Super Bowl (ahimè, in differita)

50Sono quattro anni che, mentre guardo il Super Bowl, per tenermi sveglio, per ridere, ne scrivo una cronaca personalissima, priva di ogni professionalità e capacità di analisi tecnica. Quest’anno, per non arrivare tardi al lavoro, non ho guardato il Super Bowl. Sarò diventato un po’ OLD, oppure mancava il classico posto dove guardarlo, mancavano i classici amici con cui condividere cibo matto american style, birre per rischiare lo svenimento alcoolico e russate in sottofondo (ciao, amici del SB) oppure perché la sveglia è tirannissima.
Oggi, tre persone mi hanno chiesto dov’era il post. Sono quei momenti di gioia, in formato lillipuziano, che ogni tanto, uno che ha un piccolo blog, ha. Pochi, ma buoni, per voi a posteriori, anche se non ha molto senso, ma per me sarà divertente, dopo 24hr circa, il post sul Super Bowl (visto in differita, ora che sono le 2045 del giorno dopo, via, play).
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gennaio, playlist (seconda parte)

 

At the movies

 

dcfsRevenant

Ok, Di Caprio avrà il suo Oscar perché l’Academy premia gli attori che prostrano il loro fisico alla recitazione, per ottenere il premio massimo. Non importa. ‘Revenant’ non è un film indimenticabile. Lo potrebbe essere non fosse concentrato tutto sulla tecnica (incredibile regia a mano, suggestive e spettacolari inquadrature, fotografia che è una roba da restare a bocca aperta). Però, il film dura troppo e perde di presa sullo spettatore nella ripetitività dello schema del ‘sopravvivere contro orsi, betulle, indiani, freddo, gelo, carne cruda’. Dopo un po’ scatta una mezza noia. Poi, oh, bello è bello eh, peccato non rimanga tanto altro oltre a un senso di freddo. Inarritu oltre a piazzare la macchina da presa dove vuole, ci tiene tantissimo a mostrare che è un ‘artista’ mollando un po’ a caso scene di visioni mistiche, vaghi accenni storiografici e l’ultima inquadratura che non spoilero perché se no vien lunga.
Tre stelle e mezza, via che alla fine si gode anche di estetica, combattimenti con la camera in faccia agli attori, bomber Tom Hardy e tomahawk in faccia.
(qua, un pezzo in inglese che giudica il film ‘pain porn’ con una riflessione sulla violenza mostrata nei film che è criticabile o discutibile ma interessante)

Steve Jobs
Flop al botteghino in patria, probabilmente non verrà considerato agli Oscar perché è più giusto premiare il film che viene dal freddo di cui sopra, ma questo film è bellissimo. E lo so con certezza ora che mi trovo a scriverne. Ricordo benissimo i passaggi, la forza del walk and talk di Sorkin (che, pare aver ‘inventato’ lo sganciare argutissimi scambi di parole mentre i suoi personaggi camminano a caso e questo fin da ‘The West Wing’), la regia silenziosa ma sicura di Boyle,  le eccellenti interpretazioni di Fassbender che regala un Jobs perfetto nelle sue profonde imperfezioni e degli altri comprimari con cui si confronta prima di tre keynote, quei momenti in cui Jobs presentava le sue ‘creature’. Tutto questo senza scomodare la frase da smemoranda per quarantenni col trip della mela che ci ammorba ancora e l’agiografia, ma anzi regalando un personaggio che, indubbiamente, ha fatto un pezzetto di storia moderna, che ti sta antipatico e però più simpatico. Può anche essere un film inutile, di sicuro è cinema potente, ben scritto e ben recitato. E avrebbe meritato se non più pubblico, almeno più considerazione mediatica.
Ps.: all’uscita del cinema, l’ho sconsigliato (tanto per farmi i fatti miei) a una coppia di settantenni che scrutava i cartelloni dei film in programmazione. Lei: ‘Questo è quello di quel tizio, l’informatico‘. Lui: ‘Decidi tu‘. Io, non richiesto, dopo avere incrociato lo sguardo della signora: ‘E’ un film molto parlato…‘. La signora fa un tiro di sigaretta col bocchino, mi guarda con vago disprezzo, non mi dice niente e fa al marito ‘Andiamo a vedere ‘La corrispondenza’, và‘.

Creed
Di questo si parla perché Stallone vincerà l’Oscar per migliore attore non protagonista. Premio che non gli darei, perché insomma, che gli frega a Stallone? Però il giorno dopo ci saranno cento .gif e venti video che ci faranno ridere e pure un po’ applaudire. Il film è quello che ti aspetti. Se ti chiedono ‘mi racconti la storia senza averlo visto‘, non la sbagli, la storia. E’ un reboot con tante piccole belle cose di rimandi al primo ‘Rocky’ e anche di bravi attori e scene in palestra che son sempre meglio, senza il gasarsi basico, degli incontri per il titolo. La domanda giusta sarebbe: me lo ricordo ‘Creed’ fra un paio di mesi? La risposta è, credo di sì, per almeno due scene. Può bastare. Tre stelle (quella sul petto, Sly ce l’ha da un pezzo, agli occhi di noi ragazzini che ogni scalinata che vedevamo la correvamo sognando una cintura da champ, senza però lividi in faccia)

Joy
Le cose buone, prima. Jennifer che ha sempre cuoricioni e occhioni e ci prova, fin troppo. La storia della tizia che ha inventato il MOCIO come lo conosciamo non è che sia la storia più interessante di sempre, però lo potrebbe essere, che una volta mi dissero che non importa la storia, quanto come la racconti. La musica, tantissima, bellona.
Le cose che non vanno. La musica, tantissima, bellona e che tappa i buchi di interesse, entusiasmo e script molle per una storia che potrebbe ma non funziona. Non me ne intendo di sceneggiatura ma mi è sembrata proprio raccontata male, priva di alcuna presa sullo spettatore. I mille primi piani che forse dovrebbero dare la famosa ‘intensità’ invece, no. La recitazione eccessiva di Isabella Rossellini (per cortesia, non scritturatela mai più, grazie, ma basta) o la recitazione ‘ho il mutuo’ di De Niro (che avrà tanti mutui da pagare e continua a fare un sacco di filmacci, ma poi, oh Bob, si scherza, dai, sei sempre nei cuori di tutti) e altre scelte narrative che lasciamo perdere. Peccato, perché il team di Davidone O.Russel ci è sempre stato simpatico. Occasione perdutissima.

 

 

Cinque canzoni in cuffia

 

David Bowie – Lazarus
La mattina dell’undici gennaio avevo appena cliccato play sul disco di Bowie. Era un lunedì. Poco dopo leggo una riga di notizia. Uno degli artisti più importanti e influenti del secolo era morto. Lo sapeva e ha lasciato questo disco come lascito. Un disco bellissimo che regala pattern jazz a canzoni pop rock, un testamento, eccetera, che ne avete letti di pezzi sul Duca bianco di gente molto più preparata di me. Non son mai stato suo fan ma enorme rispetto. E chissà che, come ha influenzato decadi di musica, adesso non possa influenzare future produzioni chiamando gente jazz a suonare cose pop rock. (video)

NZCA LINES – Two Hearts
Roba di fine 2015 approdata nel mio piccolissimo dancefloor a inizio mese. Electro pop e you should be dancing e prima o poi qualcuno mi porterà a ballare. (video)

Lewis Del Mar – Malt Liquor
Reminescenze degli Alt-J, coretti, bella robina, consigliata dai boss di ‘Going Solo‘. (video)

Tiggs Da Author – Run
Questo pezzo ve lo trovate in tutte le spiagge fra qualche mese. Credo. E comunque sto tizio prima o poi farà uscire l’album pieno di croccantezza soul e passettini di balletti. (video)

Iggy Pop – Break Into Your Heart
Una rock legend, come si dice, un chitarrista che si avvicina allo stesso status, un batterista che è mio idolo personale perché picchia(va) come un fabbro con le scimmie. Una volta si chiamavano super gruppi. Insomma, non ci si sbaglia. (video)

 

 

Sul comodino

Don Winslow – Il cartello
Il segreto per affrontare un libro di ottocentosettantasei pagine è attaccarlo duramente. Mettersi lì un pomeriggio o una sera e spararsi la cento pagine subito per entrare nel meccanismo e nella sintonia coi personaggi, col linguaggio, con la storia. Farsi venire l’appetito per le restanti pagine che poi seguiranno. Se poi l’autore è abilissimo nel rinserrare le fila della storia, in un libro dove i personaggi non mancano di certo, allora vai tranquillo. Poi, come si diceva da qualche parte, i libri lunghi presentano altra caratteristica. Diventano amici del lettore e quando arrivi alla fine sai già che ti mancheranno. E sì, mancano Keller e Barrera, agente Dea e boss dei narcos. Manca la lunga (e vera, molti fatti del libro sono accaduti e se ti fermi a pensarci vien voglia di abbandonare il mondo e la sua crudeltà, per quanto ti sia sconosciuta, nei suoi aspetti più folli e violenti, come sistemare membra umane ai piedi di una statua) storia della lotta alla droga che diventa qualcosa di più si semplice ‘operazione di polizia’.
Bellissimo, da leggere tutto d’un fiato, con osservazioni intelligenti e mai pedanti su potere, politica, media strategy applicate alla violenza, roba da scriverne paginate. Cinque stelle secche e spietate come un killer di una plaza. Per chi ha amato ‘Narcos’, per uomini che non leggono molto, per chi si vuole avventurare nel gorgo di una narrazione precisa e strabiliante. Plomo o plata, come sempre.

(la sezione ‘Sul divano’ era nella prima parte di gennaio)

Risvolti

risvLa fiamma bassa e leggermente tremolante sotto il bricco per scaldare l’acqua non fa alcun suono. La guardo mentre un esile barlume di luce passa dalla finestra lasciata appena aperta. Non ho nemmeno acceso la luce. Ho fatto tutto in penombra. Gesti abitudinari, eppure questa mattina è diversa. Di là, c’è lei.

C’è, lei? Magari mi ha sentito mentre mi alzavo. ‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’. Ho chiuso a chiave la porta ieri sera? L’ultimo dei pensieri, ieri sera. La luce del giorno mi arriva addosso violenta, mentre apro la finestra, svegliandomi del tutto. In pochi secondi sento simultaneamente il bisogno di mangiare qualcosa e il profumo di lei che sale dalla maglietta stropicciata che indossavo ieri sera. Chiudo la porta della cucina. Non vorrei svegliarla nel caso dormisse ancora. Fuori il quartiere non si è ancora ripreso dalla sua festa, in strada non passa nessuno, solo qualche uccellino svagato rumoreggia.

Ero tornato da pochi mesi. Il tempo di sistemarmi e l’estate aveva iniziato a picchiare duro sul cemento delle strade. La domenica mattina era stata la cosa più difficile da digerire dopo il mio ritorno. Dove stavo prima, era un giorno di ozio e pigrizia, fatto per famiglie che camminavano verso il mare, di pranzi con panini ricolmi di carne, birre a tutte le ore, fin quando l’alcool schiantava corpo e pensieri sulle sdraio che la gente si portava da casa. Il mare di un blu da cartolina rispecchiava la noia di ore che passavo dense di salsedine e chiacchiericcio, palloni da calcio che volavano da tutte le parti, grida di bambini. Qua, se volevi andare al mare, dovevi caricare la macchina, calcolare i tempi giusti per evitare la fila in autostrada, pagare ogni necessità, magari venire redarguito da solerti bagnini se sistemavi il tuo telo sulla spiaggia. Mi mancava andare al mare, ma avevo rapidamente ripreso le abitudini, altrettanto pigre e oziose, dell’abitante del quartiere che, al massimo, faceva quattro curve per andare a impelagarsi in una piscina all’aperto, troppo piena di ragazzini che si lanciavano in acqua, donne ricoperte di crema solare, zanzare e umidità padana. Quindi, alla domenica di solito me ne stavo in casa. Me ne sarei stato in casa anche quella domenica. Forse, però, sarebbe stata una domenica speciale.

Prendo una banana. L’abitudine di mangiare frutta al mattino appena sveglio è una delle belle cose che mi son portato dietro dalla vita precedente. Guardo il prato del campo di calcio davanti a casa. Spelacchiato e bruciato dai lunghi giorni di sole, qualche pozza di sabbia vicino alle aree di rigore che chissà se verranno sistemate prima dell’inizio delle partite del campionato amatori. Prendo un’altra banana. Chissà se le piace la frutta. Aveva fatto la schizzinosa davanti alle piccole chiazze carbonizzate della carne alla griglia, ieri sera. Poi però aveva mangiato tutto. Non che fosse un granché, le patatine però erano buone e lei si era macchiata la camicia con una lacrima di maionese caduta da uno spicchio rimasto a mezz’altezza mentre mi ascoltava.

Lei, ieri sera, mi ascoltava.

Prendo un piattino, appoggio la banana e ne taglio con precisione otto pezzetti. Aggiungo un filo di zucchero, come faceva mia madre quando ero piccolo. Energia, al mattino! L’acqua nel bricco ribolle. Verso un cucchiaio di caffè solubile e bevo a piccoli sorsi l’acquoso surrogato del caffè a cui mi sono rapidamente abituato. Sarebbe stata una domenica diversa? Esco dal cucinotto e prendo le sigarette che ho lasciato nella tasca della camicia, ancora appoggiata al divano dove poche ore fa l’avevo baciata.

Io, l’avevo baciata.

Mentre accendo, sento un leggero rumore dalla camera. ‘Tanto domattina non mi troverai più qui’. Avevo paura che se ne andasse? O volevo che se ne andasse? Torno in cucina, chiudo la porta. Verso un’altra tazza, accendo la sigaretta spalancando la finestra, perlustrando con lo sguardo il luogo dove son tornato.

Il quartiere. Ricordo bene, son passati pochi mesi, la prima volta in cui imboccai il sottopassaggio, sopra il quale transita con sempre minor frequenza il treno regionale. L’ingresso a questo quadrato composto da piccole vie, un puzzle immobile di case basse. La strada ne delimitava il confine, costeggiata dall’immarcescibile muro, eretto nei settanta per dividere la zona abitativa dalla fabbrica che dava da lavorare a molti abitanti della zona. Sulla sinistra della via, la mappa statica di poche attività commerciali. Il casaro che però aveva cambiato look al negozio, il fornaio, il bar che conserva aneddoti ubriachi di tante compagnie, la scritta Totip ancora sotto all’insegna. Poi, la chiesa con l’ampio spiazzo acciottolato dove piccoli chicchi di riso restano sempre incastrati in memoria di lanci celebrativi. La pizzeria che aveva cambiato nome, gestione, ma non il sapore dei suoi piatti. La strada terminava nell’imbocco dell’ultima uscita della circonvallazione con vista, dall’altra parte della strada, di un obbrobrio speculativo immobiliare. Ricordai le proteste, l’investimento sbagliato di mio padre, il cui unico figlio lo tradii scegliendo un lavoro a venti gradi di temperatura media, anziché un appartamento arredato. Girando a sinistra ritrovai le tante case conosciute, poi a destra, il circolo, che era stato di partito poi era diventato di tutti, il campo da calcio che delimitava il quadrato a est. Alla fine del campo, una distesa d’erba, una discesa e poi l’alveo ormai striminzito del fiume che divide la provincia da quella confinante. Sorridevo, mentre una sfilata di ricordi mi passava davanti, girando ancora a sinistra, trovandomi davanti la collinetta che portava ai binari, l’erba rovinata dallo smog ma resistente come i vecchi che si incontrano nel bar, sempre alla stessa ora, sempre con le carte in mano, i giornali che cambiano ma son sempre gli stessi da sfogliare, da commentare. Il quartiere. Sempre lui.

Prendo un kiwi, magari la frutta le piace. Lo pelo con cura disponendo gli spicchi di fianco ai pezzi rotondi della banana.

Una macchina rumorosa disturba la quiete fuori, innescando stranamente i ricordi di poche ore fa, le tante parole, i lunghi minuti passati fra quelle braccia sottili e abbronzate. Avevamo fatto elementari e medie insieme ma non eravamo nella stessa classe. Gliel’avevo ricordato, lei non ne era sicura, però era logico, i ragazzini del rione all’epoca facevano le primarie nella scuola vicina. Poi entrambi eravamo usciti dal quadrato, finendo nel capoluogo a venti minuti di pullman. Lei mi aveva confessato di ricordare di come ogni tanto la guardavo mentre aspettavamo l’autobus. Ricordavo anche io. Sguardi impacciati, prima che lei si sedesse vicino ai ragazzi più grandi che le tenevano il posto, mentre io mi mettevo con gli amici a chiacchierare di calcio e musica. Magari non era vero che ricordava, l’aveva fatto per flirtare, ma ci era riuscita benissimo.
Ricordavo tutto. Anche una sera in cui partecipammo in tanti alla sua festa di compleanno al circolo, dove in fila per farle gli auguri dopo che tutti avevamo gridato ‘Sorpresa!’, non riuscii a darle un bacio sulla guancia perché lei all’improvviso era impegnata con uno del classico che l’aveva presa in braccio per portarla chissà dove. Dall’imbarazzo, me ne andai. Poi ci parlammo davvero. Per la prima volta, sul pullman, un pomeriggio in cui entrambi avevamo perso la coincidenza. Chiacchierammo come se ci conoscessimo da sempre ma era la prima volta che andavamo oltre un educato ciao. Lei raccontò di come doveva recuperare un’insufficienza in una materia, io raccontai delle mie difficoltà a giocare da titolare nella squadra di calcio della parrocchia.

Verso altra acqua nel bricco ancora tiepido, mi scopro sorridere ricordando l’urlo ‘Ragioneria!’ con cui lei ricordò l’aneddoto, facendo girare la tavolata di vecchietti di fianco a noi. Immagino, o scorre acqua anche in un’altra parte della casa?
‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’.
Forse si è alzata, pronta ad andare dal figlio che la aspetta. Magari è distrutta dai sensi di colpa, oppure ha solo un leggero mal di testa per il troppo alcool della sera prima e sta rannicchiata sotto le coperte. Guardo il piatto, sposto con il coltello i pezzi del kiwi e prendo una pesca. La pelo e compongo una sorta di bandiera di una repubblica centro africana. Bianco, verde e giallo.

La seconda volta che parlammo fu pochi giorni prima della mia partenza per il militare. Ci trovammo per caso fuori da una festa che era diventata una bolgia di ubriachezza e balli scatenati. Presi una bottiglia di vino scadente e uscii, avevo bisogno di silenzio. Non volevo partire, ero terrorizzato dall’idea di un anno di naja, come la chiamavamo, una parola che oggi non esiste più. Me la trovai nel parcheggio. Fumava una sigaretta. Era bellissima, con una maglietta blu e jeans neri coi risvolti sopra a un paio di scarpe coi lacci. Era vestita come quasi tutte le ragazze di fine anni ottanta, eppure lei sembrava più elegante.
Ci sedemmo per terra, appoggiati a una macchina bianca, bevemmo e ci raccontammo delle nostre paure. La mia del militare e la sua di andare all’università a Milano. Lì, la vidi spaventata. Avrebbe dovuto lasciare il ragazzo, le dispiaceva ma la vera paura era che nel quartiere era la più bella, mentre nella grande città sarebbe stata una come tante, sicuramente una sconosciuta. Eravamo solo due ragazzi di provincia, che avevano ascoltato troppi discorsi che erano una via di mezzo fra l’incoraggiamento a uscire dal quartiere e racconti terribili sugli scherzi nelle caserme o sulle difficoltà che si incontrano nelle università di prestigio. Avevamo solo paura di crescere, tutto qua.
Un anno dopo tornai a casa, iniziai a lavorare come molti nella fabbrica al di là del muro, in produzione. Facevo i turni e i primi soldi. Lei, rimase in città. La vidi solo per pochi minuti, a un paio di matrimoni di amici comuni, come stai, tutto bene, ci vediamo dopo. Ci vedemmo sempre molto dopo. Poi accettai un lavoro in un altro continente. Le poche volte che ero tornato avevo scoperto che si era sposata, con un ricco commerciante. Poi, tornai. Mi ero stancato, e mia madre era malata. E poi rimasi.
Tornò anche lei. Divorzio, un figlio a carico, ma non abitava più nel quartiere. Con i soldi del divorzio aveva preso un grande appartamento dall’altra parte della cittadina. Ieri sera però è tornata anche lei nel quartiere.

Il caffé è pronto, lo verso nella tazza più bella che ho, tutta bianca, senza scritte.

L’avevo vista appena arrivata. Vestita come una ragazzina anche adesso. Jeans bianchi coi risvolti, scarpe basse, una camicia blu. Sembrava imbarazzata, sforzandosi di non darlo a vedere, mentre molti sguardi si posavano su di lei. Mi avvicinai, salutai le amiche che l’accompagnavano e poi rimasi con loro a cena e dopo cena rimasi con lei, provammo balli impacciati in un girotondo di mazurke tutte uguali, mentre a volte arrivavano amici di un tempo che la vedevano, salutavano, domandavano. Lei mi guardava, come dire ‘Salvami’, io le facevo di no con un dito. Poi rimanemmo fino a quando il gruppo smise di suonare. ‘Ricordi quella sera, quella festa, prima di partire per Milano?’ Ricordava e mi sembrò che un velo di nostalgia le passasse sugli occhi. ‘Andiamo’, disse.
Percorremo le tre strade buie dal cortile della sagra al circolo che era sempre lì, uguale eppure diverso. Qualche ragazzino nottambulo ci squadrò quando arrivammo, irrompendo nel loro territorio. Ci sedemmo nel prato, ricordammo ancora.
E poi, accadde. Feci quello che non avevo avuto il coraggio di fare quella sera di tanti anni prima, annebbiato dall’alcool, la voglia che faceva a pugni col senso di onore verso quel ragazzo che all’epoca era un mio compagno di squadra, la stella, la migliore ala destra che le giovanili del quartiere avessero mai prodotto. Lui, la stava sicuramente cercando nella festa mentre ci raccontavamo le nostre paure e adesso, poche ore prima, a un’altra festa, l’aveva salutata, con un imbarazzo eccessivo, mentre aveva un bimbo in braccio e la sua compagna come un gendarme dietro le spalle. Avevamo riso di quel momento. Due stronzi che avevano solo visto un pezzo di mondo, altri quartieri, che non perdevano l’occasione di sentirsi più grandi, soprattutto io, che assaporavo una specie di rivincita incassando un imprevisto assegno di stima post datato.

La baciai. Sapeva della sambuca doppia che aveva ordinato mentre la band di cover anni novanta che aveva dato il cambio sul palco si impegnava, mentre sotto gente di ogni età ballava. Poi, finimmo sul divano di casa. Io seduto le chiesi di alzarsi, lei sembrava timida, inibita, ancora con la grazia di una ventenne che non è sicura se concedersi sia la cosa giusta. Le tolsi i jeans, i risvolti le si incastrarono nei talloni, le mordicchiai le gambe, prima di alzarmi, prenderla di peso e portarla nel letto. Lei dopo, mi sorprese, prendendo il controllo, cambiando essenza, la donna matura che sa cosa fa. Una luce di sfida le aveva attraversato gli occhi mentre lo diceva. ‘Tanto domattina non mi troverai qui’.

Avevo sentito un rumore? Una porta che si chiudeva?

Guardo l’ora, tiro fuori una brioche dal suo involucro e la metto su un altro piattino, l’unica marmellata che ho è di mirtilli. Chissà se le piacciono i mirtilli. Apro la credenza, prendo il vassoio buono che mia madre usava per servire il caffè alle sue amiche. Metto i piatti, la tazza e esco dalla cucina. Passo davanti alla porta di casa e noto che le chiavi sono ancora nella serratura. Se fosse uscita non me ne sarei accorto. Arrivo davanti alla porta della camera, ancora chiusa.
Respiro, ripenso a tutto quello che mi è passato per la testa.
Apro la porta.

 

gennaio, playlist (prima parte)

 

(prima playlist 2016, in due parti, che gennaio è lungo, si sta molto sul divano e si va al cinema appena si può, fra feste e freddo)

 

At the movies

Carol
La storia della relazione fra la borghesissima, occhi glaciali, cappotti bellissimi, Carol e la giovane spiantata, occhioni di ingenuità e passione giovanile, Theresa, è un film tecnicamente perfetto, elegante, fotografato e recitato benissimo (ciao Cate Blanchett, quaggiù ti si ama e dovresti essere guida per molte quarantenni che si ostinano a vestirsi da ventenni, ma non c’entra) che dagli anni cinquanta in cui è ambientato porta una delicata storia d’amore. Eppure, ogni volta che ci penso, mi manca un pezzo. Troppo perfetto, nonostante il tasso ‘romance’ giusto, per farne davvero un film indimenticabile. Peccato. Tre stelle e mezza.

Assolo
Pieno di metaforoni e di buone intenzioni, l’opera di Laura Morante non riesce a centrare il bersaglio pieno per colpa di quei difetti (recitazione sopra le righe, spiegoni a nastro, scorciatoie facili) che caratterizzano spesso il cinema italiano e per una certa mancanza di coraggio. E’ una lieve commedia su una cinquantenne in crisi, fra famiglie allargate, piscanalisi, la patente come simbolo di libertà, il tango come ultima spiaggia per incontrare ‘lui’. Poteva essere qualcosa di più, manca di incisività e probabilmente non la cerca nemmeno, anche se è lì a un passo. Nella fila sotto di me, un gruppo di signò si è molto divertito, quindi bene. Due stelline e mezzo, la prossima volta Laura, la regia lasciala a qualcun’altro eh.

bsLa grande scommessa
Il disastro dei mutui subprime del 2008 raccontato con brillantezza, usando abili scorciatoie negli spiegoni necessari a orientare lo spettatore nei ‘tecnicismi’ dei marpioni di Wall Street e per raccontare che esistono tipi avidi stupidi e tipi avidi intelligenti e quasi umani. Un film che ti fa pensare di essere diventato più intelligente di quando eri entrato in sala. Ruffianeria? Nel mazzo di attori tutti bravi, spicca Steve Carell, ottimo. Da vedere, quattro stelle e mezzo, poi tirare qualche insulto al ‘sistema’ o alla stupidità. Sarebbe quasi da proiettare nelle scuole, sezione educazione civica. (Ps.: secondo me, il paragone con ‘Wolf of Wall Street’ è piuttosto sbagliato, stesso campo di gioco, ma tutto diverso. Poi, non son mica un critico)

Il ponte delle spie
Spielberg e Hanks confezionano un film rassicurante, classicissimo, quasi un omaggio a un cinema di un’altra era. Tutto bene, Tom benone, manca un po’ (tanto?) di coinvolgimento, c’è un grosso pilota automatico lungo le due ore ma hey, classicone, tutto bene, tutto preciso, ricostruzioni d’epoca, buoni, cattivi e finti cattivi. Già visto, ma ok, anche perché era il film delle feste per i signò, quindi, tre stelle.

 

 

Sul divano

 


Stellan Skarsgård, senti che nome nobile e possente. L’avete visto fare lo scienziato chez Marvel ma ha fatto altre cento cose, anche l’amichetto di Lars Von Trier. Qua tiene un clinic di recitazione nella parte di un detective inglese che vede la gente morta. Letteralmente. No, non è Bruce Willis, azione ce n’è poca. C’è ambientazione, che è molto meglio, perfetta (anche se mi sembra sempre che il british crime odori di pioggia, disagio, relazioni sociali al minimo e compagnia bella, come se l’Inghilterra non fosse mai uscita da una cupa epoca vittoriana, e non credo lo sia, ma scrivo cose a caso).
River è bellissimo. Una storia che ti si appiccica addosso con un filo di giusto disagio. E’ su Netflix, solo con subs inglesi, per ora, ma fate lo sforzo. Or, ‘Pretend…

Sherlock
La serie dedicata all’investigatore di Baker Street diventa un film per riannodare il discorso. Si prende il tempo di giocare, autocitandosi alla grande, e di scorrazzare nel diciannovesimo secolo alla caccia di un’omicida particolare. Molto bello, con la puntuale classe dei due creatori della serie, la voce e gli occhi di Cumberbatch e tutto il contorno di ottime caratterizzazioni.
Prossimo appuntamento, gennaio 2017. Certezza & Can’t wait.
Ps.: è passato anche al cinema. Nulla contro gli ‘eventi speciali‘ ma, insomma, come si fa a doppiare The Batch? Eresia. E, se non avete visto le precedenti puntate, bé un ‘previously on‘ non basta.

Making of a murderer
Proprio nei giorni delle feste sono apparse su parecchi siti che fanno ‘la tendenza dell’internet‘ molte recensioni che esaltano questa serie. Che è un documentario su una storia vera di pessima giustizia. Un tipo viene incastrato dalla polizia per omicidio e si fa parecchi anni di carcere. Quando esce, dopo che han scoperto che no, non era stato lui, le sue vicissitudini giudiziarie non sono affatto terminate. Molto interessante, storia incredibile e tutto. Però io coi documentari devo avere un problema, troppo realismo, interviste, verità, che è bella ma insomma, in una serie tv, è come se avessi bisogno di fiction. Confesso che l’ho abbandonata. Dopo quattro episodi e mezzo. Magari la riprendo eh, anzi, ne scrivo apposta. Comunque, pare che il mood documentario dominerà il 2016 per i fans delle tv series, quindi, preparatevi, se interessati.

Fargo
Se ne hai viste un buon numero, dopo anni che guardi le serie, secondo me ti costruisci un palato piuttosto fino. A meno che tu non sia solo fan di guilty pleasures e seriacce che passano sulla Rai. Uno dei pochi appuntamenti degli ultimi anni che mandano quel palato in sollucchero è questa serie. Ticchettio di macchina da scrivere che annuncia ‘storia vera‘, nevischioso Minnesota, 1979, Kirsten Dunst favolosa moglie nella coppia più cretina vista negli ultimi anni su schermo e tanti altri personaggi strani, pazzi, pericolosi, che si muovono in ambientazioni perfette. Insomma una bellezza vista proprio nei giorni un cui anche la pianura padana assomiglia al Minnesota. La storia? Non importa, ma qualche cadavere, poliziotti integerrimi, criminali psicopatici e sciocchi. Cinque stelline, signori.
(qua, c’è una ottima recensione seria)

 

 

 


Sul comodino

Le prime quindici vite di Harry August – Claire North
Probabilmente ci sono libri che esigono una lettura rapida. Non tanto perché pieni di personaggi, informazioni, particolari, quanto per il ritmo che imprimono alla storia, un ritmo da assecondare, come battere il piede a tempo. Questo libro probabilmente è uno di quelli. Purtroppo, a dicembre, quando lo iniziai, non ho avuto il tempo e le prime pagine mi son sembrate troppo filosofeggianti per il momento dicembrino, ricco di impegni. Inoltre, le storie in bilico sulla ‘linea temporale’ mi fanno sempre venire mille domande, logiche e pratiche, da ‘Ritorno al futuro’ in poi. Questo libro parla di un uomo che muore e poi torna a vivere, ripartendo sempre dal punto di partenza, come in un gioco di società o un videogame dove muori e riparti dall’inizio, con lo stesso scenario del primo muro, del primo lancio di dadi. Harry trova lungo le sue quindici vite uno scopo superiore e un nemico ‘particolare’. Alla fine mi son letto le ultime ottanta pagine di filato e mi è piaciuto molto. C’è brillantezza narrativa ed emotività ma non l’ho apprezzato fino in fondo, per quella mancanza di ritmo all’inizio che, colpevolmente, ho avuto. La media fa tre stelle, ma probabilmente, son di più.

 

Ti telefonerò

telefono‘Allora, tanti auguri’.
La frase, sempre identica, apriva la porta a una pausa che da quarantadue anni accompagnava la stessa telefonata.
Nella pausa c’era il ricordo che entrambi, senza saperlo, condividevano. Loro due, su una spiaggia, l’ultima sera di una breve vacanza. Lui, con i pantaloncini blu, che camminava con le mani dietro la schiena, pensando a una frase ad effetto da dire, in quelli che erano gli ultimi momenti della loro conoscenza. Lei, con un costume intero, a ventun anni. Quasi una vita. Eppure. ‘Ti telefonerò‘ disse lui, prima di chiudere quei quattro giorni in cui si erano conosciuti, si erano parlati, si erano piaciuti, non si erano mai toccati. Solo quell’abbraccio sulla battigia, impacciato, come a non voler rovinare l’immagine che poi avrebbe avvolto quelle telefonate.
Un’estate sbiadita dal tempo, eppure il ricordo di quel momento era sempre presente, quasi tangibile.
Dopo quell’estate, lui conobbe quella che sarebbe diventata la moglie. Lei, dopo quell’estate conobbe l’uomo che avrebbe sposato. Una coincidenza che venne raccontata nella prima telefonata. Lui, la ricordava ancora. Il dubbio se chiamare, fuori una nevicata clamorosa. Lei non se l’aspettava, ma ne fu lieta, riconobbe subito la voce.
Chiamava sempre lui. Le sue parole, anche dopo tutto quel tempo, all’inizio della conversazione incespicavano nell’incertezza di essere accolte con gioia. Poi, si raccontavano. Lui non ne aveva mai parlato alla moglie, certo che non avrebbe capito. Lei lo aveva raccontato al marito, che non capì.
Lui raccontava dei figli e dei successi come allenatore di squadre giovanili. Lei, di figli e di un matrimonio devastato dai tradimenti.
Si raccontavano e mentre parlavano, le ombre di due giovani su una spiaggia erano di fianco a loro, ancora in costume da bagno. A volte, le possibilità di vite non vissute scorrevano al loro fianco.
Non si erano mai più visti. Lui a volte se lo chiedeva, come sarebbe stato, certo che lei non se lo chiedesse. Lei a volte se lo chiedeva, certa che lui se lo chiedesse.
Lui telefonava sempre alla vigilia o il 23 dicembre, oppure, se lei non aveva tempo, l’ultimo giorno dell’anno. Lì, lei trovava sempre il tempo, al massimo posticipava la telefonata.
Sorridevano alle loro immagini che avevano a fianco, si raccontavano i cambiamenti dell’età, ma era quasi un peccato. I capelli grigi non donavano a quel ragazzo un po’ impacciato ma sorridente che aveva fatto sospirare una giovane studentessa universitaria. I chili persi dopo un paio di operazioni  non donavano a quella slanciata ragazza che aveva entusiasmato l’erede dell’alimentari di famiglia.
Gli anni passavano, arrivarono i cellulari ma loro si sentivano sempre sul telefono fisso. Una costante.
Avevano mantenuto il ricordo. Un cristallo con dentro un’immagine, un gioiello grezzo incontaminato, incorruttibile, perfetto perché privo di imperfezioni, compromessi, incomprensioni, levigato solo dalle possibilità di futuri aperti in linee temporali che non avevano vissuto, una specie di sogno puro.
E una volta all’anno quella porta si apriva. Lei, aspettava la telefonata. Lui, era puntuale.
Non era nulla, ma era qualcosa di prezioso.
Due secondi di silenzio, il tempo che quella porta si chiudesse con un soffio.
‘Auguri anche a te’.

 

venticinqueperduemilaquindici = cose di playlists

 

2015(a inizio anno mi sono accorto che non avevo più una gran voglia di scrivere un post per ogni film. Così mi sono messo a fare una playlist al mese, un riassunto di cose viste, lette, ascoltate. Per celebrare la fine dell’anno e il fatto che sono arrivato a farne dodici, la cosa non era affatto scontata, quella di dicembre arriverà, ma direi che sia ora di mettere un punto, quindi ecco qua un giga riassunto annuale.
venticinque cose dell’anno mixate che mi hanno fatto dire ‘WOW’, emozionato e che ricorderò nei prossimi mesi)

25. Floating Points, ‘Elaenia’, album.
L’elettronica che incontra il jazz e ci limona con una classe sopraffina, una delle pochissime vere sorprese di quest’anno dove ho ascoltato tanta musica bella ma disconi pochi. Ci sta e questo è uno di quelli. E ‘Silhouette’ è un pezzo straordinario.

24. Ant Man 
Il film Marvel che non mi aspettavo e che mi ha divertito tantissimo. Contiene la scena definitiva (spoiler, ma tanto è uscito mesi fa, è quella dove con lo scacciamosche fa fuori il rivale. Se finiva così, legend-wait for it-dary, ma va bene lo stesso)

23. Foo Fighters a Cesena
Perché è stato un caso, perché la faccenda del ‘Rockin’ 1000‘ è stata una cosa veramente bella e perché ricordo ogni momento di quella serata. (ciao, Andrea, sii buono nei commenti…)

22. Man Up
Perché il mondo ha bisogno di credere nel romanticismo, nel fato buono e io ho bisogno di ‘romantic comedy‘ fatte bene. Non è ancora uscito, che il pubblico italiano evidentemente non è pronto a certo humor (mica vero, eh).

21. Brad Mehldau, ’10 year solo live’, album
quattro cd oppure otto vinili per un torrente di note, variazioni, cover che esplodono in mille pezzi, team romance, un’orgia su tasti di grande bellezza. Necessario (poi, io sono super fan, magari faccio poco testo)

20. Donne con le chitarre
Innanzitutto perché sul palco son sempre il sì e sempre state troppo poche. Due dischi molto belli e stra ascoltati: Courtney Barnett è un’esordiente che ha fatto un disco divertente e gasante e le Sleater Kinney perché non tutte le reunion vengono per nuocere.

19. Anthony Doerr, ‘Tutta la luce che non vediamo’
Una ragazza cieca, un orfano appassionato di radio, la seconda guerra mondiale, essere dentro la storia con una bellissima e commovente storia. Premio Pulitzer, ma non importa. Leggetelo se non vi arrivano libri per Natale.

18. Tobias Jesso Jr, ‘Goon’, album
Perché uno così mancava, con le orecchie nel passato e il cuore nel presente e perché è arrivato nel momento perfetto (dai, Tobias vieni in Italia a suonare… e invece, nessuna data prevista…)

17. Kendrick Lamar, ‘To pimp a butterfly’, album
Sta dominando tutte le classifiche serie, disco grosso pieno di ottime canzoni e ambizioni. La rinascita del rap forse passa per questo ragazzo.

16. Sicario 
Sequenza d’apertura da ricordare e un film teso, avvincente e convincente, che quando mi sono alzato ho pensato ‘Oh, che roba’. Attori eccellenti con bonus della più bella del mondo.

15. CHVRCHES, ‘Every open eye’, album
disco ‘forever young‘, disco ‘ballare sotto la doccia rischiando la frattura multipla‘, disco ‘prendo i biglietti e me li vedo a Londra, poi invece compro una macchina e divento povero e quindi niente Londra‘.

14. Nickolas Butler, ‘Shotgun Lovesongs’
Libro bellissimo, in nome del padre la provincia americana, del figlio Bon Iver e dello spirito santo che mi ha incantato davanti a certe pagine, certi personaggi. Libro ‘rock’ dell’anno, fra l’altro.

13. Whiplash
Quando l’ho visto, prima che uscisse perché doppiato anche no, poi l’ho rivisto al cinema, tranquilli, bollivo dall’entusiasmo. Sarà perché avrei sempre voluto suonare quella musica, quando suonavo la batteria, ahimé non avevo talento né voglia di farmi sanguinare le mani. Filmone, che ricordo ancora bene e di cui ho strascoltato pure la colonna sonora.

12. The Bad Plus w/Joshua Redman, in concerto ad Albinea
Una villa nel cuore reggiano, una band nel cuore da anni, il piccolo sogno di avere concerti favolosi a mezz’ora di macchina, una serata perfetta, il momento musicale più ‘Oh, come fate ad essere così bravi, eh!?!‘ dell’anno (un aggancio di melodie con batteria e piano, una roba che non riesco a spiegare a parole e ovviamente non ho trovato alcun video)

11. Mattia Signorini, ‘Le fragili attese’
Perché sono pochi i libri in cui leggendo, mi sono fermato per prendere un fazzoletto, pochissimi. (link)

10. Kurt Vile ‘Pretty Pimpin’
La canzone che ho ascoltato di più in questo 2015.

09. Mr.Robot
La serie tv per nerd paranoici è bellissima, girata in un modo particolare, straniante, psico qualcosa e quasi ogni puntata finiva con ‘eh, vabbé, un’altra, ora‘. Binge-watching dell’anno. (e questo ragazzo è bravissimo)

08. Il momento sportivo del 2015
Una posizione extra playlists, me la concedo. La mia faccia tristissima, appena uscito dal palazzetto dopo la sconfitta in gara sette della finale playoff. Il bello di tifare le squadre della tua città, le tante emozioni, il perdere, ma è stato bellissimo, ci ho scritto pure un post.

07. Kamasi Washington, musicista dell’anno
Arriva un triplo disco con dentro il jazz, il funk, roba nera che fa luce. Un gigante (letteralmente) col sax. E non ho mai smesso di ascoltarlo. Concerto eccellente, pure.

06. Mad Men + Justified 
Premio ‘so long and thanks for all the fish‘ a due serie che han finito la loro corsa, lasciando un grande vuoto. La prima, un capolavoro, non inizio nemmeno, ci vorrebbero sette post, tante quante le stagioni di pubblicità, cigarettes & alcohol, classe, storie. La seconda, sulle orme di Elmore Leonard, il western moderno allo stato puro.

05. Jonathan Miles, ‘Scarti’
Avrei potuto fare copia incolla dai vari post ma pazienza. Scrissi: ‘Una scrittura ricca per 572 pagine di racconto corale, narrativa minima con sguardo ai massimi sistemi, in un libro ambizioso, potente, godibile, affascinante, emozionante.’ Un esempio di quanto mi è piaciuto, servito, leggere in quest’anno. Un esempio di gioia di leggere, di ‘quando arriva la pausa che devo andare avanti?’

04. Netflix
Era ora. Buoni ultimi o quasi, il futuro della tv (e della serialità, oserei) è approdato nel Belpaese. Molte delle serie da vedere sono loro e non solo perché sono loro. ‘Daredevil’, ‘Jessica Jones’, ‘Narcos’ (la lucha y la plata), ‘Unbreakable Kimmy Schmidt’, la imperdibile intelly-comedy ‘Master of None’, ‘OITNB’. E poi gli one man show dei comedians, filmetti da rivedere per caso, e insomma, c’è materiale e contentezza.

03. Mad Max, film dell’anno
Solo a ripensarci scatta il CAPS LOCK, MAMMA MIA CHE FILM CLAMOROSO. (ne ho scritto, MA CHE ROBA RAGA, DA USCIRE CON LE GAMBE CHE TREMANO E LA GIOIA NEGLI OCCHI!)

02. Daniele Rielli ‘Lascia stare la gallina’, libro dell’anno
Era settembre, sembra sia passato un sacco di tempo, o anche no, eppure, questo romanzo resta la cosa migliore letta quest’anno. Fossi stato bravo ve l’avrei consigliato prima, così avreste fatto un figurone con i regali. Come ho scritto (autocitarsi fa male, lo so, confido nel vostro perdono): ‘Eccolo, quindi, il grande romanzo italiano. Scritto da dio, divertente, intelligente, quasi perfetto. Un librone, davvero‘. Davvero. (link)

01. ‘Star Wars – The Force Awakens’ 
Perché l’ho aspettato per troppi anni un sequel degno, perché l’hype ha segnato metà di questi 365 giorni, perché è l’ultimo post che ho scritto, perché ‘may the force be with you‘ risuona ancora potente, perché una numero uno pop e grossa ci sta bene.

Ecco fatto, se la scrivo domani cambia qualche numero, ma siamo lì.
Altro, a caso: 
altre serie da vedere:
‘Rectify’ resta imprescindibile per gli amanti della serialità, ‘Last Man on Earth’ è stato il recupero migliore con rideroni incorporati, ‘Show me an hero’ premio alla sceneggiatura, ‘The Affair’ è sempre notevole.
altri dischi belli:
Ought, Alabama Shakes, The Weeknd, Jamie Woon, Martin Courtney, Jamie XX, The World Is a Beautiful Place & I Am No Longer Afraid to Die (la band con il nome più lungo di sempre che però gira da un mesetto in heavy rotation)
altri film da ricordare:
Inside Out, Ex Machina, Suburra, Dio esiste e vive a Bruxelles, Foxcatcher.

Clicca forte qua, dove trovi tutte, ma proprio tutte eh, le playlist, se vuoi leggerne di più.

Ci vediamo alle prossime playlist.
Bring it on, 2016!

oh, sì, risvegli

swJ.J. Abrams viene chiamato a riportare la forza nel mondo del cinema. Con il peso dell’attesa di una fan base enorme, sa di dovere aggirare l’ostacolo di una seconda trilogia mal pensata e mal eseguita. Mi immagino la prima seduta di sceneggiatura a casa di JJ o nella saletta riservata del suo ristorante preferito, e secondo me JJ, dopo avere parlato molto con Lucas, che intanto ha venduto tutto alla Disney ed è a posto per quelle dieci generazioni, molto con Spielberg, maestro Jedi di cinema e amichetto di JJ, e molto con altra gente che si intende di saghe, ecco, JJ deve avere pensato a quella frase che è rimasta impressa a quelli che hanno seguito la sua prima ‘impresa’, portare una serie tv sulla bocca di tutti.
Jack, il medico eroe di ‘Lost‘ lo urlava. ‘We have to go back!‘. Ed è quello che JJ ha fatto. E’ tornato indietro, nel ’77. C’era il punk, il PCI e un film che era un azzardo per gli standard hollywoodiani di allora (sì, ho fatto i compiti) e che invece diventò, a seconda delle opinioni, una religione per futuri cosplayer, un pozzo di denaro per gli amanti dei case study sul marketing, un vangelo per gli appassionati di fantascienza, una bibbia per gli amanti degli effetti speciali e delle navicelle spaziali da combattimento.
E sì, siamo tornati indietro.
Buio in sala (che belle parole) e si va. Parte la ‘sigla‘, la scritta in giallo che scorre verso l’alto con sotto le luci di una galassia lontana lontana e sono applausi e fischi e urletti di puro gasamento, dopo un’attesa durata mesi, come un polmone pieno d’aria che si svuota. E via.
Per i primi venti minuti, dopo ogni scena, col mio pard,  ci sussuriamo ‘Fin qui tutto bene‘ preoccupati dopo mesi di speculazioni in salsa scaramantica. Alla mezz’ora la facciamo finita, già sicuri che JJ ha spazzato via la trilogia sbagliata, come un polveroso ricordo di jarjarbinks brutti e che siamo davanti a una operazione che scaccia il lato oscuro e premia i buoni che hanno sempre creduto.
Star Wars:  il risveglio della forza’, incasserà un miliardino di dollari in serenità e sì, JJ la porta a casa.
Con un casting giusto (altro che Hayden MAPERCHE’ Christensen) dove ad attori che fino a ieri erano coi Coen o con le ‘Girls’ (Isaac & Driver, che devono aver firmato in mezzo secondo il contratto per tre film e han fatto benissimo, bravoni) si accompagnano le facce nuove e giuste di quelli che saranno i protagonisti principali (il post non ha spoiler sulla trama eh, ma insomma, tutti avete visto il trailer, no?).
Buona l’azione e gli inseguimenti, un plot classico che per lunghi tratti sembra una copia carbone, un puzzle di elementi conosciuti ma che mischiati ridanno forza e prendono forza per ricominciare, pagando il giusto tributo al passato, senza esagerare e volando nell’iperspazio con una bella carica.
JJ ha studiato bene. Riempie il film con poca CGI, battute divertenti, un sapore di antico ben piantato nel presente, la voce di quell’omone peloso, il suono dei caccia interstellari, un nuovo robot puccissimo, spazi grandi e tante, quasi tutte, cose giuste. Offre un corposo fan service, strizza l’occhiolino, fa il brillante, segna punti con varie frasone da uso immediato. Il film riannoda fili, recupera storie, dura due ore che passano in un amen, perde, ma non si perde in, analisi filosofiche della ‘forza’ che tanto lo sappiamo tutti cos’è.
Cos’è la ‘forza’, lo sa il tipo che entra con una maschera enorme di Darth Vader, lo sanno le ragazze con tunica jedi e spada laser di plastica che si prestano a un selfie nel parcheggio, lo sappiamo noi che siam cresciuti coi poster della morte nera, lo sa la coppia di ventenni che si guardano un video e si scambiano un bacio prima che si spengano le luci, lo sa il padre di fianco a me, che batte l’attesa muovendo la gamba mentre il film inizia, lo sa suo figlio di dieci anni a due posti da me, lo sa il fratellino di sei anni che sottolinea apparizioni sullo schermo con frasi brevi coi punti esclamativi. ‘Spada laser!’ ‘Il millennium falcon!’ ‘Il robottino!’ ‘Han Solo!’.
La forza è un cordone ombelicale fra generazioni, col padre che alla fine del film è quasi più contento del figlio, che lo guarda e gli dice ‘sì’ con gli occhi.
Ed è proprio questo, alla fine, il bello, mentre la sala appalude.
JJ ci prende tutti in fila, le famiglie, i nerd, i ventenni, e ci porta a casa, consegnandoci una nuova speranza tanti anni dopo e davvero buon film.
Mentre scrivo mi sembra veramente tutto troppo giusto. Sarà colpa mia, cerco difetti ma ne trovo solo uno che non posso dire, no dai, due e non posso dire manco il secondo. Però, niente. Applaudiamo. Quando arriva il prossimo?
E comunque, quando parte la sigla, come sempre, un brividone mette i peletti delle braccia sull’attenti. E forse, alla fine, che poi era l’inizio, bastava questo.