una limo bianca piena di parole

(premessa) Nel 2004 lessi ‘Cosmopolis’. Non avevo mai letto niente di DeLillo ed ero innamorato di una donna con gli occhi verdi. Mi innamorai anche del libro che lessi per due volte di fila anche per raccontarlo alla donna con gli occhi verdi che invece adorava McGrath che io non ho mai letto, nè allora nè tantomeno dopo. (fine premessa)
‘Cosmopolis’ è un capolavoro profetico sulla dissoluzione di un singolo e della società che questi ha contribuito a costruire. E’ scritto superbamente e ancora oggi quando vedo una limousine bianca che da noi vengono usate o per nozze triviali o per notti di compagnie ubriache, penso al protagonista, quell’uomo seduto da solo sul sedile di pelle di una limousine appunto bianca.
Di solito cerco di separare il film e il libro da cui viene tratto perchè non ha senso paragonarli, ma in questo caso è il regista stesso che me lo impedisce.
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la vita comune, colorata in sfumature di b/n

Tracce di writers armati di polaroid e gioventù notturna, sfocate, entusiaste e poi sfatte di lunghe notti.
Volti di immigrati sul suolo italico, seri al limite dell’arrendersi ma domani sarà sempre un altro giorno.
Una città indefinita raccontata con sfondo di grattacieli in costruzione o in distruzione che se non lo leggevo non avrei mai detto fosse Istanbul.
Mosca sì, fra simboli di un passato fin troppo riconoscibile e frammenti di un presente da decifrare fra manifestazioni, rughe piene di memorie e visi giovani al confine di una trasformazione ancora a metà.
La luce nera che domina su spazi bianchi arriva da una Grecia immersa in una patina di nebbia scura che si stende su vetrine, fabbriche, acque, mobili, avvolge il difficile momento, lo rende quasi affascinante.
La nascita della repubblica in immagini di un Italia che non c’è più ma dove ci si riconosce, fra foto di scena di maestri del cinema che abbiamo avuto e splendide facce di bimbi già vecchi, ritratti di famiglie numerose, simboli politici che non ci sono più ma forse son ancora qui.
Spiagge giganti, nude, bianche, affollate e sovra esposte.
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Palco n.25 OR.1/D (Pt.X, the Piano Solo chapter)

Programma: doppio Schubert intervallato da opera di compositore francese. Esegue al pianoforte, in splendida e potente solitudine, eccellente interprete contemporaneo di origine rumena.

Prego, maestro: inizia il concerto e, come si dice, cala il buio in sala. Però più buio del solito. I fari laterali al palco sono più bassi, solo uno dei tre sopra al palco è acceso. Ci si prepara ad accogliere le note, temo piangeroni dopo avere letto il programma. Sai com’è, la musica romantica…
Entra il protagonista della serata. L’avevo già sentito anni fa. Sempre uguale. No cintura, no cravatta, giacca e pantaloni un po’ stazzonati, la serietà scolpita in un viso che sembra non avere mai conosciuto un sorriso. Barba e capelli bianchi. Incedere marziale. Si appoggia al piano, un inchino breve. Si siede. La sedia con schienale leggermente imbottito di tela color arancione sporco, piuttosto brutta, è una cosa che non metteresti mai in casa eppure si vede che per lui è il posto dove suonare. Tre secondi di attesa ad occhi chiusi mentre la sala si fa silenziosa sala e PLOOONN…
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(no title)

Ma vaffanculo. Certe notizie arrivano come botte improvvise, all’inizio non fanno così male, poi appena ci pensi un secondo ti si apre una voragine. Dice, ‘eh non lo conoscevi‘. Eccome se lo conoscevo. Era quella voce che mi ha accompagnato, insieme a quella dei suoi due compari, per lunghi anni della giovinezza e poi fino ad oggi che un disco come ‘Paul’s Boutique‘ lo ascolto una volta al mese perchè è un dovere. Nell’86 uscì il loro primo album, avevo sedici anni e quell’anno andai al mio primo concerto. Il disco aveva la copertina che se l’aprivi vedevi il disegno di un aereo schiantato al suolo. “Ciao, sarò uno dei tuoi amori musicali, mi vuoi?” “Hell, yes”. Pochi mesi dopo ero su un palco insieme ai miei due amiconi di una vita, a una festa studentesca a fare una cover di ‘Fight for your right‘. Eravamo stupendi e decisamente troppo avanti per il paesello. E quel concerto a cui non andai perchè avevo la febbre alta e piansi dalla rabbia e la trasfertona di ore in macchina per vederli in un’arena e fu bellissimo e indimenticabile e il concerto a Milano altrettanto memorabile. E non sto qua a riepilogare tutti i momenti, tutta la figaggine, lo spaccare, la capacità, la passione, l’intelligenza e la grandezza dei Beastie Boys. Una delle migliori band di sempre, period.
E quarantasette anni sono sempre maledettamente pochi per ammalarsi e poi morire.

R.I.P. MCA e grazie.

we have the Avengers

Un amico in totale buona fede mi ha fatto lo spoiler di una delle tante scene fichissime contenute nell’attesissima, imponente trasposizione cinematografica dei Vendicatori. Pensava l’avessi già visto e alla fine mi ha fatto quasi un favore spingendomi a vederlo proprio ieri sera. Così finalmente posso smetterla di dribblare i tweet  e posso leggermi i vari post che ho in coda che ne parlano e che saranno più utili di questo perchè cosa vuoi dire a un film così?
Non so.
Che ‘The Avengers‘ spacca e non credevo spaccasse così tanto? Che Joss Whedon è l’uomo giusto al posto giusto e sì ci si sperava ma non era per niente facile? Che il bilanciamento fra i vari protagonisti è un’alchimia quasi perfetta? Che perfino Tony Stark mi è diventato simpatico, che le prime due volte che l’ho incontrato mi dava un po’ noia la sua eccessiva baldanza? Che anche ‘Legolas’ ha un senso e occupa un sacco lo schermo che non credevo?
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a me, young adults

 ‘Hunger Games‘ è un film destinato per quel pubblico definito dal marketing ‘young adult’. Se cerchi su wikipedia il termine (abusato ormai ma non su questo blog quindi mi auto assolvo) trovi tre opzioni. Un altro film che sembra una commedia e invece è un quadro drammatico di una donna disperata che si avvicina ai quaranta, che non c’entra ma un po’ sì; un termine utilizzato in psicologia per definire uno stadio di sviluppo comportamentale che c’entra già di più se non altro come bacino d’utenza del film; una forma narrativa per teenagers, sì ma non solo.
La storia è tratta da un romanzo che non ho capito bene se ha avuto grande successo in Italia ma negli Usa, dove fra l’atro il film sta facendo sfracelli al botteghino, sì,
Il pubblico in sala, formato da una coppia di quarantenni (me e il mio pard di visione) e molti ventenni (in prevalenza signorine con borsetta all’avambraccio e accompagnatori con sciarpetta al collo) segue appassionato.
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