Alice, mò in dò vèt?

Forse Tim Burton avrebbe bisogno di una vacanza dal suo solito mondo per evitare che quanto fatto fin qui, molto, diventi una sorta di abitudine a cui, lui stesso per primo, pare non credere.
E dire che ci si era entusiasmati a vedere le prime foto. Potenza del marketing e anche fiducia in un regista che poche volte aveva fallito.
Invece, trasferire Alice nel paese di Edward mani di forbice e dell’immaginario “burtoniano” non va bene.
Pare un compitino realizzato svogliatamente, con qualche sprazzo di bellezza e tutto avvolto in una carta da parati che riveste un paese delle meraviglie povero di emozioni, fra funghi, orologi, cuori e pedine su una scacchiera dove i giocatori hanno poche idee vincenti e dialoghi davvero poveri.
Non è che sia proprio brutto, ma è troppo lineare, con un incipit incollato alla bell’e meglio, un finale che lascia a desiderare, senza grandi gag nè sorprese. Un film sciapo come un tè senza zucchero servito in una tazza con troppi buchi che non fai nemmeno in tempo a berne un sorso che è già sparito. Colpa anche del cappellaio matto di cui si nota il make-up e poco altro fino alla ridicola scena del balletto.
Da salvare lo stregatto a cui si è affezionati da sempre e la regina di cuori con la sua fissa per le teste.
Pare piaccia ai bambini e comunque incassa bene. Per me, una discreta delusione, un film assai dimenticabile. E questo è un peccato perchè un po’ ci si puntava, nonostante le enormi aspettative create da un marketing colorato e complice fossero già scemate a sentire i primi commenti.
Tim, riposati un po’, suvvia.

Ps.: onore sempre al proprietario del cinema del paesello che ha resistito alle multisale e resisterà al 3D, di cui, anzi, ha profetizzato la rapida scomparsa con solidi argomenti come “cosa vuoi mettere degli occhialini a dei bambini?”, occhialini che “pò i’en seimper sporc e costen dimondi e in van mia bèin”. (dialetto, come il titolo, per i non emiliani)

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L’isola che non funziona

Scorsese non si tocca. Chiaro. Uno dei registi più importanti di sempre, oserei.
Di Caprio non si tocca.  Uno dei migliori attori della sua generazione.
L’ennesimo connubbio fra i due però, trasportato su un’isola con un faro, non funziona.
“Shutter Island” è un film che non funziona perchè commette l’errore capitale di perdere me, spettatore, durante il racconto. L’inizio del film è molto bello, uno-due e voilà siamo dentro a un penitenziaro criminale pieno di misteri sotto nuvoloni carichi di pioggia e di, ancora, misteri. Musicona, immagini “creepy” e mani che si avvinghiano alla poltrona in attesa di cose fichissime che sicuramente accadranno.
Poi lentamente ma inesorabilmente, più il film procede nella sua “indagine” più perde intensità. Le cose accadono, spesso accompagnate da una musica ossessiva e che diventa francamente eccessiva, come a recuperare un pathos che si perde in un meccanismo narrativo che si sviluppa in maniera ripetitiva, vagamente forzata, fra eccessi di flashback o visioni o incubi.
Recitato con robustezza da tutti, anche se il buon Leo spesso eccede in manierismo, peraltro perdonabile. Tecnicamente e visivamente impeccabile. E ci mancherebbe. Soprattutto le immagini delle visioni/incubi sono molto belle ma restano un po’ fini a sè stesse, come un esercizio di stile che diventa ridondante.
Epperò, il film manca di sorprendere e non sarebbe un guaio (se la faccenda l’avevo capita io prima della metà del film, l’hanno capita in tanti dato che io non ci arrivo praticamente mai) soprattutto manca di emozionare, trascinandosi un po’ ripetitivamente verso il finale, carico di eccessivi spiegoni e di un guizzo che, anche quello, mi ha lasciato un po’ dubbioso. E, come detto, perde me, le mani non più avvinghiate alla poltrona, ormai curioso solo di sapere se ci ho preso o meno, riguardo al finale.
Non so, la materia (quello che accade nella mente degli uomini) è difficile da maneggiare, però il risultato non è all’altezza delle aspettative, alte per forza, ma quasi, e lo scrivo con sommo dispiacere, nemmeno degno di un sano divertimento che si limita spesso alla bellezza della messa in scena.
Peccato, Mr.Scorsese, ti si vuol bene lo stesso, no problema, capita anche ai migliori di sbagliare un film. (ripeto, non del tutto, ma abbastanza per bocciarlo).

Ps: ogni volta che durante il film si vede un faro o una scogliera, mi venivano in mente puntate della serie ambientata su un’altra isola, ma questo, lo riconosco, è un grosso problema mentale mio…

750 parole

750words è un sito che ti iscrivi e ogni giorno devi scrivere settecentocinquanta parole, appunto. poi se non lo fai non succede niente, non esplode il computer, non accadono tragedie. se invece scrivi almeno settecentocinquanta parole, guadagni una X nel calendario posizionato sopra allo spazio bianco dove scrivere, tipo un foglio di word, così puoi vedere il tal giorno quante parole hai scritto o ricordarti il giorno in cui sei stato pigro o che sei uscito o che ne so. se si scrive, non si vince niente, non si ricevono applausi, nè baci, niente di niente. è solo una specie di sfida con sè stessi, se si è interessati a scrivere, una sorta di pungolo per persone pigre o con poca costanza. le settecentocinquanta parole di stasera di argomento completamente casuale, diventeranno un post, per capire se davvero sono tante settecentocinquanta parole oppure no. vediamo, alla settecentocinquantesima parola smetterò di scrivere e non accadrà null’altro.   Continue reading “750 parole”