una sinfonia che è una vita (spiegata bene)

(premessa)

Quando iniziai ad andare nel posto palco ad ascoltare la musica classica, decisi di scrivere dei concerti a cui assistevo. Non per provare a fare proseliti, il mio bacino di utenza è assai limitato, come la mia conoscenza della materia che dopo una cinquantina di concerti rimane a un livello ‘principiante’, oltre al fatto che la musica classica non brilla per propensione ai social network.
Lo facevo per divertimento, per scrivere, per provare a descrivere, per ricordarmi. A volte ho citato il saggio, un libretto che viene distribuito a inizio serata dove viene raccontata la genesi e il contesto storico delle opere in programma e anche spiegata la musica, ma a volte è una lettura difficile, troppo colta per me.
Ho raccontato nei miei post di come la sentivo io la musica, di quello che vedevo sul palco, azzardando metafore, provando a descrivere sensazioni, perfino con un paio di racconti ispirati dai concerti, o dal pubblico in platea.

Poi ho smesso perché mi sembrava di avere finito le parole, forse l’ispirazione. Ne ho scritti ventisei, sempre sentendomi inadeguato, vedi riferimento alla mia ignoranza. Questi post sono sempre stati letti da pochissime persone. Regolare. Non è che la musica classica sia questo argomento così popolare, anche se tutti gli amici che ho portato anche solo una volta, hanno apprezzato molto.
Ieri sera però ho assistito a un concerto straordinario. Il programma prevedeva due sinfonie, entrambe di compositori russi, miei preferiti, dopo i grandi classici, per capacità di sorprendere, per la continua mescolanza di registri drama & romance.
Il concerto è stato favoloso, pure maestoso. Sono uscito e ho pensato di riprendere l’abitudine del diario. Poi, ho cambiato idea.

Non scriverò dell’arroganza nel look e nel modo di suonare di uno dei sei contrabbassisti, un ragazzo alto e magro, con lungo codino e barba altrettanto lunga, uno che secondo me, nei ritagli di tempo, suona il basso in una band heavy metal.  Nemmeno della coppia di viole, signora con capelli bianchi e ragazzotto elegante ma austero, sembravano madre e figlio, lei timida e lui tronfio mentre accoglieva gli applausi dopo la prima sinfonia, per poi sciogliersi in un sorriso grato al termine dell’ennesima rentrée del direttore, dell’ennesima esplosione di applausi da parte del pubblico. Neppure delle décolleté color crema indossate da una violinista, unica concessione al nero d’ordinanza delle femmine, oppure degli splendidi papillon bianchi e arricciati dei maschi, fra cui spiccava un violinista con capello brizzolato da divo anni ottanta che era sempre una frazione di secondo in ritardo nel prepararsi con lo strumento per l’ingresso, come se per lui fosse troppo facile, ma poi il suo ciuffo ondeggiava al ritmo sinuoso della musica.
Nemmeno della formazione dei sei percussionisti, fra cui il più anziano, coi capelli scarmigliati e uno sguardo vagamente alcoolico, suonava il triangolo nell’ultima sinfonia, attendendo magari di essere sul pullman e di raccontare ai colleghi, da vero decano della formazione, il suo ricordo di un concerto di tanti anni fa…

Riporterò, invece, ampie parti del saggio dedicato alla Sinfonia n.4 di Čajkovskij, dove il compositore prova a descrivere la sua musica. Ne esce una riflessione sulla vita e una lettura che, unita all’ascolto, ho trovato meravigliosa, d’ispirazione e riflessione, e ho pensato di condividerla riaprendo, per una volta, il ‘posto palco’ quassù.

(svolgimento)

I compositori potevano permettersi di dedicarsi alla musica spesso e soltanto grazie a nobili o mecenati. La benefattrice di Čajkovskij era una ricca vedova russa con cui l’autore ‘…aveva avviato, a partire da una lettera datata 30 dicembre 1876, un rapporto di intima amicizia che sarebbe durato, senza mai incontrarsi di persona, fino al 1890′ (e già questa cosa, è abbastanza magica). La baronessa dopo avere assistito alla prima esecuzione della sinfonia, scrisse una lettera all’autore chiedendogli spiegazioni sul contenuto, sul senso della composizione.
L’autore, inizia la sua risposta così:
“Come è mai possibile esprimere quelle sensazioni che proviamo allorché scriviamo un’opera strumentale che non ha in sé alcun soggetto definito? E’ un processo puramente lirico, una confessione musicale dell’anima, ove pullulano tante cose e che secondo la propria essenza si riversa in suoni, appunto come il poeta lirico si effonde in versi”.
In breve, la musica non si spiega. Eppure:
“La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero – e posso – dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. Voi capirete che tenterò di farlo soltanto per sommi capi”.

Seguono divise per movimenti, le istruzioni per l’uso della sinfonia, le risposte del compositore che diventano riflessioni molto più ampie e intense quanto la musica stessa.

“L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto. Il tema di apertura è il Fatum, la forza inesorabile che impedisce alle nostre speranze di felicità di avverarsi; che sta in agguato, gelosamente, per impedire che il nostro benessere e la nostra pace possano diventare piene e senza nubi: una forza che, come la spada di Damocle, pende perpetuamente sul nostro capo e di continuo ci avvelena l’anima. Questa forza è ineluttabile e invincibile. Con il Moderato con anima la disperazione e la tristezza diventano più forti, più cocenti. Non sarebbe più saggio distogliersi dalla realtà e immergersi nel sogno? Oh, gioia! Alfine appare un dolce e tenero sogno. Una fulgida, soave immagine umana aleggia dinanzi a me, mi chiama. Come bello e remoto, ora, appare il primo ineluttabile tema dell’Allegro! A poco a poco il sogno avvolge l’anima. Obliata è la tristezza, la disperazione. Ecco la felicità! Ma no, era solo un sogno e il Fato ci ridesta. Così la vita è un costante alternarsi di aspra realtà, di sogni evanescenti, di fuggevoli visioni di felicità. Non vi è alcun porto. Si naviga su quel mare finché esso vi sommerge e vi fa affondare nella sua profondità. Questo, approssimativamente, è il programma del primo tempo”.

“Il secondo tempo esprime un’altra fase di sofferenza. E’ la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli, stanchi del lavoro, e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano. I ricordi si affollano in noi. Come sono dolci quelle memorie di giovinezza, ma come è triste che tante cose siano state e siano trascorse per sempre! Si rimpiange il passato, eppure non si vorrebbe ricominciare daccapo la vita, ci si sente troppo stanchi. E’ più piacevole riposare e rivolgere lo sguardo all’indietro, ricordando tante cose. C’erano momenti felici, quando il giovane sangue scorreva caldo e la vita esaudiva ogni nostro desiderio. C’erano anche momenti difficili, perdite irreparabili, ma sono ormai lontani. E’ triste e pur dolce tuffarsi così nel passato”.

“Il terzo tempo non esprime sensazioni definite, è piuttosto una successione di capricciosi arabeschi, quelle immagini inafferrabili che passano nella fantasia quando si è bevuto del vino e si avvertono i primi segni dell’ebbrezza. L’anima non è ne gaia ne triste. Non si pensa a nulla: l’immaginazione ha libero corso e comincia, non si sa perché, a tracciare strani disegni. D’improvviso si presenta allo spirito la visione di contadini un po’ brilli, una breve canzone di strada risuona. Lontano, passa un corteo militare. Le immagini sono assolutamente sconnesse, come quelle che fluttuano nella mente allorché ci si addormenta. Non hanno nulla a che fare con la realtà, sono strane, selvagge, confuse”.

“Il quarto tempo: se veramente non trovi motivo di gioia in te stesso, guardi gli altri. Va’ in mezzo al popolo, vedi come esso sa abbandonarsi alla gioia. Una festa rustica è descritta. Non appena però hai dimenticato te stesso in questa visione della gioia altrui, ecco che il Fato inesorabile riappare a ricordarti di te stesso. Ma gli altri sono indifferenti verso di te; non volgono neppure il capo, non ti guardano neppure, non si accorgono che tu sei solo e triste. Ah, come si divertono! E come sono fortunati di essere governati da sentimenti così semplici e immediati! Dà la colpa a te stesso e non dire che tutto il mondo è triste; esistono gioie semplici e pur forti. Allegrati nella felicità altrui e la vita sarà sopportabile. Questo, cara amica, è tutto ciò che posso dirvi della Sinfonia.
Certo, quello che ho detto non è ne chiaro ne compiuto. Ciò deriva dalla intrinseca natura della musica strumentale, che non si presta all’analisi particolareggiata. Dove le parole cessano, là comincia la musica”.

Čajkovskij ha finito. Sipario.

(il concerto di ieri sera: link)
(la lettera e una guida completa all’ascolto: link)

(tutti i #postopalco, sono qua

Parole (don’t come easy) ’16

fullsizerender-2Un giorno di tanti anni prima aveva sentito quella frase.
‘Le parole sono importanti’. Le piacque quella frase. Era seduta sul bracciolo di un divano color senape, fumava una sigaretta senza aspirarla perché dopo le faceva male la gola. O almeno così diceva, però le piaceva tenerla fra le dita, farsi guardare dai ragazzi, avere sedici anni e percepire la nascita di piccoli poteri.
Quella frase le era rimasta in testa. La risentì negli anni dell’università quando aspirava qualche spinello. Allora sapeva da dove veniva quella frase e le piacque ancora. Non per il sottobosco simbolico da dove proveniva ma per la verità che vi era contenuta, in cui credeva. Lei, che con le parole ci studiava e poi finì per lavorarci.
Anni dopo aprì un blog e nella testata ci mise un fumetto contenente quella frase, il suo fidanzato di allora l’aveva aiutata con il disegno e la grafica. Da quell’anno è un appuntamento fisso. Prima sul blog, poi su Facebook e infine oggi quando, per non sentirsi troppo ridicola, troppo anziana, scrive sull’agenda.

Scrive le parole del suo anno, quelle che l’hanno definita, delineata e contornata come un personaggio di un fumetto.
Ogni tanto, scrive una parola quando questa la colpisce fra tutte quelle che attraversano la sua giornata. La scrive, le sottolinea, ci fa i bordi, le riempie di puntini come avessero il morbillo, le colora a volte e poi quelle più significative le ricopia tutte insieme in una paginetta, che diventa un grafico di curve scritto con una penna a sfera a simboleggiare il suo anno.
Poi una mattina di dicembre, aspetta la luce giusta di un giorno di sole, una luce tersa avvolta in un freddo pungente, che le fa ricordare attraverso le parole i vari momenti, le chat, gli incontri, le serate da sola, o in compagnia. Entra negli occhielli delle L, passa nelle aperture delle A, si getta nel vuoto delle O, si issa sulle I, si strizza nei riccioli delle R e ripassa il suo anno anche se la prima parola che scrive è la più recente. La scrive e decide con quel modo pomposo con cui si deliberano i proponimenti per l’anno nuovo, per poi magari buttarli nel cestino come una pagina di schizzi venuta male, che quella sarà la sua parola guida per il 2017 che va a iniziare. La scrive credendoci, illuminandola quasi con il tratto di una penna rossa. RISCATTO.
Quella parola era saltata fuori come tante altre durante una delle serate fra SIGNORE – come si definivano, perché lo ammettevano, perché lo erano, come ‘Signore’ era l’appellativo che avevano dato alla loro chat su Whatsapp -, quelle uscite a scadenza non fissa, poche indispensabili ore che tutte loro ritagliavano negli interstizi dei vari impegni. Erano in quattro, a volte cinque. Si sistemavano a tavoli di diversi locali o ristoranti, non ne avevano uno preferito, iniziavano conversazioni e serata con una bottiglia di quello buono, assaporando parole e sorsi per poi venire travolte dalle stesse e la seconda bottiglia aveva il sapore dello stare insieme e veniva solitamente terminata in fretta. Alla terza spesso ci arrivavano, dipendeva dagli altri impegni del giorno dopo mentre i loro visi, i loro corpi si protendevano oltre il tavolo a sottolineare parole complici, qualche segreto e qualche altra parola non detta.
Come INCERTEZZA. Lei non era di certo una persona risoluta anche se sul lavoro quella parola la nascondeva bene, soprattutto in quell’anno dove aveva dovuto cambiare, provare a fare un passo in più, piena di dubbi e di paure. E adesso poteva dirlo che le era andata bene. Molto in quell’anno le era andato bene.

Ricordò l’elenco dell’anno prima dove ACCETTAZIONE spiccava, pietra angolare di quel 2015 pessimo in cui aveva visto crollare piani e sogni. L’accettazione aveva portato a SCELTE dure e dolorose, una doppia d come destino forse, ma le sue scelte le aveva fatte e la più importante l’aveva portata a una scrivania al decimo piano di un palazzo, a guardare nelle pause un altro palazzo nascere di fronte a lei, a spiare finestre che avrebbero ospitato magari altre donne come lei. A volte sentiva il peso di quella altezza. Ricordò che una mattina aveva scritto IMPEGNO, un invito a spronarsi ogni giorno, sapendo di essere sempre sotto osservazione. Le sembrava di avercela fatta o di essere comunque a buon punto.
Forse merito anche dello YOGA come sosteneva una delle sue signore, la più devota alla pratica, anche se quella non era forse la parola giusta, che le aveva messe tutte letteralmente sul tappeto anche se poi tutte non c’erano rimaste, alcune schiacciate dalla fatica dagli orari, dalla quotidianità, una di loro che dichiarava di ritenere semplicemente INACCETTABILE l’impegno fisico che sottraeva energie preziose ad altro.
Scorse l’agenda e trovò RESPIRO, una parola che portava un ricordo chiarissimo di una sera in centro città quando avevano chiuso un locale e uscendo si erano ritrovate sole nella strada ad assaporare l’aria e avevano fatto tutte insieme un respiro solenne, per poi mettersi a ridere all’unisono, per quell’attimo di inattesa ma perfetta sincronia.

C’era anche stato un momento di INCERTEZZA, di TRISTEZZA (forse le parole che finiscono in ‘ezza’ non sono fra le più belle, ma toccava mettere pure quelle, in rima). Un esame, una serie di giornate passate nelle corsie di ospedali, dove ogni messaggio della chat era colmo di delicatezza (no, non tutte  le parole che finiscono in ‘ezza’ sono negative…) di gentilezza (stava esagerando) e speranza.
E poi c’era stato il momento dopo, un periodo durato settimane, iniziato con una delle loro serate dove non la smettevano di toccarsi le mani, le spalle e le braccia nude, come a verificare che stessero tutte bene, come a sentirsi e a riscoprirsi.
Il giorno dopo lei scrisse PELLE, anche perché avevano deciso (ma non tutte poi avrebbero avuto il coraggio) di farsi un tatuaggio nuovo, per ricordare ma anche per celebrare. E poi scrisse POTENTE, che era stata una parola usata come una sottolineatura, un augurio, una necessità, arrivando a diventare la forma con cui si salutavano o commentavano avvenimenti e ogni tanto ancora saltava ancora fuori. L’essere potenti, il desiderarlo.

Terminò l’elenco, lo scorse velocemente, lo rilesse lentamente e poi scrisse sulla chat una frase, pescando ispirazione da quelle parole che messe in fila erano fotogrammi di un anno.
Era una buona idea. Scrisse:
‘La VERITA’, mie care, come sempre. E’ stato un anno INTENSO, con qualche INCERTEZZA, pizzicori di TRISTEZZA, che però con il pensiero LUCIDO e quel certo signorile, alcune direbbero snob, altre direbbero NECESSARIO, DISTACCO che ci dona, abbiamo superato, con ORGOGLIO e…CANE!’
Quella era una battuta che, ovviamente, solo il loro circolo ristretto poteva capire. Il cane era stato il soprannome non certo affettuoso che avevano affibbiato a un uomo che una di loro aveva conosciuto nelle sue peregrinazioni nel mare della singletudine quarantenne, ma era anche stato il regalo speciale per uno dei loro figli.

La lista era finita, scrisse anche un rapido ‘Ps.: la lista delle parole è pronta! Alla prossima riunione, la lettura ufficiale…Gioite, vi AMO!’ e per poco non si mise a ballare la GIGIA, quel ballo da CRETINE che avevano brevettato durante una sera d’estate, mimando e scombinando la scena finale di un film da maschi, all’unica festa a cui avevano partecipato tutte insieme, dov’erano tutte vestite di bianco.

Rilesse i messaggi, si specchiò nel suo riflesso contro quella mattina così luminosa e pensò che sì, era stato un anno BELLO, in fondo, e tenne quell’aggettivo per ultimo, bello, come una corona da mettere sulla lista.

(in anticipo, buon anno)

(un post che è un mix fra playlist, consigli, liste, sassolini, futuro, appunti e auguri)

Buon anno a chi legge, con una parata di consigli se qualcuno non ha ancora fatto regali, visto che regalare libri è sempre cosa buona e giusta:

per pessimisti ‘liberal’:
‘Io non mi chiamo Miriam’, di Majgull Axelsson – i pessimisti agitano spettri per l’imminente futuro e questo libro racconta di una donna scampata all’olocausto che per salvarsi dentro e fuori dai lager cambia nome. L’ho letto voracemente, serve per non dimenticare la crudeltà umana e per ricordare che il razzismo è sempre dietro l’angolo, anche a quello più perbenista. (il bel romanzone dell’anno);

per amici/mariti (ma anche signore) che amano l’alta quota (letterale e letteraria):
‘Le otto montagne’, di Paolo Cognetti – ricco di parole che raccontano la montagna, carico di neve, ricordi e sentimenti al maschile (dove uso ‘maschile’ solo perché i protagonisti sono due ragazzi che diventano uomini). Un libro semplice ma intenso, imperdibile anche per chi non ama la montagna;

per ‘letterati’, più o meno:
‘Tutto il nostro sangue’, di Sara Taylor – la struttura di questo romanzo è un po’ complessa, andando avanti e indietro nel tempo, cambiando punti di vista, cose così. Un libro favoloso, molto femminista (ma, ancora, non ‘da femmine’, che i libri non sono per maschi/per femmine, sono belli/brutti/meh) dove il panorama fa parte della storia, i sentimenti si nascondono dietro lo stesso panorama;

per chi ha amici/compagni che lavorano nelle banche:
‘Nuotare con gli squali’, di Joris Luyendijk – cos’è successo all’interno del sistema bancario dopo il crack Lehman Brothers del 2008, come funzionano i banchieri della City, come possiamo agitarci come pesci ma tanto gli squali fanno gnam (no, non è un libro anti capitale e se poi qualcuno che lavora in banca lo legge veramente, poi si palesi, che avrei quella ventina di domande, grazie);

per lamentosi fissi del ‘non so dove prendere’:
‘Nessuno scompare davvero’, di Catherine Lacey – la protagonista del romanzo a un certo punto, va via. Letteralmente. In prima persona, la difficoltà di trovare un centro, se esiste. Pagine da rileggere, quando vengono i ‘pensieroni’;

per uomini che si alzano presto, sbuffano, bevono, sbuffano, sbagliano, sbuffano, piangono in macchina, sbuffano e per le donne che li sopportano, supportano:
‘Balene Bianche’, di Richard Price. Un poliziesco che non è solo genere, scritto da un maestro del genere;

per gli amanti del ‘long form’ (a proposito, ce n’è un sacco in giro di vero giornalismo, si trova fuori da Facebook, di solito. so che è inutile scriverlo ma ci tenevo un sacco):
‘Storie dal mondo nuovo’, di Daniele Rielli – reportage lunghi su argomenti non da prima pagina, scritti con arguzia, divertimento e sguardo profondo su varie cosette, tessere di un puzzle per capire meglio come va;

Buon anno a chi cerca musica:
leggevo poco fa una di quelle notizie clickbait che non riguardano la politica italiana. Uno studio (c’è sempre qualcuno che studia) sostiene che dopo i trent’anni si smette di cercare e ascoltare musica nuova. Boh, io ho ben più di trent’anni però mi gaso ancora per una band nuova, anche se, lo ammetto, capita sempre più di rado. A proposito, ecco una manciata di dischi fichissimi ascoltati nell’ultimo anno, in ordine di apparizione:
Black Mountain – Chance the Rapper – Gold Panda – Marcus Hill – The Get Down (sound track) – The Olympians – A Tribe Called Quest – Whitney.

Buon anno ai distributori dei films:
evviva, è Natale e non escono i film super belli che aspetto da mesi come ‘Arrival’ – per gasarmi con Amy Adams che parla agli alieni – oppure ‘La La Land’ – per volare nel musical dell’amore romance. No, esce commediame italiano che ok, capisco che la gente si debba divertire nei cinemi a natale e gli incassi, la crisi perenne, il governo ladro e la commedia rivalutata dai critici per il LOL, ma ADG nel 2016 a me sa di raschiamento del barile però ok, colpa mia. Per fortuna che esce il nuovo di Jim Jarmush, dice che è molto bello.

Buon anno alle donne over 35, con account instagram:
non usate i filtri nelle foto! le rughe hanno il loro senso, basta saperlo cogliere (ci tenevo a dirlo, bis);

Buon anno a chi va ai festival musicali all’estero:
visto che l’Italia è diventata periferia per certe tournée e di conseguenza passano quelli che spillassold nel nome della retromania (che fanno bene, ovvio, ma sto ancora ridendo per i mille euro del vip package al concerto dei G’n’R) buon viaggio a chi andrà (e dai che, forse forse, nel 2017 vado anche io, mi farò una sorpresa ma lo dico piano sussurrando…)

Buon anno al M5S e alle sue armate del cliccare:
perché esagerare non fa mai bene e mannaggia, quanto esagerare per il referendum e il governo e la costituzione e i video dell’indign-azione ‘condividete altrimenti vi cadono le dita sulla tastiera della rivoluzione’. C’è il caso il 2017 vedrà l’internet crollare di gioia per la presa del potere del populis…del M5S. Insomma, auguri.

Buon anno a Donald Trump:
giusto in tempo per entrare in questo post, un articoletto con l’elenco dei bomber bianchi, ricchi e vagamente destrorsi della next administration che farà grande (mh) l’America again. Comunque Donald è da seguire e io lo faccio già, per motivi ovvi e tanti auguri, USA.

Buon anno a chi invia petali o scrive lettere anche senza spedirle:
Un’amica ha chiesto un giorno a caso: ‘dov’è finito il romanticismo?‘ e forse è una buona domanda ma credo non sia finito, anche se è in crisi, oppure forse è finito nei film e nei libri o nei piccoli gesti invisibili.

Buon anno ai miei piccoli eroi del 2016:
a Nigel Farage che prima spara balle assurde per spingere la Brexit e una volta vinto, si dimette. TRUE winner, vera luce nei momenti difficili;
al tizio che aperto il sito fasullo del tour dei Daft Punk. Questa cosa mi ha permesso due pensierini sull’andare ai concerti che sono diventati righe di uno dei tanti mezzi post che son rimasti a marcire come foglie autunnali nelle bozze, per poi divenire un’idea per un racconto lungo, molto lungo, che chissà;
a mia sorella, che comunque combatte.

Buon anno a chi sogna:
di scappare, l’amore, la felicità, elezioni, meno traffico, più grammatica, meno caps lock, meno carne, limoni, una vita al mare, più verità, più utopia, un divano enorme, un piccolo abbraccio, feste private, danze proibite e potrei continuare ore. costa nulla, fa bene.
(anche se l’altra sera mi hanno detto che ci sono posti così pieni di italiani che ormai ‘la piadina nella località estera’ non basta più, urge pensiero più complesso, più organizzato)

Buon anno alle mie squadre, buon anno alle signore in giro, ai guaglioni, a chi smette di fumare e buon anno a chi passa da sto blogghetto che è come me, un po’ stanco, ma sempre qua.

 

 

in fila al palazzetto

bgStare in fila è un’attività utile anche se non sembra. Si allena la pazienza e si fa antropologia – antropologia è la mia nuova parola preferita, praticamente il post lo scrivo solo per poterla scrivere ancora, a caso – restando in piedi con serenità, attendendo che la fila avanzi e ascoltando quello che la temuta, famigerata, antropologicamente fondamentale GENTE dice.
Le file a cui partecipo, solitamente per entrare in impianti sportivi, sono composte da una certa trasversalità sociale che, per comodità e hobby (com’era la cosa dello spettacolo che è guardare la gente che è gratis? Ok, quella cosa lì) si può decifrare dall’abbigliamento. Tute fashion e tute in acrilico, jeans anni novanta e jeans da vetrina, sneakers fake e tacco dieci, giacche a vento sponsorizzate da officine e Peuterey e così via.
Stanno riqualificando, ammodernando, il palazzetto di Reggio Emilia, ora circondato da un grande cantiere a cielo aperto, manna per umarells. Domenica si è disputata la prima partita di basket dopo l’inizio dei lavori di ampliamento e restyling. Fuori si è formata una fila discreta, una dodici, forse quindici minuti di coda per l’ingresso.
Roba da ridere per veri professionisti delle code, ma la fila notoriamente genera tensione fra molte persone.
L’approccio della maggior parte infatti si svolge antropologicamente in questo modo:
– arrivo al luogo dell’evento (parola orrenda, prima o poi scriverò un elenco delle parole che mi stimolano la repulsione lessicale) col sorriso e una certa fretta, anche se l’evento inizia dopo quaranta minuti;
– posizionamento in coda, però rallentando la velocità del passo;
– instant ‘TRUE ITALIAN Style 100%’ tentativo di sgamo per superare la massa di corpi, svicolando, cercando pertugi, volandoci sopra, qualunque cosa pur di non fare la fila;
– tentativo fallito a meno di essere maghi veri, l’altra sera ahimè non presenti;
– spegnimento del sorriso, sostituito da un broncio, accompagnato da domanda rivolta teoricamente allo sconosciuto vicino di coda, in realtà rivolta al DESTINO: ‘Perché c’è la fila?’;
– confronto col vicino forzato o con chi risponde alla domanda, elucubrando teorie, sparando illazioni, concludendo che nulla MAI funziona come dovrebbe, ovviamente senza sapere il perché si è in fila (dove sarebbe bello vigesse la regola del silenzio, tutti zitti, in attesa, ascoltando il tempo che passa, come una massa di peccatori diretti verso l’espiazione dei peccati, non verso uno spettacolo);
– esibirsi in una incredibile trasformazione, osservando i lavori in corso all’esterno, diventando in un’unica persona: architetto, esperto di viabilità, muratore, vigile e general manager di palazzetti moderni;
– esibirsi in gioia composta, quando si vede la meta, l’ingresso, per poi entrare in modalità ridanciana (‘e pensa se pioveva!’) che una signora con la piega del sabato pomeriggio condensa in un gioioso ‘Sono emozionata! Il nuovo palazzetto’.
(in realtà, il nuovo palazzetto, dentro, è identico a quello ‘vecchio’, ci hanno messo solo i seggiolini nuovi, per ora).

Per correttezza antropologica, nelle file si nota anche serenità, non solo astio e tuttologia, per esempio coppie di ragazzini che si sbaciucchiano, gente che guarda dei video, un padre che gasa il figlio probabilmente alla prima partita dal vivo, un vecchietto che sopporta stoico il mal di schiena, uno che scrive una bozza di post nelle note del cellulare, eccetera.
Da sottolineare un tizio che per correttezza di report chiamerò ‘l’avvocato’ perché un suo conoscente lo chiamava così. L’Avv. è stato il perno della discussione su ponteggi, scale e misteri delle file. Sapeva di tutto un po’, aveva letto di tutto un po’, indossava firme di successo, cosa che non c’entra, ma forse l’antropologia futura stabilirà un contatto fra un certo tipo di abbigliamento e il rompere i coglioni in fila.

 

Ps.: per estimatori dei miei post passati sulla piccionaia:
no, difficilmente ne leggerete ancora, ma volevo informarvi che ok, adesso in piccio ci sono i sedioli, non più il nudo cemento. I sedioli sono di plastica e hanno il poggia schiena. A me risultano piuttosto scomodi ma non faccio testo causa altezza, però mi sembra di stare sempre in posizione ‘falco che guarda le prede dall’alto’, inoltre il mio ginocchio sinistro risulta essere spesso a contatto con una vertebra del tipo davanti a me, subito avvertito del fatto che ’spiacente se ti punto il ginocchio, ma non saprei dove metterlo’. Il problema dei sedioli però è un altro. Come noto il microclima della piccionaia prevede una temperatura media di trenta gradi, senza il nudo cemento a rinfrescare e con il poggia schiena a trattenere il calore, sembra di essere in un guscio, cosi che la temperatura percepita si innalzi a sfiorare i trentatre gradi. Buono che nell’intervallo, sopra la piccionaia, vengano aperte le porte che danno sulle nuove scale esterne del palazzetto (sicuramente costruite con l’aiuto dell’avvocato/carpentiere) che permettono di rinfrescare vagamente la piccionaia.
Ps2.: per sportivi cestistici:
com’è la Grissin Bon di quest’anno? Nucleo italiano che gioca a memoria, Cervi che è molto migliorato dal suo anno avellinese, Aradori che fa il boss, Polonara che rischia di diventare ala di dominio, Della Valle sempre coi riccioli e la mano a rischio cannonate dall’arco lungo e gli stranieri nuovi che devono ancora inserirsi bene, ma paiono funzionali. A occhio, una squadra sempre da semifinale con la sigaretta e poi chissà.

 

 

 

Agosto, Playlist

 

Sul divano
(che ad agosto si sta bene nell’ozio puro)

The Get Down
Sounds like the joint..‘ e quasi lo è.
Il pilot è una specie di lungo sogno ad occhi aperti con Baz Luhrmann che ritrova il suo stile barocco nella ricostruzione perfetta degli anno ’70 a NYC.

Pettinature afro, un fiume soul funky dance, un pizzico di romance, rime in rap, due pezzi killer, la musica come salvezza, un finale che mi son trovato ad agitare le braccia sul divano in preda al gasamento. Storia di formazione non solo musicale, classica ma che regge, in rime di stile e poesia urbana, la compila coi pezzi migliori su spotify in heavy rotation fissa e #teamballetti. Poi vorrei organizzare una serata con solo musica disco dance però un Shaolin Fantstic Dj sarà difficile da trovare, ma è bello sognare.

The Night Of
Un poliziesco targato HBO. Solo questa frase mi fa vibrare le vibrisse come un gatto davanti alla pappa preferita. ‘The Wire’ fortunatamente ha lasciato segni profondi. E qua, siamo circa in quel territorio, senza le parole ‘capolavoro’ e ‘assoluto’.
La discesa all’inferno del protagonista, le magagne della giustizia e del sistema carcerario e due trovate narrative eccellenti, d’altra parte nella sigla si legge ‘Richard Price’ (vedi sez.comodino), una garanzia.
Molto, molto, molto bene.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

Bon Iver (tre canzoni nuove, l’ultima la trovi sotto)
Il capo del mondo del falsetto romance è tornato, evviva il capo.

Tom Mitsch – Watch Me Dance
se prendi i secondi di questa canzone e li stiri, allungando le note, in modo che possa durare ore anziché pochi minuti, diventerebbe la canzone perfetta per il ritorno dalle ferie. Prima malinconica, poi via in crescendo e ‘snap! snap!’ schioccare le dita sul ritmo.datemene molte.

Neil Cowley Trio – The City and The Stars
Cosa vuoi dirgli a Neil? Che fa sempre la stessa roba? Pazienza. Qua c’è tiro e classe come il solito, nell’album prossimo ci saranno note di amarezza e gioia, il solito. Ah, qualche promoter me lo porti in Italia perdendo denaro, dai, grazie.

Herizen Guardiola – Set Me Free
Ho trovato solo questa mini versione ma su iTunes l’ho presa subito per fare improbabili mosse di danza per questa canzone che è, SPOILER, il perno della serie di cui ho parlato sopra, quella col Bronx dentro.
American Football  – I’ve been so lost for so long
(a posto)

 

Sul comodino

 

Richard Price – Balene bianche
La letteratura di genere ha limiti evidenti che gli autori bravi superano agilmente. Richard Price è uno dei migliori (per quanto ne so). Questo romanzo è un poliziesco ma racconta di famiglie e di passati da chiudere ed è un grandissimo romanzo anche per chi non legge questo genere, tipo me.
Un grande libro, da scuola di scrittura, credo.

Elizabeth Strout – Mi chiamo Lucy Barton
Frasi cesellate che colpiscono a fondo, come proiettili ci piccolo calibro ma che esplodono colpendo nel segno. Ecco, una similitudine orrenda come la mia non c’è in questo romanzo ma ci sono parole giuste e un rapporto fra madre e figlia e tante piccole annotazioni sul vivere. Bellissimo e da rileggere

I pesci non hanno gambe – Jon Kalman Stefansson
Mi piacciono le coincidenze. Se l’Islanda non fosse arrivata in semifinale agli europei di calcio non avrei letto un pezzo bellissimo (purtroppo non lo trovo più, si stava meglio quando usavo Tumblr) e non avrei scoperto due cose. Che l’Islanda è un paese di scrittori e che questo scrittore in particolare è già diventato uno dei miei pref.
La storia salterella fra passato e presente, fra le generazioni e le crisi di una famiglia ed è come leggere poesia in romanzo. Si dice lirismo, mi suggeriscono. Non per tutti, perché il lirismo è in ogni pagina e quindi potrebbe risultare pesante, ma per me è un sì grande come il cielo.
(qui, un link per saperne un po’ di più)

il secondo del tuffatore

 

dwnAlla fine lo aveva accontentato. Erano giorni che spingeva. Diceva: “Andiamo via qualche giorno, ci farà bene”. Ripeteva: “Perché restiamo a casa, è tutto chiuso”.
Non aveva torto.
A parte la fila al mattino in uno dei pochi bar che resistevano all’esodo agostano, per il resto la gente era come se fuggisse dai raggi del sole, come fossero proiettili laser da evitare, apparendo per rapidi blitz al supermercato vicino casa per poi sparire a ripararsi dall’afa. Perfino i cani che animavano il parco erano spariti. Li immaginavo sdraiati sulle piastrelle in corridoi casalinghi piuttosto che abbandonati.
I pochi che lavoravano si rifugiavano nell’aria condizionata dei loro uffici.
Perfino la gelateria aveva esposto un cartello, scritto a mano, evidentemente frutto di una scelta dell’ultimo minuto: ‘Si riapre il 19 agosto‘. La gelateria che chiudeva in estate era lo specchio perfetto di un paese che non cambiava mai, che esigeva le vacanze forzate con corollario di file, foto da esibire con il mare all’orizzonte e racconti tutti simili da snocciolare dopo lo stress da rientro.
Mi ero inventata ogni scusa per evitare una vacanza. Avevo portato documenti del lavoro a casa, chiesto comprensione perché ero stanca e “Per quest’anno potremmo risparmiare e inventarci un viaggio a settembre”. Lui era stato paziente, accontentandomi.
I primi giorni, le olimpiadi erano state un buon refrigerio.
La stanza con lo schermo gigante e l’aria condizionata, gli sport di cui non capivo niente, la facilissima retorica olimpica, qualche storia interessante di atleti che brillavano per un paio di settimane per poi scomparire.
Lui spariva per lunghe sessioni di bicicletta o di corsa come in cerca di una medaglia d’oro privata. A volte andava pure a nuotare. “Saremo a casa noi due, perfino la piscina chiude”. Non ci credevo, era impossibile. Mi fece vedere la foto del cartello affisso all’ingresso.
Tornava dalle sue sessioni sportive con un film noleggiato per colmare i buchi delle nostre assenze al cinema, leggeva un giornale dalla prima all’ultima riga, appoggiando commenti sul calcio mercato che lasciavo cadere nel nostro vuoto poi si addormentava pochi minuti dopo il secondo tempo.

Quella sera che concessi una seconda, o forse era l’ennesima, possibilità alla nostra relazione, a cinque ore di fuso orario le tuffatrici si libravano in alto, si avvitavano e pluff! finivano in acqua. Mangiavamo silenziosi, insalata poco condita, una bistecca da dividere un terzo io e due terzi lui, un comodo divano che ospitava poche parole, mentre le ferie passavano stanche, nella placida sicurezza di una relazione che non aveva picchi, ma nemmeno collassi.
Pensai a quel secondo in cui il tuffatore si librava in aria.
Quanto pesava un tuffatore in aria? Apparentemente pochissimo, come se i chili li lasciasse in quell’istante in cui si spingeva in aria, per poi contorcersi, piegarsi, toccarsi, avvitandosi, rapidissimo ed elegante, prima di riprendere il peso perduto e infilarsi dritto come un piombo nell’acqua che diventava un buco accogliente.
In quel secondo di gesti ripetuti mille volte in allenamenti (ma dove si allenava questa gente?) il tuffatore si giocava l’opportunità, a volte la carriera, eppure sembrava così libero mentre si lanciava nel suo secondo di possibile gloria.
Mentre sparecchiavo glielo dissi. “Prenota, facciamo ferragosto via…”.
Lui mi saltò addosso per abbracciarmi. Quella notte facemmo un sesso sudato e ritmico, senza grazia in lenzuola stropicciate.

Andammo. In macchina lui era un continuo commento sullo stile di guida degli altri, insopportabile come un tormentone estivo che la radio proponeva troppe volte. Eppure, a volte aveva ancora una battuta vincente, uno scatto dove trovavo conforto, uno spazio dove andavo alla caccia del nostro oro, ormai irraggiungibile.
Per tre giorni ci provai, mettendo i pensieri sotto la sabbia, lui contentissimo di avere trovato un bell’appartamento. Fortunatamente, qualcuno aveva disdetto all’ultimo minuto. Eppure la consapevolezza era come un serpente strisciante, si annidava negli spazi, pericoloso.
Al mattino lui restava a letto, mentre andavo a vedere l’alba in spiaggia, godendomi la solitudine, soppesandola, per poi fare colazione con un cappuccino al bar. Poi lo trovavo, sbarbato e sorridente pronto a passare ore pigre su uno scomodo lettino.
E poi l’ultima sera.
Aperitivo nella viuzza principale spalmata sul lungomare. Un tramonto commovente, il giallo e il rosso si fondevano provando a formare nuovi colori, sembrava finto tanto era perfetto. Era quello che volevo, colori nuovi. Lui mi scattò una foto, mentre guardavo quello spettacolo.
“Guarda come sei venuta bene”. Gli sorrisi, era vero.
Poi, mi guardai dal di fuori, come un passante annoiato che si immagina la vita delle persone che sfiora durante una passeggiata.
Me lo aveva suggerito un’amica saggia, tempo prima.
“Prova a guardati dal di fuori, pensa se ti vedesse un’altra persona che non sei tu…cosa vedrebbe?”
Vidi stanchezza, che poteva passare, vidi malinconia, che non era caratteriale, oppure sì, forse mi donava pure. Non riuscivo a vedere altro. Non ero mai stata brava in quell’esercizio. Uscire da sé stessi, come fare?
Pensai, mi tuffo. Ma avevo paura di stare per aria in quel secondo, di colare a picco, di non fare il movimento giusto.
Pochi minuti prima, mentre aspettavo che finisse la doccia, avevo visto le immagini di quel tuffatore che nel suo secondo si era perso. Aveva sbagliato il tuffo, atterrando in acqua di pancia, non avevo capito come aveva fatto a fallire, come un novellino che si cimenta in un impresa più grande della sua. Eppure era il campione in carica. Se aveva sbagliato lui, avrei sbagliato anche io.

Guardai il mio compagno che rimirava le sue foto sul cellulare. Ce l’avrebbe fatta, era una persona che riusciva a sostituire i pezzi, una persona rapida e decisa nell’esecuzione, forse sarebbe stato contento di liberarsi di quel peso che non riuscivo a lasciare. Mi avrebbe sostituita, come un pezzo di un motore usurato.
Mi venne in mente una frase del romanzo che stavo leggendo, la trama era insipida ma quella frase l’avevo trascritta.

“Ci si nasconde. In angoli di strade ricoperte di ombra che protegge. In passi traballanti, in conversazioni frenetiche, in sorrisi che sono freschezza. In pezzetti di vite degli altri. In status sul web dove rivendicare il proprio pensiero, anche quando è vago, contorto, parziale, come tutti noi. In brandelli di canzoni. In una foto di un posto dove vorremmo essere ma che non ci appartiene. Ci si nasconde, per respirare”.

Mi immersi nel tramonto, in quel fondale che sembrava messo lì apposta, il premio alla fine di una lunga giornata, il panorama perfetto per un finale difficile.
Presi la rincorsa, un respiro, un saltello immaginario, il rimbalzo sul trampolino e via, aprì la bocca per parlargli, mi lanciai nel mio secondo.
Come un tuffatore, sperando di non entrare male nell’acqua, di non spanciare.

 

Luglio, playlist

 

Al cinema

 

Star Trek-Beyond
Dopo più di un mese, grazie alla super offerta cinematografica estiva, si torna a vedere un film in sala per il terzo episodio del reboot con Kirk e Spock. Il migliore dei tre, con almeno due scene wow e vario divertimento. Come sempre, quando smetteranno di doppiare i film, sarò troppo vecchio.

Sul divano

 

Stranger Things
In un buco spazio temporale si infila questa serie di otto puntate che catapulta noi nati nei settanta in un mondo fatto a nostra immagine e somiglianza che mescola i teenager movies coi nerd e i bulli e le storie di mostri, l’amicizia e le paure. Funziona benissimo, puro godimento con personaggi da amare subito e una ragazzina da premio Emmy.
Da vedere, anche se ormai l’han visto tutti, bene così.

Orange is the new black
La stagione più politicizzata della serie e anche quella meno comedy e più drama. Sempre un piacere intelligente.

Marcella
per rinfrescarmi gli occhi dai trentacinque gradi fuori, ho visto questa serie (sempre su Netflix, che questo mese si è guadagnata l’abbonamento) con un bel puzzle di personaggi che ruotano intorno alla caccia al classico killer. Ottima lei, bene il resto, in una Londra classicamente uggiosa e dove secondo me si entra nelle case con una semplicità disarmante.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

Maxwell – BlackSUMMERS’night
l’ottimo ritorno di un grande R&B singer. Non saprei sceglierne una da questo che è l’album del limonare estivo, lo ascolti finché c’è, qui.

Badbadnotgood – IV
non ho voglia di cercare la recensione ma da qualche parte ho letto che i BBNG sono una band che suona a livello superiore (vero) ma a quel livello sta nella media. Può essere, se sei una band che piazza una canzone assurdamente bella come questa e almeno altre due da applausi, per il resto del disco puoi fare quello che vuoi che io sono a posto.

Bruce Brubaker – Glass Piano
Brubaker è un pianista americano che si cimenta nella riproposizione di un disco famoso per quelli a cui piacciono i dischi di piano solo. ‘Solo piano’, appunto, di Philip Glass.
Glass l’ho visto una volta suonare e sono uscito dal teatro che avevo gli occhi sbarrati a causa dell’intensità della luce musicale che il compositore aveva irradiato. (e adesso che ci penso, avrebbe trovato posto nell’elenco dei 25 momenti live, vedi qua). Comunque il disco è eccelso, perfetto per agosto, per chiudersi in stanza buie aspettando l’inverno mentre fuori il sole spacca le pietre e il silenzio. (contiene: pezzo che concorre al premio ‘best romance piano‘ di sempre)

Marquis Hill – The Way We Play
era un po’ di tempo che non ascoltavo un disco jazz e lo trovavo immediatamente giusto, fresco, da heavy rotation. perfetto per un ascolto diverso sul lettino del mare. (questo pezzo, per dirne uno)

Wilco – If I Ever Was a Child
una delle mie band preferite, seguendo il mood ‘facciamo uscire dischi a sorpresa o a caso’, fa uscire un nuovo singolo e quindi va messo in lista. anche perché mi ricorda il bellissimo concerto di inizio luglio. solita bravura, con spazzole. e luglio è già finito? eh.

 

 

Sul comodino

Esiste una letteratura per le donne e una per gli uomini? Per dirla con l’accetta: Harmony e Hard-boiled al chilo?
Forse ci sono libri che le donne possono apprezzare più degli uomini, nel caso il romanzo di Ester Viola appartiene a questa categoria.
Arguto, borghese e napoletano, il libro segue le vicende amorose della protagonista Olivia (punti plus per il nome, punti minus che non se ne può più di citare quei tre quattro film – e ‘Sex & the City’ – che hanno formato generazioni di 30/40enni romantiche ma con l’ansia del cinismo) .
Mi ha incuriosito, non appassionato abbastanza, si legge che l’autrice ha un account twitter seguitissimo, le pagine sono pieni di frasi da 140 caratteri, ma è una lettura gradevole, non memorabile.
Quote da 140 caratteri, fra i tanti: ‘La disinvoltura più elegante di cui sarai capace nella vita la sprecherai con gli indesiderabili

Sloane Crosley – ‘Il fermaglio’
E’ possibile leggere due terzi di un libro senza appassionarsi a un personaggio, né alla storia, magari pensare ad altro mentre si legge, eppure andare avanti? Evidentemente sì. A volte ne vale la pena, che certe pagine schiudono magie inaspettate e ormai inattese, a volte no, che certe pagine sono piccole gemme ma nel complesso non riesci ad essere soddisfatto. Scelgo la seconda, perché capita di non entrare in sintonia con la scrittura di un autore, proprio il modo di scrivere, la scelta delle parole o meglio, delle parole tradotte, e così via. La storia è un bell’incastro, mezzo mistero, mezza storia di amicizia. Dati gli ingredienti, provalo, se vuoi. Sotto l’ombrellone sta benissimo, direi.
Per me l’importante questo mese è avere ripreso un certo ritmo di lettura (bastano anche dieci pagine al giorno) che, repetita iuvant, leggere fa bene a tutto, al cuore, alla testa, ai passi. Secondo me.

 

IGgioie

Per il LOL e il giusto dominio dei gatti nell’internet, questo profilo di gatti che dormono dentro a negozi, favoloso: bodegacats.

 

E’ tutto, fate un bell’agosto (l’anno scorso ho scritto questo post con trenta mie “cose belle” IN agosto, qualcuno scriva le sue quest’anno, dai…)