Australyawn ?!

Australia” è il filmone epicone di Baz Luhrmann. australia
Australiano lui, australiano gli attori, australiani i paesaggioni.
Yawn, appunto.
Il mio problema col film è l’inizio.
Non mi è piaciuto il registro e il tono da commedia in cui sono presentati i protagonisti e non sono entrato in empatia con la “faccenda dell’aborigeno”.
La “faccenda dell’aborigeno” è il gancio, il filo conduttore, il legame che unisce tutte le parti del film, con continuo richiamo e sottolineatura alla motivazione principale dell’opera, ossia l’amore, il rispetto, il debito verso la terra madre. Inoltre, la faccenda dell’aborigeno, serve anche da motore narrativo in vari momenti della vicenda, oltre a essere discriminante fra i buoni e i cattivi.
Non essere entrato in sintonia con l’aborigeno canterino è un stato un problema.
Poi, dicendo altre cose che metto in discussione del film, gli attori australiani.
Hugh Jackman è un figo della madonna e un ganzo e anche manzo ma come attore, non è che faccia sfracelli. Certo quando hai braccia e petto e sguardo e barba simili e ammali ogni donna in platea con un sorriso sventra-cuori fra un cazzotto e una cavalcata non servono altre qualità recitative, però mettersi in posa sempre per sottolineare la drammaticità del momento, non è bello. Nicole Kidman me la ricordavo più brava. E pare che anche lei abbia avuto perplessità riguardo la sua prova. Anche lei mette il visino e l’esile figura, di certo il registro umoristico non è il suo forte e forse è troppo magra.
Poi tutti i personaggi sono monodimensionali, ma da un film del genere non pretendo approfondimenti psicologici però spesso i personaggi risultano troppo caricaturali, vedi il cattivone.
La storia mescola avventura e romanticismo ed è molto prevedile.
Insomma è un classico film d’altri tempi, un pò troppo lungo, con pericolosi momenti in cui un filo di noia arriva.
E’ diviso nettamente in due parti abbastanza diverse, la prima dove la protagonista si trasforma da nobile signora inglese a capa-mandria e la seconda dove la guerra arriva e cambia un pò le carte in tavola.
Visivamente però è molto bello e Luhrmann si conferma un signor regista, maestro di super dolloni (mega dolly) con bonus di paesaggi mozzafiato e inquadrature da applausi.
Alla fine, fra molte riserve, film promosso, perché fa il suo dovere, un po’ di azione, un po’ di romanticismo, qualche lacrimuccia telefonata qua e là. Un film classico e questo alla fine è un merito, con un filo di prevedibilità di troppo, qualche applauso, qualche sbadiglio e che bel posto dev’essere l’Australia, dopo la pioggia soprattutto.
Peccato perché forse con più coraggio nello script poteva diventare un film epocale e non soltanto un film epico.

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Calibro otto ad Appaloosa

Nel villaggio polveroso, chiamato dai saggi del luogo per contrastare
le aappaloosangherie del cattivo di turno, arriva un nuovo sceriffo.
Armato di mano veloce, sguardo di ghiaccio e aiutante.
Ora, se l’aiutante è interpretato da Viggo Mortensen, l’attore davvero più figo in circolazione e se l’aiutante è dotato di un fucile calibro 8 (in pratica un canne lunghe a doppio colpo) che porta sempre con sè come fosse una seconda pelle, questo post potrebbe continuare semplicemente scrivendo “canne lunghe” “calibro otto” “viggo mortensen” a ripetizione.
Invece, fortunatamente, “Appaloosa” non è soltanto la grande interpretazione (o il ruolo che calza a pennello, fate voi) dell’attore più figo in circolazione, ma anche un bellissimo western di frontiera, dove per frontiera si intende un luogo dove la legge veniva fatta in cinque minuti con una firma in bianco per il nuovo sceriffo e dove le donne sono più pericolose delle colt.
Fra polvere, molta luce, paesaggi di stampo “classic western”, che qui sono sempre molto apprezzati, la storia si sviluppa sui conosciuti binari del genere con aggiunta di triangolo amoroso con cattivo a fare da quarto incomodo, in un piccolo villaggio del selvaggio west con protagonisti lo sceriffo tutto d’un pezzo Ed Harris in tripla veste di attore, regista, sceneggiatore (canta pure una canzone, stando ai titoli dicoda), l’aiutante di poche parole, fucile sempre, fedeltà e saggezza a vendere (un personaggio già da inserire nella galleria dei migliori dell’anno, vedi scena finale), la donna dalle gambe aperte e sorriso languido per ogni maschio alfa sia nei paraggi  e del cattivone di turno, un ottimo J.Irons.
Unico neo: Ms.Zellweger ormai non si guarda più davvero.
A parte l’imbruttimento notevole, il suo personaggio meritava una pallottola dopo circa quattro secondi, quindi, almeno funziona.
E comunque, canne lunghe, Viggo Mortensen, fucile calibro otto, cazzo.

Lasciami entrare (Let the right one in)

letLui è biondo e ha la pelle pallida e bianca come la coltre di neve che copre tutto e ha dodici anni.
Lei ha i capelli scuri e sporchi, gli occhioni altrettanto scuri a volte contornati da gocce di sangue e la pelle come una  corazza, perchè indossa maniche corte o cammina scalza nella gelida sera svedese e ha dodici anni “da un pò“.
Lui è timido e debole, vessato dai bulletti della scuola, solo con la madre e con le difficoltà di essere figlio di genitori separati.
Lei è forte, comprensibilmente scontrosa, sola con il padre che cerca di aiutarla a vivere e con le difficoltà di essere un vampiro in un mondo di umani.
Si incontrano, si annusano, fanno il cubo di Rubik, si conoscono timidamente e poi saldano un legame segreto, tenero, problematico e forte allo stesso tempo.
Tutto si svolge in una cittadina svedese piena di neve e solitudini assortite, nei non proprio ruggenti anni ottanta (*).
Lasciami entrare” è un piccolo film che si dipana lento ed intenso, con momenti in cui mi sorprendo emozionato mentre le immagini scorrono alternando esterni bianchi di neve e freddi di ghiaccio e interni pallidi e squallidi, tutto macchiato di sangue scuro e colpevole.
Non è un horror ma è una delicata storia di una particolare amicizia, inframezzata da squarci di violenza, fisica e morale.
Da ricordare il finale che spazza via ogni personale minimo dubbio sulla tenuta narrativa dell’ultima mezz’ora e soprattutto l’ultima inquadratura, che mi regala un sorriso di tenera bellezza e l’immagine più romantica su celluloide degli ultimi mesi.
Un piccolo film che rimane negli occhi e fortunatamente per noi pochi spettatori in sala, si ritaglia uno spazio nella programmazione del multisalone, cosa involontariamente simboleggiata dal fatto che all’ingresso, nella parata di cartelloni dei film in visione, a fianco le locandine due metri per uno dei filmoni hollwoodiani e dei filmacci natalizi italiani, la locandina del film svedese è un foglio A4.
Giuro.

(*) Penso io che l’ambientazione sia negli ottanta, causa abbigliamento, interni e una canzone in una scena. Potrei avere preso colossale abbaglio, me ne scuso con gli svedesi, nel caso…