E guardo il mondo da un oblò

Impossibile scrivere di ‘Vallanzasca‘ senza metterci in mezzo ‘Romanzo Criminale‘.
Responsabili ne sono l’evidente humus da cui nascono entrambi i film, la narrazione di una vita criminosa cambiando l’accento e i luoghi, non il regista e l’attore protagonista; la vicinanza (eccessiva?) fra l’uscita del film e il termine della serie, fattore che anche senza volere fare paragoni fra le due opere porta inevitabilmente a trovare qualche similitudine, pure narrativa; l’aggravante del mio pard di visione che ha appena iniziato a vedere la serie sulla banda in una delle tante repliche che passano sul satellite. In pratica nel tragitto verso il cinema si parlava del Freddo e del Libano e dopo pochi minuti e una breve fila si era dentro a un altro romanzo criminale italiano.
Detto questo, il film mi è piaciuto. Niente di memorabile ma un buon film di genere, con un paio di difetti evidenti, come una apparentemente inestirpabile abitudine a cercare una connessione narrativa con l’adolescenza e l’uso di qualche didascalia superflua, ma anche momenti brillanti. Si racconta la storia del bandito lombardo con grande profusione di cadenza milanese e scene d’azione ben girate e con montaggio serrato. Questo stando sempre addosso al personaggio, un bravo KRStuart che ci mette il fascino necessario e l’eleganza per il ruolo (e si è pure scritto qualche battuta, stando ai titoli di coda) ed è attorniato da un bel cast di comprimari. Ho apprezzato di più la seconda parte, la prima l’ho trovata a tratti frettolosa.
A volte al duo regista-attore scappa una strizzata d’occhio al personaggio. Certo, si entra in empatia con il cattivo apprezzandone, con una punta di colpevolezza, il senso criminale dell’onore e questo lo fanno tutti i buoni gangster movie, ma il film mi pare non sia portatore di messaggi assolutori o false mitizzazioni.
Il titolo del post è un banale omaggio a una scena del film e le musiche sono di una notissima e per me noiosissima band italica. Il commento sonoro durante il film è a tratti eccessivo ma nel complesso buono, mentre il brano finale è inascoltabile.

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Bi Gei (a football tale)

Nei primi due quarti la squadra ospite domina, mostrando un gioco chirurgico fatto di comodi passaggi ‘nella tasca‘ che fruttano solo due touchdown di vantaggio. Nel terzo periodo calano un po’ permettendo ai padroni di casa della gelida Chicago nella giornata delle finali di conference, di avere una chance per recuperare la partita, dopo un piccolo dramma in panchina. Il quarterback titolare gioca una partita pessima, poi si infortuna. La riserva gioca due azioni offensive una peggio dell’altra. Entra la riserva della riserva. La carta della disperazione. Giovane ed inesperto. L’emozione gli passa nel tempo di raggiungere il centro del campo e lanciare un incompleto. Poi gioca in fretta, non pensa alla responsabilità e lancia bene. Chicago segna. Meno sette. C’è la possibilità di assistere ad una di quelle storie che diventano epica istantanea. Il panchinaro che dal nulla potrebbe portare in finale la sua squadra.
Ultimo quarto, terzo tentativo, cinque yard da conquistare. Un fazzoletto di terra concimato di speranza per i tifosi di casa  che incitano la loro squadra dagli spalti brinati.
Il cronometro ticchetta implacabile.
I giocatori sono sulla linea.
I loro polmoni sputano adrenalina mista ad aria che è un soffio gelato.
Piegati in formazione paiono un gruppo di tori pronti a scontrarsi. La palla, snap, schizza verso le mani del quarterback.
Il bello del football americano, fra le altre cose, è che la difesa svolge il suo compito anche attaccando mentre l’attacco deve anche proteggere il suo ‘regista‘. In questo (parziale) ribaltamento dei ruoli spesso accadono le prodezze che poi vengono consegnate alla piccola storia della partita, a volte dello sport stesso.
La linea di difesa dell’attacco non tiene l’enorme pressione della linea difensiva che carica verso il quarterback. C’è anche un blitz da un lato. Il lancio parte sotto pressione, ma non è preciso.
BJ è un omone gigantesco di un metro e ottantacinque per centocinquantatrè chili. E’ la sua seconda stagione come difensore di Green Bay. Una macchina di carne e muscoli pronta a tritare ogni ostacolo. BJ è indietreggiato di qualche passo dopo lo snap. Il ricevitore gli è dietro e l’ovale gli arriva fra le braccia come un regalo. E’ un po’ sgraziata la corsa di BJ che alza il braccio, la mano, il pallone, a mezz’aria, quasi ad indicare a se stesso la via verso la gloria, verso il momento che per lui è storico quasi più che per la sua squadra. BJ corre 18 yarde con la sua panciona che sobbalza, il quarterback in un disperato tentativo prova a togliergli la palla dalle mani, proprio mentre il fiato di BJ sembra venire meno nel freddo dell’Illinois. Troppo tardi. La palla passa la linea. Touchdown.
BJ fa un balletto, regalando a sè stesso una gioia goffa e genuina, una danza spontanea, muovendosi come se avesse un immaginario hula-hoop intorno al ventre carico di hot dog e ore di palestra. Ridicolous, come hanno scritto i giornali Us oggi. E stupendo. Poi arrivano le classiche pacche e high-five dei compagni.
Noi saltiamo sulle sedie, urliamo e ridiamo. BJ giocherà il Superbowl e come ogni anno non ce lo perderemo. Personalmente avrò un occhio di riguardo per questo gigante che dopo l’hanno intervistato e ha una voce debole e un po’ acuta che fa pure un po’ ridere appiccicata a un corpaccione enorme come se qualcuno si fosse divertito a scompigliare le carte nel suo dna.
Bella, BJ. Ne varrà sicuramente la pena perdere una notte di sonno.

Ps.: post dedicato al mio pard di visione, che le promesse son promesse. K-Pow!
Ps2.: l’avversario di BJ sarà tostiello, eh…

(here) Paesaggi mistici (after)

Nella sala delle colonne ci si raduna dopo avere visitato i piccoli padiglioni che ospitano la personale di un pittore. L’organizzatrice della mostra tiene un breve discorso dove ringrazia chi ha collaborato per poi ribadire una cosa semplice ma evidentemente complicata da capire, ossia che la cultura è fondamentale in una società giusta, per poi introdurre l’artista. Che ringrazia tutti per la presenza per poi illustrare il suo percorso artistico un paio di opere. Una delle quali è una serie di quadri di piccole dimensioni che lui ha chiamato ‘Paesaggi mistici‘.
Spiega con sobrietà di parole che l’idea di produrre questa serie gli è venuta a seguito di un lutto familiare. L’artista stesso cita il film di Eastwood come un’opera che tratta, alla stregua dei dipinti, una domanda bella grossa. Cosa c’è dopo?
Nei suoi paesaggi il pittore trasferisce la sua immagine dell’aldilà proponendo piccole visioni a tecnica mista su tavole di forma quadrata che alternano panorami con colori tenui e impalpabili, figure angeliche, stelle e proiezioni scure, miste a colori vivaci e striature di oro e altri materiali.
Casualmente, dopo la mostra, si va a vedere il film di Eastwood.
Erroneamente, entro ricordandomi le parole dell’artista saggio e gentile. Il pittore, non il regista.
Infatti, per affacciarmi su una materia tanto enorme e per sondare i miei pensieri relativi alla morte e a un (possibile?) aldilà,  è stata più ispirazionale, più intensa, più significativa la visita alla mostra, il fermarmi davanti a quella serie di quadri e il riflettere a quei cinque minuti di parole, piuttosto che il paio d’ore di film. (segue, con ampi spoiler sulla trama, dopo il salto)
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Calicantus d’amour

E’ che in questi primi giorni dell’anno mi sono imbattuto in una serie di racconti sull’amore e sulle coppie, su desideri e proponimenti, su errori e perdono, su rotture e riconciliazioni, su sensi e significati. Tutto sommato, le solite cose che si raccontano quando c’è una novità, quando c’è un problema, quando c’è un meccanismo delle rotelle che si inceppa, quando si sbriciola tutto, quando si cerca un collante che quando si fila via lisci come un treno giapponese in orario non c’è niente da raccontare. I racconti delle cose d’amore sono tutti simili e tutti diversi simultaneamente, non lo scopro certo io, basta averne ascoltati un po’. E stasera tornando a casa dopo una giornata lavorativa iniziata e conclusa con messaggi fitti di narrazione amorosa, ci pensavo e mi è venuta in mente una frase. Limpida e nitida. Una cosa strana perchè mi confondo moltissimo con le citazioni.
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo“.
Sostituire storie d’amore con famiglia e il gioco è fatto. E mentre pensavo a chi era che aveva scritto questa frase senza (*) arrivarci, simultaneamente armeggiando con tasche, guanti e chiavi ho sentito un profumo nell’aria. Deciso e intenso. Mi si sono aperte le narici come se vi avessero sparato un idrante di rinazina e, come Poldo coi panini, camminavo col naso all’insù, seguendo la scia.
Mi dimentico sempre che dietro casa c’è un albero. Uno dei pochi che fanno i fiori d’inverno. Uno dei pochi arcigni nemici del grigio invernale, che combatte l’uniformità dei colori, la nebbiolina che spesso al mattino cerca di deprimermi, il freddo a volte umido e a volte pungente, con le armi della bellezza e dell’armonia.
Se uno ci pensa un fiore che sboccia a gennaio è eccezionale, no?
Mi sono avvicinato e ho sentito la forza inaudita di questo profumo. Mi è sembrato un misto di tabacco e cuoio ma molto dolce, tipo sandalo, forse, ma non è che sia molto bravo con le essenze, che ci vorrebbe, banalità, Süskind a tirare fuori tre righe che ti lasciano secco ad ammirare il profumo sulla pagina.
E mentre ero lì nel buio con le mani in tasca ad annusare a pieni polmoni questa magia di una sera invernale, ho chiuso gli occhi e come in un rapidissimo montaggio iperattivo, mi sono apparse davanti le immagini delle storie che ho ascoltato in questi giorni.
Ho riaperto gli occhi e per un attimo ho pensato che tutto si sarebbe risolto al meglio per tutti i protagonisti,  mentre guardavo i piccoli fiori di giallo sbiadito coi petali come ciglia, che pareva mi facessero l’occhiolino.
Poi, mi è arrivato un sms. Era una piccola bella notizia di una piccola storia di quelle storie tutte uguali e tutte diverse.
Ho pensato che era già un post e direi che è tutto qua.

(*) : thanks, wikipedia

Ps: il titolo si riferisce al nome dell’albero e a questo disco per associazione di suono (circa)