Dei dieci dischi

C’è questa catena su Facebook: “10 dischi della tua vita. Qualcosa che realmente ha avuto un impatto su di te e che continui o continueresti ad ascoltare. Posta solo la copertina, non aggiungere spiegazioni. Uno al giorno. E nomina una persona al giorno“.
Ho ringraziato chi mi ha chiamato in causa ma ho declinato. Perché della cosa a me interesserebbero appunto le spiegazioni. Non importa se scritte brevemente o meno, nei commenti o nel testo.
Perché l’impatto? Perché si ascolta ancora ? Sicuro che l’ascolti ancora?
Però la cosa ha inziato a girarmi in testa e quindi, si va. Scrivo i miei dieci, potrebbero cambiare fra una settimana se ci ripenso, però credo che la maggior parte non cambieranno mai più. Ci metto qualche spiegazione, qualche ricordo, un link per l’ascolto del mio pezzo magico dell’album.

Se ti va, fallo anche tu, io ti leggo.

  1. Led Zeppelin II – Led Zeppelin (1969)
    Mio cugino indossava i jeans senza mutande mentre io ascoltavo sul suo letto i dischi con le chitarre. Lui suonava tutti gli strumenti facendo assoli e riff con le mani che muovevano e squarciavano l’aria ed era il mio idolo. Avevo dieci anni e c’era questa musica bellissima e rozza e questi poster alle pareti. C’era un cannone su sfondo ocra, un ‘Dio’ che si innalzava da caratteri oro e rossi, una band fotografata mentre suonava con la scritta ‘Live in Japan’ sotto e poi c’era questo poster con un dirigibile che prendeva fuoco. Ogni volta ne restavo folgorato prima di immergermi nella musica, mia madre che arrivava a prendermi che era sempre troppo presto. Dei dischi dei Led Zeppelin metto questo perché lo ascolto ancora, appunto. Probabilmente perché c’è ‘The Lemon Song’. Le radici, il blues, un po’ tutto. In una canzone.

  2. Ghost in the machine – The Police (1981)
    Probabilmente il secondo disco che ho comprato. Il primo, ne sono sicuro, fu la colonna sonora di ‘Grease’, meravigliosa. Però non l’ascolto più, se non quando una radio ‘Adult oriented‘ passa ‘Summer nights’. Invece ero un bambinetto comunque alto quando questi ideogrammi che sembrano lancette di un orologio al quarzo, mi colpirono, mi piaceva il nome di questa band, mi piaceva il singolo che passava la tv. Forse il disco che so davvero a memoria, con quella coda di ‘Every little thing…‘ che vorrei non finisse mai e finisce sempre con Stewart Copeland che era un semidio. Il disco che, sicurissimo, ascolto ogni mese fra i dischi vecchi (sì, pure su Spotify)

  3. Live 1975-85 – Bruce Springsteen & The E-Street Band (1986)
    I negozi di dischi e questa scatola massiccia con dentro tanti vinili con l’etichetta rossa della Columbia con dentro tutte quelle canzoni che alcune le conoscevo altre no, con dentro le note dell’album con scritti i posti sperduti dove la fisarmonica e il piano  e la Band avevano incantato gli spettatori e tutto con dentro la voce, l’energia e l’abbandono definitivo a quel sentimento pulsante che Springsteen rappresentò per me in quegli anni in cui formavo il mio gusto, da quel momento in cui parte ‘Thunder road’.

  4. Paul’s Boutique – Beastie Boys (1989)
    Esistesse un LastFm mentale che a ritroso potesse calcolare il disco che ho ascoltato di più nella vita, questo credo sarebbe al primo posto. Ascoltavo un sacco di hip-hop, tutto quello che trovavamo e non era facilissimo. E poi, arrivò questo disco lungo, frastagliato, pazzesco, con samples e  groove micidiali che partono dalle basi della black music, passano attraverso le rime dei tre di Brookyln e approdano in un disco incredibile, secondo me uno dei migliori della storia della musica, ma non faccio molto testo.

  5. Ten – Pearl Jam (1991) 
    LA mia band PREF. Quella che ho ascoltato di più. Senza dubbi. La musicassetta che letteralmente consumai, passatami ‘Ascolta questi, son forti‘ dal mio socio di serate ai banconi dei bar delle discoteche; la lacrima al Forum di Milano quando cantarono  ‘Black’; il viaggio a Seattle e altri ‘Rearviewmirror’ grandi così che non stanno in questo post.

  6. These are the vistas – The Bad Plus (2003)
    Per caso, da qualche parte, su qualche blog salta fuori questa cover di ‘Smeels like teen spirit’ per jazz trio. Avevo appena iniziato ad ascoltare i grandi classici, Miles, Coltrane, Cannonball, Art Blakey e insomma ci stavo provando gusto quando questo disco cambiò completamente la prospettiva. Il jazz non era musica polverosa, tutt’altro. E questi tre lo sapevano e me lo stavano offrendo. Pochi mesi dopo li vidi suonare a Perugia verso mezzanotte in un teatro semi vuoto con mia sorella che dormiva e senza accorgermene seppi che avrei visto moltissimi concerti jazz. E’ andata così.

  7. Live in Tokio – Brad Mehldau (2004)
    Ricordo ancora lo sbalordimento di trovarmi come a precipizio, appeso alle note di un pianista che non conoscevo, su un nuovo mondo fatto di pianoforti luccicanti che emanavano note pazzesche. Come per tutti i dischi che ho scelto, anche questo mi ha aperto una porta. Questo l’ha aperta però più grossa perché la scoperta del ‘piano solo’ ha accelerato la ricerca da autodidatta casuale totale di ulteriore materiale jazz.
    Eccedendo, ma neanche troppo, questo disco ha cambiato un po’ tutto il mio gusto musicale.

  8. Funeral – Arcade Fire (2004)
    Tutti questi coretti, questo saltellare, sul posto, nelle cuffie, nei blog che parlavano di musica che consumavo avidamente, scaricando pezzi a caso di gruppi sconosciuti. L’indie e tutto quanto girava intorno. Uno dei dischi più belli di sempre. Uno dei concerti (il primo) più belli di sempre. Probabilmente LA mia seconda band preferita di sempre. E uno dei miei pezzi del cuore di sempre che però non mi hanno mai fatto dal vivo, maledetti, vi amerò.

  9. Beethoven, Sinfonia no.1 – London Symphony Orchestra (2006, circa)
    Altra porta, gigante, che si apre per entrare in un mondo fatto di mari di archetti e distese di fiati che lo solcavano. Mi ricordo che avevo l’iPad, la prima versione, con la rotellina e nella sezione ‘Classical’ c’era solo questa sinfonia che però ascoltavo sempre consumando suole in passeggiate solitarie brandendo un’immaginaria bacchetta. Da lì al posto palco, il passo è stato breve ed è sempre un piacere.

  10. Kick – INXS (1987)
    Non posso mettere i Clash che sono stati una personale pietra miliare perché oggi non metto mai un loro disco dall’inizio alla fine. Non posso mettere i Wilco perché questi album qui citati hanno la precedenza, nemmeno i Daft Punk, anche se con ‘Discovery’ sarebbero l’undicesimo, non posso mettere il primo Arctic Monkeys anche se allora suonavo la batteria e provavo ad andare dietro a Matt Helder, non posso mettere i Public Enemy perché adesso non li ascolto mai (ma: Chuck D! illumina le menti!), non posso mettere ‘Boxer’ dei The National perché ho messo gli Arcade Fire e c’era solo uno slot per quel periodo (ma è stata la scelta più difficile) e tanti altri. E allora cosa metto che sia stato fondamentale, che ascolto ancora con costanza?
    Questo, stadium pop/rock anni ’80.
    Perché Spotify nella classifica degli ascolti dell’anno scorso mi ha detto che gli Inxs erano al quarto posto, nonostante periddio siano passati trent’anni e io ho pensato ‘Ma peinsa te‘, perché Michael Hutchence era il più figo ma non te lo faceva pesare, perché è per colpa di queste canzoni che con il socio partimmo per il primo viaggio verso Milano per vedere un concerto, perdendo il treno ma questa è un altra storia, perché volevamo canticchiare e ballare i loro pezzi sotto a un palco, perché ancora oggi canticchio e balletto tutti i pezzi, probabile che il mio diciottenne sia rimasto incastrato in quei solchi di un doppio vinile così ascoltato che l’avevo consumato e ricomprato.

 

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Daje con questi blog!

Con il consueto ritardo, rispondo all’appello della Signorina Lave, prendo un panno leggermente bagnato, torno sulla pagina admin di WordPress dopo cinque mesi, lo passo per levare la polvere, do una lucidatina ai tasti, riassetto le stanze e scrivo il primo di quella che potrebbe essere una nuova serie di post.
Perché manca Splinder, la comunità che un po’ ti sceglievi e un po’ ti capitava, le persone che leggevi e che poi a volte si sono conosciute fuori dagli indirizzi http e dalle parole scritte, persone che si sono sempre rivelate all’altezza delle aspettative.
Sono passati gli anni, tante cose, eppure:
”Mi mancano i blog personali, mi mancano tantissimo. Blog che non devono venderti niente, che raccontano solo storie e fatti personali, mescolati agli interessi. Blog capaci di farti affezionare a chi li scrive, post dopo post, anno dopo anno”.
Facebook e Twitter hanno preso tutto e hanno portato via la voglia di mettersi lì e scrivere, senza un numero minimo di caratteri, senza la necessità di pollicioni da alzare.
C’è gente che pagherei per leggere ancora non dico quotidianamente perché è una fatica e gli anni passano e il tempo manca eccetera, ma settimanalmente sì, gente che mi emozionava perché scriveva senza pensare ad altro che a buttarci dentro pezzetti della loro vita, infiocchettata o meno, strizzata o sussurrata in poche frasi oppure gridata e grondante gioie e dolori assortiti.  Oppure gente che ti faceva scoprire mondi, pensieri, film sconosciuti o libri da recuperare.
Riprendere a scrivere sul blog significa forse anche mettere ordine nel disordine di timeline bulimiche e confusionarie, prendere una pausa dal battutismo e dai meme, ampliare i ragionamenti, affinare la sensibilità che di questi tempi vacuamente frenetici mi sembra una cosa necessaria e per me può significare un allenamento per scrivere, un piacere che in questi ultimi due anni un po’ ho dimenticato.
Poi magari scrivo due post e ciao, oppure riuscirò a dare una forma agli appunti che butto su un pezzo di carta, ai cento inizi di storie mai portate a termine, magari ad appassionarmi ancora.
Il mio mattoncino è qua, i quindici lettori forse torneranno e chissà.
Rilanciare i blog personali, forse sarà come guardare un fiammifero bruciare, magari però ne vale la pena.
E poi, in fondo, son sempre stato prolisso.

Ps.: mentre questa bozza di post era in attesa, ha chiuso uno dei blog più importanti.
Bastonate‘ era lo scrivere di musica in maniera diversa, era leggere comunque anche se non ti interessava quel gruppo perché  c’era  un approccio diverso, una scrittura interessante che andava ben oltre una critica comunque personale ma raccontava cose, con passione e con una bella voce che difficilmente si trova in giro.

Come si dice(va): mancarone ‘Bastonate‘ ma daje sempre.