Succo di frutta (Recuperi #3)

Ci sono cose di cui si perde il sapore.
Come mangiare una pera. Ricordi com’è una pera ?
Sì, chiaro. Forma classicamente “perata” e colorito tendente al giallognolo mixato verdognolo.
Bè, certo, se ti piace e se la mangi tutti i giorni, conosci perfettamente il sapore di una pera.
Però, se non la mangi da un tempo tanto lungo quanto incalcolabile, perchè una sinapsi anarchica delle papille gustative, o un ricordo qualunque, o per una scelta politico/mangereccia hai scelto di non mangiare la pera, allora ti dimentichi com’è.
La pera E’ buona. E succosa, grumosa, gustosa.
Minuscoli granelli si infilano in ogni piccolo interspazio fra i denti, in una polvere di gustosi cristalli impazziti. La polpa si ferma sul palato formando per un’attimo un piccolo grumo che, deglutendo, costringe a un salto mortale di gioia le papille di cui sopra, sbalordite di ritrovare un ricordo che non c’era in un dimenticato assaporare.
E, la banana?
Filamentosa, compatta, dolciosa. Giallognola e, tocca dirlo, fallica. Pezzi compatti di frutto gongolano sulla lingua per poi rapidamente sciogliersi in un lampo di masticazione. Glom!
Quando mai decisi che certa frutta non faceva per me, quando mai e soprattutto chi ha dato il permesso per questo sciopero del gusto ?
Chi è stato ? Domande senza risposta. Irrilevanti, ora che la forma “a pera” di cui si vantano pure parecchie signore (a ragione, ci mancherebbe) e la forma già sottolineata della banana, hanno ripreso a ballare, davanti ai miei occhi mentre passo dal bancone della frutta, mentre mi fermo davanti allo scaffale dei dolci in mensa.
Ballano e ammiccano, abbracciate in un tango fruttuoso, irridenti e maligne, felici della loro rivincita nel gusto del giusto.
Sanno che casualmente, inconsapevolmente, sono tornate nelle mie grazie.
Ballano e ammicano, aspettandomi.

Dell’aridità di cervelli e di seminatori marci.

Poi dice il cazzone che legge “Libero” : “E’ solo una battuta”.
Peccato che certe battute, più sono stronze, grevi, ignoranti, pesanti, più attecchiscono nei cervelli di minorati mentali, pronti ad assorbire ogni plateale boutade, spacciata come grande battutona da una specie di seminatore, tanto per scomodare una banale metafora a sfondo religioso, dato che il tipo là a volte si è spacciato per essere l’unto di un signore grosso. Peccato che i suoi “semi” siano tendenti al marcio in partenza e poi continuino a cadere su teste composte di enormi distese di terreni rocciosi, notoriamente inadatti per la crescita di nuove forme di vita intellettuale e quindi pronti solo ad ospitare, momentaneamente, fino alla prossima mescita di semi marci, il verbo battutaro del predicatore nano.
Ora, passato lo sfogo (motivo del post) il piccolo aneddoto della sera. Continue reading “Dell’aridità di cervelli e di seminatori marci.”

Recuperi # 2

Non si fuma. Non si fuma più.
Non si cerca. Non si cerca più.
Si spera che qualcuno fumi al posto mio.
Si spera che qualcuno cerchi al posto mio.
Altirmenti tutto andrebbe in fumo e chissà se sarebbe poi così male.
Altrimenti tutto resterebbe fermo, immutabile. E chissà se sarebbe poi così male.
Groviglio e aggroviglio parole informi senza motivo, quasi per abitudine.
E il resto. Manca.
Tranne che in sogni deboli, sfocati da sveglie notturne.
E il resto. Passa.
Fra tracce musicali simili a madrigali folk che raccontano storie lontane immerse in armonizzazioni pop di pregiata fattura e pezzi di memoria di un barbuto cantautore che si è chiuso in un capanno e ha impresso lamenti amorosi per chitarra e voce di grezza ma corposa bellezza.
Autunno di calde foglie cadenti appese ad accordi in la minore.
Mentre intorno, la polvere di troppe corse per inseguire orari e obiettivi non così, davvero, importanti.
Mentre intorno, poca pioggia per scrostare la polvere sulle strade e dai pensieri di passeggeri troppo legati al programma di volo, che cambia mentre non cambia l’equipaggio. Innaturale equazione.
In fondo, un corridore solitario arranca verso la pianura. E’ l’ultima collina, l’ultimo avvallamento. Ha quasi perso il passo, ha quasi perso il significato di quella che doveva essere un’impresa mentre si rivela una lotta insignificante contro se stesso. Un tempo erano doni inutilizzati per non perdere il ritmo del passo, lasciati dai tifosi lungo la via. Una volta erano feste e giubilei un po’ sussurrati per non intaccare la concentrazione del corridore. Ora. Nulla. Gente che lo scansa, pozzanghere che lo accolgono. Schizzanti.
Dov’è la folla, la leggenda, la storia, il senso, l’impresa o il senso della stessa.
Lo guardo con un binocolo, faccio un tifo blando. Fossi in lui mi fermerei, respirerei, aspetterei la pioggia per portare via un po’ di polvere, chiederei un passaggio anche se le macchine sono poche e se sono, sono troppo impegnate a mantenere il proprio contegno di congegno meccanico su ruote.
Potrebbe chiedere a una nuvola, chissà. Magari passa di là, dietro l’ultima collina. Magari passa di là, bassa e silenziosa, vaporosa e comodosa.
Passasse, una nuvola. Sarebbe un segno.

Recuperi # 1

Ora solare. E giallo. Esco dall’ufficio e tutto è giallo. Le luci dei lampioni. Le sfumature delle foglie che ancora resistono. Un semaforo. Lampeggianti che segnalano lavori in corso. La giacca di una ragazza in bicicletta mentre attraversa le strisce pedonali. La pettorina di un signore che porta a spasso il cane, pelo bianco, in mezzo a tutto questo giallo che sfuma nell’arancione a volte. Pelo bianco in mezzo a macchine disinteressate dal passaggio del cane. C’è qualcosa di divertita decadenza nell’immagine di questo piccolo cagolino, col pelo riccioluto, mentre si ferma, annusa, piscia. Sfrontato, verso le macchine in fila, dentro a una bomboniera di grigio smog e giallo ombroso.
Sempre giallo di lampioni impettiti e sbiaditi in mezzo al grigio sopra le nostre macchine. Arrivasse una astronave farebbe parte del paesaggio. Forse. Oppure è una fusione di colore sfocato che vedo solo io.
Un pensiero a questo autunno che non arriva, oppure è arrivato lento quasi per non disturbare. Cambio di armadi che non arriva. Il suono dentro la macchina, è uno xilofono. Cioè in mezzo al suono, una cosa jazz neanche troppo impegnativa, risalta lo xilofono. Le note mi arrivano addosso. Sono piccole palle pelose di una certa consistenza che gocciolano solleticando sopra le spalle, scendendo lungo le braccia. Confortevoli. Delicate e rilassanti. Quasi un balsamo, mentre la lunga serie di fari bianchi procede nella mia opposta direzione, cambiando lo spettro della luce, la tonalità del colore in un banale bianco intenso ma freddo. Poi torna quel suono, torna la morbida sensazione, tornano pure le luci gialle quasi arancioni ora e le foglie di quell’albero vicino che sono rosso vinaccia. Non cedono all’ora solare, al giallo, all’autunno in ritardo.
Lottano contro l’orologio, il grigio. Resistendo.