Dieci per il capitano, otto da capopopolo, dirigente niente

E’ da ieri pomeriggio che vorrei scrivere qualcosa sulla faccenda di Francesco. Poi mi è passata la voglia, un po’ per l’amarezza, un po’ perché gente più capace, romani e romanisti, ne avevano scritto meglio. (non metto i link altrimenti non lo scrivo più, non che importi se non a me, ovvio).
Poi, poco fa un tipo al telefono per questioni di lavoro mi ha raccontato che ha cambiato ditta.
‘Ho cambiato maglia’ mi ha detto prima di salutarmi.
E allora, ecco il post.
Per Francesco, non si fosse capito, intendo quel Francesco, l’unico che è stato (e che per molti tifosi è ancora) ‘Re’?. Perché, versione breve per chi non ha tempo o per chi difende a spada tratta il soggetto del post, adesso Francesco, per me, non è più ‘Re’.
Per essere Re, secondo me che sono un romantico dei peggiori, bisogna essere giusti, equi, spietati solo quando serve.
Invece questo Re è letteralmente entrato nel salone (sulla questione, CONI, Malagò, poteri romani, rimando altrove ma ce ne sarebbe) con la mazza ferrata colpendo i nemici e terrorizzando, in prospettiva, eventuali amici (vedi la frase su Fonseca).
Ieri Francesco ha cambiato maglia. Ha tolto quella con il 10 dietro e ha messo la sua, soltanto la sua.
Perché se davvero ami quella maglia, una cosa come quella di ieri, se ami quella maglia, se davvero vuoi continuare a sentirtela addosso, se davvero hai studiato un pochetto per esserne dirigente, non fai quello che hai fatto. Non distruggi una società, schierando armate che cinque minuti dopo ogni frase si scannavano nell’arena social.
Francesco ha tatuato sulla pelle un numero magico e un gladiatore, ma ieri è sembrato in vari passaggi ‘Ditocorto’ (le assonanze con GOT son finite).
Ha detto: ‘C’è gente che rideva dopo le sconfitte’. E quindi adesso, dopo le sconfitte, riderà Francesco, che all’inizio sembrava la testa di ponte per una  nuova cordata, voce prontamente rimbalzata anche oggi negli ambienti romani? Prima il bene della Roma? Sicuri sicuri?
Certo. La società ha fatto errori, di comunicazione e gestione, ammessi anche dalla lettere del Presidente sul sito ufficiale (vedi, errori di comunicazione) Presidente che sì, forse dovrebbe farsi vedere più spesso a Trigoria, anche se penso sia un alibi regalato allo spogliatoio, dove d’altra parte Francesco è stato capitano per sei anni, sotto questa proprietà, quindi? Prima? Faceva lo stupidino pure lui?
A me non interessa difendere o attaccare la società che farà player trading, che vuole sto stadio ma che ieri è stata sputtanata da una bandiera. Ed ecco, a me non è piaciuto che Francesco l’abbia attaccata, così, da capopopolo, non dal dirigente che pensa di essere. Un dirigente non si espone, non dice ‘Stamo con le pezze ar culo’. Un dirigente non dice ‘Date tutto in mano a me’. Lo dice un capopopolo, dall’alto di una presunta superiorità tecnica e morale.
Da fan della Roma che non abita a Roma, da tifoso che è cresciuto in curva e che apprezza i valori romantici e passionali del calcio, senza i quali, questo sport davvero non sarebbe nulla, ho sempre percepito bene la viscerale unione tra la città e la squadra, apprezzando la ‘romanità’, vivendola le varie volte che sono stato all’Olimpico.
Eppure, non mi ha convinto Francesco, nemmeno un po’. Questo sentimento dell’appartenenza è bellissimo ma non può soverchiare la squadra, è un valore indubbio ma non può essere l’unico, deve essere accoppiato ad altre capacità, anche manageriali. La romanità non credo possa essere una bandiera dietro quale compiere sotterfugi, non è bello, nemmeno in nome del cuore.
Certo, trovare l’unione fra cuore e portafoglio non è facile e forse nel calcio moderno è sempre più una chimera. Credo di essere un fan vero del cuore calcistico. Non voglio la Super Champions, non voglio le squadre B che tolgono spazio ad altre squadre coi bilanci ballerini ma con tifosi che le sostengono in campionati minori, non voglio gli stadi ridotti a teatrini con i cartelloni luminosi al posto degli striscioni.
Voglio gli striscioni, le urla dei tifosi, i giocatori che si gettano in mezzo al pubblico dopo un gol (Florenzi contro la Juve, Alessandro, che critico sempre per come gioca, ma apprezzo sempre per come lotta, piccolo vaso di cristallo in mezzo a tanti romani evidentemente più romani di lui, per tornare al punto sopra della romanità) vorrei giocatori che baciano le maglie ma poi rinnovano anche a cifre non mostruose se baciano le maglie e così via.
Capisco bene chi dice della purezza di Francesco, anche a me son venute le lacrime al giro d’addio di un paio di anni fa, però doveva, proprio doveva, se ama davvero la maglia e non la sua maglia, lottare all’interno, provare dall’interno, imparare a muoversi nelle stanze della società (ma vacci alla riunione a Londra, vai e ascolta e impara) se davvero pensa che la società lo abbia costretto a lasciare (e mi permetto di avere dubbi visto che, almeno su questo le parti concordano, c’era il contratto pronto da direttore tecnico). Poteva. Quasi doveva, nei confronti dei suoi tifosi, se era convinto di fare il bene della Roma. Ha detto che aveva un buon rapporto con il CEO, mi sembra un bel biglietto d’ingresso. Certo, ha detto anche che decide tutto Baldini, quest’ uomo che ormai è diventato un mostro quasi mitologico (e qua, sarebbe bene farlo parlare no? Qualcuno interessato? Nessuno? Ok).
Poteva, Francesco.  Che delusione. Farò un tifo infernale per Paulo Fonseca che si troverà a camminare su carboni ardenti ma la Roma andrà avanti. Con fatica, ma andrà avanti.
Anche, senza – scusa Francesco – anche senza Totti, quel grandissimo campione che non dimenticherò mai, che mi ha fatto innamorare tante volte e che mi ha deluso così tanto ieri, anche se adesso, lo so già, sta già capitando, ogni volta che lo vedrò in foto, sospirerò.
Daje sempre.

 

(chiedo scusa a eventuali romani e romanisti che dovessero capitare qua se mi son permesso di parlare di ‘romanità’, però ne avevo bisogno, uno sfogo, che a me Totti ha cambiato la vita calcistica ma questa è un’altra storia)

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L’incredibile fanta e la neve a Maggio

Il giorno che abbiamo vinto il campionato del fantacalcio, il mio Mister mi ha scritto: “L’incredibile è diventato credibile“.
Al fanta ho un Mister perché anni fa non avevo tutta questa energia per continuare a giocare con la serietà necessaria al gioco e quindi ho ‘assunto’ un amico, impartendogli la direttiva sacra (non si comprano giocatori delle strisciate, della Mapeiese e del Pavma) e consegnandogli, più o meno, la squadra in mano. Dopo tre anni di gavetta e di vane strategie, l’anno scorso abbiamo vinto il titolo.
Quest’anno, alla decima giornata avevamo diciassette (17!) punti di svantaggio sulla prima classificata.
Poi, è successo che abbiamo fatto la rimonta incredibile, appunto, e abbiamo vinto il titolo, per il secondo anno consecutivo, perfino con tre punti di vantaggio.
Abbiamo avuto abilità sul mercato aperto e il risveglio di un paio di giocatori fondamentali. Inoltre le rivali hanno rallentato molto il ritmo e ovviamente abbiamo avuto la fortuna giusta per vincere.
Oggi pomeriggio ho salvato il file che stavo scrivendo, ho aperto la porta per vedere se pioveva ancora e mi sono trovato davanti a un’altra cosa incredibile che diventava credibile. Stava nevicando forte. A 150 metri s.l.m., il cinque maggio. E ho ripetuto la frase del Mister ad alta voce, rivolto alla neve che cadeva o al vento che soffiava e dopo ho pensato che, meteorologia a parte, è una frase che potrebbe essere adottata come stile di vita, se uno ha un obiettivo, un piccolo sogno, non so, qualcosa da provare a raggiungere.
Con il Mister, “L’incredibile è diventato credibile” è già diventato il nostro motto e questo post non è una pagina di un manuale di self help di basso livello. Però, così, forse è vero, forse non si sa mai cosa può succedere. Forse bisogna crederci tanto come ha fatto il Mister che un bel giorno ha iniziato a scrivermi che il fanta campionato lo avremmo vinto noi. Ed eravamo ancora a otto punti dalla prima, con altre squadre in lotta per il titolo. E alla fine ci abbiamo creduto così tanto, che è successo. Abbiamo rimontato diciassette punti in diciotto giornate.
L’incredibile è diventato credibile. Magari ripeterselo a volte, magari sorridendo, magari imitando la voce potente del mio Mister, più alta e tonante sull’incredibile, più profonda , quasi stupefatta, sul credibile, fa bene. Forse, molto forse, nulla è impossibile.
Figurati, nevica perfino in maggio.

di certe domeniche, quando il calcio diventa letteratura

Che poi, pensavo, dopo una domenica in cui ho visto tante lacrime e tanta gioia applicata al calcio, che questo sport è pura letteratura. Chi si stanca di leggerne, o di sentirne parlare, per l’overdose mediatica, perché son poi sempre ventidue giovanotti che inseguono un pallone, perché è ‘l’oppio dei popoli‘, forse non comprende le emozioni, il peso specifico delle stesse, nelle vite comuni di molti. Forse oppio, ma quanto è buono.
Per esempio, in ordine cronologico, da una serie all’altra:
la promozione della Spal, anche se è di una settimana fa. E a me non piace la Spal, per questioni di tifo, di illogico campanilismo. Quando veniva a giocare a Reggio Emilia la prima cosa che dicevo sempre ai miei compagni dello stadio era: ‘Guarda che brutta, la maglia bianca azzurra non si può vedere‘. Eppure contro tutti i pronostici, la Spal vince la B, fa un doppio salto carpiato e arriverà nella massima serie. Immagina quel vecchietto di cui ho letto, un uomo giovane e forte l’ultima volta che quella che per me è una brutta maglia ha visto i campi della serie A. Immagina una sua intervista, sul filo dei ricordi, quanto può commuovere.
Poi, è vero, basta mettere insieme venti righe scritte degnamente ed è subito esile retorica pallonara, ma non è questo il punto.
Oppure, l’ultima partita di Francesco Totti. Una partita che stava pure andando male, soldi in meno nelle casse della squadra per un obiettivo non raggiunto, poi chissà come la partita la squadra la vince e può iniziare la cerimonia d’addio del ‘Capitano’, dove il giro di campo sono brividi sulla pelle, ogni pizzicore riporta a una carrellata d’immagini di quello che per me è stato il giocatore più forte degli ultimi venti anni di calcio italiano. E le discussioni da bar, legate a una frase del genere. Altra letteratura, da banco, bassa, se si vuole.
Immagina i romanisti che sono cresciuti insieme ai suoi gol, vincendo poco, sognando molto, parafrasando un passaggio della lettera che Totti ha letto davanti a uno stadio ai suoi piedi, lettera che contiene almeno una frase meravigliosa, ‘Concedetemi di avere paura’, anche qua letteratura, una riga che porta una leggenda a un livello umano.
E tutta la faccenda delle bandiere nel calcio, una questione importante, assurdamente romantica, in un mondo, non solo calcistico, che di romantico ha sempre meno.
Oppure, scendendo di parecchie categorie, dove i tocchi non sono ricami, i passaggi spesso sono sballati, un gruppo di ragazzi di paese che decidono di iscriversi al campionato di terza. Trasferte in macchine stipate, idolatria per pagine facebook che celebrano gesti ignoranti, fisici non certo perfetti che sputano sudore ogni domenica. Questi ragazzi vincono a sorpresa la coppa della categoria e conquistano una promozione, riempiendo di cocktail rovesciati il bar dove si ritrovano alla fine delle partite, con uno di loro che dice ‘Se sabato la Juve vince la champions, sarò meno felice‘ e lo dice con gli occhi che brillano, quasi non credendo, da juventino fiero, a quello che ha appena detto.
Infine, immagina la gente allo stadio di Crotone, sugli spalti e in campo. Dopo mesi di previsioni infallibili che ‘Non sono una squadra da A‘, dopo settimane in cui i punti fatti non bastavano mai, la salvezza un approdo troppo lontano come un miraggio, dopo giorni di speculazioni per il ‘bonus retrocessioni’, perché in Italia a pensare male non si fa peccato e la cultura o la lealtà sportiva sono spesso questionabili, quindi il Palermo, già retrocesso, doveva perdere per incassare più soldi e invece no, dopo tutto, il Palermo vince e il Crotone, che spesso devi cercare sulla carta geografica, niente, farà ancora un anno di A. Pura letteratura.
E alla fine di questa domenica di lacrime e gioie, so la risposta a una domanda che ogni tanto mi faccio, cioè sul perché da noi non si riesca a fare un film memorabile sul calcio.
La risposta è banale, come me, solo un appassionato che continua a credere nella piccola ma limpida bellezza delle gioie che ragazzi all’inseguimento di un pallone possono dare, sperando che la prossima di queste gioie sarà per la mia Reggiana, sperando possa arrivare alle semifinali playoff della Lega Pro.
La risposta è che quando l’estate è all’orizzonte e i campionati finiscono, in questo paese si scrive letteratura calcistica, sportiva, su pagine di erba verde, passando da uno stadio Olimpico, allo stadio con l’ospedale addosso, a uno risistemato in fretta e furia per stare nei limiti imposti, a quello con gli spogliatoi minuscoli che diventano enormi per celebrare piccoli eroi di calde domeniche.
E nessun film, difficilmente un romanzo, potrà essere più credibile, emozionante, appassionato, della realtà.

Arizona nel Paesello, ecco il Super Bowl

SuperBowl-49-TeamsForse sono abitudinario, però mi diverto.
Anche quest’anno, nel nostro paesello, nella solita casa, con mega schermo, parco rifornimento di patatine, sostanzioso rifornimento di birre, scatta il collegamento con gli US, questa volta nella assolata Arizona. Lo stadio dell’università di Phoenix è bellissimo, la partita sarà bellissima. Qua, gira al contrario dei big media che domani riempiranno l’internet di Katy Perry (canterà durante l’intervallo) e pubblicità e numeri di dollah.
A noi interessano invece altri numeri. Sei Super Bowl per Tom Brady che giocherà per la totale leggenda, record di dieci a zero per Russel Wilson contro QB avversari che han vinto anelli. Sherman o Revis, Beast Mode o Gronk. E tante altre chiavi di lettura per una partita dove, semplificando, si confronteranno la migliore difesa della lega (LOB!) contro uno dei migliori attacchi. I commentatori esperti, non io, dicono che dipenderà da due fattori, fra i tanti. Uno: l’offensive line di Seattle. Due: la difesa su Gronkowski. Ma questa partita secondo me è destinata a stupire. Esperienza in panchina, talento e forza in campo.
Tifo Seattle, perché l’anno scorso mi sono innamorato di questa squadra, ma NE quest’anno mi è piaciuta molto e di Brady posso solo dire meraviglie.
Pronostico personalissimo : Seattle +3.
Noi. I soliti quattro moschettieri che da anni si danno appuntamento in una notte fredda a fare tardissimo seguendo le traiettorie della palla ovale. Sulla tv gigante Fox sports, su questo Mac in prestito, Game Pass per non perdere nemmeno gli ad e pagina per aggiornare il post. Domattina saremo disintegrati ma felici, con gli occhi ovali.
Gasati? Ready?
John Legend e tale Idina Menziel cantano gli inni. Belichick per il quarto anello in felpona blu, Carroll per il back to back in felipna blu.
Sono le 00,30 calcia il kick off Seattle, let’s go!
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lettera a una tifosa della juve


acr(alla gentile signora tifosa della Juve che pochi minuti dopo l’inizio della prima partita del trofeo TIM, che vedeva di fronte i due squadroni più titolati d’Italia, ha chiesto ai ragazzi dietro di me, se potevano mettersi a sedere perché lei era la prima volta che veniva allo stadio e voleva vedersi la partita comoda)

Gentile signora, la risposta che le è stata data non è stata forse da gentleman nel tono, ma nemmeno da maleducati. Non so se lei ha capito ma non credo, visto che, parole sue, era la prima volta che entrava in uno stadio.
A casa nostra noi stiamo in piedi‘.
Proverei a spiegarglielo il significato di questa frase.
Noi, i mille, millecinquecento, poco più poco meno, non importa, che eravamo in piedi a sventolare bandiere di una squadra che non avrebbe giocato, in quello stadio ci abbiamo passato tantissime ore. Abbiamo preso l’acqua, preso gol, tirato insulti, perso tonsille, sudato e sofferto, gioito poco, vinto meno, ma in quello stadio, in quella curva, ci siam cresciuti, alcuni ci sono nati, sportivamente parlando. Per frequentare uno stadio, non abbiamo aspettato un torneo agostano in diretta tv. Per farlo abbiamo speso soldi (si figuri che alcuni li hanno spesi per contribuire a costruirlo, quello stadio) ma questo è il meno, abbiamo negoziato con moglie e fidanzate ore libere, conosciuto gente, stretto amicizie, fatto casino a volte, ma niente di particolare.
E mi raccomando, scacci subito immagini di delinquenza e etichette ‘ultras’.
Siamo (uso il plurale maiestatis, un vezzo, mi perdonerà) gente tranquilla per la stragrande maggioranza, due urlacci li facciamo dagli spalti, ma alla domenica a pranzo mangiamo i tortellini in famiglia. Siamo provinciali, ‘strapaesani’ come ci ha definito il ‘Corserone’ nelle colonne dello sport.
Lei, semplicemente, non può capire. E, davvero, la ringrazio per essersi poi messa in piedi a vedere la sua partita, accettando l’incomprensibile. Tanto, a sedere, avrà visto la partita dopo, che noi eravamo usciti perché quello che dovevamo dire, o mostrare, l’avevamo già fatto.
Abbiamo occupato pacificamente un posto che noi sentiamo nostro, per gridare che no, noi non dimentichiamo cos’è quel posto per noi. Una specie di dimostrazione politica.
Surreale sa, andare allo stadio per non vedere la partita. Quella non ci interessava. Si figuri quanto siamo strani. Abbiamo pagato quindici euro per non vedere una partita e al quarantesimo minuto siamo usciti. E già questo, lei, a mio modesto parere, fa fatica a comprenderlo. Lei, probabilmente, se la sua Juve non vincesse lo scudetto per tre quattro anni – boh, metta che la Fiat vada a male o che ne so (è solo un esempio, non una gufata) – non passerebbe un sabato sera d’agosto a vedere il calcio, andrebbe con la sua famiglia a mangiare una pizza.
Perché, con tutto il rispetto, ci mancherebbe, e spero lo abbia notato che non c’è stato un coro uno contro le squadre scese in campo perché, ovviamente, non era quello il nostro punto, il suo calcio è diverso dal nostro.
Il nostro fa rima con identità, orgoglio ed esserci, più spesso possibile se non sempre, anche in una serata così, sportivamente inutile per noi, sfilando in corteo (ci piacciono i cortei, non è la prima volta) e poi tifando per una squadra che lei magari non sa nemmeno che esiste o che il ragazzino spocchioso suo vicino di posto ha definito ‘sfigati’.
Bé, la nostra squadra esiste. Noi l’abbiamo rappresentata ieri sera. Fa la Lega Pro con risultati ridicoli da anni ma soprattutto esiste nei nostri cuori e nei nostri ricordi, sia che arrivi prima (quando mai) sia che, come capita spesso, arrivi fra le ultime.
Si chiama anche stare in piedi a vedere la partita appunto, si chiama non gradire un modo di vedere il calcio che sì, ha già vinto, ma che si può non accettare, o perlomeno discuterne l’essenza, spesso priva di valori etici e di radici locali, in un impeto di romanticismo sterile, passatista e assolutamente perdente, ma che preferiamo all’aridità di conferenze stampa dove si parla di ammodernamento delle tribune vip, sinergie e di ‘i tifosi accetteranno‘.
Un sentimento che nasce dal basso e non entra nella contabilità dei trofei vinti.
Si può non essere d’accordo con una narrazione dove importa solo essere là sopra, solo vincere, dove conta il ‘top‘, parolina tanto odiosa quanta abusata da media e tifosi ‘vincenti’ per segnalare l’importanza del loro prodotto.
La nostra narrazione è diversa da quella comune, quella appunto che vince, quella per esempio che oggi, sulle colonne del quotidiano sportivo più importante, ci dedicava quattro righe che contenevano una inesattezza e una balla clamorosa. Anche questo, per dirle quanto siamo poco importanti.
Però, le ripeto, quei gradoni dove lei voleva ci sedessimo, noi li sentiamo come una seconda casa, appartengono a noi e nessun imprenditore con tanti soldi quanta scaltrezza (le risparmio la storia delle modalità con cui una multinazionale, col plauso di istituzioni immobili e il silenzio di imprenditori locali, ha acquistato dal curatore fallimentare lo stadio) ce li potrà mai togliere.
Per il resto, spero si sia divertita, anzi ne sono certo. Di sicuro, più di tanto non l’abbiamo disturbata, lei la sua partita l’ha vista.
Ci scusi per un paio di vaffanculo a gente che se li è meritati e la finisco qua.
E chissà, magari ha sentito un briciolo del nostro sentimento, paesano e sorpassato oppure resistente e sempre emozionato, un sentimento positivo, comunque e magari le è scappato un sorriso, magari ha pensato ‘Bé, strani ma forti e colorati sti tifosi della Reggiana‘.
La ringrazio della pazienza e a presto.

(foto: FB, FaceRegia

Copa da Cerveja #9 (no final da viagem)

nove come il numero del centravanti, ruolo in crisi ma sempre ruolo importante. nove post e termina la #copadacerveja.
dal bar del paesello, racconti di birrette e partite del mondiale 2014
(qui, le puntate precedenti)

foto 3 (2)Come paganissimi apostoli, ci stringiamo in dodici al tavolo allestito nel bar. L’ordinazione divenuta instant classic nel tempo di un mese di mondiale è la solita, ma lo ‘spaghetto allo scoglio da asporto’ con bonus di frittura a parte, tarda ad arrivare. Spunta una  ‘vuvuzela’ in formato mignon, c’è eccitazione. Per lo #scoglio, per la partita.
Tifo diviso ma la maggioranza sostiene europeismo (battute noiose sulla Merkel parte) e il miglior gioco espresso dalla Germania nel torneo.
Arriva il fattorino, salutato dal classico boato della folla. Arriva anche il mio premio per essere stato quello che ha visto più partite (almeno sessanta minuti di partita valevano un punto) in bar.
E’ una bottiglia di ‘Bollinger Grande Annèe, vol.12%’, perlage abbondante.
Al primo sorso, il mio palato grezzo abituato ai birroni, non comprende. Troppo gas nelle bolle, un gusto stranamente amaro. Al secondo sorso, mi chiedo perché non ho mai pensato di diventare ricco per bere sempre e solo champagne di qualità.
L’ultima forchettata di spaghetto e inizia la partita.
Si parte con dell’energia da ambo le parti, Higuain servito da un tedesco la butta fuori, poi è quello che ci si aspettava. La GER prova a fare la partita, l’ARG attende spunti in contropiede. A pochi secondi dal fischio, capocciata tedesca che finisce sul palo, caccio un urlo belluino (sì, a me l’Argentina in questo mondiale ha fatto venire sempre sonno e poi ci sono molti giocatori tedeschi che mi piacciono e insomma, tifo spudoratamente deutsch).

live, from Argentina
live, from Argentina

All’intervallo, arriva un contributo #copadacerveja dall’Argentina in un tripudio di biancoceleste.

Nel secondo tempo, la partita cala d’interesse. Una miscellanea di rumori accompagna i pochi spunti. ‘Sì!’ ‘No!’ si mischiano a seconda del tifo. Poi entra Goetze che nei supplementari a ventidue anni segna un bel gol e entra nella storia del calcio. Messi tira l’ultima punizione alta, a Rio finisce il mondiale, vince la GER con merito e giustizia.
In bar, dopo un secondo netto dal fischio finale, parte per l’ennesima volta l’infinita, squisitamente da bancone, discussione su Messi, C.Ronaldo, Maradona, palloni d’oro, essere leader vs. essere decisivi e via discutendo con pacatezza ma anche parlandosi addosso urlando.
Poi, la vuvuzela in formato mignon fischia la fine del mondiale anche per noi.

Prima dei ringraziamenti, ecco una serie di premi, per celebrare la fine della #copadacerveja.

Miglior giocatore: ex aqueo, Lahm (l’invisibile ma fondamentale capitano, un premio al collettivo tedesco) – Mascherano (un muro umano lucido e più decisivo di tante stelle che han brillato ad intermittenza)
Miglior icona: la faccia insanguinata di Schweinsteiger, le lacrime di David Luiz dopo la bambola con la GER in semifinale.
Miglior gol: Van Persie e l’incredibile ‘videogamico’ colpo di testa contro la Spagna.
Miglior allenatore: Pinto con la sua Costarica che mette su una squadra ostica per chiunque.
Miglior gag in bar: il ramino che abbiamo fatto aspettando l’ultima partita di mezzanotte.
Miglior sonnolenza in bar: Barman Biére alle quattro di notte durante Costa d’Avorio-Giappone per poco non si rompe il collo con colpi di sonno a ripetizione.
Miglior look: i centrocampisti afro del Belgio, Wilmots e Fellaini.
Miglior birra del bar: Aitken original.
Miglior urlo del bar: la traversa colpita dal Cile all’ultimo minuto.
Migliore scommessina ‘in live’: gol degli USA e gli USA segnano all’ultimo secondo.

ultimo prosit
ultimo prosit

Finisce la copa che è stata sempre bella in bar, nonostante momenti di stanchezza, e calcisticamente bella fino agli ottavi, poi la palla diventa pesante, le difese più attente, le squadre più pronte e lo spettacolo è calato, non l’intensità, la narrazione, il pathos.
Ho visto quarantotto partite, bevuto un numero considerevole di birre tanto che mi è venuta la pancetta da birromane, ho ripreso ad ascoltare gli ‘Oasis’, perfetta colonna sonora pre partita, non sono diventato esperto di calcio ma ho imparato a dribblare le conversazioni da bancone di scarso interesse, ho scoperto che non prendo una scommessa che sia una (però all’inizio avevo detto ‘questo mondiale lo vince una europea’) e poi mi son fatto qualche nuovo amico e mi son divertito molto.
Questi mondiali non li dimenticherò presto e questa, non sembra, ma è una piccola, bella cosa.
Grazie a barman Biére per la resistenza fisica dietro al bancone, grazie a chi ha mandato contributi fotografici di birrette e partite e grazie grazie grazie ai ragaz del bar, voi sapete chi siete, per la compagnia, le chiacchiere, lo scoglio, le pizze, le scommessine, i commenti, le gag.

La sintesi della finale la trovi qua, belle foto qua  e poi un po’ di letture, metadone per non dimenticare questo mese di pallone.
L’analisi tattica della finale dell’Ultimo Uomo
L’eccellente ‘Cosa rimane’ di Rivista Studio
I ‘Noi vivamo per‘, i momenti , segnalati dai ragazzi di Pizzul Tumblr.
qui, infine, tutti i post della copadacerveja.

 

#scoglio
#scoglio

 

Copa da Cerveja #8 (semifinali, fra tonnara e noia)

battute finali della #copadacerveja. dal bar del paesello, birrette e partite del mondiale 2014
(qui, le puntate precedenti)

foto 2Martedì, 08 luglio. 21,54. BRA-GER.
Al termine, nella sovrimpressione con il risultato finale, sotto al numero sette, non ci stavano tutti i marcatori.
I nomi dei tedeschi goleador scorrevano come i titoli di coda per un Brasile senza gioco che lava con una prestazione vergognosa, l’essere stata una squadra pochissimo brasiliana con un centrocampo nullo, un salvatore della patria rotto e due centrali goleador.
Una mattanza che il bar accoglie con stupore e scarso entusiasmo, come se anche questo fosse stato sepolto sotto la chirurgica operazione di smantellamento perpetrata dai tedeschi in tenuta rossonera.
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