imballato anche stilisticamente di riferimenti alla cultura pop di quegli anni, in cui uno come me che era ragazzino negli anni ottanta, ci sguazza. Ha varie trovate, qualche scorciatoia narrativa di troppo (come Eleven riesce a tornare di sopra, ‘Closegate‘ che io ho pensato ‘Bé, tutto qua? Chiudiamo e bon?‘) un episodio che ‘anche no‘ (il settimo dove pensavo sempre ‘Torniamo a Hawkins per favore?!‘) e comunque almeno uno di troppo, storie d’amore spudoratamente e giustamente romanticissime e una leggerezza di fondo che non è banalità ma semplicità nel senso positivo del termine. Quasi una boccata d’aria fresca in tempi non esattamente facili, diciamo così, con molte serie che giustamente li riassumono, questi tempi.
Poi, non sono sicurissimo che negli anni ottanta fossero tempi migliori, forse eravamo tutti più ingenui ma i paragoni fra ere diverse mi lasciano piuttosto perplesso. Di sicuro sapevano fare film per ragazzi che conquistavano l’immaginario, come oggi sanno fare questa serie, che piace probabilmente più a noi kidult nostalgici che ai teenager di oggi, ma non sono sicuro, dovrei chiedere.

Ciuffoni Bros.

Dopo il sorrisone alla sigla finale, il mio pagellone:

La retromania: 7 – il carattere piuttosto fondativo del tutto, parte a sassata. Nella prima puntata ci sono (oltre a Spielberg e a S.King che ci sono tipo sempre): i Devo, gli Scorpions , ‘Talking in your sleep‘ (che io che sono super oald, ricordavo il titolo e il ritornello, non chi la cantasse, per questo c’è You Tube), Dig Dug (mio gioco prefe, ero piuttosto bravo, non come Max ma un record l’ho scritto pure io nella mia sala giochi di tanti anni fa), il Millennium Falcon. Poi è tutto un corso e ricorso fatto con competenza eighties (la festa degli studenti è stata uno spasso per i costumisti) e gusto citazionista;
Il mostro ombra del sottosopra: 7 – disegnato, intravisto, terrorizzante, vischioso, bravo;
Billy: 5 – il truzzo tutto muscoli, hard rock tutto assoli, paglie e virulenza posticcia era meglio se stava in California che il vivere in campagna non è per tutti. Un personaggio troppo caricaturale, cattivo senza esserlo davvero, pare, dato che lo spiegone col padre dura una scena sola ma sufficiente per renderlo simp…no, antipatico. Piuttosto inutile come tutta la story line con la sorella;
Max: 6,5 – serviva una quota rossa, lei se la cava, fa il maschiaccio ma meglio nel ballo, piuttosto inutile ma simpatica, mezzo punto in più per dominare a Dig Dug, gioco pref. ;
Dustin: 5,5 – troppa simpatia, scemenza (il girino) e sapienza in un unico personaggio. In generale i ragazzi, escluso Will in una sorta di risarcimento dopo che in S01 lo si era visto in due episodi, mi sono risultati meno simpatici e credibili;
Murray: 5,5 – l’investigatore chiamato dalla famiglia di Barb poteva benissimo non entrare nella trama, ma tant’è, lui è buon caratterista e porta a casa il risultato ma il personaggio viene dimenticato dopo tre secondi netti;
Bob: 6,5 – ripescato dal cast dei Goonies fa pure la battuta del tesoro con grande strizzata d’occhi. Tutto bene ma sai che morirà male dopo pochi secondi, peccato. Bella però la scena del sacrificio;
Will: 7,5 – nel suo profilo Instagram c’è scritto ‘Actor’. Con la ‘A’ maiuscola ampiamente meritata, credibilissimo nell’ospitare il mostro ombra;
La musica: 6 – dopo la partenza coi Devo, pensavo meglio, pochi pezzi veramente esaltanti, ma è colpa mia che mi aspettavo chissà cosa (qui, la colonna sonora col ricciolo e la lacca).

Le coppie:
El e Hopper: 8 – forse la cosa migliore della serie fra tenerezza, incomprensioni genitoriali, crescita, lacrimoni, puccismi;
Dustin & Steve: 7 – bromance a pacchi, fratellanza e tenero machismo, tutto ben fatto con bonus di ciuffoni per entrambi;
Lucas & Max: 6,5 – che carini e poi ho un debole per Lucas e la sua fionda impavida;
Nancy & Jonathan: 6 – la media fra la scena dei letti e dei limoni (7, mentre la serie si trasforma in una rom-com) e perché per il resto (5) sono inno alla passività;
El & Mike: 6,5 – protagonisti della paraculata della stagione con quel pezzo dei Police che non può non funzionare, con quel bacio che aspettavamo da tempo che ok, arriva e ci siamo tutti sdilinquiti e abbiamo lanciato il cuore per aria. Prevedibili, con occhioni;

E adesso, mentre si guarda altro, c’è già curiosità per la terza stagione, per vedere cosa si inventano dopo baci e cuori che volano (io la chiuderei anche qua, eh, ma il rischio mi incuriosisce).
 

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playlist minima, summer edition

Quando l’estate si fa profonda, caldissima e la gente vede lo striscione ‘ferie’ avvicinarsi, non si va al cinema (*) non si sta sul divano a guardare serialità (**) si offrono playlist ai futuri villeggianti.
Ergo:

Nello stereo, mentre vai in vacanza

Una compilation pensata per farti ciondolare la testa mentre sei a spasso in spiaggia, a fare trekking, a fare niente, a scoprire posti avventurosi, a fare il ricco in barca a vela, dentro e fuori una metropolitana di una città che non hai mai visto, eccetera.
Si passa dalla canzone che dovrebbe essere il vero tormentone dell’estate, a un dj truzz che si è preso in casa gente giusta e ha fatto un disco party, ai miei Arcade Fire che provano a reggere gli attacchi dei post-indie snob con la canzone degli zufoli, alle iper-cute-catchy-fashion Haim, passando per un pezzo da ubriachi, per poi prendere un aperitivo con classe e infine due salti nel black sound (e il disco dei ‘Pollyseed‘ è una meraviglia) per poi terminare con due cosette jazz perfette per un balletto, un abbraccio o un pisolo, vedi tu.
Potrebbe piacerti. Se ti piace, fammene una tu di compilation.
E buon agosto.

 

(già che ci sono: sul comodino o sullo sdraio)

Il libro da leggere quest’estate è sicuramente, assolutamente, inderogabilmente, ‘Exit West‘. Una storia di amore e migranti, scritta con pudore, bellezza e brillantezza. Bellissimo e carico di quell’umanità che troppi commenti vagamente fasci molto in voga in questi giorni di caldo tendono a calpestare. Ed è una bella storia d’amore, quindi è un win-win, libro bellissimo, mi ripeto.

Inoltre, visto che è estate potreste nuotare in un libro particolare, un po’ matto, un po’ magico, con riferimenti scientifici ma assolutamente non per scienziati, con tanto plancton, mischiato a leggende e confezionato con tanto amore per il mare. Se lo leggi al mare dopo ti fai dei viaggi mentali bellissimi, anche se il tuo mare non è un fiordo norvegese ma il litorale di Pinarella (con tutto il rispetto per).
Ovviamente il titolo è ‘Il libro del mare‘ e ha pure una copertina bellissima e azzurrissima.

*: al cinema, dopo aver visto l’ennesimo, ma questa volta giusto, ritorno dell’Uomo Ragno, non c’è niente. Peccato per chi come me spera sempre di poter vedersi film belli con l’aria condizionata a sassata.
Qui c’è un giusto articolo sulla questione ‘chiuso per ferie’ al cinema, si continua a sperare che prima o poi la situazione cambi e che un film come ‘Dunkirk’ esca anche da noi quando esce nel mondo. Manca un po’ di coraggio, di idee così a settembre/ottobre arriveranno venti titoli appetibili, vedremo di gestirli. Nel frattempo ci sono tanti trailer che arrivano creando attesa. Fra tutti, quello di ‘Blade Runner 2049‘ che, volevo scriverlo da qualche parte, rischia di essere film dell’anno perché il mio amico Denis non lo sbaglierà questo sequel, perché è troppo bravo. Mi ci gioco dei drink post visione.
EDIT: mi suggeriscono che il 10 agosto esce ‘La torre nera’ tratto da S.King. Siam già alle casse!

**.: se stai a casa a fare divanismo, oltre a fischiettare la sigla di ‘Game of Thrones’, puoi guardare la nuova di Netflix, ‘Ozerk’ che ne vale la pena. Oppure guardare la terza stagione di ‘Fargo’ che lì, non sbagli. Oppure approffittarne per rivederti tutto ‘Mad Men’ che compie giusto dieci anni (sospiro).

un post su di te, non te l’aspettavi, eeeeeeh?!?

Pochi giorni prima il concerto del #modenapark avevo scritto una cosa su Facebook. Chiedevo a chi sarebbe poi andato di ricordarsi di scrivere com’era stato partecipare a un concerto con duecentomila persone. Non la musica, la scaletta, le emozioni provate dalla platea durante il suonare. Volevo il prima e il dopo. Dettagli caratterizzanti, sciocchezze divertenti, file noiose, particolari inutili ma importanti, di quelli che fanno narrazione in poche righe. Cose così. Sapevo che, quasi, nessuno dei partecipanti avrebbe scritto una cosa simile (quasi, nessuno). Ci sta. La maggior parte ha poi commentato in coro: ‘pochi disagi, tutto bene organizzato’.
Sapendolo, mi sono divertito a seguire il pre concerto.
Cerca’ + #modenapark mi accompagnato tutto il giorno, in un rullo continuo di foto, video e hashtag in tema, #siamosolonoi #cisiamo #eccetera.
Ho visto:
gente che girava a piedi per Modena, molti avevano la testa per aria, sembrava una processione raffazzonata però garbata, un pellegrinaggio con facce fra il curioso e il concentrato, alcuni urlavano brandelli di canzoni, altri erano quasi stupiti dalla quantità di questo fiume di persone che si riversava nello spazio del parco;
punti ristoro più o meno improvvisati dove bastava l’accenno di una strofa che partiva un coro, un po’ stonato, vagamente ubriaco, forse la stanchezza dell’attesa, un po’ il caldo, mezze le birrette, giustamente;
gente sdraiata per terra a dormire nel parco nella notte fra venerdì e sabato in quella che è stata la foto più bella del weekend, purtroppo non ricordo l’utente che l’ha scattata ma meritava un poema;
altrettanto caratteristiche le foto all’alba da dentro il Pit 1 con la luce di quel giorno che sbucava dietro le torri del palco, foto quasi tutte immancabilmente vergate con un gioco di parole su un paio di titoli di inni del cantante;
immagini di gente spiaggiata su prato, sabbia, altri corpi, moltissimi selfie che reclamavano l’appartenenza all’evento, le story con panoramiche a braccio teso per mostrare quanti eravate;
foto di processioni ai bagni chimici, miste a foto di brindisi con birre di gruppetti assortiti e poi le innumerevoli immagini e video durante il concerto, le millemila sui fuochi d’artificio.
Detrattori o osservatori potrebbero dire: ‘Bé cosa c’è di diverso da centinaia di altri concerti, festival, manifestazioni sparse per il mondo’.
La risposta è molto semplice: la vicinanza moltiplicata per la moltitudine. L’evento a cui nessuno poteva sottrarsi, se abiti a cavallo fra le province di MO e RE, quello di cui tutti sapevano, tutti parlavano. Negli uffici/bar/locali/parrocchie che frequento è difficile che si parli di concerti e nel caso la conversazione termina piuttosto rapidamente.
Due settimane fa invece tutti avevano da dire la loro, tutti avevano da condividere il loro pezzo di Vasco-story. Chi l’aveva visto al Picchio Rosso, chi una sera in giro per locali, chi a un concerto qui, chi là, sotto il palco, fronte del palco, la prima canzone, eeeeh, oh!, e così via.
Gli onnipresenti tuttologi che non perdevano occasione di ricordare di quando loro andarono al ‘metti qui nome artista visto in concerto anni fa’ oppure non si lasciavano scappare di mostrare la laurea in ‘sapere cose di cui non si ha la minima idea’ spiegando come e dove stavano sbagliando gli organizzatori. Poi c’erano quelli che non si lasciano scappare la critica sociale a sfondo razzista paragonando i camperisti con la bandana del loro cantante preferito ai migranti, oppure un tipo che ha detto ‘ho visto dei negri nascondere pallet di birra per poi venderla fuori’ come se non sapesse che gli abusivi ci sono sempre stati ai concerti e che quegli abusivi (colore della pelle a parte, che una spruzzata di simpatico razzismo ci sta sempre bene) semplicemente si regolavano alla portata dell’evento. Duemila persone: secchiello, duecentomila: pallet.
Il numero degli spettatori paganti terrorizzava persone che pianificavano la fuga dalla città, non con una certa logica. E poi c’era la questione sicurezza. Per i partecipanti, sottovoce, si trattava di vincere una paura che, purtroppo, esiste.
Sono uno che va ai concerti, allo stadio. Come credo a tutti, a volte viene un pensiero sbagliato. E lì, lo scacci e vai. Fine. Perché altrimenti l’altra soluzione è stare alla tastiera a iniettare paura in qualche commento, a spargere terrore banale. E’ un riflesso deprecabile ma comprensibile, anche se spesso, chi scrive ‘speriamo vada tutto bene’ oltre che essere super gufo, da quello che vedo io, affatto stranamente, spesso non è un frequentatore di concerti o stadio, massimo della sagra di quartiere.

Come molti, ho visto il concerto in tv, mentre Bonolis veniva servito come capro espiatorio per la mancanza della diretta integrale, riservata ai cinema, mentre lui ci metteva del suo buttandoci dentro poca genuinità e molte ingenuità infarcite di citazioni fuori luogo. E poi il concerto. E mentre ancora le ultime scintille dei fuochi d’artificio che fischiavano la fine della festa erano nel cielo di Modena, la gioia, lo stupore, già il ricordo indelebile veniva socialmente riportato da molti.

Il concerto ha contagiato un sacco di gente, incluso me. La vicinanza, gli amici che sono andati, il martellare su FB nell’attesa e nei giorni successivi.
Erano anni che non ascoltavo più di due canzoni di Vasco in fila. E mi son ritrovato per giorni a fischiettarle, facendo anche qualche remix mentale coi brani, come sempre, facendomi qualche ‘eeeh’ che a me Vasco ha sempre, ma sempre, fatto ridere fin da quando lo imitavo nella tavernetta dell’amico cantando ‘Portatemi Dio’. Secoli fa.
Non cambierò idea su Vasco che ho visto in concerto due volte ma di cui non sono mai stato fan, nonostante abbia scritto canzoni che conosciamo tutti, ma che soprattutto negli ultimi anni di stadi pieni e album vuoti, è diventato un personaggio che trascende discussioni prettamente musicali, trasformandosi in un rito che nel giorno della sua messa più importante ha risvegliato tanti ricordi, innescato la voglia di riascoltare certe canzoni, di cantare quelle frasi che tutti conosciamo a memoria anche senza saperlo, quasi di ritirare fuori diari e zaini Invicta per scriverci sopra una frase adolescenziale, diventata poi generazionale. Scegli tu quale.
Un colpo da maestro, un ricordo che si è esteso anche a chi non c’era e non se ne pente anche se, lo ammetto, è stato un peccato aver rifiutato un biglietto gentilmente offertomi.
Sarà per la prossima volta.

 

playlist (Gennaio-Giugno, circa)

E’ un po’ un peccato che le classifiche si facciano solo a dicembre. Servirebbero classifiche parziali, giusto per ricordare, prima che troppe uscite sommergano quanto già assaporato, in un mondo di consumi culturali che va velocissimo, fin troppo e poi non ci si ricorda più.
Ergo, le cose migliori che ho vistolettoascoltato in questa prima parte dell’anno – potevo aspettare la fine del mese? no, altrimenti mi passava la voglia – parzialissime e personalissime, per ovvie ragioni. Via!

 

At the movies

 

1. Arrival: come tutti i film di fantascienza che contano non è solo fantascienza, è emozionante, misterioso, fa restare incollati alla poltrona, la storia ha un senso nobile e poi c’è Amy Adams;
2. La La Land: mi son letto tutte le critiche sui bianchi che salvano il jazz, Chazelle reazionario, eppure sono un romantico marcio, ho fischiettato ‘City of stars’ per settimane e poi c’è Emma Stone che balla male;
3 (ex-aqueo) Jackie & Logan (come una coppia improbabile): i giorni successivi all’assassinio di JFK visti dalla first lady più iconica di sempre, vengono raccontati con un meccanismo di sceneggiatura precisissimo e meraviglioso e poi c’è Natalie Portman, mentre Logan è il film di XMen/supereroi che noi quarantenni che restiamo teen ogni volta esce un trailer supereroistico, aspettavamo da un pezzo, violento, triste, commovente.

(in panchina: ‘Manchester By The Sea‘, un piccolo racconto di malessere dal punto di vista maschile; ‘Guardiani della Galassia Vol.2‘ perché è il blockbuster spassoso che ci vuole e c’è Baby ‘aww’ Groot)

 

Serialità

 

1. Legion: dopo la prima puntata giravo sul divano pensando ‘macosahovisto?!?’, il resto è il mattissimo tour nella mente di un mutante con super poteri, una storia psichedelica con rimandi visivi agli anni settanta, piena di citazioni, paure ataviche, magie, invenzioni, tutto frullato in un montaggio ipnotico e pazzo. Bellissimo. Lo sceneggiatore Noah Cowley (quello del ‘Fargo’ per la tv) si dimostra un grande boss, mettendo in scena un’opera pop completa e non banale;

2. Broadchurch: difficile che una serie alla terza stagione possa avere ancora fiato o il colpo di reni per rivelarsi all’altezza della prima. I detective Millah e Hardy ci riescono, inondando di disagio la visione già dopo pochi minuti, chiudendo le storie precedenti (sì, meglio recuperare le puntate precedenti) e dando qualche lezione di ‘parenting’ utile;

3. Big Little Lies: donne ricche alle quali un piccolo guaio apre il sipario borghese, mostrando psicosi assortite, problemi di coppia per coppie tenute insieme con lo scotch della socialità e drama vero, con il comparto maschile che non fa di certo un figurone. Soprattutto, seppure ambientata in ville affacciate sul mare per gente da stipendi a sei cifre annuali, le dinamiche fra le signore sono molto simili a quelle che si possono vedere a ogni piccolo bar delle nostre province, dove ogni mattina, dopo aver portato a scuola i figli, si possono ammirare collezioni di sguardi che sono lampi di condanna, invidia, falsa superiorità, o tutto insieme, identici a quelli della serie. E Nicole Kidman è sempre una delle migliori (anche se è difficile scegliere, in un cast perfetto).

 

Heavy rotation
(gli album che ho ascoltato di più da gennaio ad oggi, se clicchi forte sui nomi degli artisti, vai alla pagina Spotify del disco)

1. Loyle Carner: basi corpose, arrangiamenti sontuosi, un disco di cui non mi stanco mai, fra il nu-soul (un brutto neologismo ma ok) e rap made in GB;
2. Brunori Sas: un link dove è spiegato bene perché questo sia un signor disco. E ‘Secondo me‘ è la canzone romance da dedicare alle fidanz appena conosciute;
3. Tiziano Bianchi: un disco di jazz accessibile anche per chi alla parola ‘jazz’ storce il naso e contorce la bocca, con brani brevi e emozioni forti (bonus: un paio di settimane fa a un concerto ho incontrato il Tiziano, un tranquillone che alla mia stupida domanda ‘Potevi fare qualche brano più lungo, più aperto, ci stava’ lui ha risposto ‘Volevo farli così’ e allora io sono andato via, contento);
4. Father John Misty: un altro che scrive canzoni bellissime. Un album con molte ballate, molto pianoforte, molti cuori e volendo, testi da leggere. (bonus: in un’intervista il Father ha detto che ogni tanto si cala un pochetto di LSD. Lo aiuta a gestire l’ansia e la depressione, ‘true Boss‘);
5. Cameron Avery: è il bassista dei Tame Impala che qui si allontana dai suoni del suo gruppo per brani che hanno un gusto retrò, per la maggior parte ballate di classe e archi, poi c’è anche un bluesaccio bello deciso e altro. Uno di quei dischi a sorpresa che non ti aspetti e che poi schizzano in heavy rotation;
6. Kendrick Lamar: il più bravissimo dell’hip-hop in un disco pieno di parole, molti suoni vintage ma tirati a lucido per suonare perfetti e perfino il ‘feat.‘ con gli U2 risulta una magata;
7. Sampha: aspettavo l’esordio di questo ragazzone da un pezzo e lui dopo solo tre brani vince in scioltezza, con brani soul con sonorità moderne, tocchi di classe e una voce che lèvati;
8. Elbow: band che resta un mistero per come nessuno o quasi, se li fili in Italia. Eppure il loro pop ‘orchestrale’ starebbe bene con tutto, come una bella giacca sportiva, per dire. Ultimo disco, fra i migliori della loro produzione, è come una lunga carezza, utile anche per vedere tramontare il sole da qualche parte;
9. Slowdive: shoegaze, cos’era? Un genere musicale con chitarre che facevano da tappeto a una specie di amarezza esistenziale. Roba anni novanta dove spiccava questo gruppo che torna negli infiniti ritorni di questi anni, con un nuovo disco che però, oplà, è meglio dei precedenti. Otto canzoni per un bel viaggio.
10. Beach Fossils: il disco pop con tutte le cosine, vocine, chitarrine al posto giusto. E’appena uscito ma lo sto ascoltando sempre da giorni, è molto estivo e ottimo per mettere i piedi a mollo e ciondolare la testa.

(arrivato alla fine della compilation, mi accorgo che non c’è una cantante. Mumble, come mai? Capita. Per esempio il nuovo di Feist l’ho trovato noioso, la cantante dei ‘Priests’ è super ma non è disco da top ten…però ditemi nomi di band/vocals femminili che magari mi son perso, grazie)

 

Sul comodino

1. Una vita come tante, di Hanya Yanagihara (link)
dopo mesi ricordo ancora la sensazione proprio fisica, indice di alto gradimento di un romanzo, mentre mi calavo per due ore nella vita, passata e presente, non certo semplice, di Jude. Lunghissimo, potente e bellissimo.
2. Il cuore degli uomini, di Nickolas Butler (link)
una volta l’amichetta mi disse ‘Ti piace Butler perché scrive come te‘. Magari!, risposi io. Il suo secondo romanzo (il primo, ‘Shotgun Lovesongs’ resta uno dei libri più belli degli ultimi anni) è una storia immersa in campi scout e lasciti familiari con un finale bellissimo e strappa cuore.
3. Il Nix, di Nathan Hill (link)
personaggi in crisi, uno sguardo acuto sul presente che si intreccia alla Storia (americana), irrisolti legami familiari, citazioni colte, scrittura generosa fra ironia e drama, costruzione della trama pronta per la già annunciata serie tv. Ed è proprio bello.

(bonus, visto che si va, più o meno, in spiaggia e che, dicono, in vacanza si leggono i ‘gialli’: ‘Torto Marcio’, di Alessandro Robecchi: un giallo che non è solo un giallo, ambientato in una Milano poco da bere e ‘Prima di morire’ di Noah Cowley – che appare in questa playlist due volte, dimostrandosi un vero GURU – un thriller immerso nell’attualità americana ma non solo e con un inizio al fulmicotone)

Direi che è tutto. Ci si legge a dicembre con le classifiche di fine anno, circa, forse.

 

 

di certe domeniche, quando il calcio diventa letteratura

Che poi, pensavo, dopo una domenica in cui ho visto tante lacrime e tanta gioia applicata al calcio, che questo sport è pura letteratura. Chi si stanca di leggerne, o di sentirne parlare, per l’overdose mediatica, perché son poi sempre ventidue giovanotti che inseguono un pallone, perché è ‘l’oppio dei popoli‘, forse non comprende le emozioni, il peso specifico delle stesse, nelle vite comuni di molti. Forse oppio, ma quanto è buono.
Per esempio, in ordine cronologico, da una serie all’altra:
la promozione della Spal, anche se è di una settimana fa. E a me non piace la Spal, per questioni di tifo, di illogico campanilismo. Quando veniva a giocare a Reggio Emilia la prima cosa che dicevo sempre ai miei compagni dello stadio era: ‘Guarda che brutta, la maglia bianca azzurra non si può vedere‘. Eppure contro tutti i pronostici, la Spal vince la B, fa un doppio salto carpiato e arriverà nella massima serie. Immagina quel vecchietto di cui ho letto, un uomo giovane e forte l’ultima volta che quella che per me è una brutta maglia ha visto i campi della serie A. Immagina una sua intervista, sul filo dei ricordi, quanto può commuovere.
Poi, è vero, basta mettere insieme venti righe scritte degnamente ed è subito esile retorica pallonara, ma non è questo il punto.
Oppure, l’ultima partita di Francesco Totti. Una partita che stava pure andando male, soldi in meno nelle casse della squadra per un obiettivo non raggiunto, poi chissà come la partita la squadra la vince e può iniziare la cerimonia d’addio del ‘Capitano’, dove il giro di campo sono brividi sulla pelle, ogni pizzicore riporta a una carrellata d’immagini di quello che per me è stato il giocatore più forte degli ultimi venti anni di calcio italiano. E le discussioni da bar, legate a una frase del genere. Altra letteratura, da banco, bassa, se si vuole.
Immagina i romanisti che sono cresciuti insieme ai suoi gol, vincendo poco, sognando molto, parafrasando un passaggio della lettera che Totti ha letto davanti a uno stadio ai suoi piedi, lettera che contiene almeno una frase meravigliosa, ‘Concedetemi di avere paura’, anche qua letteratura, una riga che porta una leggenda a un livello umano.
E tutta la faccenda delle bandiere nel calcio, una questione importante, assurdamente romantica, in un mondo, non solo calcistico, che di romantico ha sempre meno.
Oppure, scendendo di parecchie categorie, dove i tocchi non sono ricami, i passaggi spesso sono sballati, un gruppo di ragazzi di paese che decidono di iscriversi al campionato di terza. Trasferte in macchine stipate, idolatria per pagine facebook che celebrano gesti ignoranti, fisici non certo perfetti che sputano sudore ogni domenica. Questi ragazzi vincono a sorpresa la coppa della categoria e conquistano una promozione, riempiendo di cocktail rovesciati il bar dove si ritrovano alla fine delle partite, con uno di loro che dice ‘Se sabato la Juve vince la champions, sarò meno felice‘ e lo dice con gli occhi che brillano, quasi non credendo, da juventino fiero, a quello che ha appena detto.
Infine, immagina la gente allo stadio di Crotone, sugli spalti e in campo. Dopo mesi di previsioni infallibili che ‘Non sono una squadra da A‘, dopo settimane in cui i punti fatti non bastavano mai, la salvezza un approdo troppo lontano come un miraggio, dopo giorni di speculazioni per il ‘bonus retrocessioni’, perché in Italia a pensare male non si fa peccato e la cultura o la lealtà sportiva sono spesso questionabili, quindi il Palermo, già retrocesso, doveva perdere per incassare più soldi e invece no, dopo tutto, il Palermo vince e il Crotone, che spesso devi cercare sulla carta geografica, niente, farà ancora un anno di A. Pura letteratura.
E alla fine di questa domenica di lacrime e gioie, so la risposta a una domanda che ogni tanto mi faccio, cioè sul perché da noi non si riesca a fare un film memorabile sul calcio.
La risposta è banale, come me, solo un appassionato che continua a credere nella piccola ma limpida bellezza delle gioie che ragazzi all’inseguimento di un pallone possono dare, sperando che la prossima di queste gioie sarà per la mia Reggiana, sperando possa arrivare alle semifinali playoff della Lega Pro.
La risposta è che quando l’estate è all’orizzonte e i campionati finiscono, in questo paese si scrive letteratura calcistica, sportiva, su pagine di erba verde, passando da uno stadio Olimpico, allo stadio con l’ospedale addosso, a uno risistemato in fretta e furia per stare nei limiti imposti, a quello con gli spogliatoi minuscoli che diventano enormi per celebrare piccoli eroi di calde domeniche.
E nessun film, difficilmente un romanzo, potrà essere più credibile, emozionante, appassionato, della realtà.

una sinfonia che è una vita (spiegata bene)

(premessa)

Quando iniziai ad andare nel posto palco ad ascoltare la musica classica, decisi di scrivere dei concerti a cui assistevo. Non per provare a fare proseliti, il mio bacino di utenza è assai limitato, come la mia conoscenza della materia che dopo una cinquantina di concerti rimane a un livello ‘principiante’, oltre al fatto che la musica classica non brilla per propensione ai social network.
Lo facevo per divertimento, per scrivere, per provare a descrivere, per ricordarmi. A volte ho citato il saggio, un libretto che viene distribuito a inizio serata dove viene raccontata la genesi e il contesto storico delle opere in programma e anche spiegata la musica, ma a volte è una lettura difficile, troppo colta per me.
Ho raccontato nei miei post di come la sentivo io la musica, di quello che vedevo sul palco, azzardando metafore, provando a descrivere sensazioni, perfino con un paio di racconti ispirati dai concerti, o dal pubblico in platea.

Poi ho smesso perché mi sembrava di avere finito le parole, forse l’ispirazione. Ne ho scritti ventisei, sempre sentendomi inadeguato, vedi riferimento alla mia ignoranza. Questi post sono sempre stati letti da pochissime persone. Regolare. Non è che la musica classica sia questo argomento così popolare, anche se tutti gli amici che ho portato anche solo una volta, hanno apprezzato molto.
Ieri sera però ho assistito a un concerto straordinario. Il programma prevedeva due sinfonie, entrambe di compositori russi, miei preferiti, dopo i grandi classici, per capacità di sorprendere, per la continua mescolanza di registri drama & romance.
Il concerto è stato favoloso, pure maestoso. Sono uscito e ho pensato di riprendere l’abitudine del diario. Poi, ho cambiato idea.

Non scriverò dell’arroganza nel look e nel modo di suonare di uno dei sei contrabbassisti, un ragazzo alto e magro, con lungo codino e barba altrettanto lunga, uno che secondo me, nei ritagli di tempo, suona il basso in una band heavy metal.  Nemmeno della coppia di viole, signora con capelli bianchi e ragazzotto elegante ma austero, sembravano madre e figlio, lei timida e lui tronfio mentre accoglieva gli applausi dopo la prima sinfonia, per poi sciogliersi in un sorriso grato al termine dell’ennesima rentrée del direttore, dell’ennesima esplosione di applausi da parte del pubblico. Neppure delle décolleté color crema indossate da una violinista, unica concessione al nero d’ordinanza delle femmine, oppure degli splendidi papillon bianchi e arricciati dei maschi, fra cui spiccava un violinista con capello brizzolato da divo anni ottanta che era sempre una frazione di secondo in ritardo nel prepararsi con lo strumento per l’ingresso, come se per lui fosse troppo facile, ma poi il suo ciuffo ondeggiava al ritmo sinuoso della musica.
Nemmeno della formazione dei sei percussionisti, fra cui il più anziano, coi capelli scarmigliati e uno sguardo vagamente alcoolico, suonava il triangolo nell’ultima sinfonia, attendendo magari di essere sul pullman e di raccontare ai colleghi, da vero decano della formazione, il suo ricordo di un concerto di tanti anni fa…

Riporterò, invece, ampie parti del saggio dedicato alla Sinfonia n.4 di Čajkovskij, dove il compositore prova a descrivere la sua musica. Ne esce una riflessione sulla vita e una lettura che, unita all’ascolto, ho trovato meravigliosa, d’ispirazione e riflessione, e ho pensato di condividerla riaprendo, per una volta, il ‘posto palco’ quassù.

(svolgimento)

I compositori potevano permettersi di dedicarsi alla musica spesso e soltanto grazie a nobili o mecenati. La benefattrice di Čajkovskij era una ricca vedova russa con cui l’autore ‘…aveva avviato, a partire da una lettera datata 30 dicembre 1876, un rapporto di intima amicizia che sarebbe durato, senza mai incontrarsi di persona, fino al 1890′ (e già questa cosa, è abbastanza magica). La baronessa dopo avere assistito alla prima esecuzione della sinfonia, scrisse una lettera all’autore chiedendogli spiegazioni sul contenuto, sul senso della composizione.
L’autore, inizia la sua risposta così:
“Come è mai possibile esprimere quelle sensazioni che proviamo allorché scriviamo un’opera strumentale che non ha in sé alcun soggetto definito? E’ un processo puramente lirico, una confessione musicale dell’anima, ove pullulano tante cose e che secondo la propria essenza si riversa in suoni, appunto come il poeta lirico si effonde in versi”.
In breve, la musica non si spiega. Eppure:
“La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero – e posso – dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. Voi capirete che tenterò di farlo soltanto per sommi capi”.

Seguono divise per movimenti, le istruzioni per l’uso della sinfonia, le risposte del compositore che diventano riflessioni molto più ampie e intense quanto la musica stessa.

“L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto. Il tema di apertura è il Fatum, la forza inesorabile che impedisce alle nostre speranze di felicità di avverarsi; che sta in agguato, gelosamente, per impedire che il nostro benessere e la nostra pace possano diventare piene e senza nubi: una forza che, come la spada di Damocle, pende perpetuamente sul nostro capo e di continuo ci avvelena l’anima. Questa forza è ineluttabile e invincibile. Con il Moderato con anima la disperazione e la tristezza diventano più forti, più cocenti. Non sarebbe più saggio distogliersi dalla realtà e immergersi nel sogno? Oh, gioia! Alfine appare un dolce e tenero sogno. Una fulgida, soave immagine umana aleggia dinanzi a me, mi chiama. Come bello e remoto, ora, appare il primo ineluttabile tema dell’Allegro! A poco a poco il sogno avvolge l’anima. Obliata è la tristezza, la disperazione. Ecco la felicità! Ma no, era solo un sogno e il Fato ci ridesta. Così la vita è un costante alternarsi di aspra realtà, di sogni evanescenti, di fuggevoli visioni di felicità. Non vi è alcun porto. Si naviga su quel mare finché esso vi sommerge e vi fa affondare nella sua profondità. Questo, approssimativamente, è il programma del primo tempo”.

“Il secondo tempo esprime un’altra fase di sofferenza. E’ la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli, stanchi del lavoro, e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano. I ricordi si affollano in noi. Come sono dolci quelle memorie di giovinezza, ma come è triste che tante cose siano state e siano trascorse per sempre! Si rimpiange il passato, eppure non si vorrebbe ricominciare daccapo la vita, ci si sente troppo stanchi. E’ più piacevole riposare e rivolgere lo sguardo all’indietro, ricordando tante cose. C’erano momenti felici, quando il giovane sangue scorreva caldo e la vita esaudiva ogni nostro desiderio. C’erano anche momenti difficili, perdite irreparabili, ma sono ormai lontani. E’ triste e pur dolce tuffarsi così nel passato”.

“Il terzo tempo non esprime sensazioni definite, è piuttosto una successione di capricciosi arabeschi, quelle immagini inafferrabili che passano nella fantasia quando si è bevuto del vino e si avvertono i primi segni dell’ebbrezza. L’anima non è ne gaia ne triste. Non si pensa a nulla: l’immaginazione ha libero corso e comincia, non si sa perché, a tracciare strani disegni. D’improvviso si presenta allo spirito la visione di contadini un po’ brilli, una breve canzone di strada risuona. Lontano, passa un corteo militare. Le immagini sono assolutamente sconnesse, come quelle che fluttuano nella mente allorché ci si addormenta. Non hanno nulla a che fare con la realtà, sono strane, selvagge, confuse”.

“Il quarto tempo: se veramente non trovi motivo di gioia in te stesso, guardi gli altri. Va’ in mezzo al popolo, vedi come esso sa abbandonarsi alla gioia. Una festa rustica è descritta. Non appena però hai dimenticato te stesso in questa visione della gioia altrui, ecco che il Fato inesorabile riappare a ricordarti di te stesso. Ma gli altri sono indifferenti verso di te; non volgono neppure il capo, non ti guardano neppure, non si accorgono che tu sei solo e triste. Ah, come si divertono! E come sono fortunati di essere governati da sentimenti così semplici e immediati! Dà la colpa a te stesso e non dire che tutto il mondo è triste; esistono gioie semplici e pur forti. Allegrati nella felicità altrui e la vita sarà sopportabile. Questo, cara amica, è tutto ciò che posso dirvi della Sinfonia.
Certo, quello che ho detto non è ne chiaro ne compiuto. Ciò deriva dalla intrinseca natura della musica strumentale, che non si presta all’analisi particolareggiata. Dove le parole cessano, là comincia la musica”.

Čajkovskij ha finito. Sipario.

(il concerto di ieri sera: link)
(la lettera e una guida completa all’ascolto: link)

(tutti i #postopalco, sono qua

Parole (don’t come easy) ’16

fullsizerender-2Un giorno di tanti anni prima aveva sentito quella frase.
‘Le parole sono importanti’. Le piacque quella frase. Era seduta sul bracciolo di un divano color senape, fumava una sigaretta senza aspirarla perché dopo le faceva male la gola. O almeno così diceva, però le piaceva tenerla fra le dita, farsi guardare dai ragazzi, avere sedici anni e percepire la nascita di piccoli poteri.
Quella frase le era rimasta in testa. La risentì negli anni dell’università quando aspirava qualche spinello. Allora sapeva da dove veniva quella frase e le piacque ancora. Non per il sottobosco simbolico da dove proveniva ma per la verità che vi era contenuta, in cui credeva. Lei, che con le parole ci studiava e poi finì per lavorarci.
Anni dopo aprì un blog e nella testata ci mise un fumetto contenente quella frase, il suo fidanzato di allora l’aveva aiutata con il disegno e la grafica. Da quell’anno è un appuntamento fisso. Prima sul blog, poi su Facebook e infine oggi quando, per non sentirsi troppo ridicola, troppo anziana, scrive sull’agenda.

Scrive le parole del suo anno, quelle che l’hanno definita, delineata e contornata come un personaggio di un fumetto.
Ogni tanto, scrive una parola quando questa la colpisce fra tutte quelle che attraversano la sua giornata. La scrive, le sottolinea, ci fa i bordi, le riempie di puntini come avessero il morbillo, le colora a volte e poi quelle più significative le ricopia tutte insieme in una paginetta, che diventa un grafico di curve scritto con una penna a sfera a simboleggiare il suo anno.
Poi una mattina di dicembre, aspetta la luce giusta di un giorno di sole, una luce tersa avvolta in un freddo pungente, che le fa ricordare attraverso le parole i vari momenti, le chat, gli incontri, le serate da sola, o in compagnia. Entra negli occhielli delle L, passa nelle aperture delle A, si getta nel vuoto delle O, si issa sulle I, si strizza nei riccioli delle R e ripassa il suo anno anche se la prima parola che scrive è la più recente. La scrive e decide con quel modo pomposo con cui si deliberano i proponimenti per l’anno nuovo, per poi magari buttarli nel cestino come una pagina di schizzi venuta male, che quella sarà la sua parola guida per il 2017 che va a iniziare. La scrive credendoci, illuminandola quasi con il tratto di una penna rossa. RISCATTO.
Quella parola era saltata fuori come tante altre durante una delle serate fra SIGNORE – come si definivano, perché lo ammettevano, perché lo erano, come ‘Signore’ era l’appellativo che avevano dato alla loro chat su Whatsapp -, quelle uscite a scadenza non fissa, poche indispensabili ore che tutte loro ritagliavano negli interstizi dei vari impegni. Erano in quattro, a volte cinque. Si sistemavano a tavoli di diversi locali o ristoranti, non ne avevano uno preferito, iniziavano conversazioni e serata con una bottiglia di quello buono, assaporando parole e sorsi per poi venire travolte dalle stesse e la seconda bottiglia aveva il sapore dello stare insieme e veniva solitamente terminata in fretta. Alla terza spesso ci arrivavano, dipendeva dagli altri impegni del giorno dopo mentre i loro visi, i loro corpi si protendevano oltre il tavolo a sottolineare parole complici, qualche segreto e qualche altra parola non detta.
Come INCERTEZZA. Lei non era di certo una persona risoluta anche se sul lavoro quella parola la nascondeva bene, soprattutto in quell’anno dove aveva dovuto cambiare, provare a fare un passo in più, piena di dubbi e di paure. E adesso poteva dirlo che le era andata bene. Molto in quell’anno le era andato bene.

Ricordò l’elenco dell’anno prima dove ACCETTAZIONE spiccava, pietra angolare di quel 2015 pessimo in cui aveva visto crollare piani e sogni. L’accettazione aveva portato a SCELTE dure e dolorose, una doppia d come destino forse, ma le sue scelte le aveva fatte e la più importante l’aveva portata a una scrivania al decimo piano di un palazzo, a guardare nelle pause un altro palazzo nascere di fronte a lei, a spiare finestre che avrebbero ospitato magari altre donne come lei. A volte sentiva il peso di quella altezza. Ricordò che una mattina aveva scritto IMPEGNO, un invito a spronarsi ogni giorno, sapendo di essere sempre sotto osservazione. Le sembrava di avercela fatta o di essere comunque a buon punto.
Forse merito anche dello YOGA come sosteneva una delle sue signore, la più devota alla pratica, anche se quella non era forse la parola giusta, che le aveva messe tutte letteralmente sul tappeto anche se poi tutte non c’erano rimaste, alcune schiacciate dalla fatica dagli orari, dalla quotidianità, una di loro che dichiarava di ritenere semplicemente INACCETTABILE l’impegno fisico che sottraeva energie preziose ad altro.
Scorse l’agenda e trovò RESPIRO, una parola che portava un ricordo chiarissimo di una sera in centro città quando avevano chiuso un locale e uscendo si erano ritrovate sole nella strada ad assaporare l’aria e avevano fatto tutte insieme un respiro solenne, per poi mettersi a ridere all’unisono, per quell’attimo di inattesa ma perfetta sincronia.

C’era anche stato un momento di INCERTEZZA, di TRISTEZZA (forse le parole che finiscono in ‘ezza’ non sono fra le più belle, ma toccava mettere pure quelle, in rima). Un esame, una serie di giornate passate nelle corsie di ospedali, dove ogni messaggio della chat era colmo di delicatezza (no, non tutte  le parole che finiscono in ‘ezza’ sono negative…) di gentilezza (stava esagerando) e speranza.
E poi c’era stato il momento dopo, un periodo durato settimane, iniziato con una delle loro serate dove non la smettevano di toccarsi le mani, le spalle e le braccia nude, come a verificare che stessero tutte bene, come a sentirsi e a riscoprirsi.
Il giorno dopo lei scrisse PELLE, anche perché avevano deciso (ma non tutte poi avrebbero avuto il coraggio) di farsi un tatuaggio nuovo, per ricordare ma anche per celebrare. E poi scrisse POTENTE, che era stata una parola usata come una sottolineatura, un augurio, una necessità, arrivando a diventare la forma con cui si salutavano o commentavano avvenimenti e ogni tanto ancora saltava ancora fuori. L’essere potenti, il desiderarlo.

Terminò l’elenco, lo scorse velocemente, lo rilesse lentamente e poi scrisse sulla chat una frase, pescando ispirazione da quelle parole che messe in fila erano fotogrammi di un anno.
Era una buona idea. Scrisse:
‘La VERITA’, mie care, come sempre. E’ stato un anno INTENSO, con qualche INCERTEZZA, pizzicori di TRISTEZZA, che però con il pensiero LUCIDO e quel certo signorile, alcune direbbero snob, altre direbbero NECESSARIO, DISTACCO che ci dona, abbiamo superato, con ORGOGLIO e…CANE!’
Quella era una battuta che, ovviamente, solo il loro circolo ristretto poteva capire. Il cane era stato il soprannome non certo affettuoso che avevano affibbiato a un uomo che una di loro aveva conosciuto nelle sue peregrinazioni nel mare della singletudine quarantenne, ma era anche stato il regalo speciale per uno dei loro figli.

La lista era finita, scrisse anche un rapido ‘Ps.: la lista delle parole è pronta! Alla prossima riunione, la lettura ufficiale…Gioite, vi AMO!’ e per poco non si mise a ballare la GIGIA, quel ballo da CRETINE che avevano brevettato durante una sera d’estate, mimando e scombinando la scena finale di un film da maschi, all’unica festa a cui avevano partecipato tutte insieme, dov’erano tutte vestite di bianco.

Rilesse i messaggi, si specchiò nel suo riflesso contro quella mattina così luminosa e pensò che sì, era stato un anno BELLO, in fondo, e tenne quell’aggettivo per ultimo, bello, come una corona da mettere sulla lista.