Per pianoforti (e percussioni)

(ho visto un concerto, te lo racconto) 

Due sorelle francesi. Arrivano sul palco quasi sommesse, lo sguardo basso. Da lontano si assomigliano, sembrano gemelle. Una indossa un completo con pantaloni tutto nero, l’altra una specie di vestitino rosso, che pare tagliato da una bambina inesperta di forme, sopra a una maglia di pizzo, quasi una punk lady degli anni ottanta. Entrambe hanno i capelli neri, crespi, lunghi, irrequieti. Non sono gemelle, forse sono due streghe eteree come la musica che suonano, pallide in viso come i tasti bianchi dei loro pianoforti, in contrasto col nero lucido del coperchio alzato dello strumento stesso dove il loro pallore si specchia in uno scarto cromatico quasi inquietante. Le code dei pianoforti sono affiancate, quasi incastrate fra loro, le forme forgiate con legno d’acero si sfiorano. Visti dall’alto sembrano comporre un simbolo di equilibrio, un abbraccio di lucente e producente armonia, due parti fuse di un motore di musica in movimento.
Sedute, si guardano separate da casse armoniche, corde e tasti. Sorridono. Le streghe, se son streghe, son buone e cominciano a suonare.
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File under: film che non ho apprezzato

Il film di Zach Snyder è come un cioccolatino Lindt, uno di quelli rotondi e grossi, avvolti in una carta stagnola invitante, il colore acceso ammiccante. Peccato che dentro anzichè una delizia al contempo morbida e corposa, una gioia per il palato affamato di golosità, il cioccolatino, peraltro piuttosto costoso, del ‘visionario’ regista di [seguono titoli] abbia uno spessore risibile, si sbriciola subito mostrando un ripieno che, surprise, non c’è.
Un film vuoto di un fortissimo senso estetico e un fortissimo senso del riciclo avvolto in uno schema smaccatamente ripetitivo e con il delitto capitale di risultare noioso.
Un film senza un’oncia di passione, trovate visive non più, ormai, così ‘visionarie’, fra uno spiegamento di gonnelline, bellezze di plastica ma anche plastiche per affrontare balletti battaglieri, dialoghi  che paiono scritti da un teenager sgraziato e poco ispirato. Tutto sottolineato da un fiume inarrestabile e rumoroso di musica tipo rock monocorde, inutilmente e vanamente epica.
Al  termine, una spennellata di vago senso filosofico attaccata al tutto col più scadente dei bostik aumenta lo stupore per la realizzazione di un film così br, no, non è che sia brutto. E’ solo noioso.
Caro Zach, basta ralenty e basta scriverti i film, grazie.

 

Forse non l’ho capito. E’ questo il primo pensiero che ho avuto al termine della visione. Forse mi è sfuggito il senso, forse non era serata. Oppure ho il cuore di pietra. Tratto da un libro che non solo non ho letto ma di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza, ‘Non lasciarmi‘ è un filmone drammaticone spudoratamente romantico punteggiato da paesaggi in super technicolor e silenzi interiori e gran stormir di fronde, tutto avvolto da un effluvio di note di viole e violini che strappano commozione col timer e tentano di annodare la gola.
Lo scenario ‘fantascientifico’ in cui si muovono i tre protagonisti è soltanto accennato ed evita di specificare un paio di cose secondo me utili alla comprensione della storia, lasciando in primo piano aspirazioni sentimentali e destini ineluttabili e facce segnate del trio di attori.
Insomma, belle immagini, attori intensamente tristi in un dramma amoroso dove accade poco e che non mi ha nè appassionato, nè emozionato. Nonostante i violoncelloni.
Oppure non l’ho capito. Oppure ho il cuore di pietra.

D+DD = Dcube

Beth Ditto ha occupato per un paio di anni le pagine di ogni blog o rivista musicale che si rispetti entrando di peso con la forza di una voce potente e soul in un corpaccione debordante esibito spudoratamente. Con la sua band prende punk, disco, ci piazza una valanga di bassi dritti ed esce con un album che in un amen la catapulta nell’empireo delle popstar (circa). Disco così così, voce super, gestione dell’immagine, eccellente. Music & look, pare più look, visto che il secondo disco non ha entusiasmato. Ora, ha fatto un Ep nuovo, non l’ho ascoltato, dicono sia diverso, recupererò.

I Duran Duran hanno occupato per anni le menti e le fantasie delle teenager della mia generazione e di quella successiva. Ricordo ancora perfettamente una discussione animatissima durante un intervallo fra due compagne delle superiori, che se non sono arrivate a strapparsi i capelli era soltanto perché le stavamo guardando tutti. Una, era paninara totale (eh, già, son passati gli anni…) in preda a una sbandata per gli Spands (ricordo ai disattenti o ai nati dopo il novanta che gli Spandau Ballet erano – nell’immaginario collettivo più o meno anche allora pompato da giornali e prime videomusic che si inventavano una mezza rivalità di cui, ora come allora, non mi interessa nulla – i rivali di LeBon e soci) contro una dark alle prese con una crisi di coscienza di musica e look, alimentata da troppi poster di ‘Cioè‘ con in copertina i belloni dei DD.
Alla fine della discussione mi chiesero, sapendo che ero a conoscenza della materia: “Chi ti piace ti più?“. Io, secco: “Duran, senza dubbio” ottenendo cuoricini sul diario da parte della dark quasi convertita al pop e il disprezzo della paninara e delle sue meches ricciolute.
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Brava gente: Rango, Micky & Olive

(note in libertà sui film che ho visto recentemente, qualche spoiler, tre-due-uno, via)

Una lucertola che inganna il tempo inventandosi sceneggiatore e regista delle proprie solitarie avventure, si trova per caso a viverne una vera, forse più grande di lui. Indosserà cappello e stivali da cowboy per cucirsi addosso il ruolo che gli cambierà la vita.
Rango‘ è un film strabiliante. Visivamente la computer graphic è meravigliosa e le magiche manone di un colosso come la ILM per gli effetti e gli occhi di Roger Deakins, il maestro delle immagini di solito assoldato dai Coen Bros., come consulente per le riprese, credo abbiano dato un grosso contributo alla realizzazione incantevole di un polveroso ammasso di umanità animale, sporche e assetate ai confini del wild wild west, re-interpretato al computer. I personaggi sono uno spasso, tutti arricchiti di piccole caratterizzazioni, trovate brillanti, polvere, denti marci e vara umanità da manuale del western. L’eroe è classicamente il tipo catapultato in una situazione imprevista.
C’è un momento dove il film entra pericolosamente in un territorio mistico, cosa che probabilmente spiazza i bambini, che comunque si erano già diveriti assai, io forse di più, con le acrobatiche evoluzioni delle vivaci e scattanti scene di azione, ma è un momento intelligente di gioiosa citazione e spericolato incrocio fra generi e un ulteriore omaggio al genere western. Inquadrature, ambientazioni, battute, tutto è un omaggio ai film con gli speroni addosso, soprattutto a Sergio Leone, ma questo diventa un pregio, una sorta di riscrittura con lucertole e cento altri animali che rinnovano il mood e i caratteri tipici delle storie west. Personalmente, se mi dai un western ben fatto, io ci entro con tutti gli stivali e questo sono due film in uno.
Un ottimo western e una commedia d’animazione brillante, divertente, appassionante. Cosa volere di più? Il cinema del paesello che nel giorno dei festeggiamenti per l’unità espone la bandiera, alla faccia dei poveracci che blaterano di separazione? C’era pure quella, stesa sopra l’insegna, in un impeto di cine-patriottismo. Cuore gonfio di gioia, voglio uno Stetson a  tesa larga, yuppi!

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(musica) Una sera, due concerti (classica)


(…con babbicciu ci si conosce e frequenta anche fuori dalle pieghe del web. Ieri sera dovevamo andare insieme a vedere i ‘Mogwai’ a Bologna. Poi, le nostre strade si son divise. Stamattina, ci siamo lanciati una ‘sfida’ reciproca. Scrivere un post, in dieci minuti, sulla serata. Poi li abbiamo frullati un po’. Questo è il risultato di una serata passata ascoltando due concerti di musica classica)

Ieri la buona musica ha fatto l’amore con le mie orecchie.
Dai, cos’è uno yogurt frullato nelle viscere del post rock e del caldo torrido dell’estragon?

Partiamo dalla fine? No.
Partiamo dall’inizio. Meglio.

A questo concerto dovevo andare con il mio mentore stagione 2010/2011. Ma lui credeva che io avessi preso il biglietto anche per sé. Io invece credevo che se lo fosse procurato attraverso altri amici. E io pensavo che saremmo andati là in pochi. E lui credeva di dovermi tirare il bidone perché all’ultimo si è ricordato di avere altro concerto in programma, stesso giorno. Infine si arrovellava su come piazzare il biglietto che io non avevo in più. Psichedelico.
Dovevo andare a un concerto ieri sera, lo aspettavo da mesi. I ‘Mogwai’, la band col nome di un pupazzo di un vecchio film che può diventare maligno, la band che è co-responsabile di una nuova scrittura rock e della nascita per imitazione di pessime cover band che coprono mancanza di ispirazione con chili di riverberi fuzzosi, infine, una band che, come dicono quelli di ‘bastonate’, fa stare bene stando male.
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Drummers in Paradise

Dietro, come si dice, alle pelli, fino a quando una fastidiosa tendinite non mi ha impedito di proseguire con costanza e decisione, ci davo dentro, per dirla in termini tecnici. Non con gran abilità o fantasia, ma cercando di divertirmi e di non perdere, ehm, il ritmo.
Dalla prima sessione di onde sonore sparate sul gomito per sciogliere la calcificazione, mi diletto saltuariamente in anarchiche, spesso disastrose ma sempre divertenti jam session con amici.
E negli ultimi giorni mi è capitato di pensare a persone o cose relative a questa mia, diciamo, passione.

L’altra sera si è andati a sentire il gruppo di un amico con cui ho suonato qualche anno fa. Ora l’amico ha fatto campagna acquisti e si è preso nella band, come gli consigliai dall’alto della mia ‘esperienza’, un batterista giovane ed entusiasta. Il ragazzo prende lezioni da quello che è stato il mio, eccellente, maestro di tanti anni fa. E suona mancino e aperto. Ossia, così. Non proprio così, chiaro, ma è giovane e promettente, chissà, potrebbe anche diventarci, così.

E poi c’è un altro chitarrista che proprio ieri sera mi chiama e dice che ci dobbiam trovare per fare un po’ di macello. Si esprime così, ma suona con energia ed entusiasmo. E sia, che c’è pure la saletta comoda e libera la prossma settimana.

E poi proprio stamattina ho incrociato un ragazzo a cui saltuariamente e con la poca capacità didattica che possiedo, ho dato qualche lezione nei mesi scorsi. E’ un po’ che non ci si vede però mi ha detto che adesso riprendiamo. E va bene.

E poi arrivo a casa metto su un disco con dentro trombe, allegria e una bella batteria funkettosa come piace a me che ho sempre sognato di suonare in una band così invece mi son capitate cover band di musica italiana o di greatest hits del roghenroa. Colpa mia che mi affezionavo alle persone con cui suonavo.

E mentre penso a tutte queste cose di batteria degli ultimi giorni mi siedo qua, apro la posta e proprio mentre mimo in ‘air-drumming‘ un beat, mi arriva una mail con un link.
Apro. Vedo. Wow.
Probabilmente il paradiso dei batteristi è proprio così. Un enorme spazio bianco con mille tamburi e un sacco di tempo per provare nuovi fill o per battere il record di quattrocento colpi (cit.) su quattrocento tamburi.
Correndo, pure. Meraviglioso.

(molte grazie per l’assist e il video: Solidair)

Ps.: sull’internet naturalmente c’è un sacco di roba per imparare. Fin dai rudimenti
Ps2.: si ringraziano i musicisti presenti in questo post. You know who you are, guys. Ah, fossi in voi aprirei i link, poi ne parliamo…