Risvolti

risvLa fiamma bassa e leggermente tremolante sotto il bricco per scaldare l’acqua non fa alcun suono. La guardo mentre un esile barlume di luce passa dalla finestra lasciata appena aperta. Non ho nemmeno acceso la luce. Ho fatto tutto in penombra. Gesti abitudinari, eppure questa mattina è diversa. Di là, c’è lei.

C’è, lei? Magari mi ha sentito mentre mi alzavo. ‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’. Ho chiuso a chiave la porta ieri sera? L’ultimo dei pensieri, ieri sera. La luce del giorno mi arriva addosso violenta, mentre apro la finestra, svegliandomi del tutto. In pochi secondi sento simultaneamente il bisogno di mangiare qualcosa e il profumo di lei che sale dalla maglietta stropicciata che indossavo ieri sera. Chiudo la porta della cucina. Non vorrei svegliarla nel caso dormisse ancora. Fuori il quartiere non si è ancora ripreso dalla sua festa, in strada non passa nessuno, solo qualche uccellino svagato rumoreggia.

Ero tornato da pochi mesi. Il tempo di sistemarmi e l’estate aveva iniziato a picchiare duro sul cemento delle strade. La domenica mattina era stata la cosa più difficile da digerire dopo il mio ritorno. Dove stavo prima, era un giorno di ozio e pigrizia, fatto per famiglie che camminavano verso il mare, di pranzi con panini ricolmi di carne, birre a tutte le ore, fin quando l’alcool schiantava corpo e pensieri sulle sdraio che la gente si portava da casa. Il mare di un blu da cartolina rispecchiava la noia di ore che passavo dense di salsedine e chiacchiericcio, palloni da calcio che volavano da tutte le parti, grida di bambini. Qua, se volevi andare al mare, dovevi caricare la macchina, calcolare i tempi giusti per evitare la fila in autostrada, pagare ogni necessità, magari venire redarguito da solerti bagnini se sistemavi il tuo telo sulla spiaggia. Mi mancava andare al mare, ma avevo rapidamente ripreso le abitudini, altrettanto pigre e oziose, dell’abitante del quartiere che, al massimo, faceva quattro curve per andare a impelagarsi in una piscina all’aperto, troppo piena di ragazzini che si lanciavano in acqua, donne ricoperte di crema solare, zanzare e umidità padana. Quindi, alla domenica di solito me ne stavo in casa. Me ne sarei stato in casa anche quella domenica. Forse, però, sarebbe stata una domenica speciale.

Prendo una banana. L’abitudine di mangiare frutta al mattino appena sveglio è una delle belle cose che mi son portato dietro dalla vita precedente. Guardo il prato del campo di calcio davanti a casa. Spelacchiato e bruciato dai lunghi giorni di sole, qualche pozza di sabbia vicino alle aree di rigore che chissà se verranno sistemate prima dell’inizio delle partite del campionato amatori. Prendo un’altra banana. Chissà se le piace la frutta. Aveva fatto la schizzinosa davanti alle piccole chiazze carbonizzate della carne alla griglia, ieri sera. Poi però aveva mangiato tutto. Non che fosse un granché, le patatine però erano buone e lei si era macchiata la camicia con una lacrima di maionese caduta da uno spicchio rimasto a mezz’altezza mentre mi ascoltava.

Lei, ieri sera, mi ascoltava.

Prendo un piattino, appoggio la banana e ne taglio con precisione otto pezzetti. Aggiungo un filo di zucchero, come faceva mia madre quando ero piccolo. Energia, al mattino! L’acqua nel bricco ribolle. Verso un cucchiaio di caffè solubile e bevo a piccoli sorsi l’acquoso surrogato del caffè a cui mi sono rapidamente abituato. Sarebbe stata una domenica diversa? Esco dal cucinotto e prendo le sigarette che ho lasciato nella tasca della camicia, ancora appoggiata al divano dove poche ore fa l’avevo baciata.

Io, l’avevo baciata.

Mentre accendo, sento un leggero rumore dalla camera. ‘Tanto domattina non mi troverai più qui’. Avevo paura che se ne andasse? O volevo che se ne andasse? Torno in cucina, chiudo la porta. Verso un’altra tazza, accendo la sigaretta spalancando la finestra, perlustrando con lo sguardo il luogo dove son tornato.

Il quartiere. Ricordo bene, son passati pochi mesi, la prima volta in cui imboccai il sottopassaggio, sopra il quale transita con sempre minor frequenza il treno regionale. L’ingresso a questo quadrato composto da piccole vie, un puzzle immobile di case basse. La strada ne delimitava il confine, costeggiata dall’immarcescibile muro, eretto nei settanta per dividere la zona abitativa dalla fabbrica che dava da lavorare a molti abitanti della zona. Sulla sinistra della via, la mappa statica di poche attività commerciali. Il casaro che però aveva cambiato look al negozio, il fornaio, il bar che conserva aneddoti ubriachi di tante compagnie, la scritta Totip ancora sotto all’insegna. Poi, la chiesa con l’ampio spiazzo acciottolato dove piccoli chicchi di riso restano sempre incastrati in memoria di lanci celebrativi. La pizzeria che aveva cambiato nome, gestione, ma non il sapore dei suoi piatti. La strada terminava nell’imbocco dell’ultima uscita della circonvallazione con vista, dall’altra parte della strada, di un obbrobrio speculativo immobiliare. Ricordai le proteste, l’investimento sbagliato di mio padre, il cui unico figlio lo tradii scegliendo un lavoro a venti gradi di temperatura media, anziché un appartamento arredato. Girando a sinistra ritrovai le tante case conosciute, poi a destra, il circolo, che era stato di partito poi era diventato di tutti, il campo da calcio che delimitava il quadrato a est. Alla fine del campo, una distesa d’erba, una discesa e poi l’alveo ormai striminzito del fiume che divide la provincia da quella confinante. Sorridevo, mentre una sfilata di ricordi mi passava davanti, girando ancora a sinistra, trovandomi davanti la collinetta che portava ai binari, l’erba rovinata dallo smog ma resistente come i vecchi che si incontrano nel bar, sempre alla stessa ora, sempre con le carte in mano, i giornali che cambiano ma son sempre gli stessi da sfogliare, da commentare. Il quartiere. Sempre lui.

Prendo un kiwi, magari la frutta le piace. Lo pelo con cura disponendo gli spicchi di fianco ai pezzi rotondi della banana.

Una macchina rumorosa disturba la quiete fuori, innescando stranamente i ricordi di poche ore fa, le tante parole, i lunghi minuti passati fra quelle braccia sottili e abbronzate. Avevamo fatto elementari e medie insieme ma non eravamo nella stessa classe. Gliel’avevo ricordato, lei non ne era sicura, però era logico, i ragazzini del rione all’epoca facevano le primarie nella scuola vicina. Poi entrambi eravamo usciti dal quadrato, finendo nel capoluogo a venti minuti di pullman. Lei mi aveva confessato di ricordare di come ogni tanto la guardavo mentre aspettavamo l’autobus. Ricordavo anche io. Sguardi impacciati, prima che lei si sedesse vicino ai ragazzi più grandi che le tenevano il posto, mentre io mi mettevo con gli amici a chiacchierare di calcio e musica. Magari non era vero che ricordava, l’aveva fatto per flirtare, ma ci era riuscita benissimo.
Ricordavo tutto. Anche una sera in cui partecipammo in tanti alla sua festa di compleanno al circolo, dove in fila per farle gli auguri dopo che tutti avevamo gridato ‘Sorpresa!’, non riuscii a darle un bacio sulla guancia perché lei all’improvviso era impegnata con uno del classico che l’aveva presa in braccio per portarla chissà dove. Dall’imbarazzo, me ne andai. Poi ci parlammo davvero. Per la prima volta, sul pullman, un pomeriggio in cui entrambi avevamo perso la coincidenza. Chiacchierammo come se ci conoscessimo da sempre ma era la prima volta che andavamo oltre un educato ciao. Lei raccontò di come doveva recuperare un’insufficienza in una materia, io raccontai delle mie difficoltà a giocare da titolare nella squadra di calcio della parrocchia.

Verso altra acqua nel bricco ancora tiepido, mi scopro sorridere ricordando l’urlo ‘Ragioneria!’ con cui lei ricordò l’aneddoto, facendo girare la tavolata di vecchietti di fianco a noi. Immagino, o scorre acqua anche in un’altra parte della casa?
‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’.
Forse si è alzata, pronta ad andare dal figlio che la aspetta. Magari è distrutta dai sensi di colpa, oppure ha solo un leggero mal di testa per il troppo alcool della sera prima e sta rannicchiata sotto le coperte. Guardo il piatto, sposto con il coltello i pezzi del kiwi e prendo una pesca. La pelo e compongo una sorta di bandiera di una repubblica centro africana. Bianco, verde e giallo.

La seconda volta che parlammo fu pochi giorni prima della mia partenza per il militare. Ci trovammo per caso fuori da una festa che era diventata una bolgia di ubriachezza e balli scatenati. Presi una bottiglia di vino scadente e uscii, avevo bisogno di silenzio. Non volevo partire, ero terrorizzato dall’idea di un anno di naja, come la chiamavamo, una parola che oggi non esiste più. Me la trovai nel parcheggio. Fumava una sigaretta. Era bellissima, con una maglietta blu e jeans neri coi risvolti sopra a un paio di scarpe coi lacci. Era vestita come quasi tutte le ragazze di fine anni ottanta, eppure lei sembrava più elegante.
Ci sedemmo per terra, appoggiati a una macchina bianca, bevemmo e ci raccontammo delle nostre paure. La mia del militare e la sua di andare all’università a Milano. Lì, la vidi spaventata. Avrebbe dovuto lasciare il ragazzo, le dispiaceva ma la vera paura era che nel quartiere era la più bella, mentre nella grande città sarebbe stata una come tante, sicuramente una sconosciuta. Eravamo solo due ragazzi di provincia, che avevano ascoltato troppi discorsi che erano una via di mezzo fra l’incoraggiamento a uscire dal quartiere e racconti terribili sugli scherzi nelle caserme o sulle difficoltà che si incontrano nelle università di prestigio. Avevamo solo paura di crescere, tutto qua.
Un anno dopo tornai a casa, iniziai a lavorare come molti nella fabbrica al di là del muro, in produzione. Facevo i turni e i primi soldi. Lei, rimase in città. La vidi solo per pochi minuti, a un paio di matrimoni di amici comuni, come stai, tutto bene, ci vediamo dopo. Ci vedemmo sempre molto dopo. Poi accettai un lavoro in un altro continente. Le poche volte che ero tornato avevo scoperto che si era sposata, con un ricco commerciante. Poi, tornai. Mi ero stancato, e mia madre era malata. E poi rimasi.
Tornò anche lei. Divorzio, un figlio a carico, ma non abitava più nel quartiere. Con i soldi del divorzio aveva preso un grande appartamento dall’altra parte della cittadina. Ieri sera però è tornata anche lei nel quartiere.

Il caffé è pronto, lo verso nella tazza più bella che ho, tutta bianca, senza scritte.

L’avevo vista appena arrivata. Vestita come una ragazzina anche adesso. Jeans bianchi coi risvolti, scarpe basse, una camicia blu. Sembrava imbarazzata, sforzandosi di non darlo a vedere, mentre molti sguardi si posavano su di lei. Mi avvicinai, salutai le amiche che l’accompagnavano e poi rimasi con loro a cena e dopo cena rimasi con lei, provammo balli impacciati in un girotondo di mazurke tutte uguali, mentre a volte arrivavano amici di un tempo che la vedevano, salutavano, domandavano. Lei mi guardava, come dire ‘Salvami’, io le facevo di no con un dito. Poi rimanemmo fino a quando il gruppo smise di suonare. ‘Ricordi quella sera, quella festa, prima di partire per Milano?’ Ricordava e mi sembrò che un velo di nostalgia le passasse sugli occhi. ‘Andiamo’, disse.
Percorremo le tre strade buie dal cortile della sagra al circolo che era sempre lì, uguale eppure diverso. Qualche ragazzino nottambulo ci squadrò quando arrivammo, irrompendo nel loro territorio. Ci sedemmo nel prato, ricordammo ancora.
E poi, accadde. Feci quello che non avevo avuto il coraggio di fare quella sera di tanti anni prima, annebbiato dall’alcool, la voglia che faceva a pugni col senso di onore verso quel ragazzo che all’epoca era un mio compagno di squadra, la stella, la migliore ala destra che le giovanili del quartiere avessero mai prodotto. Lui, la stava sicuramente cercando nella festa mentre ci raccontavamo le nostre paure e adesso, poche ore prima, a un’altra festa, l’aveva salutata, con un imbarazzo eccessivo, mentre aveva un bimbo in braccio e la sua compagna come un gendarme dietro le spalle. Avevamo riso di quel momento. Due stronzi che avevano solo visto un pezzo di mondo, altri quartieri, che non perdevano l’occasione di sentirsi più grandi, soprattutto io, che assaporavo una specie di rivincita incassando un imprevisto assegno di stima post datato.

La baciai. Sapeva della sambuca doppia che aveva ordinato mentre la band di cover anni novanta che aveva dato il cambio sul palco si impegnava, mentre sotto gente di ogni età ballava. Poi, finimmo sul divano di casa. Io seduto le chiesi di alzarsi, lei sembrava timida, inibita, ancora con la grazia di una ventenne che non è sicura se concedersi sia la cosa giusta. Le tolsi i jeans, i risvolti le si incastrarono nei talloni, le mordicchiai le gambe, prima di alzarmi, prenderla di peso e portarla nel letto. Lei dopo, mi sorprese, prendendo il controllo, cambiando essenza, la donna matura che sa cosa fa. Una luce di sfida le aveva attraversato gli occhi mentre lo diceva. ‘Tanto domattina non mi troverai qui’.

Avevo sentito un rumore? Una porta che si chiudeva?

Guardo l’ora, tiro fuori una brioche dal suo involucro e la metto su un altro piattino, l’unica marmellata che ho è di mirtilli. Chissà se le piacciono i mirtilli. Apro la credenza, prendo il vassoio buono che mia madre usava per servire il caffè alle sue amiche. Metto i piatti, la tazza e esco dalla cucina. Passo davanti alla porta di casa e noto che le chiavi sono ancora nella serratura. Se fosse uscita non me ne sarei accorto. Arrivo davanti alla porta della camera, ancora chiusa.
Respiro, ripenso a tutto quello che mi è passato per la testa.
Apro la porta.

 

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gennaio, playlist (prima parte)

 

(prima playlist 2016, in due parti, che gennaio è lungo, si sta molto sul divano e si va al cinema appena si può, fra feste e freddo)

 

At the movies

Carol
La storia della relazione fra la borghesissima, occhi glaciali, cappotti bellissimi, Carol e la giovane spiantata, occhioni di ingenuità e passione giovanile, Theresa, è un film tecnicamente perfetto, elegante, fotografato e recitato benissimo (ciao Cate Blanchett, quaggiù ti si ama e dovresti essere guida per molte quarantenni che si ostinano a vestirsi da ventenni, ma non c’entra) che dagli anni cinquanta in cui è ambientato porta una delicata storia d’amore. Eppure, ogni volta che ci penso, mi manca un pezzo. Troppo perfetto, nonostante il tasso ‘romance’ giusto, per farne davvero un film indimenticabile. Peccato. Tre stelle e mezza.

Assolo
Pieno di metaforoni e di buone intenzioni, l’opera di Laura Morante non riesce a centrare il bersaglio pieno per colpa di quei difetti (recitazione sopra le righe, spiegoni a nastro, scorciatoie facili) che caratterizzano spesso il cinema italiano e per una certa mancanza di coraggio. E’ una lieve commedia su una cinquantenne in crisi, fra famiglie allargate, piscanalisi, la patente come simbolo di libertà, il tango come ultima spiaggia per incontrare ‘lui’. Poteva essere qualcosa di più, manca di incisività e probabilmente non la cerca nemmeno, anche se è lì a un passo. Nella fila sotto di me, un gruppo di signò si è molto divertito, quindi bene. Due stelline e mezzo, la prossima volta Laura, la regia lasciala a qualcun’altro eh.

bsLa grande scommessa
Il disastro dei mutui subprime del 2008 raccontato con brillantezza, usando abili scorciatoie negli spiegoni necessari a orientare lo spettatore nei ‘tecnicismi’ dei marpioni di Wall Street e per raccontare che esistono tipi avidi stupidi e tipi avidi intelligenti e quasi umani. Un film che ti fa pensare di essere diventato più intelligente di quando eri entrato in sala. Ruffianeria? Nel mazzo di attori tutti bravi, spicca Steve Carell, ottimo. Da vedere, quattro stelle e mezzo, poi tirare qualche insulto al ‘sistema’ o alla stupidità. Sarebbe quasi da proiettare nelle scuole, sezione educazione civica. (Ps.: secondo me, il paragone con ‘Wolf of Wall Street’ è piuttosto sbagliato, stesso campo di gioco, ma tutto diverso. Poi, non son mica un critico)

Il ponte delle spie
Spielberg e Hanks confezionano un film rassicurante, classicissimo, quasi un omaggio a un cinema di un’altra era. Tutto bene, Tom benone, manca un po’ (tanto?) di coinvolgimento, c’è un grosso pilota automatico lungo le due ore ma hey, classicone, tutto bene, tutto preciso, ricostruzioni d’epoca, buoni, cattivi e finti cattivi. Già visto, ma ok, anche perché era il film delle feste per i signò, quindi, tre stelle.

 

 

Sul divano

 

Stellan Skarsgård, senti che nome nobile e possente. L’avete visto fare lo scienziato chez Marvel ma ha fatto altre cento cose, anche l’amichetto di Lars Von Trier. Qua tiene un clinic di recitazione nella parte di un detective inglese che vede la gente morta. Letteralmente. No, non è Bruce Willis, azione ce n’è poca. C’è ambientazione, che è molto meglio, perfetta (anche se mi sembra sempre che il british crime odori di pioggia, disagio, relazioni sociali al minimo e compagnia bella, come se l’Inghilterra non fosse mai uscita da una cupa epoca vittoriana, e non credo lo sia, ma scrivo cose a caso).
River è bellissimo. Una storia che ti si appiccica addosso con un filo di giusto disagio. E’ su Netflix, solo con subs inglesi, per ora, ma fate lo sforzo. Or, ‘Pretend…

Sherlock
La serie dedicata all’investigatore di Baker Street diventa un film per riannodare il discorso. Si prende il tempo di giocare, autocitandosi alla grande, e di scorrazzare nel diciannovesimo secolo alla caccia di un’omicida particolare. Molto bello, con la puntuale classe dei due creatori della serie, la voce e gli occhi di Cumberbatch e tutto il contorno di ottime caratterizzazioni.
Prossimo appuntamento, gennaio 2017. Certezza & Can’t wait.
Ps.: è passato anche al cinema. Nulla contro gli ‘eventi speciali‘ ma, insomma, come si fa a doppiare The Batch? Eresia. E, se non avete visto le precedenti puntate, bé un ‘previously on‘ non basta.

Making of a murderer
Proprio nei giorni delle feste sono apparse su parecchi siti che fanno ‘la tendenza dell’internet‘ molte recensioni che esaltano questa serie. Che è un documentario su una storia vera di pessima giustizia. Un tipo viene incastrato dalla polizia per omicidio e si fa parecchi anni di carcere. Quando esce, dopo che han scoperto che no, non era stato lui, le sue vicissitudini giudiziarie non sono affatto terminate. Molto interessante, storia incredibile e tutto. Però io coi documentari devo avere un problema, troppo realismo, interviste, verità, che è bella ma insomma, in una serie tv, è come se avessi bisogno di fiction. Confesso che l’ho abbandonata. Dopo quattro episodi e mezzo. Magari la riprendo eh, anzi, ne scrivo apposta. Comunque, pare che il mood documentario dominerà il 2016 per i fans delle tv series, quindi, preparatevi, se interessati.

Fargo
Se ne hai viste un buon numero, dopo anni che guardi le serie, secondo me ti costruisci un palato piuttosto fino. A meno che tu non sia solo fan di guilty pleasures e seriacce che passano sulla Rai. Uno dei pochi appuntamenti degli ultimi anni che mandano quel palato in sollucchero è questa serie. Ticchettio di macchina da scrivere che annuncia ‘storia vera‘, nevischioso Minnesota, 1979, Kirsten Dunst favolosa moglie nella coppia più cretina vista negli ultimi anni su schermo e tanti altri personaggi strani, pazzi, pericolosi, che si muovono in ambientazioni perfette. Insomma una bellezza vista proprio nei giorni un cui anche la pianura padana assomiglia al Minnesota. La storia? Non importa, ma qualche cadavere, poliziotti integerrimi, criminali psicopatici e sciocchi. Cinque stelline, signori.
(qua, c’è una ottima recensione seria)

 

 

 


Sul comodino

Le prime quindici vite di Harry August – Claire North
Probabilmente ci sono libri che esigono una lettura rapida. Non tanto perché pieni di personaggi, informazioni, particolari, quanto per il ritmo che imprimono alla storia, un ritmo da assecondare, come battere il piede a tempo. Questo libro probabilmente è uno di quelli. Purtroppo, a dicembre, quando lo iniziai, non ho avuto il tempo e le prime pagine mi son sembrate troppo filosofeggianti per il momento dicembrino, ricco di impegni. Inoltre, le storie in bilico sulla ‘linea temporale’ mi fanno sempre venire mille domande, logiche e pratiche, da ‘Ritorno al futuro’ in poi. Questo libro parla di un uomo che muore e poi torna a vivere, ripartendo sempre dal punto di partenza, come in un gioco di società o un videogame dove muori e riparti dall’inizio, con lo stesso scenario del primo muro, del primo lancio di dadi. Harry trova lungo le sue quindici vite uno scopo superiore e un nemico ‘particolare’. Alla fine mi son letto le ultime ottanta pagine di filato e mi è piaciuto molto. C’è brillantezza narrativa ed emotività ma non l’ho apprezzato fino in fondo, per quella mancanza di ritmo all’inizio che, colpevolmente, ho avuto. La media fa tre stelle, ma probabilmente, son di più.

 

Ti telefonerò

telefono‘Allora, tanti auguri’.
La frase, sempre identica, apriva la porta a una pausa che da quarantadue anni accompagnava la stessa telefonata.
Nella pausa c’era il ricordo che entrambi, senza saperlo, condividevano. Loro due, su una spiaggia, l’ultima sera di una breve vacanza. Lui, con i pantaloncini blu, che camminava con le mani dietro la schiena, pensando a una frase ad effetto da dire, in quelli che erano gli ultimi momenti della loro conoscenza. Lei, con un costume intero, a ventun anni. Quasi una vita. Eppure. ‘Ti telefonerò‘ disse lui, prima di chiudere quei quattro giorni in cui si erano conosciuti, si erano parlati, si erano piaciuti, non si erano mai toccati. Solo quell’abbraccio sulla battigia, impacciato, come a non voler rovinare l’immagine che poi avrebbe avvolto quelle telefonate.
Un’estate sbiadita dal tempo, eppure il ricordo di quel momento era sempre presente, quasi tangibile.
Dopo quell’estate, lui conobbe quella che sarebbe diventata la moglie. Lei, dopo quell’estate conobbe l’uomo che avrebbe sposato. Una coincidenza che venne raccontata nella prima telefonata. Lui, la ricordava ancora. Il dubbio se chiamare, fuori una nevicata clamorosa. Lei non se l’aspettava, ma ne fu lieta, riconobbe subito la voce.
Chiamava sempre lui. Le sue parole, anche dopo tutto quel tempo, all’inizio della conversazione incespicavano nell’incertezza di essere accolte con gioia. Poi, si raccontavano. Lui non ne aveva mai parlato alla moglie, certo che non avrebbe capito. Lei lo aveva raccontato al marito, che non capì.
Lui raccontava dei figli e dei successi come allenatore di squadre giovanili. Lei, di figli e di un matrimonio devastato dai tradimenti.
Si raccontavano e mentre parlavano, le ombre di due giovani su una spiaggia erano di fianco a loro, ancora in costume da bagno. A volte, le possibilità di vite non vissute scorrevano al loro fianco.
Non si erano mai più visti. Lui a volte se lo chiedeva, come sarebbe stato, certo che lei non se lo chiedesse. Lei a volte se lo chiedeva, certa che lui se lo chiedesse.
Lui telefonava sempre alla vigilia o il 23 dicembre, oppure, se lei non aveva tempo, l’ultimo giorno dell’anno. Lì, lei trovava sempre il tempo, al massimo posticipava la telefonata.
Sorridevano alle loro immagini che avevano a fianco, si raccontavano i cambiamenti dell’età, ma era quasi un peccato. I capelli grigi non donavano a quel ragazzo un po’ impacciato ma sorridente che aveva fatto sospirare una giovane studentessa universitaria. I chili persi dopo un paio di operazioni  non donavano a quella slanciata ragazza che aveva entusiasmato l’erede dell’alimentari di famiglia.
Gli anni passavano, arrivarono i cellulari ma loro si sentivano sempre sul telefono fisso. Una costante.
Avevano mantenuto il ricordo. Un cristallo con dentro un’immagine, un gioiello grezzo incontaminato, incorruttibile, perfetto perché privo di imperfezioni, compromessi, incomprensioni, levigato solo dalle possibilità di futuri aperti in linee temporali che non avevano vissuto, una specie di sogno puro.
E una volta all’anno quella porta si apriva. Lei, aspettava la telefonata. Lui, era puntuale.
Non era nulla, ma era qualcosa di prezioso.
Due secondi di silenzio, il tempo che quella porta si chiudesse con un soffio.
‘Auguri anche a te’.