A Guy Not So Cool

rocknrolla2_largeVerboso, borioso, noioso.
Questo trittico di aggettivi definisce compiutamente “Rocknrolla” il film che dovrebbe rilanciare Guy Ritchie nel ranking dei registi di valore.
Invece, no. Come si sospettava – senza prevenzione, poichè ho sempre avuto simpatia per l’ex Madonna-Guy, autore di due film di culto quasi totale essendo “Lock&Stock” una magata e “Snatch” un’opera eccessivamente citata ma indubbiamente riuscita – Mr. Ritchie rifà se stesso, restando però intrappolato nella stessa verbosità senza scopo dei suoi personaggi e nell’eccessivo tentativo di riproporre gli elementi caratterizzanti dei precedenti lavori, come un croupier che smazza sempre le stesse carte, questo giro però senza alcun asso.
La storia gira intorno a criminali corrotti e corruttori, affaristi senza scrupoli, russi pieni di soldi e di scagnozzi, un gruppo di delinquenti di strada ma tanto cool, un rocker tossico tanto giovane e magro quanto saggio. Tutti questi parlano a raffica, si vestono bene (o si fanno molto) e non fanno null’altro per la prima ora, in cui il film costruisce l’impianto narrativo, un puzzle con troppe tessere da sistemare, al prezzo di annoiare terribilmente. Il film dura quasi due ore e nella prima parte la noia è palpabile.
Com’è possibile che in un film di gangster non si senta il fischio di una pallottola, o il sibilo di un pugno, nella prima ora? Inaccettabile & YAWN.
Troppe parole, troppo compiacimento nella messa in scena come a dire “Hey ragazzi! siamo tornati, quanto siamo fighi eh?!“. E soprattutto, il film mi pare si prenda molto sul serio o mi è sfuggita l’ironia, chè se l’ironia sono i giochini sull’omossessualità di un gangster, bè secondo me è meglio pagare uno sceneggiatore, caro Guy.
Qualcosa da salvare c’è, scene ben fatte, lampi di talento visivo, attori che ce la mettono anche tutta (Wilkinson soprattutto) ma il film annega nel suo stesso involucro di stilosità preconfezionata e fine a se stessa, e il finale ricompone i pezzi ma non la noia di cui siamo ormai tramortiti.
Insomma, non diverte, non appassiona e si dimentica nel tempo di accendersi un sigaro.
Bonus, il finale prospetta un seguito. Uau, sono elettrizzato (o completamente fuori target per film del genere, dipende).
Ps.: Gerard Butler assomiglia a Totti?

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A spasso con la revoluccion

manifesto_che_argentinoLa purezza e la nobiltà dell’ideale per cui si combatte si fondono nell’uomo che combatte.
Perché con la rivoluzione non si scende a compromessi fino al raggiungimento dell’obiettivo. Patria o muerte, insomma.
Questa è la sintesi estrema di “Che-L’argentino” prima parte del biopic dedicato a una delle icone più presenti, ingombranti, dibattute, della storia recente. Il mio timore era di assistere ad una semplice agiografia, data la complessità del soggetto, le insidie politiche e la scelta di spezzare il film in due parti, indice di evidente problema distributivo – quattro ore e mezza di film sono assolutamente improponibili al pubblico medio – ma forse anche di una certa difficoltà nel districarsi nella narrazione.
Invece, questa prima parte funziona, eccome. Soderbergh, applausi, sceglie uno stile documentaristico, fatto di parecchi campi lunghi di notevole bellezza, nel seguire la marcia della rivoluzione, dalla intricata boscaglia, ai monti impervi, prima di approdare al lungo epilogo finale. In questo viaggio si vedono la fatica, i disagi, i problemi quotidiani, brevi ritratti e piccole storie interne al gruppo, con sempre al centro l’indomabile fervore del comandante Guevara.
Si accenna anche alla politica, suggerendo la diffidenza del Che verso i comunisti dell’Urss e sottolineando a più riprese l’appartenenza profonda del pensiero guevariano al pueblo, ai contadini, a un pensare, semplificando, sociale e comunista, ma, ripeto, gli aspetti politici della revoluccion, incluso il sempreverde assioma che la sinistra tende alla frammentazione e le scelte strategiche di Castro, rimangono sullo sfondo.
Quello che emerge è la durezza e la purezza dello spirito e delle idee del protagonista, ripreso anche alle prese con i sui scritti, dai quali la sceneggiatura si è ispirata.
La vicenda cubana è inframezzata dalla visita del comandante all’Onu, girata in b/n, dove l’occhio sta più addosso all’uomo, a sottolineare la bramosia di curiosità dei giornalisti, dell’altra parte di mondo, di trovarsi davanti un personaggio così diverso dai soliti burocrati in doppiopetto, a cui lo stesso Che riserva un paio di frecciate nel discorso finale alle nazioni unite.
Benicio Del Toro è camaleontico e mostruosamente bravo nell’impersonificare con autoritaria calma e compostezza il rivoluzionario.
Un film che sicuramente ha dei difetti, ma non li troverete qui, dato che, fosse stato per me, io restavo a guardami pure il resto, subito. Poi, mi fermo qua. Per completare il giudizio occorre attendere il seguito, “Guerriglia” e dal trailer proiettato prima del film la seconda parte dovrebbe essere proprio diversa, come tono e ambientazione. Si appurerà il 30 aprile.
Bonus per signore: bei tomi rivoluzionari con barbe e sporco sexy.
Bonus per signori: barbuti rivoluzionari con schioppi e cojones.
Indimenticabile, il martellatore di muri.

Sul divano

7il9yllwzki0buzvrvfw35n4o1_400E’ iniziata la seconda stagione di “In treatment“, serie drammatica incentrata sulla vita e i pazienti del dr.Paul Weston, psicoterapeuta interpretato da Gabriel Byrne.
La prima stagione mi era capitata fra le mani quasi per caso e l’avevo divorata. Sono cinque puntate settimanali, un paziente ogni giorno. Al venerdì, il paziente è lo stesso Paul, presso la sua amica/psicanalista Gina.
Nella seconda stagione, la terapia non cambia, e nemmeno la posologia dei 5 pazienti su 5 giorni, cambiano ovviamente le storie, anche se il passato non si dimentica, anzi, ritorna fin dalla prima scena.
Ecco qua le mie impressioni, dopo avere visto la prima settimana. Continue reading “Sul divano”

Il triangolo no

two-lovers-poster-italiaUna classica storia a triangolazione amorosa dove lei ama lui che ama l’altra che però niente.
Schema classico, ambientazione classica, con personaggi che appaiono semplici, quasi abbozzati, al limite della banalità.
Al centro c’è un trentenne problematico che vive coi genitori e le loro ansie protettive, con pesante storia amorosa alle spalle rimpolpata di tentativi di suicidio, preso in mezzo fra la single tanto piacente quanto vagamente disperata, conosciuta con la complicità della famiglia, e l’immatura donna conosciuta per caso e invischiata nel ruolo dell’amante, a rappresentare la fantasia amorosa, la bellissima tanto irraggiungibile quanto problematica.
Nonostante la storia non sia originale, il film funziona, grazie a un cast di bravi attori e a una regia che porta le vicende amorose sul baratro del dramma con un registro robusto e varie inquadrature di forte impatto, in primis, quelle sul tetto e direi tutto il finale.
La storia emoziona, densa di domande sulle relazioni, domande che i protagonisti sembrano rivolgere a noi spettatori, grazie a un paio di violenti sguardi in macchina, sguardi di paura che sembrano chiedere consiglio. “E adesso?”.
Un film che consiglierei a qualche coppia, tanto per farsi un “tagliando”, discutendo dell’amore e delle sue possibilità.
Un film classico, semplice e denso allo stesso tempo, in una delicata e insieme profonda riflessione sui meccanismi dell’amore, coniugati fra solitudine, ossessione e compassione, e stretti fra sogni, bisogni personali e “sociali”.
Non essendo un thriller, forse nessuno è davvero colpevole?

Ah, quasi dimenticavo… Caro Gioacchino, vedi di tagliarti la barba, stop alle droghe,  divieto assoluto di hiphop e di imbarazzanti performances e continua a fare, film che in quello sei bravo. Fidati, Gioacchino…