Fallo te un film in una cazzo di bara

Ero curiosissimo di vedere questo film. Naturalmente per IL motivo. Il film si svolge tutto in una bara. O in una cassa. Di legno. E basta. Sempre lì. Mai fuori. Sempre in mezzo ad assi di legno.
Oggetti in dotazione al personaggio che gli tocca sorbirsi quella che è la peggior situazione di tutti i tempi, ossia trovarsi in una fottuta bara, o in una fottuta cassa, sotto terra: accendino modello zippo, matita modello matita, cellulare modello blackberry. Senza sapere perchè. Tutto qua.
Novanta minuti di claustrofobia pura.
Non che l’idea fosse originale. Su due piedi mi viene in mente un vecchio film con jeff bridges, l’episodio di ‘C.S.I.’ diretto da Tarantino e sempre il nostro regista ‘bad motherfucker’ che seppelliva viva la sposa nella seconda parte di ‘Kill Bill’. Insomma di gente sepolta viva se ne era già vista, ma mai per tutto un film.
Una sfida vinta, perchè il film funziona, perchè non ci si annoia mai, perchè scatta l’empatia col personaggio, perchè tenere novanta minuti di un film dentro a una bara secondo me è un’impresa, da qui il titolo del post che è poi una gag fatta all’uscita del cinema.
Adesso io dovrei addentrarmi nello specifico della trama, ossia di quello che succede, ma non mi va poichè non vorrei mai rovinare le sorprese. Eppure mi son trovato con la voglia di applaudire quella che è la scena d’azione migliore in uno spazio chiusissimo e mi son scoperto a mordermi le labbra nel bel finale e non solo. Tutto qua. Novanta minuti, una bara/cassa di legno. Un film vincente e avvincente. E pazienza se qualcuno dirà che è un puro esercizio di stile oppure che il brodo viene allungato. Qui si applaude il regista spagnolo che si è inventato storia, tensione ed inquadrature (anche divertendosi molto, pare) e l’attore che si è prestato alla sepoltura, ennesimo belloccio ‘made in hollywood’ che pero’ quando c’è da recitare sa il fatto suo.

Ps.1: il mio accompagnatore mi ha fatto notare che il regista nelle interviste ha tenuto a sottolineare come si tratti di una cassa, non di una bara. Pero’ scrivere o dire ‘bara del cazzo’ suona meglio e rende meglio l’idea.

Ps.2: e delle cose belle dell’andare al cinema in orari in cui la gente tende ad essere ancora al lavoro, perlomeno nel nostro ‘distretto’. Ore 18,20: parte il rullo. Io dico ‘Dai’ perchè mi entusiasmo con niente.
Appare una scritta.  ‘A film by james mangold’.
Mh?!? WTF?!? Sguardi di sorpresa prima e terrore poi. Oh, cazzo, abbiamo sbagliato sala, diciamo all’unisono, mentre il capello e la nuca di tomcruise compaiono sullo schermo. Ci precipitiamo fuori. Il mio pard è più veloce e chiede informazioni. Sospiro di sollievo. Falso allarme. Il proiezionista aveva messo la pizza del film programmato nella stessa sala per le otto e mezza. Robe così, d’altri tempi e di programmazioni bizzarre. Rientriamo, ridendo molto, con noi la coppia di pensionati in libera uscita che ci aveva seguito nella convinzione di avere sbagliato sala e finalmente entriamo nella bara. O nella cassa.

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(non) bruci la città

La città vista dall’alto è ordinata ma più ti addentri nelle sue vie e più scopri un groviglio di incroci tortuosi e legami complicati.
La città è piena di banche che oltre ai clienti, si sa, attirano rapinatori.
Nella città ci sono maschere usate per nascondere volti e intenzioni, a volte sono maschere che non ci si accorge di indossare e sono le volte peggiori.
Nella città ci sono facce scolpite dal tempo, un tempo che a volte pare essersi fermato.
La città è carica di simboli, di storie e di un passato che ritorna a riscuotere pegni, a ricordare debiti, a scoperchiare segreti.
La città è complicata ma offre occasioni per riscattarsi, per amare, per fuggire, per tornare.
Nella città ci sono poliziotti all’inseguimento, senza sconti per nessuno.
La città è piena di donne che si sa, a volte, portano guai.
E la città (The Town) è un film classico nel senso nobile del termine. Non inventa nulla ma interpreta con innegabile forza e spavalda sicurezza, soggetti e argomenti classici o già visti, irlandesi cazzuti vagamente imparentati che rapinano banche, trattandoli con energia visiva e profondità emotiva. Merito di una bella storia ispirata da un romanzo, un ritmo perfetto e l’interpretazione di un robusto cast di attori fra cui la brava e bellissima Rebecca Hall e il sempre più convincente Jeremy Renner.
Tutto sotto la guida di Ben Affleck trasformatosi da bellimbusto da blockbuster, in regista sensibile ma potente di film che ci piacciono (qui si prende con merito pure il ruolo di protagonista principale).
La città piacerà sia alle donne per la parte sentimentale (e per Jon Hamm) ma non solo per questo e piacerà agli uomini per la parte ‘macho’ e per l’azione (e non solo per questo).
Quindi, fidatevi e portateci i vostri amichetti/amichette.
E questo è il cinema americano che dovrebbe vincere sempre, non solo al botteghino.
(ma chissà, qui non c’era di certo la fila per entrare in sala, anzi…)

Fotografia di un matrimonio

I wanna know, have you ever seen the rain..

ci sono mani appiccicose di vino frizzante rovesciato a furia di brindisi e di autan spruzzato per tenere lontane le fetide e rapacissime zanzare che ancora infestano la campagna in una giornata un po’ umida, ma col sole e una festa tutta intorno. ci sono piedi doloranti di scarpe troppo stringate o tacchi portati troppo a lungo da ragazze non abituate a vedere il mondo da sopra un tacco otto. ci sono cravatte allentate, ciocche di capelli che si sono ribellate alla messa in piega del mattino, fiori alle orecchie e non più agli occhielli delle giacche non più stirate, vestiti da damigelle macchiati di vino o da uno sbuffo di buona e gialla crema nuziale. c’è un gruppo di ragazzi e ragazze sotto a una luce fasulla al neon ricoperta da una tenda carica di umido che illumina la pedana dei musicanti. i suonatori sono stanchi, han dato molto, si limitano a battere le mani. le chitarre son riposte nelle custodie, i microfoni sono stati regalati a improvvisati ma intonati cantanti. si metton pezzi da cd di compilescion che sono piccoli bignami per un sing-a-long trionfante e un po’ ubriaco. e parte un brano che tutti conoscono, un pezzo di una band americana dei primi anni settanta quando il rock nasceva anche grazie a loro. hai mai visto la pioggia? oggi per fortuna non se n’è vista, grazie, no. e mentre guardo questo quadro tanto reale quanto astratto nel suo momento di perfetta sintesi di un matrimonio, penso anche che forse questa canzone è l’albachiara degli americani ma forse no e comunque vasco c’è sempre da queste parti e si canterà dopo. e il momento perfetto accade per magia. è il momento con il sorriso della sposa sospeso in una pausa di un ritornello di una canzone incisa quarant’anni fa mentre il suo sposo alza un braccio al cielo, i bottoni del gilet che sforzano le asole, e accompagnato dai suoi amici di una vita canta a squarciagola che il microfono chissà dov’è finito. accade con gli occhi chiusi del padre dello sposo quasi a ringraziare per una giornata quasi perfetta, che per la perfezione c’è sempre tempo. accade nelle chiacchiere di una coppia che si interrompono come sorprese da un canto di gioia. accade in un bacio regalato proprio in quel momento dove tutti sanno che il ritornello si abbassa un po’ di tono. e ci vorrebbe la foto che centinaia di scatti di macchinette digitali e obiettivi professionali di tutto un giorno non riescono a riprendere, perchè sono attimi dove non ci sono pose, secondi che scivolano via dalle pellicole e si imprimono solo nei ricordi se uno riesce a vederli. l’attimo fra una frase e l’altra di un ritornello letteralmente semplice a sottolineare il senso di una festa in una giornata senza pioggia. è un attimo, con quella luce, quelle mani, quel vestito non più così bianco, quelle guance rosse, i piedi che saltano, le bocche spalancate, due labbra che si sfiorano, occhi che sorridono.

…comin’ down on a sunny day.

(Felicità, sposi meravigliosi)