30 per AGO

augQualche anno fa lessi su un giornale che il vero capodanno è ferragosto. Ogni anno a ferragosto questa cosa mi torna in mente. Non riesco a decidere se sia una banalità, può essere sia vero.
E’ infatti in questo mese, dedicato a questa anomalia italica del ‘chiuso per ferie’, che si ‘stacca’, ci si ‘rilassa’, si viaggia (chi può), si postano foto in giro, eccetera. Probabilmente si fanno più veri propositi per il futuro sdraiati in una spiaggia, in fila per un traghetto, camminando in montagna che con il cappotto, andando a un cenone di capodanno.
Vi ho convinti di questa cosa? No? Pazienza.
Comunque questo post è su agosto ed è ‘nato’ una sera (ovviamente di agosto) chiacchierando con una gentile signora che sostiene che questo mese sia un po’ da odiare perché prima tutti che chiedono delle ferie poi dopo tutti che raccontano delle ferie, che a volte è un bel sentire ma come tutti i racconti bisogna saperli fare e sono pochi quelli che li sanno fare e forse ancora meno quelli davvero interessanti, quelli che riescono, dal loro personale buco della serratura, a catturare una vera attenzione che non sia solo l’informazione buona per la chiacchiera, ‘tizio è andato nel posto X, tizia è andata a Y’.
Forse, pensavo, a molte ‘narrazioni vacanziere’ manca un po’ di particolarità perché non si sottolineano le piccole cose, diverse da posto a posto o simili ma con le differenze negli occhi di chi guarda, appunto, dal buco della serratura di una vacanza di pochi giorni o di due settimane.
Quindi, agosto è un mese un po’ da odiare ma anche da apprezzare per le tante piccole cose che offre essendo comunque un mese dove si sta fuori, ci si muove oppure si sta fermi, magari, come si dice, con la testa più libera (ah, le benedette ferie).

Perciò, ecco trenta mie piccole cose belle di agosto, una al giorno, come una medicina, anche se il mese non è finito, e il giorno che manca è il giorno in cui il mese, che può essere bastardo, in silenzio, presenta quel conto fatto di malinconia e rimpianti, dove si piange un po’ o si è molto tristi perché anche ad agosto non è che si può sempre stare allegri, eh.

Via:

1. Pedalare in bicicletta mentre il sole spacca l’asfalto e brucia la pelle anche attraverso la maglietta;
2. Capire chi è davvero contento di andare in ferie e chi invece è costretto ad andarci;
3. Un mojito ben fatto con i cubetti di ghiaccio interi, la menta appoggiata, lo zucchero obbligatoriamente di canna;
4. Gli abiti lunghi e leggeri delle donne che tutti questi scosciamenti e ammiccamenti in favore di micro camera fanno perdere un po’ di fantasia;
5. Il rumore sussurato della marea di notte;
6. Uscire con una persona adorabile che si vede solo ad agosto, causa impegni vari, e dopo pochi secondi fra due sbuffate di sigaretta e due cancheri per il caldone, recuperare una perfetta sintonia;
7. Leggere del calcio mercato bevendo una birra gelata;
8. Svegliarsi presto la mattina, prendere un caffè con il paese ancora addormentato, rubare l’unico momento fresco del giorno;
9. La stanchezza negli occhi dei lavoratori alla sera che sognano una doccia fredda;
10. I visi corrucciati delle ragazze, appena sveglie, dopo essersi addormentate al sole, su lettini, scogli, prati, che poi diventano un sorriso che accende ancora di più il giorno;
11. Passeggiare sotto ai portici all’ora di pranzo calcolando l’umidità, percependo il tempo che sembra immobile;
12. Un calice di vino sopra un tavolo, riparato dagli alberi, per festeggiare la chiusura dell’ufficio;
13. I sandali delle donne, sottili ed eleganti, impreziositi da pietre, fiori, piccoli lacci;
14. Il rumore delle posate che danno il ritmo alle chiacchiere sparse in una piazza accaldata;
15. Le corde pizzicate del contrabbasso, le spazzole leggere, il tocco di pianoforte in un concerto in un cortile;
16. I grilli dietro casa mia in una notte insonne a decifrarne la cantilena, il ritmo, le note, la sinfonia gracchiata;
17. Guardare le effusioni all’aperto degli innamorati, senza paura di essere nudi di fronte al sole e agli occhi di chi li guarda;
18. Incantarsi a guardare la linea dell’orizzonte al mare, come guardare nel futuro (scusate, in montagna non ci vado, presumo ci sia anche lì la linea dell’orizzonte…) ;
19. Guardare la luna piena, rischiare di parlarle un po’;
20. La luce che filtra dalla finestra aperta, sono le sei, girarsi nel letto per un’altra ora di sonno;
21. Le chitarre fulminanti, la batteria che pesta come i piedi sull’asfalto di uno spiazzo nei concerti all’aperto;
22. I fuochi d’artificio, gli occhi pieni di stupore anche se il cinismo di undici mesi prova a nasconderlo;
23. Le feste di paese col liscio, la coda per il cibo, gli odorazzi di fritto, i sorrisi e la fatica dietro ai banconi;
24. Una camminata ai bordi di un fiume, a specchiarsi nei balletti che i riflessi del sole regalano all’acqua;
25. Gente folle che gioca a tennis alle due del pomeriggio, le magliette incollate come una seconda pelle;
26. Macchiarsi il vestito mangiando un cono con troppo gelato sopra;
27. Una canzoncina con una melodia stupida che risuona in testa camminando sulla spiaggia;
28. Un giorno di binge watching con finestre e tende chiuse, come fosse novembre;
29. Leggere al sole, le pagine che si bagnano di sudore;
30. Fumare una sigaretta guardando un tramonto: domani è settembre, chissà se l’inverno sarà lungo. Intanto, agosto non è finito e il tramonto è bello.

(foto: via, snoopygrams)

Luglio, playlist

 

 

 

 

At the movies
(nella desertificazione cinematografara estiva) 

 

Terminator Genesys 
Ripompare il gasamento in un franchise è un’operazione delicata. Il risultato è un paciugare con le linee narrative e temporali, inserire a forza gag che ‘mh’, anche no, perdere completamente la forza visiva e narrativa della storia e lasciarci con qualche scena discreta, due strizzate d’occhio al passato, mille spiegoni e schemi abusati e poco convincenti. Quest’uomo entra dritto nell’olimpo degli attori inespressivi, Emily Clarke è un’altra roba senza dragoni sulle spalle, Arnold che incarna lo stereotipo del ‘padre assente’ è abbastanza fail e insomma. E’ un no, o un film che dopo dieci minuti non ricordi.
Il futuro non è ancora scritto‘, l’ultima frase del film, suona come una minaccia. Dovrebbero farne altri due. Dai, basta. Magari una recensione giusta la dovrebbe scrivere un ventenne che era un progetto nella testa dei genitori nel’84, mentre io uscivo dal cinema con gli occhi sbarrati e il terrore di Skynet dietro l’angolo perché sono impressionabile.

(poi, qua c’è un articolo esaustivo sulla questione commerciale e intellettuale della fabbrica dei reboot-sequel & Co. hollywoodiana. cose note, ma fa bene ripeterle)

 

 

Sul divano

(tredici puntate da venti minuti che sono uno spasso, brillante e cinico. Freakin’ Phil. Ops, la seconda stagione è in arrivo)

 

 

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

 

Foals – Mountain at my gates
come ha scritto il sempre preciso ‘attimo’, ‘Quattro minuti e tre secondi di estate, spiegati bene’

Kurt Vile – Pretty Pimpin’
la mia canzone perfetta del mese. Perfetta eh. Non ci provo nemmeno a scriverne altrimenti viene fuori un papiro. Heavy rotation baby.

Tiggs Da Author – Georgia
Quei good fellas di ‘Going Solo’ mi han spifferato sto nome. Questo è un pezzone. Se il dj dei vostri bagni o chiringuito la mette su durante l’aperitivo in spiaggia o dopo o non lo so, andate da lui e limonatelo.

Ought – Beautiful Blue Sky
Nuovo brano per questi ragazzotti che da queste parti piacciono molto. Potrebbero essere i Pavement per i ventenni di oggi, potrebbero eh, magari scrivo una boiata. Detto ciò, altro gran pezzo, dinoccolato e un po’ storto come da loro usanza. Non averli visti all’Hana-Bi un mesetto fa è già un rimpianto.

Beck – Dreams
Dopo la gioventù qui sopra segnalata, una sicurezza stagionata come Mister Beck con un pezzo allegrotto e estivotto, ottimo da selezionare prima di uscire alla sera.

 

 

Sul comodino

 

Da qualche parte ho letto che le donne scrivono di sentimenti meglio degli uomini. Il dibattito è aperto, sarei per il sì, ma nel dubbio, ho letto due libri scritti da donne.

Mary Miller – Last Days of California
E’ un piuttosto classico road book con al centro due sorelle e una famiglia che va verso la, letteralmente, fine del mondo, così come prevista da uno di quei guru del talebanesimo (si dice, ‘talebanesimo’? facciamo di sì) cristiano a stelle e strisce. La religione, fortunatamente, c’entra poco, i meccanismi fra le sorelle invece sono cuore pulsante della vicenda che ha un bel ritmo e fa appassionare con delicatezza e precisione narrativa. Un post scritto bene per invogliarvi alla lettura è qua.

Guia Soncini – Qualunque cosa significhi amore
Lascio perdere il ‘chi è’ dell’autrice che Google è qua di fianco e non è bello schierarsi a prescindere, quasi mai. Distoglierebbe l’attenzione da un romanzo ben scritto, fin troppo pieno di arguzia ma che chiudendolo mi ha fatto scattare l’applauso grazie al bel finale e a personaggi antipatici che abitano un mondo a me lontano (Tv, salotti milanesi, intellettualoidi alla deriva) ma resi molto bene e ai quali ci si affeziona. Una sorpresa positiva.

 

rockinmille (+ 1 ricordo)

 

Modena. O Reggio Emilia?
Non ricordo esattamente, ma voto per Modena.
I Foo Fighters dal vivo. Andiamo, certo.
La memoria ricolma della mole di concerti visti negli anni impedisce di avere ricordi precisi. Non c’erano manco i blog dove scriverne con le orecchie ancora emozionate appena arrivavi a casa. Gli smartphone dove buttare giù due note emotive erano forse nella testa di qualche ingegnere particolarmente dotato. I tizi che hanno fondato Instagram avevano undici e otto anni e quindi niente cellulari per aria. Palco tirato su senza fronzoli né schermi, in mezzo a corridoi di asce di legno che facevano da passerella al cammino di passeggini e frequentatori di ristoranti comunisti.
Dave Grohl era un’icona per ragazzi che sapevano a memoria i brani dei Nirvana.
Si presentò davanti al microfono, non dietro alla batteria, chitarra alla mano, cantando i pezzi del suo primo album solista, grezzo ma molto bello, consumato in ore di ascolto (i testi, se non ricordo male, erano senza senso, giusto per cantare qualcosa sopra alle note, ma potrei sbagliare e non controllo).
Pubblico, poco ma partecipante. Saremo stati in duecento, forse. Concerto breve ma memorabile solo per vedere quel tizio sul palco.
Nel disco successivo, c’era più pulizia, c’erano ‘My Hero’ ed ‘Everlong’, pezzoni di stadium rock che secondo me la band suona tuttora.
Era il 1995. Secoli fa. Non c’era manco Facebook.
Oggi, io mi balocco da settimane con l’idea di scrivere un romanzo diviso in capitoli in cui i protagonisti partecipano a vari concerti nell’arco della vita che cambia, delle famiglie che si sfasciano e si ricompongono, tutto raccontato al passato mentre i concerti suonano.
Chissà poi che idea.
Invece i Foo Fighters suonano ancora, fanno tutto esaurito ovunque, pure in dieci minuti su ticketone per due date italiane. E di questa cosa, dei sold out in un lampo, che se non ti ricordi di mettere un avviso sul calendario dello smartphone o un post it enorme attaccato alla parete del bagno rischi di dimenticarti di correre online e comprare il prezioso, abitualmente carissimo, biglietto.
Di questa cosa, dicevo e di come andare ai concerti sia diventata una specie di moda, oltre che di passione per la musica, se ne potrebbe parlare a lungo. Se ne parlava l’altra sera, tornando dal concerto di un artista sconosciuto dove eravamo in nemmeno cento persone, mica di un Dave Grohl che oggi si rompe una gamba sul palco, torna dall’ospedale e fa un live acustico e diventa idolo condiviso da ogni sito musicale. Giustamente.
Dave Grohl è indubbiamente un giusto. Ha attraversato gli anni con una attitudine cazzara ma professionale che l’ha portato ad avere il rispetto praticamente di tutti. Beghe su Cobain a parte. E’ stimato ed è un idolo per molti, anche per quei ragazzi di Cesena che hanno organizzato la cosa più bella apparsa sull’internet nelle ultime settimane, SE sei dentro alla musica e a i concerti.
Hanno suonato in mille un pezzo dei Foo Fighters come richiesta alla band per aggiungere una data in Romagna durante il loro tour mondiale.
Sarà dura perché il gruppo è diventato sicuramente un carrozzone da portare in giro, con tempi tecnici e attese.
Mi piace pensare, e guarda ci scommetterei pure una birretta, che Dave Grohl, che sicuramente vedrà il video, organizzerà qualcosa. E comunque è ingiusto che questi mille (immagino, poi magari qualcuno il biglietto sarà riuscito a comprarlo in tempi record) non potranno vederli a Bologna a novembre.

Nemmeno io potrò, ci ho provato a prendere il biglietto, ma sono arrivato dieci minuti dopo. 
Questi mille, e pure io, forse ce lo meriteremmo. 

Prometteremmo pure di non fare Instagram mentre Dave Grohl suona sul palco. Io però un paio di note per l’eventualissimo romanzo, le scriverei negli appunti, dai.

(il sito di rockin1000)

 

sei fotografie

 

Aprì le finestre della camera d’albergo. Si sentì come un principe baciato dal sole già alto che rimirava le sue terre. Le case della città sotto di lui, tutte basse, ancora avvolte nel silenzio. Davanti ai suoi occhi assonnati si stendeva la vallata, un lenzuolo di verde scintillante punteggiato da piccoli borghi. In lontananza colline che si alzavano morbide. Sopra a tutto un cielo blu pastello, il sole una medaglia d’oro. Il campanile alla sua sinistra lo salutò con rintocchi secchi e precisi, come a ricordargli un appuntamento. Fece una doccia con le finestre aperte, sentendo in lontananza le prime voci che venivano dall’esterno. Si vestì, controllò l’itinerario e uscì. Doveva fare poche centinaia di metri ma prese comunque la sua attrezzatura.
Mesi prima aveva controllato e non gli era sembrato vero. Il lavoro di reportage che aveva accettato per un festival di musica era in contemporanea alla prima nazionale della mostra in cui uno dei suoi idoli personali (chiamarlo collega gli sembrava uno sproposito) esponeva i suoi lavori. Aveva il tempo per visitare con comodo la mostra e poi posizionarsi nelle vicinanze di un palco, pronto ad accogliere i primi festivalgoers che avrebbero sgomitato per la transenna, il primo soundcheck sotto il solleone, i primi accordi di chitarra.
Avrebbe fatto un bel lavoro, ispirato dalle foto che si accingeva a vedere.
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Giugno, playlists

At the movies

 

Fury
Un solido film di guerra, con attori maschissimi in gran forma.

Jurassic World
Ok, Hollywood avrà finito le idee e a me è sembrato di vedere la cover di un film di venti anni fa, però con più ritmo, machismo (Chris Pratt, fossi donna ti amerei), denti, velocipiccy, critica alle rose a genetica-militari-corporation ed FX, con bonus addirittura di romance in giro per il parco. Tutto un po’ finto, come il parco, ma divertente. Però non (ri)fatelo più eh (e invece…).

(poi, vabbé, ho rivisto quella bomba perenne di ‘Mad Max‘ in versione originale, dove i grugniti di Max sono ancora più fighi)

 

Sul divano


(la terza parte sulle detenute nel carcere di Lichtfield. ennesima conferma per una serie commovente e divertente, scritta benissimo.  ‘team panty-sniffing’!)

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

The Arcs – Stay In My Corner
La canzoncina estiva da dedicare alla morosa l’ha scritta Dan Auerbach, che fuori dai Black Keys ormai funziona meglio e fa sempre cosine blues, lievi e classy.

This Ain’t – American Wrestlers
In ritardo, scopro questo disco di un tizio one man band, ricco di ottime canzoni. Questa poi, l’ho consumata a forza di ascoltarla. (il link porta a ‘spotify’ che non ho trovato un video che sia uno…)

Smooth Sailin’ – Leon Bridges
E’ la seconda volta che questo ragazzotto che sembra uscito dai sessanta entra nella playlist. Ci sarà un perché, no? Play, please.

Feeling good – Lauryn Hill
Cover di Nina Simone. Giocare sul velluto. Però ci vuole una certa presenza, diciamo carisma, per farlo bene. Et voilà.

Mozart – String Quartet
Questo mese mi son visto quattro concerti per quartetto d’archi e sono andato in fissa, finendo per ascoltare molto quelli di Mozart. Sono tutti facili all’ascolto e belloni e #teamromance.
Al link sopra ve ne potete ascoltare uno.

 

Sul comodino

Giugno sarà stato un mese impegnativo, adesso che ci penso, perché ho letto pochissimo. Ho iniziato un libro che adesso finirò, però purtroppo non mi ha preso, nonostante la brillantezza di molte pagine. Non dico niente della trama, perché dovrei tirare uno spoiler colossale e centrale alla storia. Il titolo è ‘Siamo tutti completamente fuori di noi‘. La protagonista è una ventenne che ripercorre le vicende della sua famiglia. Vi metto un link, vedete voi. Intanto, lo finisco, chissà che non cambi idea.

 

hey hey, Finale Scudetto (la maledetta Gara Sette)

FullSizeRender‘Purtroppo arrivare secondi non è la stessa cosa di arrivare primi’.
Lapalissianamene e tristemente, Max Menetti, il grandissimo allenatore di Reggio Emilia, lascia questa frase in sala stampa, a mò di epitaffio sulla serie finale.
E’ una verità. La sconfitta è una brutta bestia che si può accettare o superare in vari modi. Nello sport e anche nella quotidianità. In fondo, lo sport, può essere visto anche come una metafora dell’esistenza, oltre che spunto per innumerevoli narrazioni che possono, letterariamente ma anche praticamente, aiutare nella vita.

La serata della gara decisiva di questi infiniti playoff, è iniziata con la classica passeggiata verso il palazzo, in compagnia di una fiducia che mi abitava i nervi, fiducia che non leggevo in molti sguardi apprensivi e in qualche parola smozzicata, afferrata per caso mentre consumavo l’ultima sigaretta di vaga tensione pre gara. Come detto in gara uno, il tifoso reggiano sembra avere nel DNA l’attitudine alla sconfitta. Però io non mi rassegno a questa cosa, contro casistica e risultati. Naturalmente non avrò ragione. Quindi, niente, si sale in piccionaia, sapendo che sarà l’ultima volta della stagione, comunque vada.
Si parte. Il nostro urlatore è classicamente a petto nudo. Davanti una scritta ‘Godo’ in biancorosso, che coglie la bellezza di esserci. Sul retro, la riproduzione della #facciacattiva che Della Valle aveva regalato iconicamente a tutti i tifosi reggiani in gara cinque, diventando un instant tormentone sui socialini. La stessa faccia è su un foglio sistemato sui posti numerati, insieme alla scritta rossa ‘Stand up for glory‘. Il mister aveva chiesto in conferenza pre gara di assistere alla partita in piedi, per tifare come una unica grande curva.
Eseguiamo, ligi al dovere, sperando di potere. Ci proviamo. Siamo tutti in piedi in piccionaia, nessuno che si lamenta, per spingere la squadra, che si vede accoglie lo spirito e sprinta sul vantaggio pesante. Di solito prendo qualche appunto volante se so di scrivere un post, ma ieri sera è stato impossibile. Caldo feroce, umidità ottomila, urla matte ovunque, tremendo odore di humus umano che saliva dal basso, i jeans, sempre gli stessi, che la cabala è una cosa importante, incollati al corpo che rendevano difficile l’estrazione del telefono per scrivere notarelle.
E quindi, a memoria, dopo il primo quarto che ci avvicina all’obiettivo, c’è il secondo dove Sassari rientra in partita, dove l’attacco reggiano sembra un deserto sahariano. Si esce per respirare ossigeno e una Camel a più sei. La mia fiducia è incrollabile, il timore di molti pure. Il terzo quarto è una pugna con mani addosso ovunque, è Silins che non ce la fa a restare in campo dopo l’infortunio di gara sei, è Lavrinovic che gioca su una gamba sola e non ce la fa nemmeno lui, è Dalla Valle che ha finito la magia, è un vero bomber del parterre che fa cinque metri, arriva ai margini del campo e chiama il tecnico in faccia a Sosa, i due si scambiano carezze, tecnico per il giocatore, scorta verso l’uscita per il tifoso matto. Per l’episodio, quasi un intermezzo comico, si ride molto in piccionaia. Sudiamo ancora di più all’inizio dell’ultimo quarto, con la certezza che finirà punto a punto. ‘Questa sera muoio‘ dice il pard, già provato da un raffreddore colossale. Andrà così, punto a punto, con Diener che ci fa impazzire con un tiro difficile, con Logan inguardabile per metà partita che entra nel match sganciando micidiali botte da tre punti, con un paio di fischi che vengono accolti con boati di insulti, bestemmie, basso cospirazionismo, con Kaukenas fuori per cinque falli, con Dyson che entra sigillando il match, con un instant replay a tre secondi dalla fine, con l’ultima possibilità, un tiro di Diener triplicato, che non entra, perché deve finire così. Con un momento in cui tutti gli occhi reggiani sono fermi in un oceano di delusione.
73-75 dice il tabellone, sancendo la fine.

E allora bastano gli elogi, la certezza di avere espresso la pallacanestro migliore nel senso di squadra, di collettivo che va oltre le difficoltà compattandosi nelle stesse?
No. Non bastano. È la squadra con le individualità che esplodono in siluri da tre, in penetrazioni acrobatiche e che possiede un certo killer instinct nei momenti decisivi, che alza la coppa, ma io non la voglio vedere la premiazione degli altri, mi spello le mani per applaudire i nostri, vedo Max che piange ringraziando i distinti, poi sono già fuori dal palazzetto che cerco di trattenere due lacrime di delusione che poi scappano anche alla mia veneranda età. Due gocce cadono dagli occhi, mi rigano le guance, su una c’è scritto peccato, nell’altra delusione, ma sono giuste, sono luccicanti della luce gialla dei lampioni che impedisce di vedere le stelle, dove volevamo tutti scrivere quelle tre parole che chissà, forse, non scriverò mai. Non me ne vergogno, anzi.
E’ passato un giorno dove le immagini del match, mi sono tornate in mente, insieme ad apprezzati messaggi di amici, dispiaciuti per il risultato, anche un po’ per me.

E allora, va bene lo stesso. A chi vuoi dare la colpa? Ai giocatori? Impossibile. Han dato tutto, in serie lunghissime con poco riposo fra un match e l’altro e vari infortuni ad accorciare rotazioni e possibilità di gioco. (a proposito, mio MVP, Polonara, strepitoso. Uno che diventerà un campione grosso). A Menetti? Massé, fantastico lui e i suoi assistenti nel gestire tutto il gestibile. Agli arbitri? Qualche fischio ha favorito Sassari, per me, ma siam di campagna e siam signori. Reggio ha avuto la possibilità di vincere tutte e sette le partite, ne ha vinte ‘solo’ tre. Sarebbe più semplice ci fosse qualcuno a cui dare la colpa, come sempre.
Il basket è quello sport fantastico dove spesso l’equilibrio è sovrano, dove una partita, la finale scudetto, si perde di due punti. Per un tiro che entra e poi esce, per un antisportivo dubbio, per ferri che accolgono tiri liberi, per infortuni assortiti, per stanchezza, per un avversario che va ‘on fire‘. E via così. Un equilibrio delicato che non ha preso la direzione che speravo. Una delle delusioni più cocenti della mia carriera di tifoso di squadre di provincia.
E allora è andata così.
‘Purtroppo arrivare secondi non è la stessa cosa di arrivare primi’.
Purtroppo certe occasioni vanno prese, non perse. Però, banale e semplice, non me li dimenticherò mai questi playoff. Perché, è sempre uno sport, ma viverlo intensamente è una bella parte di vita, sia che si pratichi sia che si segua con passione.
E’ stato bellissimo, divertente, gasante, emozionante, infine un po’ triste.
Ma, a ottobre si ricomincia. Ci vediamo in piccionaia, a tifare, a tirare dei cancheri, a gioire e a volte, capita, a piangere un po’.
#daicandom

Ps.: la foto sopra è ‘rubata’ dal profilo IG del club

(le ‘mie’ altre gare scudetto)
(tutti i post dalla PICCIO) 

 

hey hey, Finale Scudetto (Gara Cinque)

FullSizeRenderUn recap volante delle partite giocate a Sassari.
Reggio non può avere paura, poiché Sassari è una squadra costruita sul talento individuale che l’ha premiata in gara tre con Logan e in gara quattro con Dyson. Gente che la mette da casa loro, se in serata, mentre Reggio in entrambe le gare si dimostra una squadra con carattere, schemi e gioco. Può bastare per vincere lo scudetto? No. Infatti Reggio perde due partite rientrando in entrambe grazie al cuore, al team e agli ups and downs dei rivali, viene dominata a tratti ma riesce sempre a riemergere.
Questi ragazzi meriterebbero lo scudetto a prescindere, già adesso prima di scendere in campo, in primis il mister, abile nel leggere le partite e nel gestire i pochi uomini che danno tutto quello che hanno.
Se Cinciarini ha detto che gli arbitri non hanno influito sul risultato di gara quattro, mi fido e non scrivo dell’arbitraggio. Poi cambio idea e dico che la compensazione arbitrale è sempre sbagliata e facciamo che il fallo di Polonara sull’ultimo tiro dei quaranta regolari fa pari con il fallo inventato sulla rubata di Cinciarini e il tecnico punitivo fischiato a Lavrinovic a otto secondi dalla fine, che i ‘piangina‘ a me non son mai piaciuti e se pensassi alla malafede arbitrale, andrei a vedere le bocce, che poi, fra l’altro, le gare di bocce son fighissime.
Torniamo al palazzetto? Daje.
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