la decadenza sui ricordi

Chissà quante macchine passano davanti a quell’edificio, soprattutto al mattino presto, per portare i figli a scuola o correndo ad occupare sedie reclinabili.
Chissà in quante di quelle macchine che percorrono quella strada è seduta una persona che è stata dentro l’edificio, che ora giace esanime sul lato della via.
Chissà a quante di quelle persone scappa l’occhio, scatta un pensiero, esplode un ricordo.
In una giornata grigia, l’edificio grigio, lasciato alla deriva, come un’isola del passato, si confonde con l’ambiente. Un camaleonte di cemento, si mimetizza per non farsi trovare, qualche edera che si inerpica sui muri, qualche ciuffo d’erba che ha invaso i marciapiedi. Un vecchio signore decaduto, che non vuole farsi riconoscere, si nasconde. Di notte gli vien facile, se ci passi davanti trovi un muro nero, nessuna luce a illuminare un relitto.
Il nome sbiadito sull’insegna, l’ultimo tentativo di risollevarne le sorti, un guizzo fuori tempo massimo, mentre la grandeur delle discoteche grosse scompariva, le nuove generazioni impegnate in altri divertimenti, il divertimento dislocato presso altri luoghi.
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Quando il passare lungo quella via nelle serate di venerdì e sabato per un pubblico ‘maturo’ e alla domenica pomeriggio ‘per i più giovani’ era una unica lunga fila per parcheggiare, un buttare l’occhio sulla minigonna, un saluto volante da un finestrino, un casco da ancorare alla ruota del motorino con una catena robusta, il locale era un monolite brillante, invitante, le luci fuori e le vetrate che riflettevano allegria.
Dentro, le calze velate, le gonne a palloncino, le spalline esagerate, i giubbotti di montone, i gilet (cazzo, i gilet!), il gel nei capelli, i capelli lunghi, i paninari che erano ancora là, ma se ne stavano andando, le frange sapientemente arrotondate con il phon, gli ombretti perlescenti, la lacca nella borsetta, montagne di fard, la marlboro sempre in tasca, la permanente bisex, le giacche scelte con cura, le scarpe da grandi.
Lampadari esagerati e sfavillanti, velluti imponenti ma che davano un tono. Le scale un punto di osservazione, la mischia al bar una zona di perdizione.
La grammatica discotecara era già formata. Si faceva socialità e il passaggio di una telecamera era un evento, gli sguardi che la sfioravano, facevano finta di schermirsi, seppur ammiccando a chi avrebbe detto ‘sei al notiziario locale’.
La fila fuori non per mostrare che dentro c’è già confusione ma perché i riti delle tribù erano simili, quasi sincronizzati, tutti ci si trovava alla mezza, nell’atrio. Bagarinaggio di biglietti omaggio, richiesta di tagliandini ‘free drink’, piccole contrattazioni concluse con strizzate d’occhio o di spalle. I soprabiti da parcheggiare e poi dentro a buttare lo sguardo per vedere se la geografia era cambiata, ma non cambiava mai.
Vigevano regole ferree di proprietà territoriale. Qualche faccia nuova, sì, ma si poteva fare affidamento sulla presenza degli autoctoni nel bar a destra o nel privée di sopra, mentre a quelli che arrivavano da fuori provincia era riservato il bar dietro la consolle del dj, dove ammassavamo bicchieri di prosecco come piccole luci che brillavano del nostro stordimento serale.
La pista era una zona franca dove ci si esaltava ballando house music con battiti rassicuranti e tutti uguali, alternati a raffiche di successi pop con canzoni che avevano le stesse parole di amore o di voglia di amore che molti pensavano, ambivano, provavano. Nella danza si spiavano le mosse invitanti o ingenue delle ragazze, incrociando sguardi di rivali che non sapevano ballare ma occupavano il territorio. Se eri fortunato finivi su un divanetto, drink e abbracci.
Erano poche ore che a volte sembravano intense, a volte erano il ripetersi di riti necessari. Al termine, si andava, un bilancio presto fatto accompagnava l’ultima sigaretta nel parcheggio.

Chissà se l’hanno spolpato il locale. Se avvoltoi del ricordo si sono buttati dentro e hanno preso un pezzo di tappezzeria, un brandello delle pacchiane colonne da basso impero che circondavano il bar a piano terra. Se imprenditori speranzosi lo hanno smembrato per riconvertirlo in progetti abitativi, se l’impianto luci è stato tolto o se è rimasto lì dov’era, occhi stanchi a ricoprirsi della ruggine degli anni e della polvere dei ricordi.
Magari, dentro c’è un drago enorme, che dorme in attesa, come nello ‘Hobbit’.
Non aspetta niente, se ne sta lì fermo, a proteggere frammenti della nostra gioventù. Spicchi di mirror ball caduti a terra, stanchi di attendere che un dito sposti il selettore su ‘On’, pezzetti di vetro come paillettes ancora luccicanti, ognuno capace di portare alla memoria un’immagine che racconta una storia più grande, fotogrammi che se messi insieme, oplà, sarebbe come tornare vent’anni indietro, quando il sabato sera era il centro del mondo e la solita serata in discoteca il fulcro di una settimana.
Fin quando un cavaliere arriverà brandendo una spada lucente e li libererà per portarli da un’altra parte meno grigia, dove quei luccichii, matrice di come eravamo e di come siamo adesso, riprenderanno a brillare.

 

 

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