(un post, rock) del perdere

Perdere su campi da calcio dopo essersi spolmonati per novanta minuti più recupero infinito.
Perdere su tavoli di legno di birrerie di vario lignaggio, dove perdere la necessità di compagnia, per preservare lo spirito, per proteggere la propria incorruttibile identità.
Perdere su parquet dopo aver perso pezzi di denti che incontrano gomitate cattive.
Perdere discussioni dove si inciampa per sbaglio, per un capriccio del caso, entrando in un bar per bere caffè, decidendo di perdere per evitare di arrabbiarsi.
Perdere nel segreto delle urne e non capacitarsi di come gli altri, sempre loro, non vedano, perdendo il senso della prospettiva.
Perdere terreno come cani da punta troppo lenti, con troppi chilometri nelle gambe e troppe cose perdute negli occhi.
Perdersi nella quotidianità, cercando un significato che ti fa perdere il momento, ingrossando la fila dei perdenti.
Perdersi in pennate di chitarre che ci riconoscono, ci parlano sempre del perdere, ombelicali ed amorevoli, pizzicori elettrici che scavano terreni conosciuti.
Perdersi in parole e suoni che, basta davvero un momento, e vorresti slacciare la camicia, offrendo a qualunque nemico il petto, urlando, non mi abbatterete mai.

Perdere, forse, è un’arte. Perfettibile e in perdita per non perder la propria bussola.
 
 
 
 
 

(cronache dalla piccionaia) gnam, pranzo con le scarpette rosse

il mezzodì, dalla piccionaia, durante il blackout
il mezzodì, dalla piccionaia, durante il blackout

La neve. Quella schifezza bianca che scende dal cielo rovinando le tabelle di marcia ai ragazzi di pianura che si impegnano per arrivare, colpa della diretta tivù, al palazzo per l’anticipo di mezzodì, puntuali.
Traffico ingiusto di gente in giro con un freddo barbino. Alcuni andranno a mangiare dalla zia, alcuni al palazzo ma troppo traffico.
Insulti metereologici random, parcheggio lontano, gambe in spalla. Arriviamo a bordo palazzo che sentiamo l’urlo della folla.
Entriamo dopo tre minuti di gioco, mai successo nella stagione.
Milano. A me l’Olimpia sta antipatica, cosa vuoi che ti dica. Più di tutte le altre, anzi forse l’unica squadra della A che mi sta antipatica. Reggiano atipico, non ce l’ho con Bologna, anzi, rispetto Bologna, entrambe le sponde. Milano, no. Quest’anno poi che hanno ammassato campioni, preso allenatore che, non fosse quell’allenatore, con probabilmente quel grosso stipendio, sarebbe già esonerato, eppure rimane squadra senz’anima. All’andata vincemmo il Forum, adesso, mò vediamo.
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di guerre americane di varie epoche (e una previsione sugli Oscar)

Appena in tempo per la cerimonia, ho visto due dei film che si contenderanno i premi.

zdtZero Dark Thirty‘ è la cronaca della caccia al nemico pubblico numero uno degli USA, post 9/11. Diretto (il film) e diretta (la caccia) da donne dure e battagliere in un mondo di maschi. Il parallelo fra regista e protagonista è necessario ed è anche il cuore del film. La Bigelow si cala nel documentarismo, il film dura troppo (problema di molti film recenti, pare che la Hollywood che conta non gradisca i film sotto le due ore e venti) e a volte perde di tensione, oppure, non ero molto interessato io alla vicenda. Bella la sequenza dell’irruzione (non è che sia uno spoiler, Osama viene preso, eh già) molto bella l’ultima inquadratura, così come la protagonista Jessica Chastain, da queste parti sempre ammirata e che spero di vedere in un vestito meraviglioso e col suo sorriso con la statuetta in mano. Splendide facce di maschi in giro per la pellicola e ci sarebbe dopo la visione da discutere di politica estera americana, volendo, ma non qui.
Bene, via, forse mi aspettavo di più, W la Jessica.
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dalla Russia, ancora con quello sguardo lì

agtdhCome ogni buon quarantenne maschio che si rispetti, un posticino per John McClane nella bacheca degli eroi, ce l’ho. Entro al  cinema sapendo di ritrovare un vecchio amico.
Yippi ya yè pezzo di merda’.
Non ho bisogno di spiegazioni e mi accontento di un po’ di buona azione, tre battute tre e le sempre ottime facce di John. Soprattutto a sei euro, sconto infrasettimanale per bravi ragazzi.
Purtroppo però il film, a freddo, è bruttino. Una sceneggiatura che vola bassissima e lascia riempire i buchi di narrazione al nostro entusiasmo per l’uomo e al non accettare che si possa invecchiare troppo. La Russia come sfondo non funziona (e personalmente sono molto stanco di sti russi a fare i cattivi con l’accento) il rapporto padre figlio è così banale che fa un po’ ridere. L’azione funziona, circa. Bruce che fa il dito medio a un cattivo (ah, come manca un cattivone all’altezza dello sguardo di McClane) mentre vola da una finestra è il top.
Ce n’era bisogno di questo film?
Sì, ce n’era bisogno, perchè comunque metà film l’ho passato con un sorriso beota in faccia, per esaltarsi a caso, vedere un paio di scene d’azione fiche e soprattutto parlarne davanti a una birra nascondendo quel poco di delusione e rispolverando le epiche scene dei precedenti.
E, per vedere questo video.

Anche se, spoiler, c’è puzza di passaggio di consegne, non ne vorrei un sesto, grazie.

Approfondimento: la Bibbia alza il pollice e spiega delle cose

Video, ‘Man the fuck up‘ e LOL, grazie a questo pezzo di Rivista Studio

miserabili in volo ubriaco nel loop del tempo

lmIl romanzone diventato musicalone riceve trattamento da film. L’ho trovato strano da giudicare perchè da una parte sono stato effettivamente e piacevolmente incuriosito dal vedere il musical recitato come un’opera (o viceversa?) ma a volte non resistevo e mi scappava un po’ da ridere, per ‘colpa’ dei due protagonisti canterini. Colpa mia, poco abituato alla faccenda, però ho trovato i due attori troppo machos per interpretare i ruoli, al netto della loro bravura nel recitare o nel cantare. Altra cosa su cui avrei da ridire sono gli intermezzi ‘comici’ del duo Bohnam Carter-Baron Coehn che mi son sembrati un po’ appiccicati e appiccicosi.
Ho letto da qualche parte (non ricordo dove, il post è in attesa da giorni, pardon) che le parti soliste cantate sono state girate in piano sequenza. Se la tecnica è ammirevole per lo sforzo, il risultato ‘registico’ non è positivo. Ci sono molte scene epiche ma anche troppissimi primi piani e troppi dolloni sulla Francia ricostruita in cartapesta del milleottocento, mentre io avrei tenuto la camera un po’più lontana dagli attori e un filino più mobile, che se la canzone non ti prende, rischi il micro sonno e un po’ più di movimento avrebbe inquadrato meglio l’oggetto ‘Miserabili’ come film e non avrebbe intaccato la sua espressività.
Quindi, una piacevole commistione (per quanto lontana dalla mia totale comprensione) fra cinema e teatro? Non saprei, non ho proprio le basi per dirlo. Forse sono arti che devono stare separate? Detto tutto ciò, senza aver mai visto il musical, nè aver letto il libro (ma sapevo come finiva e non me lo ricordavo) il film ha una bella potenza, evocativa e romantica, dove le musiche commoventi si mangiano quasi tutti i dubbi e al termine fischiettavo quella canzone che canta la bella Annie. Promosso, con dubbi interessanti.

fA volte sento gente che definisce ancora (e ormai dovrebbe essere una cosa vietata per legge) un film prodotto negli US come americanata. Pur essendo contrario a questa definizione, che vuol dire tutto e niente, in fondo, essendo un film americano, evidentemente lo è un’americanata, questo film è proprio un’americanata. Non perché c’è ‘l’azione’ ma perché va a pescare nel torbido e classico sottobosco morale del paesone, imbastendo una storia molto classica sul senso di colpa e, probabile? possibile? agognata? desiderata? redenzione, nel modo più scontato, arrivandoci senza troppo entusiasmare nè avvincere, se non con il mestiere della messa in scena del regista e la gigioneria e il sorrisone di Denzel, sempre nostro bravo ragazzo, e infarcendo la ‘lezioncina’ con qualche spunto religioso ma solo buttato lì’, giusto per fare massa. Bella e  brava la redhead e notevole la scena dell’incidente aereo, ma anche almeno venti minuti di troppo che ti viene proprio da dire ‘andiamo avanti o no?’. Insomma, non decolla (vabbè, chiedo perdono per questa orrenda battuta). Sufficiente, potrebbe fare di più.

lViaggi nel tempo, uguale, territorio minato. Problema mio nel film: la presenza di un mio uomo all-time come Bruce e di una delle due donne più belle (e brave, credo, ma la bellezza mi annebbia, a volte) sul grande schermo come Emily Awww Blunt. L’inizio è figo, l’idea è bella. C’è gente che uccide altra gente inviatagli su un comodo lenzuolo dal futuro. Bang! Finchè uno di questi killer deve ammazzare il sé stesso del futuro. Il film è piuttosto divertente e Bruce fa sempre quelle due facce ma siam qui per vedere quelle due facce, quindi, a posto. Meno a posto, il make-up di Joseph G.Levitt  è pessimo e un po’ inutile, inoltre, se pensi più di un attimo alla consecutio temporale della storia, a volte pensi ‘Eh?!?!’ ‘Cosa?!?!’ ‘Perché?’. Io non ci ho pensato molto e alla fine, forse, tutto torna. Quindi,  è un sì, piuttosto convinto, niente di memorabile, ma un paio d’ore di buon cinema d’azione.

(cronache dalla piccionaia) special edition: dalla tribuna ed milan

386982396984492440_10051471Come si diceva, voilà, la Coppa Italia.
Campionato fermo, otto squadre si giocano il primo trofeo stagionale. Noi, da neopromossa, ce la andiamo a giocare. Noi, noi davvero ‘noi‘, siamo in cinque, i classici quattro di una vita con bonus del ‘Becco’, un grande. Ci stipiamo in macchina e via verso quel di Milano, quel del Forum che è comodo da arrivarci, peccato Milano ci accolga con la classica colonna infame delle cinque e mezza della sera in tangenziale. Arriviamo un po’ tardi, pazienza. Subiamo il furto della sei euro per parcheggiare e ci avviamo. Niente piccionaia, il Forum è grosso e luminoso. Per celebrare l’evento, biglietto da signori, tribuna numerata, fila sei, belli vicini al campo, visione ottima. Peccato solo che i sedioli siano pensati per italiani dell’ante (prima) guerra. Corti e stretti, gambe impiccate, braccia che non si sa bene dove metterle, giacche invernali un impiccio as usual.
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Palco n.25 OR.1/D (S02E05, the ‘Kammerorchester’ chapter)

381932687735587031_10051471Venerdì.
Piove, il lavoro, le cose, le corsie, le corse. Si arriva che suona la campanella. Posto palco doveroso e quasi necessario, una cura in musica per l’inverno che è già troppo lungo e grigioso. Programma perfetto per lasciarsi cadere nelle braccia nobili e comode della classica.
Kammerorchester di Stoccarda, la più longeva orchestra da camera del mondo, fondata nel 1945.
Diciotto elementi, perfettamente acconciati e vestiti di nero, una bella batteria di violini, due viole, violoncello e un ragazzo al clavicembalo che sembra un piccolo Mozart giovanissimo, carnagione color fantasma, paffutello e con molti riccioli nella testa che muove a tempo, mentre accompagna le melodie dei violini. Il direttore cade sulla cintura di un marrone orrendo e ha una giacca tre quarti che anche no, però usa la bacchetta con eleganza e si muove a tratti come se ballasse insieme a tutta l’orchestra. Pronti, accordi, via.
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