Io, lo zapping e Prince

NYPRStamattina nei circa venti minuti di macchina per arrivare al lavoro ho fatto zapping selvaggio sulle frequenze radio, senza riuscire a trovarne una che passasse un pezzo di Prince Rogers Nelson.
Uno speaker prima ha parlato della triste notizia e poi hanno messo non ‘Let’s go crazy’ ma un pezzo di una di quelle urlatrici italiane. Sono inciampato in ‘Born to be alive’ pezzo vecchissimo e che mi è sembrato un momento di ironia in questa mia caccia a un piccolo tributo radiofonico a uno dei più grandi di sempre.
Mi sono pure mezzo anchilosato un dito a forza di premere ‘avanti’ alla ricerca della stazione giusta ma niente, zero brani, nemmeno un ‘Alphabet Street’.
Intorno a mezzogiorno ho fatto altri venti minuti di macchina, l’anchilosi era passata, riparte lo zapping, riparte il niente, manco un semplicissimo ‘Kiss’. Un impegno, altri quindici minuti e ancora niente, neppure una struggente ‘Purple Rain’ per limonare i ricordi di quando partiva quell’accordo di chitarra e si correva a cercare di baciare ragazzine a caso.
A metà pomeriggio, altro giretto e il nulla, neppure una danzereccia pre weekend ‘I would die for you’.
Poco fa, torno in macchina, stessa scena di zapping. Sento un andamento funky e dico ‘Ci siamo!’ e invece niente, Bruno Mars. Altri venti minuti e ancora nulla. Nemmeno sulle radio della Rai che insomma, un minimo ci si spera sempre, ma lo zero, men che mai la mia preferita canzone di Prince che è poi ‘Raspberry Beret’.
Forse son io che non sono in target, sicuramente le maledette coincidenze, errori di sincronizzazione, capirai eh se oggi le radio non hanno passato a nastro cento canzoni di TAFKAP, ma la somma fanno quasi ottanta minuti di rincorsa a una canzone di Prince e zero canzoni di Prince ascoltate. Forse un ‘Sign ‘O the times’? In compenso ho scoperto che c’è una radio che si chiama ‘Marilù’ e mi è spuntato fuori il rimorso per non esserlo andato a vedere una decina di anni fa. Chissà perché non andai poi, bah non ricordo.
‘Money don’t matter 2 night’ e le radio italiane, per quanto mi riguarda, non ti considerano.
Bella Prince, non sarai dimenticato.

 

cose da fare questo weekend (veloci come il vento)

vcvAl mare è forse troppo presto per andare, in montagna ormai c’è troppo caldo (credo) quindi questo weekend saremo più o meno tutti a casa.
Cosa si può fare in un weekend di metà aprile? Secondo me, se vi fidate, almeno due cose, oltre a una bella passeggiata all’aria aperta, sole permettendo.
La prima è andare al cinema. E’ uscito da una settimana un altro film che si infila come un bolide nella ‘new renaissance’ del cinema italiano. Almeno speriamo si possa chiamare pomposamente così.
E’ il terzo bel film tricolore che vedo nel 2016. Bello eh, al netto di qualche appunto da rompiballe che non metto qua per fare prima, ma bello di quei film che esci contento dopo aver fatto il tifo, coinvolgente, con attori bravi, frasi giuste, direzione sicura. Una storia di corse in macchina (mo peinsa te, vacca boia, con bonus di dialetto emiliano per titillare il campanilismo) con le corse ben girate (e io mi annoio in un amen a vedere sport con le ruote quindi, ben fatto) e con un clamoroso Stefano Accorsi che si porta a casa tre quarti di film con il suo tossico che ti piace amare che arriva in soccorso della sorella, giovane e amante della velocità. Andatelo a vedere.

La seconda cosa è spendere dieci minuti per andare a votare il referendum, tremendamente ed erroneamente definito ‘sulle trivelle’. Perché come dice qua le trivelle non c’entrano, il voto riguarda le concessioni sulle piattaforme esistenti e c’è già la legge che blocca la costruzione di future piattaforme. Quindi, la campagna che si basa sullo slogan, ‘salviamo i nostri mari‘, è una bufala spudorata. Poi, se approfondisci un attimo, le ragioni di entrambi gli schieramenti quasi si elidono, anche se il tema è complesso, molto tecnico e riguarda una percentuale piuttosto bassa (3%, a memoria) del fabbisogno energetico nazionale e il voto soprattutto non garantisce alcuno scenario futuro. Certo, solo gli azionisti della Shell, per dire, non vogliono energia pulita ma c’è il caso che per portare quel % di fabbisogno qualche petroliera (ben più pericolosa e inquinante di una piattaforma che estrae metano) gironzolerà per l’Adriatico e sicuramente se il ‘Sì’ raggiunge il quorum, non è che il giorno dopo spuntano centrali eoliche da tutti i cantoni. In giro per la rete trovate molti pezzi che trattano la questione che è diventata più di politica generale che ‘di merito’. Nel mio minuscolo, posso dire che non ho ancora deciso come votare, però di sicuro andrò.
Quando ero giovane e idealista l’istituto del referendum mi piaceva molto. Poi ha perso forza azzoppato da politici che invitavano ad andare al mare e dall’abuso che ne è stato fatto. Sarebbe ora tornasse ad essere uno strumento importante.
Inoltre, soprattutto, andrò perché un governo che invita all’astensione per me compie un atto di lesa maestà nei confronti del principio che un governo dovrebbe avere sempre, garantire e sostenere la democrazia e i principi civici correlati ad essa.
Quindi, anche se ho imparato in questi giorni che non è affatto vero che votare sì = no al petrolio = più energia verde, andrò per alzare il quorum e per dire ‘oh, sostenere l’astensionismo, non va bene eh’.
Contorto, probabile. Quindi, un filo di idealismo mi è rimasto e poi, quando questo weekend sarà finito, resterà la speranza di non sentire politici che dicono ‘andate al mare’ quando la gente ha l’opportunità di informarsi un minimo sulle cose e la speranza bis che questo nuovo vento che spira nelle produzioni di celluloide pulita italica, soffi forte.
Buon weekend.

 

Marzo, playlist

 

Al cinema

 

Lo chiamavano Jeeg Robot
Il film è bellissimo. La storia di un super eroe per caso ambientata a Tor Bella Monaca, con un sacco di romanticismo dentro e di facce giuste e script giustissimo, pure troppo, pure per farmi sognare l’agile serietta Tv, una dieci puntate col sequel del film. (e chissà che ciò non accada).
E’ un film speciale perché esce dallo schema dei film italiani che sono sempre o ‘commedie coi titoli in rosso‘ o ‘cinema ‘d’hautore‘ con l’acca aspirata. Tutto qua.
Il regista ha detto una cosa: ‘A me non interessa che sia uno spartiacque, l’unica cosa che mi interessa è che vada bene al cinema e che dia un segnale forte ai produttori, far capire che la gente non vuole vedere soltanto certe cose. Basta, solo questo’
Ecco il motivo per cui questo film è importante. Perché dietro di me c’erano cinque orribili persone che ciarlavano durante il film. Poi, che un paio di ‘allora, basta?!‘ detti con la giusta dose di faccia cattiva, non erano sufficienti a placare la lingua di sta gentaglia che parla al cinema, il film è piaciuto. La storia ha zittito la ‘cronaca dal vivo’ del film, ha fatto anche palpitare i cuoricini di ste ‘signore’ che avevano deciso il film da vedere a caso, in fila alla cassa. Ecco, questo i produttori italiani dovrebbero sapere. Che le cinquantenni ciarlanti al cinema hanno apprezzato questo film.
Quindi, tenere le commedie e l’ autorialità spesso auto referenziale oppure aprire il mercato a roba diversa? Secondo me lo spazio c’è, spero nel coraggio dei produttori italiani, oppure questo film sarà stato come un mezzo miracolo.
Ps.: tornerà nelle sale a fine aprile, andate a vederlo.

Batman v Superman
E, a proposito di supereroi, con questo film per la prima volta mi si è rotto lo spinterogeno del gasamento che da bravo quattordicenne intrappolato nella barba ‘sale e pepe’ di un quarantenne, ho sempre avuto negli ultimi anni di film supereoistici (che non si dice forse, ma ci siam capiti).
Tanto lungo che sembra di aver fatto una maratona da seduti, con troppa roba dentro, fra esplosioni casuali e preview delle prossime puntate che vedranno germogliare la Lega dei supereroi DC. Uno script carico di sbagli, pieno di super spiegoni fatti da un cattivo tanto bravo quanto inutile e con una soluzione (MARTHA!) che se ci penso mi metto a piangere. Zack Snyder, continua ad essere sulla mia lista nera dei registi action.
Però Ben Affleck se la cava pure bene come Batman, le scene dove i due eroi col mantello si pugnano son belle e Wonder Woman è cool, ma non basta.
Il bambino di otto anni di fianco a me a metà film era palesemente annoiato e pure noi che forse, come dicevo, iniziamo a storcere il naso  davanti a questa specie di serie tv infinita sui supereroi che, spero tanto di sbagliarmi, rischia di portare hype farlocco e poca gioia.
Al botteghino il film sta andando bene, quindi son sempre dalla parte del torto, ma chissà.

Ave, Cesare
I Coen Bros fanno un omaggio al cinema di un tempo, dedicato ai cinefili e a se stessi. Si sentono in sottofondo le risate che si son fatti sul set. I fratellini, col loro cast di fidati attori e amici, sfoggiano la solita classe componendo un patchwork di stoffe colorate di musical, peplum, spionaggio, giallo pallido, su un vestito di commedia che forse non è rifinito benissimo però risulta molto divertente e privo di ogni autorialità, cosa che forse ha spiazzato molti critici troppo intenti a cercare paragoni con altre loro pellicole, in un esercizio molto sterile. Una risata vi seppellirà e la cosa giusta da fare è continuare ad apprezzare il cinema (e i sottomarini russi).

 

Sul divano

(detto che la quarta stagione di ‘House of Cards’ è molto buona e sempre #teamclaire, la serie del mese è l’inglesissima ‘The Night Manager’, un gioiellino di spy story con cast squisito dove spicca Tom Hiddleston a livelli di figaggine imbarazzante. E la sigla qui sopra è stupenda)

 

Cinque canzoni in cuffia

Courtney Barnett – Three Packs A Day
Da pochi giorni gira la preview di un disco pensato dai ‘The National’, di cover dei ‘Grateful Dead’. In una canta la Courtney che mi piace tanto dall’anno scorso. Mi ero perso sto singoletto, molto primaverile, metto questo che fa ‘margheritone’.

Kendrick Lamar – Untitled 06 (manca il link, non l’ho trovato, eh oh)
L’attuale capo della black music poteva anche evitarselo il disco di outtakes dal precedente. Però c’è sempre dello stile e questo brano, clamoroso.

M83 – Do it, try it
Pezzo di balletti con base di pianoforte, regolare.

Damien Jurado – Exit 353
Oh ma che bel disco. Pezzo a caso, ma nel mazzo ce ne sono tante di belle canzoni.

Parquet Courts – Outside
Era già in lista il primo antipasto del nuovo disco, poi pochi giorni fa è uscita sta canzoncina che conferma il mio gradimento per questi tizi che stanno fra il country e l’indie rock.

 

 

Sul comodino

lacey‘Nessuno scompare davvero’ – Catherine Lacey
Elyria scappa, fugge o si nasconde. Va lontano, racconta il suo viaggio ‘one way ticket’, condividendo con noi molte acute riflessioni sul suo passato, sulla vita, l’assenza, la coppia, la fuga stessa da noi stessi. Ci fa entrare nei suoi pensieri che sono stranamente affascinanti, intrisi di dubbi, desideri e riflessioni che non si dovrebbero avere, socialmente inaccettabili, se espressi a voce alta, cose che forse, inavvertitamente, anche noi, che siamo responsabili e ‘maturi’, scacciamo quotidianamente.
Quando finisce la storia, mi è mancata la voce di Elyria, come se durante la lettura fosse diventa un’amica saggia, ma un po’ strana. E quando un romanzo ti conquista con la sua voce e quando lo chiudi ti manca quella voce, vuol dire che è bellissimo.  (e ha una copertina stupenda)

‘Purity’ – Jonathan Franzen
Lo abbiamo letto in società. Io dico che leggere Franzen è obbligatorio, poi c’è anche chi si fa pagare per farlo, non una cattiva idea. Noi, l’abbiamo letto a gratis e ne abbiamo scritto, qua.

 

 

Pip, Pip, hurrah!

 

purIl nuovo romanzo di Jonathan Franzen, ‘Purity’, è uscito in Italia l’otto marzo. Con il T. e la C. ci siamo detti ‘Lettura collettiva!‘. E così è stato.
Poche regole. Niente spoiler, nessun commento particolare, solo notizie sull’avanzamento nel numero di pagine lette. L’abbiamo iniziato la sera stessa, mettendoci d’accordo. L’abbiamo finito tutti e tre lo stesso giorno, senza metterci d’accordo. Il ventuno marzo, primo giorno di primavera.
La versione cartacea è composta da 637 pagine che diviso 14 giorni di lettura fa 45,5 pagine al giorno.
In questo post provo a riassumere una buona oretta di discussione, fra un bicchiere di vino e cibo raffinato e sguardi preoccupati dei vicini di tavolo perché a volte c’è stata della mezza tensione per le opinioni divergenti. (poi, avviso ai naviganti, non siamo capaci di scrivere recensioni affidabili, quindi…)
Pronti? Via!

‘Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l’altra’. 

Cosa c’è nel romanzo.
La lotta fra i sessi. Uomini deboli che cercano madri e donne impaurite che cercano padri. Un femminismo storto con donne che in realtà risultano dipendenti dall’uomo. Un forte senso di colpa collettivo, quasi il motore della vicenda. La ricerca di una purezza impossibile mentre sono i segreti (e il potere che danno a chi li detiene) a governare il mondo e le relazioni. Ci sono gli uccelli che scorrazzano nel cielo, una firma obbligatoria dopo l’ornitologia di ‘Libertà’. Ci sono una cinquantina di pagine di troppo, numero più, numero meno.
Quello che non è piaciuto alle mie compagne di questo improvvisato ‘club della lettura’ è stata, oltre a una certa lunghezza eccessiva, la storia, secondo loro con vari passaggi tirati per i capelli, con motivazioni e cambiamenti comportamentali nei personaggi non abbastanza giustificati. Inoltre non è piaciuto loro il finale, dialoghi inclusi, che hanno trovato ‘banali’.

‘Discutevamo sempre per nulla. Come se moltiplicando un contenuto zero per un discorso infinito potessimo farlo smettere di essere zero’.
(no, questa frase di ‘matematica franzeniana’ non è banale)

A volte penso che Franzen scriva per borghesi annoiati. Scrive sempre storie di famiglie problematiche, storie che complica con descrizioni finissime sui motivi di decisioni, parole e sensi di colpa. Leggendo Franzen corri il rischio di sentirti dannatamente intelligente e allo stesso tempo inadeguato a capire le relazioni. Ti tiene in tirella, sempre, anche se in certi capitoli, si dilunga risultando quasi noioso. Qua, mantiene intatta la sua straordinaria capacità di approfondire le tensioni e le incomprensioni, provando a sbrogliare i grovigli di sentimenti che accompagnano le relazioni e i rapporti umani in generale. Scava a volte troppo, quasi a voler dare una parvenza reale a gente che pensa troppissimo.

‘Era come se le ossa e le vene stessero risalendo verso la superficie, come se la pelle fosse acqua che si ritirava, rivelando sagome sommerse sul fondale di un porto.’

Insomma, senza dilungarsi troppo che dopo vengo criticato pure io, secondo le ladies del club: è un bel libro non un GRA (grande romanzo americano, link).
A me, invece, è piaciuto molto. Mi hanno detto che io sono un fan. Può essere. Personalmente, mi son proprio perso nella lettura, ho trovato il finale giusto, i personaggi azzeccati e il parallelismo (mezzo spoiler!) fra la DDR e l’internet brillantissimo. Però, per esempio questa cosa pare che l’abbia notata solo io. Abbiamo avuto anche divergenze sull’ambizione del romanzo. Secondo me, altissima, secondo le ragazze, nemmeno troppa. Differenze. E’ il bello dei ‘club della lettura’, credo.
Concludendo, sicuramente merita la lettura, se non altro perché è scritto benissimo. E questo motivo, potrebbe valere da solo il tempo.

‘E forse la pazzia era proprio questo: una valvola di emergenza per alleviare la pressione di un’ansia intollerabile. Un pensiero interessante, ma nel momento sbagliato.’

Ps.: la copertina della versione italiana è sbagliata perché propone un’immagine della protagonista del romanzo. Il solo fatto di proporla è sbagliato, perché per forza dopo vedi Pip, la protagonista del romanzo, con quella espressione. Bella, decisamente, non piacente come descritta nelle prime pagine. Molto meglio lo schizzo della versione originale oppure altre copertine (vedi sopra) ma insomma, signori della ‘Einaudi’ non era necessario noleggiare una modella.

Bonus: una bella recensione, qua.

Febbraio, playlist

 

Al cinema

 

Perfetti sconosciuti
Una cena, un gioco, cellulari sul tavolo e scoppia il vaso di pandora dove sono custoditi silenzi, paure, bugie, significati di coppie e amicizie. Un film italiano molto bello, ben recitato, ben diretto e dove si fa il tifo. Il mio compare di visione ha detto che durante la visione sembravo una di quelle signore di sessant’anni circa che commentano e appunto fanno il tifo. Però io non avevo un foulard colorato. Taglio corto, che mi verrebbe già voglia di rivederlo e di rifare il tifo, commentando ad alta voce (true story) ‘Eh!’ in qualche momento. Lo trovate ancora nelle sale, basta stare lontani dalle signore che commentano. E Mastrandrea è sempre bravissimo.
(questo mese, uso la percentuale di gradimento dei film come sull’imprescindibile rottentomatoes, per questo il mio personale ‘pomodorometro’ è del 84%)

The Hateful Eight
Ne ho già scritto in questo post. Più ci penso e più è un filmone. Qua, c’è la recensione del film scritta dai capi del cinema dell’internet. E’ bellissima, con frasi da annotarsi, come questa:

Quando esco da un film di Tarantino non penso mai alla politica, alla storia, ai sentimenti: penso al cinema, a quanto è bello il cinema, a quanto siamo fortunati ad averti, cinema.
(cidindontometro: 79%)

The Danish Girl
(dai ragaz, tutti sti titoli in inglese, dai che facciamo uscire i film solo in versione originale, dai, dai da…no eh? ok) 
Tom Hooper fa un film immerso in paesaggi pittorici da olio su pellicola, che dopo il quinto però pensi ‘bello ma anche basta‘, sul primo transgender conosciuto, circa. Materia attuale e scottante e da bravo regista da Oscar a basso voltaggio, lui ci mette zero turbamento, una storia che va avanti a strappi e due attori bravi. Eddie fa troppe faccette (e dategli un ruolo ‘normale’ che son curios…ah, ok, farà il mago nel prequel di Harry Potter), Alicia diventerà una delle migliori (e la ‘certificazione’ a star è arrivata da poco sul palco degli Oscar). Bocciato? No, però un po’ freddo, poco stimolante riguardo alla materia che tratta (ma ci sta). Insomma, un buon film per signore a cui piacciono i musei, le sciarpe e i cappelli – quindi, come detto sopra, direi che rientro nella categoria. Almeno, credo, queste signore, avranno all’uscita del cinema una possibilità in più per fare il tifo per leggi come la Cirinnà. Quindi, promosso, con giudizio. (64%).

Spotlight
Ambientato nella redazione del giornale che scavò per scoprire lo scandalo dei preti pedofili è un tributo a un giornalismo di inchiesta che, mi sembra, non sia affatto sparito, solo che rischia di essere sepolto sotto la fretta della comunicazione istantanea, forzatamente rozza, rapida, priva di approfondimento. Insomma meglio leggere venti righe in più o un articolo in più, piuttosto che fare ‘like’ allo stesso meme che gira infinite volte.
Il film è così classico nella struttura e nella forma che sembra girato ‘secoli’ fa. Anche perché insiste nel mostrarci annuari, archivi fotografici, fotocopiatrici, rotative. A tratti, si ha l’impressione di vedere un mondo sparito. Non è vero, i giornali esistono ancora, ci stanno mettendo – almeno da noi – molto a cambiare pelle forse, ma il film (e semi cito) ricorda che sono importanti la pazienza, la perseveranza, anche gli errori, per brancolare nel buio alla ricerca di verità, contro il potere (in questo caso millenario) tentacolare. Soprattutto se a guidare il team (e il cast, tutti bravoni) c’è un direttore che è un Liev Schreiber che ogni volta che appare emana un carisma quasi malinconico e di grande saggezza. Da vedere, non solo perché ha vinto l’Oscar. (79%)

Anomalisa
Il nome Charlie Kaufman forse non dirà niente ad alcuni ma i suoi film li avete visti (prego, link). Adesso ha realizzato questo film di animazione a passo uno che è, qua avrei voluto scrivere ‘bellissimo’ ‘geniale’ ‘folle’ ‘visionario’ uno di questi aggettivi. E invece è noioso. Un dramma letteralmente da camera su un uomo in crisi alla ricerca di calore, forse amore in una notte in albergo. Tecnica ineccepibile, i dialoghi rifletteranno anche la noia del vivere quotidiano e ci sono anche momenti in cui ho pensato ‘dai che si va‘. E invece, le emozioni restano tremolanti, si fermano sul più bello. Certo, contava anche l’aspettativa probabilmente, oppure andare al cinema il lunedì sera non va bene ché non è serata. (sorry, Charlie: 56%, qua un pezzo sul film)

Room
Bellissimo, senza la minima esitazione. Due ore di piangeroni duri. Un film che nella prima parte è di una intensità straordinaria. Poi cala, perché altrimenti ci sarebbero voluti i defibrillatori fuori dalle sale, ma resta un racconto potentissimo. Non scrivo niente della storia. Voi andate, mi raccomando eh. Con un paio di fazzoletti pronti perché il rischio lacrime che ‘oddiononcivedopiùcosasuccede‘ è molto alto.
Ps.: lei ha vinto l’Oscar, lei è bravissima (ma anche gli altri e ho detto no spoiler)  (89%)

 

 

 

 

 

Sul divano

 

Non me ne intendo di coppie, quindi non saprei dire altro se non bene, a tratti molto bene, la nuova rom-com Netflix sulle relazioni.

 

Cinque canzoni in cuffia

I Cani – Questo nostro grande amore
dicono che è diventato mainstream, non saprei, mi han detto ‘è un disco per trentenni, se lo ascolti sei giovane dentro‘, ringrazio e continuo ad ascoltare (link)
PJ Harvey – The wheel
Sarà uno dei dischi dell’anno, il primo assaggio è una bombz (link)
Beethoven – Sinfonia 7, primo movimento
Vista suonata dal posto palco è una cosa enorme, riascoltata per un sacco di giorni, modalità gasarsi (link)

E, due canzoni quasi a caso da due album molto belli di, come definirlo?, new soul con farcitura hip hop? roba fighina e giusta? fate voi.
Anderson Paak (album anche per balletti come da canzone al link qua)
BJ The Chicago Kid (album anche per limonare come da canzone al link qua)

 

 

Sul comodino

L’uomo di Dubai – Joseph O’Neill
‘L’uomo di Dubai’ scappa da se stesso. Rimugina sul passato, riflette sulle piccole cose che gli accadono da espatriato in un paese nuovo e complicato. Fa liste, si relaziona a fatica coi suoi ricchissimi datori di lavoro, pensa al suo passato e pensa mail che non invia, gestisce la sua solitudine nel lusso accaldato e gestisce mail che riceve. E’ un romanzo con una storia esile, brillantissimo, arguto e con mille pensieri (fra tante parentesi))). Un libro che mi fa temere della mia capacità a distinguere gli oggetti letterari. A volte mi chiedo se un romanzo (ho avuto lo stesso pensiero leggendo ‘Stoner’ per esempio) non sia troppo ‘intelligente’. Può essere? Secondo me sì. Esistono libri per cui non si hanno le basi di comprensione ‘letteraria’ o la capacità di prendere la mano dello scrittore, di seguirlo nei suoi pensieri su carta. O no?
Comunque, il libro ha ricevuto critiche positive ovunque. Ho fatto molta fatica a finirlo, moltissima fatica nella parte centrale. Stringendo: non lo consiglio, ma se volete, diciamo, mettervi alla prova con un romanzo, si può dire?, esistenziale e non proprio scorribilissimo, voilà.

Dalle rovine – Luciano Funetta
Questo libro parla di serpenti, pornografia e solitudine. I serpenti mi terrorizzano, la pornografia mi annoia e la solitudine come per tutti gli essere umani ‘umani‘, c’è. Però questo libro trasmette una atmosfera notevole, un tunnel in cui ci si infila con piacere, con un escamotage narrativo (lo dico? no dai, non lo dico, se siete curiosi vi dico solo che non è narrato né in prima, né in terza persona) che spacca e un momento in cui la sedia dove leggevo si è aperta e sono scivolato in un burrone profondo tutto nero e umido. Purtroppo, il finale mi ha lasciato insoddisfatto e con troppe domande irrisolte. D’altra parte non è un propriamente un thriller, quindi non deve spiegare tutto. Eppure. Insomma altro libro che non saprei se consigliare davvero, ma utile per testare la capacità letteraria. E leggere proposte diverse, che fa palestra mentale, credo.

 

 

quegli otto, in settanta millimetri

 

Ah, Tarantino.
Il suo nome è una garanzia, uno dei pochissimi registi che coniuga autorialità e incassi (o, meglio, che piace quasi a tutti). Per questo nuovo lavoro la critica spiccia da social si è spaccata fin da prima che il film uscisse, forse terrorizzata da qualche recensione non propriamente entusiasta. E’ quindi scattata la classica divisione curvaiola con pregiudizio incorporato. ‘Ti piacerà’ vs. ‘ti annoierà, Tarantino non è più lui’.
Gli appartenenti al secondo ‘partito’ portano la t-shirt ‘era meglio quell’altro film‘, uno qualunque della ormai lunga filmografia quentiniana, preso a sproposito in un paragone a caso, oppure si rifugiano in un angolo della sala con un panno con ricamata la scritta ‘è troppo lungo‘ oppure ‘non succede niente‘.
Può non piacere un film di Tarantino, certo, ma sempre, sempre, è manna per chi ama il cinema. In questo mescola i generi, dal giallo (dieci, o otto, piccoli indiani con pistole, non penne) allo splatter-horror con pallottole che fanno esplodere facce, al grottesco (perché mentre il sangue cola non riesci a non ridere o sorridere) per finire, ovviamente, al western con bonus di storia americana. E tutto questo lo vuoi far durare meno di due ore e mezza? Che poi io ho visto la versione più lunga. Quella ‘speciale’, ma ci arrivo dopo, forse sarò prolisso, come Quentin, anche se non sono, ahimè, lui, che scrive dialoghi e caratteri di un film veramente notevole che riempie gli occhi e anche le orecchie.
Capisco le critiche, anche alla durata o ad altro. I dialoghi sono meno brillanti? E’ un film diverso dagli altri. Tarantino fa sempre lo stesso film? In un certo senso sì, questo semplificando è una sorta di  ‘Le iene’ con i cappelli. E’ molto teatrale come impianto, quasi tutto al chiuso di una carrozza diretta verso la fine e dentro un capanno con la porta rotta. Ma siam sempre, lì. E’ Tarantino. Fare la classifica dei suoi film più belli è esercizio mnemonico e da chiacchiera, ma anche questo è un film girato da dio, interpretato alla grande, con il commento sonoro di Morricone che funziona benissimo, panorami anche in interni (quanto è grande l’emporio? A tratti sembra enorme) e con momenti clamorosi. La verbosità di Tarantino è un marchio di fabbrica ma non è fine a se stessa. Tesse la tela e poi fa il maglione di pelliccia con fili di sangue. Ti fa chiedere chi è il colpevole, ti fa tifare per tutti e per nessuno.
‘The Hateful Eight’ è un gran film.

(versione speciale, ti danno anche un libretto)

(versione speciale, ti danno anche un libretto)

Sarebbe da vedere in lingua originale ma non c’è niente da fare. Sto muro culturale, con mastice di pigrizia, non si abbatte. Ne parlavo anche l’altro giorno con un ventitreenne. ‘Eh, ma che fatica leggere i sottotitoli’. Appunto.
In lingua originale non perdi le inflessioni vocali che caratterizzano i personaggi, come l’incredibile accento di Goggins, mio uomo da ‘Justified’, mio preferito del ‘pack’ tarantiniano in mezzo alla tempesta nel Wyoming.
Per vederlo in V.O. sono andato a Bologna. Come andare a un concerto. Autostrada, pedaggio, perdersi un momento nelle vie, parcheggiare, un panino e dentro.
Questa ‘versione speciale’ può essere vista anche come uno sguardo su un possibile futuro della fruizione cinematografica, con film che diventano ‘eventi’, pensati e girati in maniera particolare e sale che diventano contenitori non solo di film. Tarantino ha girato in 70mm come si faceva non solo una volta, ma solo per certe pellicole, di successo quasi annunciato (tipo, ‘Ben Hur’). Purtroppo lo schermo del ‘Lumière’ (complimenti, che bel posticino) non è sufficientemente grande per rendere appropriatamente il ‘formatone’ ma la profondità si coglie bene, ancora di più negli interni. La versione speciale dura di più e c’è la voce narrante del regista in un punto del film (credo sia anche nella versione ‘digitale’ delle sale normali, il momento con la voce ‘off’, fatemelo sapere).
Sì, è un po’ un trip da cinefili, però non solo, a parte che un film così (come ‘Revenant’, per dirne un altro) è da vedere al cinema, non si discute.
E insomma, ne è valsa la pena andare, giudizio personale sul film a parte.
A questo link, qua, c’è un preciso articolo sul futuro di certe sale, sulla tecnica dei 70mm, leggilo, dai.
Andatelo a vedere, comunque. Fate ancora in tempo, ‘Bushwackers!’.
A meno che non abbiate paura che vi si rattrappiscano le chiappe a stare seduti per quasi tre ore. Nel caso: ‘Bang!’’.

Super Bowl (ahimè, in differita)

50Sono quattro anni che, mentre guardo il Super Bowl, per tenermi sveglio, per ridere, ne scrivo una cronaca personalissima, priva di ogni professionalità e capacità di analisi tecnica. Quest’anno, per non arrivare tardi al lavoro, non ho guardato il Super Bowl. Sarò diventato un po’ OLD, oppure mancava il classico posto dove guardarlo, mancavano i classici amici con cui condividere cibo matto american style, birre per rischiare lo svenimento alcoolico e russate in sottofondo (ciao, amici del SB) oppure perché la sveglia è tirannissima.
Oggi, tre persone mi hanno chiesto dov’era il post. Sono quei momenti di gioia, in formato lillipuziano, che ogni tanto, uno che ha un piccolo blog, ha. Pochi, ma buoni, per voi a posteriori, anche se non ha molto senso, ma per me sarà divertente, dopo 24hr circa, il post sul Super Bowl (visto in differita, ora che sono le 2045 del giorno dopo, via, play).
Continue Reading