Dei dieci dischi

C’è questa catena su Facebook: “10 dischi della tua vita. Qualcosa che realmente ha avuto un impatto su di te e che continui o continueresti ad ascoltare. Posta solo la copertina, non aggiungere spiegazioni. Uno al giorno. E nomina una persona al giorno“.
Ho ringraziato chi mi ha chiamato in causa ma ho declinato. Perché della cosa a me interesserebbero appunto le spiegazioni. Non importa se scritte brevemente o meno, nei commenti o nel testo.
Perché l’impatto? Perché si ascolta ancora ? Sicuro che l’ascolti ancora?
Però la cosa ha inziato a girarmi in testa e quindi, si va. Scrivo i miei dieci, potrebbero cambiare fra una settimana se ci ripenso, però credo che la maggior parte non cambieranno mai più. Ci metto qualche spiegazione, qualche ricordo, un link per l’ascolto del mio pezzo magico dell’album.

Se ti va, fallo anche tu, io ti leggo.

  1. Led Zeppelin II – Led Zeppelin (1969)
    Mio cugino indossava i jeans senza mutande mentre io ascoltavo sul suo letto i dischi con le chitarre. Lui suonava tutti gli strumenti facendo assoli e riff con le mani che muovevano e squarciavano l’aria ed era il mio idolo. Avevo dieci anni e c’era questa musica bellissima e rozza e questi poster alle pareti. C’era un cannone su sfondo ocra, un ‘Dio’ che si innalzava da caratteri oro e rossi, una band fotografata mentre suonava con la scritta ‘Live in Japan’ sotto e poi c’era questo poster con un dirigibile che prendeva fuoco. Ogni volta ne restavo folgorato prima di immergermi nella musica, mia madre che arrivava a prendermi che era sempre troppo presto. Dei dischi dei Led Zeppelin metto questo perché lo ascolto ancora, appunto. Probabilmente perché c’è ‘The Lemon Song’. Le radici, il blues, un po’ tutto. In una canzone.

  2. Ghost in the machine – The Police (1981)
    Probabilmente il secondo disco che ho comprato. Il primo, ne sono sicuro, fu la colonna sonora di ‘Grease’, meravigliosa. Però non l’ascolto più, se non quando una radio ‘Adult oriented‘ passa ‘Summer nights’. Invece ero un bambinetto comunque alto quando questi ideogrammi che sembrano lancette di un orologio al quarzo, mi colpirono, mi piaceva il nome di questa band, mi piaceva il singolo che passava la tv. Forse il disco che so davvero a memoria, con quella coda di ‘Every little thing…‘ che vorrei non finisse mai e finisce sempre con Stewart Copeland che era un semidio. Il disco che, sicurissimo, ascolto ogni mese fra i dischi vecchi (sì, pure su Spotify)

  3. Live 1975-85 – Bruce Springsteen & The E-Street Band (1986)
    I negozi di dischi e questa scatola massiccia con dentro tanti vinili con l’etichetta rossa della Columbia con dentro tutte quelle canzoni che alcune le conoscevo altre no, con dentro le note dell’album con scritti i posti sperduti dove la fisarmonica e il piano  e la Band avevano incantato gli spettatori e tutto con dentro la voce, l’energia e l’abbandono definitivo a quel sentimento pulsante che Springsteen rappresentò per me in quegli anni in cui formavo il mio gusto, da quel momento in cui parte ‘Thunder road’.

  4. Paul’s Boutique – Beastie Boys (1989)
    Esistesse un LastFm mentale che a ritroso potesse calcolare il disco che ho ascoltato di più nella vita, questo credo sarebbe al primo posto. Ascoltavo un sacco di hip-hop, tutto quello che trovavamo e non era facilissimo. E poi, arrivò questo disco lungo, frastagliato, pazzesco, con samples e  groove micidiali che partono dalle basi della black music, passano attraverso le rime dei tre di Brookyln e approdano in un disco incredibile, secondo me uno dei migliori della storia della musica, ma non faccio molto testo.

  5. Ten – Pearl Jam (1991) 
    LA mia band PREF. Quella che ho ascoltato di più. Senza dubbi. La musicassetta che letteralmente consumai, passatami ‘Ascolta questi, son forti‘ dal mio socio di serate ai banconi dei bar delle discoteche; la lacrima al Forum di Milano quando cantarono  ‘Black’; il viaggio a Seattle e altri ‘Rearviewmirror’ grandi così che non stanno in questo post.

  6. These are the vistas – The Bad Plus (2003)
    Per caso, da qualche parte, su qualche blog salta fuori questa cover di ‘Smeels like teen spirit’ per jazz trio. Avevo appena iniziato ad ascoltare i grandi classici, Miles, Coltrane, Cannonball, Art Blakey e insomma ci stavo provando gusto quando questo disco cambiò completamente la prospettiva. Il jazz non era musica polverosa, tutt’altro. E questi tre lo sapevano e me lo stavano offrendo. Pochi mesi dopo li vidi suonare a Perugia verso mezzanotte in un teatro semi vuoto con mia sorella che dormiva e senza accorgermene seppi che avrei visto moltissimi concerti jazz. E’ andata così.

  7. Live in Tokio – Brad Mehldau (2004)
    Ricordo ancora lo sbalordimento di trovarmi come a precipizio, appeso alle note di un pianista che non conoscevo, su un nuovo mondo fatto di pianoforti luccicanti che emanavano note pazzesche. Come per tutti i dischi che ho scelto, anche questo mi ha aperto una porta. Questo l’ha aperta però più grossa perché la scoperta del ‘piano solo’ ha accelerato la ricerca da autodidatta casuale totale di ulteriore materiale jazz.
    Eccedendo, ma neanche troppo, questo disco ha cambiato un po’ tutto il mio gusto musicale.

  8. Funeral – Arcade Fire (2004)
    Tutti questi coretti, questo saltellare, sul posto, nelle cuffie, nei blog che parlavano di musica che consumavo avidamente, scaricando pezzi a caso di gruppi sconosciuti. L’indie e tutto quanto girava intorno. Uno dei dischi più belli di sempre. Uno dei concerti (il primo) più belli di sempre. Probabilmente LA mia seconda band preferita di sempre. E uno dei miei pezzi del cuore di sempre che però non mi hanno mai fatto dal vivo, maledetti, vi amerò.

  9. Beethoven, Sinfonia no.1 – London Symphony Orchestra (2006, circa)
    Altra porta, gigante, che si apre per entrare in un mondo fatto di mari di archetti e distese di fiati che lo solcavano. Mi ricordo che avevo l’iPad, la prima versione, con la rotellina e nella sezione ‘Classical’ c’era solo questa sinfonia che però ascoltavo sempre consumando suole in passeggiate solitarie brandendo un’immaginaria bacchetta. Da lì al posto palco, il passo è stato breve ed è sempre un piacere.

  10. Kick – INXS (1987)
    Non posso mettere i Clash che sono stati una personale pietra miliare perché oggi non metto mai un loro disco dall’inizio alla fine. Non posso mettere i Wilco perché questi album qui citati hanno la precedenza, nemmeno i Daft Punk, anche se con ‘Discovery’ sarebbero l’undicesimo, non posso mettere il primo Arctic Monkeys anche se allora suonavo la batteria e provavo ad andare dietro a Matt Helder, non posso mettere i Public Enemy perché adesso non li ascolto mai (ma: Chuck D! illumina le menti!), non posso mettere ‘Boxer’ dei The National perché ho messo gli Arcade Fire e c’era solo uno slot per quel periodo (ma è stata la scelta più difficile) e tanti altri. E allora cosa metto che sia stato fondamentale, che ascolto ancora con costanza?
    Questo, stadium pop/rock anni ’80.
    Perché Spotify nella classifica degli ascolti dell’anno scorso mi ha detto che gli Inxs erano al quarto posto, nonostante periddio siano passati trent’anni e io ho pensato ‘Ma peinsa te‘, perché Michael Hutchence era il più figo ma non te lo faceva pesare, perché è per colpa di queste canzoni che con il socio partimmo per il primo viaggio verso Milano per vedere un concerto, perdendo il treno ma questa è un altra storia, perché volevamo canticchiare e ballare i loro pezzi sotto a un palco, perché ancora oggi canticchio e balletto tutti i pezzi, probabile che il mio diciottenne sia rimasto incastrato in quei solchi di un doppio vinile così ascoltato che l’avevo consumato e ricomprato.

 

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Daje con questi blog!

Con il consueto ritardo, rispondo all’appello della Signorina Lave, prendo un panno leggermente bagnato, torno sulla pagina admin di WordPress dopo cinque mesi, lo passo per levare la polvere, do una lucidatina ai tasti, riassetto le stanze e scrivo il primo di quella che potrebbe essere una nuova serie di post.
Perché manca Splinder, la comunità che un po’ ti sceglievi e un po’ ti capitava, le persone che leggevi e che poi a volte si sono conosciute fuori dagli indirizzi http e dalle parole scritte, persone che si sono sempre rivelate all’altezza delle aspettative.
Sono passati gli anni, tante cose, eppure:
”Mi mancano i blog personali, mi mancano tantissimo. Blog che non devono venderti niente, che raccontano solo storie e fatti personali, mescolati agli interessi. Blog capaci di farti affezionare a chi li scrive, post dopo post, anno dopo anno”.
Facebook e Twitter hanno preso tutto e hanno portato via la voglia di mettersi lì e scrivere, senza un numero minimo di caratteri, senza la necessità di pollicioni da alzare.
C’è gente che pagherei per leggere ancora non dico quotidianamente perché è una fatica e gli anni passano e il tempo manca eccetera, ma settimanalmente sì, gente che mi emozionava perché scriveva senza pensare ad altro che a buttarci dentro pezzetti della loro vita, infiocchettata o meno, strizzata o sussurrata in poche frasi oppure gridata e grondante gioie e dolori assortiti.  Oppure gente che ti faceva scoprire mondi, pensieri, film sconosciuti o libri da recuperare.
Riprendere a scrivere sul blog significa forse anche mettere ordine nel disordine di timeline bulimiche e confusionarie, prendere una pausa dal battutismo e dai meme, ampliare i ragionamenti, affinare la sensibilità che di questi tempi vacuamente frenetici mi sembra una cosa necessaria e per me può significare un allenamento per scrivere, un piacere che in questi ultimi due anni un po’ ho dimenticato.
Poi magari scrivo due post e ciao, oppure riuscirò a dare una forma agli appunti che butto su un pezzo di carta, ai cento inizi di storie mai portate a termine, magari ad appassionarmi ancora.
Il mio mattoncino è qua, i quindici lettori forse torneranno e chissà.
Rilanciare i blog personali, forse sarà come guardare un fiammifero bruciare, magari però ne vale la pena.
E poi, in fondo, son sempre stato prolisso.

Ps.: mentre questa bozza di post era in attesa, ha chiuso uno dei blog più importanti.
Bastonate‘ era lo scrivere di musica in maniera diversa, era leggere comunque anche se non ti interessava quel gruppo perché  c’era  un approccio diverso, una scrittura interessante che andava ben oltre una critica comunque personale ma raccontava cose, con passione e con una bella voce che difficilmente si trova in giro.

Come si dice(va): mancarone ‘Bastonate‘ ma daje sempre.

il mio ultimo Jedi

Prime impressioni dopo aver visto ‘Gli ultimi Jedi‘, ottavo capitolo della saga ‘Star Wars’, scritte sul telefono mentre cercavo di prendere sonno, nonostante incrociatori spaziali mi passassero davanti agli occhi, editate adesso con SPOILER. Ti avviso: se vuoi vederlo, non leggere magari o passa più tardi, SPOILER, capito?

Il film è bello, non c’è dubbio, con qualche difetto.
Questo è in sintesi il giudizio.
Prima di dire cosa funziona e cosa no, bisognerebbe fare un preambolo che sarà noiosamente già detto ma pazienza.
Ci troviamo di fronte a una saga rivitalizzata dalla Disney, dal più grosso produttore al mondo, che ha speso miliardi per acquistare un caposaldo della cultura pop, per farne triliardi, prendendo personaggi creati quarant’anni fa, quindi da un punto di vista narrativo sai che il concetto della ‘Forza’ o ce l’hai o pensi sia una scemenza e allora vai a vedere altro e dal punto di vista della enorme fan base devi cercare di accontentare il vecchio pubblico ma anche di intercettarne uno nuovo, più giovane, smaliziato.
Il primo nuovo capitolo era piaciuto molto, aveva avuto la super propulsione della novità ed era un palese omaggio al passato.
Fanno una nuova trilogia!’ ‘Yeeeee!’. Ecco.
Ovviamente due anni fa tutti noi quarantenni eravamo sull’orlo dell’eccesso di entusiasmo ma avevamo anche qualche sospetto che si riassumeva nella frase ‘Non rovinare la nostra gioventù, JJ Abrams limortaccitù’ ripetuta silenziosamente poco prima che si spegnessero le luci in sala. Poi tutto passò ed accogliemmo bene i nuovi personaggi, anche perché per tutto il film ci avevano portato in giro ammiccando pesantemente all’originale ‘Guerre Stellari’ tenendoci per mano.
‘Gli ultimi Jedi’ è anche il film di mezzo della prima (pare ne faranno altre) trilogia Disney, poteva trovarsi in difficoltà perché stretto fra l’inizio che porta con sé entusiasmo e nuovi personaggi e l’ultimo capitolo che, essendo la fine, deve essere potente e gasante. Quindi il secondo film può essere un po’ il vaso di coccio fra vasi di ferro o il figlio di mezzo che riceve meno amore e la smetto che ci siam capiti e si va…

Le cose belle:
Ray, personaggio principale in evidente crescita e lei è proprio perfetta;
Luke, noblesse oblige, ma Hamill si mangia mezzo film di carisma impiantato da millemila visioni della saga originale e dal personaggio che è ben scritto e non sprecato;
la battaglia degli incrociatori, la battaglia finale;
il momento cappa e spade laser: bello, dai, anche se le coreografie forse non scivolano via liscissime soprattutto nelle prime inquadrature, magari è stata un’impressione mia;
Kylo Ren e Ray che si guardano da MOLTO lontano: il punto del tutto, la rabbia totale contro la consapevolezza sempre più potente e presente;
i capelli di Laura Dern;
i porg e i cani di cristallo: certo è puro marketing e strizzate d’occhio ai più piccoli fuori e dentro di noi, oltre a fare puccismo in giro per la pellicola e comic relief seppure a volte non richiesto. I tanto temuti – per l’effetto ‘Jar Jar ma suvvia Binks’ – Porgs, non sporcano, non fanno niente se non farti un po’ ridere e un po’ awww e comunque io vorrei un Porg in ufficio che tira delle urla e un cane di cristallo per fare passeggiate elegantissime;
le scenografie: bellissime, tutte;
le esplosioni: grosse e giuste;
la mezz’ora finale, molto bella dove raggiunge giusta epicità e apre bene all’ultimo capitolo, voglio già lo screenshot di Luke che si para con totale cazzimm’Jedi davanti ai nemici;
la storia secondo me è buona, anche se in pratica si parla di un assedio enorme su più piani, anche se non porta sconvolgimenti epocali ma solo un altro addio importante (e un pizzico di commozione da queste parti è arrivato*) con i personaggi che provano a crescere e/o cambiare, anche se non tutti possono, vogliono, riescono a farlo.

Le cose che non funzionano:
Finn: come personaggio e come storia, troppo lunga, con una romance assai forzata, che se dovevano (e sì, dovevano) avere la quota per le ‘minoranze’ con un colpo solo hanno risolto;
è troppo lungo: vedi sopra, la storia di Finn e del suo salvataggio poteva essere tagliata di dieci minuti minimo, inoltre a volte si perde un po’ la presa sul corpo centrale del film, ovviamente il rapporto Kylo Ren-Ray;
Poe Dameron: anche lui non convince del tutto, forzato a prendere il posto di Han Solo, come l’indomito coraggioso che si getta sempre all’attacco, mh (ma il testa coda con l’X-Wing è piuttosto una magia);
l’arrivo di Yoda: tutto un friccicore di ‘AwwYodaaawwww’ ma non ce n’era bisogno di scomodarlo;
chi sono i genitori di Ray: questa cosa viene risolta un po’ ‘bene’ (perché ok, non sono nessuno) un po’ ‘meh’ (perché la forza scorre a caso nella galassia e va bene ma forse il livello nerdismo applicato alla saga si aspettava di più?).
E poi, c’è una cosa che è fra il brutto e il ‘WTF?!’: la resurrezione in volo di Leia, che insomma, poteva stare sul pavimento colpita e poi salvata ma un momento cristologico (o una forma totale di devozione) si vede che è scappato nella sceneggiatura.

Quindi: vuol visto? Certo. E’ l’ottavo capitolo di ‘Star Wars’, imprescindibile se li hai visti, se hai seguito, quindi vuol visto, prenditi tre ore di tempo, due e mezza per il film e mezz’ora per un caffè o una birra dopo e divertiti.
E’ memorabile? No. Memorabili sono i capitoli IV, V, VI, sempre e per sempre.
E’ diverso, non è solo per noi quarantenni che possiamo spaccare la spada laser in quattro, per provare a dire ‘Era meglio quando…‘ e aggiungi parole di nostalgia a caso, ma è anche, vedi preambolo, rivolto ad altro pubblico, come da scena finale scena finale del film, piuttosto esplicita al riguardo.
Ed ecco, direi che è tutto. E comunque lo voglio rivedere perché la seconda visione (dedicata ai film belli belli e ai film di Star Wars) serve per capire meglio certe cose e ricordarle per il capitolo finale che io vorrei trovarmi in lacrime sui titoli di coda, ecco.

(*) = e qua c’è la faccenda di come si impastano le visioni dei film della saga. Ero in sala nel ’78, piccolissimo, ed è uno dei miei primi ricordi, figurati, magari un ventenne che ha visto la trilogia (non c’è bisogno di dirlo, quella vera) in dvd si dispiace meno di vedere mantelli svolazzanti in lontananza…

ST2, demoappunti e gorgonvoti

Note sparse su ‘Stranger Things 2‘, un post ricco di spoiler, se non hai visto la serie e vuoi vederla, meglio se passi ad altro.

Era difficilissimo non pagare dazio alla sorpresa della prima stagione. Ricordo bene la sera che iniziai a guardarla, senza sapere esattamente cosa avrei visto. E ne rimasi incantato, sbalordito, divorandola in un amen.
Questa purtroppo è molto meno coinvolgente perché è un po’ la stessa storia ma soprattutto è piuttosto prevedibile e con una mancanza di guizzi narrativi che si sente e rende la visione meno elettrizzante.
Non prendo mai uno sviluppo di una trama, sono un sempliciotto facilissimo da sorprendere eppure questa volta non ne ho sbagliata una (povero Bob). Come se in fase di sceneggiatura si fossero accontentati, fidandosi dell’empatia coi personaggi costruita nella S01 . Infatti quelli nuovi, a parte ‘Povero Bob’, funzionano poco e a fatica.

‘Cartoline dalla coppia Spielberg & King’

Però, è sempre un filmone anni ottanta, un teen movie coi mostri, il crescere, gli amorazzi, divertente, realizzato molto bene e ci mancherebbe, pieno imballato anche stilisticamente di riferimenti alla cultura pop di quegli anni, in cui uno come me che era ragazzino negli anni ottanta, ci sguazza. Ha varie trovate, qualche scorciatoia narrativa di troppo (come Eleven riesce a tornare di sopra, ‘Closegate‘ che io ho pensato ‘Bé, tutto qua? Chiudiamo e bon?‘) un episodio che ‘anche no‘ (il settimo dove pensavo sempre ‘Torniamo a Hawkins per favore?!‘) e comunque almeno uno di troppo, storie d’amore spudoratamente e giustamente romanticissime e una leggerezza di fondo che non è banalità ma semplicità nel senso positivo del termine. Quasi una boccata d’aria fresca in tempi non esattamente facili, diciamo così, con molte serie che giustamente li riassumono, questi tempi.
Poi, non sono sicurissimo che negli anni ottanta fossero tempi migliori, forse eravamo tutti più ingenui ma i paragoni fra ere diverse mi lasciano piuttosto perplesso. Di sicuro sapevano fare film per ragazzi che conquistavano l’immaginario, come oggi sanno fare questa serie, che piace probabilmente più a noi kidult nostalgici che ai teenager di oggi, ma non sono sicuro, dovrei chiedere.

Ciuffoni Bros.

Dopo il sorrisone alla sigla finale, il mio pagellone:

La retromania: 7 – il carattere piuttosto fondativo del tutto, parte a sassata. Nella prima puntata ci sono (oltre a Spielberg e a S.King che ci sono tipo sempre): i Devo, gli Scorpions , ‘Talking in your sleep‘ (che io che sono super oald, ricordavo il titolo e il ritornello, non chi la cantasse, per questo c’è You Tube), Dig Dug (mio gioco prefe, ero piuttosto bravo, non come Max ma un record l’ho scritto pure io nella mia sala giochi di tanti anni fa), il Millennium Falcon. Poi è tutto un corso e ricorso fatto con competenza eighties (la festa degli studenti è stata uno spasso per i costumisti) e gusto citazionista;
Il mostro ombra del sottosopra: 7 – disegnato, intravisto, terrorizzante, vischioso, bravo;
Billy: 5 – il truzzo tutto muscoli, hard rock tutto assoli, paglie e virulenza posticcia era meglio se stava in California che il vivere in campagna non è per tutti. Un personaggio troppo caricaturale, cattivo senza esserlo davvero, pare, dato che lo spiegone col padre dura una scena sola ma sufficiente per renderlo simp…no, antipatico. Piuttosto inutile come tutta la story line con la sorella;
Max: 6,5 – serviva una quota rossa, lei se la cava, fa il maschiaccio ma meglio nel ballo, piuttosto inutile ma simpatica, mezzo punto in più per dominare a Dig Dug, gioco pref. ;
Dustin: 5,5 – troppa simpatia, scemenza (il girino) e sapienza in un unico personaggio. In generale i ragazzi, escluso Will in una sorta di risarcimento dopo che in S01 lo si era visto in due episodi, mi sono risultati meno simpatici e credibili;
Murray: 5,5 – l’investigatore chiamato dalla famiglia di Barb poteva benissimo non entrare nella trama, ma tant’è, lui è buon caratterista e porta a casa il risultato ma il personaggio viene dimenticato dopo tre secondi netti;
Bob: 6,5 – ripescato dal cast dei Goonies fa pure la battuta del tesoro con grande strizzata d’occhi. Tutto bene ma sai che morirà male dopo pochi secondi, peccato. Bella però la scena del sacrificio;
Will: 7,5 – nel suo profilo Instagram c’è scritto ‘Actor’. Con la ‘A’ maiuscola ampiamente meritata, credibilissimo nell’ospitare il mostro ombra;
La musica: 6 – dopo la partenza coi Devo, pensavo meglio, pochi pezzi veramente esaltanti, ma è colpa mia che mi aspettavo chissà cosa (qui, la colonna sonora col ricciolo e la lacca).

Le coppie:
El e Hopper: 8 – forse la cosa migliore della serie fra tenerezza, incomprensioni genitoriali, crescita, lacrimoni, puccismi;
Dustin & Steve: 7 – bromance a pacchi, fratellanza e tenero machismo, tutto ben fatto con bonus di ciuffoni per entrambi;
Lucas & Max: 6,5 – che carini e poi ho un debole per Lucas e la sua fionda impavida;
Nancy & Jonathan: 6 – la media fra la scena dei letti e dei limoni (7, mentre la serie si trasforma in una rom-com) e perché per il resto (5) sono inno alla passività;
El & Mike: 6,5 – protagonisti della paraculata della stagione con quel pezzo dei Police che non può non funzionare, con quel bacio che aspettavamo da tempo che ok, arriva e ci siamo tutti sdilinquiti e abbiamo lanciato il cuore per aria. Prevedibili, con occhioni;

E adesso, mentre si guarda altro, c’è già curiosità per la terza stagione, per vedere cosa si inventano dopo baci e cuori che volano (io la chiuderei anche qua, eh, ma il rischio mi incuriosisce).
 

playlist minima, summer edition

Quando l’estate si fa profonda, caldissima e la gente vede lo striscione ‘ferie’ avvicinarsi, non si va al cinema (*) non si sta sul divano a guardare serialità (**) si offrono playlist ai futuri villeggianti.
Ergo:

Nello stereo, mentre vai in vacanza

Una compilation pensata per farti ciondolare la testa mentre sei a spasso in spiaggia, a fare trekking, a fare niente, a scoprire posti avventurosi, a fare il ricco in barca a vela, dentro e fuori una metropolitana di una città che non hai mai visto, eccetera.
Si passa dalla canzone che dovrebbe essere il vero tormentone dell’estate, a un dj truzz che si è preso in casa gente giusta e ha fatto un disco party, ai miei Arcade Fire che provano a reggere gli attacchi dei post-indie snob con la canzone degli zufoli, alle iper-cute-catchy-fashion Haim, passando per un pezzo da ubriachi, per poi prendere un aperitivo con classe e infine due salti nel black sound (e il disco dei ‘Pollyseed‘ è una meraviglia) per poi terminare con due cosette jazz perfette per un balletto, un abbraccio o un pisolo, vedi tu.
Potrebbe piacerti. Se ti piace, fammene una tu di compilation.
E buon agosto.

 

(già che ci sono: sul comodino o sullo sdraio)

Il libro da leggere quest’estate è sicuramente, assolutamente, inderogabilmente, ‘Exit West‘. Una storia di amore e migranti, scritta con pudore, bellezza e brillantezza. Bellissimo e carico di quell’umanità che troppi commenti vagamente fasci molto in voga in questi giorni di caldo tendono a calpestare. Ed è una bella storia d’amore, quindi è un win-win, libro bellissimo, mi ripeto.

Inoltre, visto che è estate potreste nuotare in un libro particolare, un po’ matto, un po’ magico, con riferimenti scientifici ma assolutamente non per scienziati, con tanto plancton, mischiato a leggende e confezionato con tanto amore per il mare. Se lo leggi al mare dopo ti fai dei viaggi mentali bellissimi, anche se il tuo mare non è un fiordo norvegese ma il litorale di Pinarella (con tutto il rispetto per).
Ovviamente il titolo è ‘Il libro del mare‘ e ha pure una copertina bellissima e azzurrissima.

*: al cinema, dopo aver visto l’ennesimo, ma questa volta giusto, ritorno dell’Uomo Ragno, non c’è niente. Peccato per chi come me spera sempre di poter vedersi film belli con l’aria condizionata a sassata.
Qui c’è un giusto articolo sulla questione ‘chiuso per ferie’ al cinema, si continua a sperare che prima o poi la situazione cambi e che un film come ‘Dunkirk’ esca anche da noi quando esce nel mondo. Manca un po’ di coraggio, di idee così a settembre/ottobre arriveranno venti titoli appetibili, vedremo di gestirli. Nel frattempo ci sono tanti trailer che arrivano creando attesa. Fra tutti, quello di ‘Blade Runner 2049‘ che, volevo scriverlo da qualche parte, rischia di essere film dell’anno perché il mio amico Denis non lo sbaglierà questo sequel, perché è troppo bravo. Mi ci gioco dei drink post visione.
EDIT: mi suggeriscono che il 10 agosto esce ‘La torre nera’ tratto da S.King. Siam già alle casse!

**.: se stai a casa a fare divanismo, oltre a fischiettare la sigla di ‘Game of Thrones’, puoi guardare la nuova di Netflix, ‘Ozerk’ che ne vale la pena. Oppure guardare la terza stagione di ‘Fargo’ che lì, non sbagli. Oppure approffittarne per rivederti tutto ‘Mad Men’ che compie giusto dieci anni (sospiro).

un post su di te, non te l’aspettavi, eeeeeeh?!?

Pochi giorni prima il concerto del #modenapark avevo scritto una cosa su Facebook. Chiedevo a chi sarebbe poi andato di ricordarsi di scrivere com’era stato partecipare a un concerto con duecentomila persone. Non la musica, la scaletta, le emozioni provate dalla platea durante il suonare. Volevo il prima e il dopo. Dettagli caratterizzanti, sciocchezze divertenti, file noiose, particolari inutili ma importanti, di quelli che fanno narrazione in poche righe. Cose così. Sapevo che, quasi, nessuno dei partecipanti avrebbe scritto una cosa simile (quasi, nessuno). Ci sta. La maggior parte ha poi commentato in coro: ‘pochi disagi, tutto bene organizzato’.
Sapendolo, mi sono divertito a seguire il pre concerto.
Cerca’ + #modenapark mi accompagnato tutto il giorno, in un rullo continuo di foto, video e hashtag in tema, #siamosolonoi #cisiamo #eccetera.
Ho visto:
gente che girava a piedi per Modena, molti avevano la testa per aria, sembrava una processione raffazzonata però garbata, un pellegrinaggio con facce fra il curioso e il concentrato, alcuni urlavano brandelli di canzoni, altri erano quasi stupiti dalla quantità di questo fiume di persone che si riversava nello spazio del parco;
punti ristoro più o meno improvvisati dove bastava l’accenno di una strofa che partiva un coro, un po’ stonato, vagamente ubriaco, forse la stanchezza dell’attesa, un po’ il caldo, mezze le birrette, giustamente;
gente sdraiata per terra a dormire nel parco nella notte fra venerdì e sabato in quella che è stata la foto più bella del weekend, purtroppo non ricordo l’utente che l’ha scattata ma meritava un poema;
altrettanto caratteristiche le foto all’alba da dentro il Pit 1 con la luce di quel giorno che sbucava dietro le torri del palco, foto quasi tutte immancabilmente vergate con un gioco di parole su un paio di titoli di inni del cantante;
immagini di gente spiaggiata su prato, sabbia, altri corpi, moltissimi selfie che reclamavano l’appartenenza all’evento, le story con panoramiche a braccio teso per mostrare quanti eravate;
foto di processioni ai bagni chimici, miste a foto di brindisi con birre di gruppetti assortiti e poi le innumerevoli immagini e video durante il concerto, le millemila sui fuochi d’artificio.
Detrattori o osservatori potrebbero dire: ‘Bé cosa c’è di diverso da centinaia di altri concerti, festival, manifestazioni sparse per il mondo’.
La risposta è molto semplice: la vicinanza moltiplicata per la moltitudine. L’evento a cui nessuno poteva sottrarsi, se abiti a cavallo fra le province di MO e RE, quello di cui tutti sapevano, tutti parlavano. Negli uffici/bar/locali/parrocchie che frequento è difficile che si parli di concerti e nel caso la conversazione termina piuttosto rapidamente.
Due settimane fa invece tutti avevano da dire la loro, tutti avevano da condividere il loro pezzo di Vasco-story. Chi l’aveva visto al Picchio Rosso, chi una sera in giro per locali, chi a un concerto qui, chi là, sotto il palco, fronte del palco, la prima canzone, eeeeh, oh!, e così via.
Gli onnipresenti tuttologi che non perdevano occasione di ricordare di quando loro andarono al ‘metti qui nome artista visto in concerto anni fa’ oppure non si lasciavano scappare di mostrare la laurea in ‘sapere cose di cui non si ha la minima idea’ spiegando come e dove stavano sbagliando gli organizzatori. Poi c’erano quelli che non si lasciano scappare la critica sociale a sfondo razzista paragonando i camperisti con la bandana del loro cantante preferito ai migranti, oppure un tipo che ha detto ‘ho visto dei negri nascondere pallet di birra per poi venderla fuori’ come se non sapesse che gli abusivi ci sono sempre stati ai concerti e che quegli abusivi (colore della pelle a parte, che una spruzzata di simpatico razzismo ci sta sempre bene) semplicemente si regolavano alla portata dell’evento. Duemila persone: secchiello, duecentomila: pallet.
Il numero degli spettatori paganti terrorizzava persone che pianificavano la fuga dalla città, non con una certa logica. E poi c’era la questione sicurezza. Per i partecipanti, sottovoce, si trattava di vincere una paura che, purtroppo, esiste.
Sono uno che va ai concerti, allo stadio. Come credo a tutti, a volte viene un pensiero sbagliato. E lì, lo scacci e vai. Fine. Perché altrimenti l’altra soluzione è stare alla tastiera a iniettare paura in qualche commento, a spargere terrore banale. E’ un riflesso deprecabile ma comprensibile, anche se spesso, chi scrive ‘speriamo vada tutto bene’ oltre che essere super gufo, da quello che vedo io, affatto stranamente, spesso non è un frequentatore di concerti o stadio, massimo della sagra di quartiere.

Come molti, ho visto il concerto in tv, mentre Bonolis veniva servito come capro espiatorio per la mancanza della diretta integrale, riservata ai cinema, mentre lui ci metteva del suo buttandoci dentro poca genuinità e molte ingenuità infarcite di citazioni fuori luogo. E poi il concerto. E mentre ancora le ultime scintille dei fuochi d’artificio che fischiavano la fine della festa erano nel cielo di Modena, la gioia, lo stupore, già il ricordo indelebile veniva socialmente riportato da molti.

Il concerto ha contagiato un sacco di gente, incluso me. La vicinanza, gli amici che sono andati, il martellare su FB nell’attesa e nei giorni successivi.
Erano anni che non ascoltavo più di due canzoni di Vasco in fila. E mi son ritrovato per giorni a fischiettarle, facendo anche qualche remix mentale coi brani, come sempre, facendomi qualche ‘eeeh’ che a me Vasco ha sempre, ma sempre, fatto ridere fin da quando lo imitavo nella tavernetta dell’amico cantando ‘Portatemi Dio’. Secoli fa.
Non cambierò idea su Vasco che ho visto in concerto due volte ma di cui non sono mai stato fan, nonostante abbia scritto canzoni che conosciamo tutti, ma che soprattutto negli ultimi anni di stadi pieni e album vuoti, è diventato un personaggio che trascende discussioni prettamente musicali, trasformandosi in un rito che nel giorno della sua messa più importante ha risvegliato tanti ricordi, innescato la voglia di riascoltare certe canzoni, di cantare quelle frasi che tutti conosciamo a memoria anche senza saperlo, quasi di ritirare fuori diari e zaini Invicta per scriverci sopra una frase adolescenziale, diventata poi generazionale. Scegli tu quale.
Un colpo da maestro, un ricordo che si è esteso anche a chi non c’era e non se ne pente anche se, lo ammetto, è stato un peccato aver rifiutato un biglietto gentilmente offertomi.
Sarà per la prossima volta.

 

playlist (Gennaio-Giugno, circa)

E’ un po’ un peccato che le classifiche si facciano solo a dicembre. Servirebbero classifiche parziali, giusto per ricordare, prima che troppe uscite sommergano quanto già assaporato, in un mondo di consumi culturali che va velocissimo, fin troppo e poi non ci si ricorda più.
Ergo, le cose migliori che ho vistolettoascoltato in questa prima parte dell’anno – potevo aspettare la fine del mese? no, altrimenti mi passava la voglia – parzialissime e personalissime, per ovvie ragioni. Via!

 

At the movies

 

1. Arrival: come tutti i film di fantascienza che contano non è solo fantascienza, è emozionante, misterioso, fa restare incollati alla poltrona, la storia ha un senso nobile e poi c’è Amy Adams;
2. La La Land: mi son letto tutte le critiche sui bianchi che salvano il jazz, Chazelle reazionario, eppure sono un romantico marcio, ho fischiettato ‘City of stars’ per settimane e poi c’è Emma Stone che balla male;
3 (ex-aqueo) Jackie & Logan (come una coppia improbabile): i giorni successivi all’assassinio di JFK visti dalla first lady più iconica di sempre, vengono raccontati con un meccanismo di sceneggiatura precisissimo e meraviglioso e poi c’è Natalie Portman, mentre Logan è il film di XMen/supereroi che noi quarantenni che restiamo teen ogni volta esce un trailer supereroistico, aspettavamo da un pezzo, violento, triste, commovente.

(in panchina: ‘Manchester By The Sea‘, un piccolo racconto di malessere dal punto di vista maschile; ‘Guardiani della Galassia Vol.2‘ perché è il blockbuster spassoso che ci vuole e c’è Baby ‘aww’ Groot)

 

Serialità

 

1. Legion: dopo la prima puntata giravo sul divano pensando ‘macosahovisto?!?’, il resto è il mattissimo tour nella mente di un mutante con super poteri, una storia psichedelica con rimandi visivi agli anni settanta, piena di citazioni, paure ataviche, magie, invenzioni, tutto frullato in un montaggio ipnotico e pazzo. Bellissimo. Lo sceneggiatore Noah Cowley (quello del ‘Fargo’ per la tv) si dimostra un grande boss, mettendo in scena un’opera pop completa e non banale;

2. Broadchurch: difficile che una serie alla terza stagione possa avere ancora fiato o il colpo di reni per rivelarsi all’altezza della prima. I detective Millah e Hardy ci riescono, inondando di disagio la visione già dopo pochi minuti, chiudendo le storie precedenti (sì, meglio recuperare le puntate precedenti) e dando qualche lezione di ‘parenting’ utile;

3. Big Little Lies: donne ricche alle quali un piccolo guaio apre il sipario borghese, mostrando psicosi assortite, problemi di coppia per coppie tenute insieme con lo scotch della socialità e drama vero, con il comparto maschile che non fa di certo un figurone. Soprattutto, seppure ambientata in ville affacciate sul mare per gente da stipendi a sei cifre annuali, le dinamiche fra le signore sono molto simili a quelle che si possono vedere a ogni piccolo bar delle nostre province, dove ogni mattina, dopo aver portato a scuola i figli, si possono ammirare collezioni di sguardi che sono lampi di condanna, invidia, falsa superiorità, o tutto insieme, identici a quelli della serie. E Nicole Kidman è sempre una delle migliori (anche se è difficile scegliere, in un cast perfetto).

 

Heavy rotation
(gli album che ho ascoltato di più da gennaio ad oggi, se clicchi forte sui nomi degli artisti, vai alla pagina Spotify del disco)

1. Loyle Carner: basi corpose, arrangiamenti sontuosi, un disco di cui non mi stanco mai, fra il nu-soul (un brutto neologismo ma ok) e rap made in GB;
2. Brunori Sas: un link dove è spiegato bene perché questo sia un signor disco. E ‘Secondo me‘ è la canzone romance da dedicare alle fidanz appena conosciute;
3. Tiziano Bianchi: un disco di jazz accessibile anche per chi alla parola ‘jazz’ storce il naso e contorce la bocca, con brani brevi e emozioni forti (bonus: un paio di settimane fa a un concerto ho incontrato il Tiziano, un tranquillone che alla mia stupida domanda ‘Potevi fare qualche brano più lungo, più aperto, ci stava’ lui ha risposto ‘Volevo farli così’ e allora io sono andato via, contento);
4. Father John Misty: un altro che scrive canzoni bellissime. Un album con molte ballate, molto pianoforte, molti cuori e volendo, testi da leggere. (bonus: in un’intervista il Father ha detto che ogni tanto si cala un pochetto di LSD. Lo aiuta a gestire l’ansia e la depressione, ‘true Boss‘);
5. Cameron Avery: è il bassista dei Tame Impala che qui si allontana dai suoni del suo gruppo per brani che hanno un gusto retrò, per la maggior parte ballate di classe e archi, poi c’è anche un bluesaccio bello deciso e altro. Uno di quei dischi a sorpresa che non ti aspetti e che poi schizzano in heavy rotation;
6. Kendrick Lamar: il più bravissimo dell’hip-hop in un disco pieno di parole, molti suoni vintage ma tirati a lucido per suonare perfetti e perfino il ‘feat.‘ con gli U2 risulta una magata;
7. Sampha: aspettavo l’esordio di questo ragazzone da un pezzo e lui dopo solo tre brani vince in scioltezza, con brani soul con sonorità moderne, tocchi di classe e una voce che lèvati;
8. Elbow: band che resta un mistero per come nessuno o quasi, se li fili in Italia. Eppure il loro pop ‘orchestrale’ starebbe bene con tutto, come una bella giacca sportiva, per dire. Ultimo disco, fra i migliori della loro produzione, è come una lunga carezza, utile anche per vedere tramontare il sole da qualche parte;
9. Slowdive: shoegaze, cos’era? Un genere musicale con chitarre che facevano da tappeto a una specie di amarezza esistenziale. Roba anni novanta dove spiccava questo gruppo che torna negli infiniti ritorni di questi anni, con un nuovo disco che però, oplà, è meglio dei precedenti. Otto canzoni per un bel viaggio.
10. Beach Fossils: il disco pop con tutte le cosine, vocine, chitarrine al posto giusto. E’appena uscito ma lo sto ascoltando sempre da giorni, è molto estivo e ottimo per mettere i piedi a mollo e ciondolare la testa.

(arrivato alla fine della compilation, mi accorgo che non c’è una cantante. Mumble, come mai? Capita. Per esempio il nuovo di Feist l’ho trovato noioso, la cantante dei ‘Priests’ è super ma non è disco da top ten…però ditemi nomi di band/vocals femminili che magari mi son perso, grazie)

 

Sul comodino

1. Una vita come tante, di Hanya Yanagihara (link)
dopo mesi ricordo ancora la sensazione proprio fisica, indice di alto gradimento di un romanzo, mentre mi calavo per due ore nella vita, passata e presente, non certo semplice, di Jude. Lunghissimo, potente e bellissimo.
2. Il cuore degli uomini, di Nickolas Butler (link)
una volta l’amichetta mi disse ‘Ti piace Butler perché scrive come te‘. Magari!, risposi io. Il suo secondo romanzo (il primo, ‘Shotgun Lovesongs’ resta uno dei libri più belli degli ultimi anni) è una storia immersa in campi scout e lasciti familiari con un finale bellissimo e strappa cuore.
3. Il Nix, di Nathan Hill (link)
personaggi in crisi, uno sguardo acuto sul presente che si intreccia alla Storia (americana), irrisolti legami familiari, citazioni colte, scrittura generosa fra ironia e drama, costruzione della trama pronta per la già annunciata serie tv. Ed è proprio bello.

(bonus, visto che si va, più o meno, in spiaggia e che, dicono, in vacanza si leggono i ‘gialli’: ‘Torto Marcio’, di Alessandro Robecchi: un giallo che non è solo un giallo, ambientato in una Milano poco da bere e ‘Prima di morire’ di Noah Cowley – che appare in questa playlist due volte, dimostrandosi un vero GURU – un thriller immerso nell’attualità americana ma non solo e con un inizio al fulmicotone)

Direi che è tutto. Ci si legge a dicembre con le classifiche di fine anno, circa, forse.