un post su di te, non te l’aspettavi, eeeeeeh?!?

Pochi giorni prima il concerto del #modenapark avevo scritto una cosa su Facebook. Chiedevo a chi sarebbe poi andato di ricordarsi di scrivere com’era stato partecipare a un concerto con duecentomila persone. Non la musica, la scaletta, le emozioni provate dalla platea durante il suonare. Volevo il prima e il dopo. Dettagli caratterizzanti, sciocchezze divertenti, file noiose, particolari inutili ma importanti, di quelli che fanno narrazione in poche righe. Cose così. Sapevo che, quasi, nessuno dei partecipanti avrebbe scritto una cosa simile (quasi, nessuno). Ci sta. La maggior parte ha poi commentato in coro: ‘pochi disagi, tutto bene organizzato’.
Sapendolo, mi sono divertito a seguire il pre concerto.
Cerca’ + #modenapark mi accompagnato tutto il giorno, in un rullo continuo di foto, video e hashtag in tema, #siamosolonoi #cisiamo #eccetera.
Ho visto:
gente che girava a piedi per Modena, molti avevano la testa per aria, sembrava una processione raffazzonata però garbata, un pellegrinaggio con facce fra il curioso e il concentrato, alcuni urlavano brandelli di canzoni, altri erano quasi stupiti dalla quantità di questo fiume di persone che si riversava nello spazio del parco;
punti ristoro più o meno improvvisati dove bastava l’accenno di una strofa che partiva un coro, un po’ stonato, vagamente ubriaco, forse la stanchezza dell’attesa, un po’ il caldo, mezze le birrette, giustamente;
gente sdraiata per terra a dormire nel parco nella notte fra venerdì e sabato in quella che è stata la foto più bella del weekend, purtroppo non ricordo l’utente che l’ha scattata ma meritava un poema;
altrettanto caratteristiche le foto all’alba da dentro il Pit 1 con la luce di quel giorno che sbucava dietro le torri del palco, foto quasi tutte immancabilmente vergate con un gioco di parole su un paio di titoli di inni del cantante;
immagini di gente spiaggiata su prato, sabbia, altri corpi, moltissimi selfie che reclamavano l’appartenenza all’evento, le story con panoramiche a braccio teso per mostrare quanti eravate;
foto di processioni ai bagni chimici, miste a foto di brindisi con birre di gruppetti assortiti e poi le innumerevoli immagini e video durante il concerto, le millemila sui fuochi d’artificio.
Detrattori o osservatori potrebbero dire: ‘Bé cosa c’è di diverso da centinaia di altri concerti, festival, manifestazioni sparse per il mondo’.
La risposta è molto semplice: la vicinanza moltiplicata per la moltitudine. L’evento a cui nessuno poteva sottrarsi, se abiti a cavallo fra le province di MO e RE, quello di cui tutti sapevano, tutti parlavano. Negli uffici/bar/locali/parrocchie che frequento è difficile che si parli di concerti e nel caso la conversazione termina piuttosto rapidamente.
Due settimane fa invece tutti avevano da dire la loro, tutti avevano da condividere il loro pezzo di Vasco-story. Chi l’aveva visto al Picchio Rosso, chi una sera in giro per locali, chi a un concerto qui, chi là, sotto il palco, fronte del palco, la prima canzone, eeeeh, oh!, e così via.
Gli onnipresenti tuttologi che non perdevano occasione di ricordare di quando loro andarono al ‘metti qui nome artista visto in concerto anni fa’ oppure non si lasciavano scappare di mostrare la laurea in ‘sapere cose di cui non si ha la minima idea’ spiegando come e dove stavano sbagliando gli organizzatori. Poi c’erano quelli che non si lasciano scappare la critica sociale a sfondo razzista paragonando i camperisti con la bandana del loro cantante preferito ai migranti, oppure un tipo che ha detto ‘ho visto dei negri nascondere pallet di birra per poi venderla fuori’ come se non sapesse che gli abusivi ci sono sempre stati ai concerti e che quegli abusivi (colore della pelle a parte, che una spruzzata di simpatico razzismo ci sta sempre bene) semplicemente si regolavano alla portata dell’evento. Duemila persone: secchiello, duecentomila: pallet.
Il numero degli spettatori paganti terrorizzava persone che pianificavano la fuga dalla città, non con una certa logica. E poi c’era la questione sicurezza. Per i partecipanti, sottovoce, si trattava di vincere una paura che, purtroppo, esiste.
Sono uno che va ai concerti, allo stadio. Come credo a tutti, a volte viene un pensiero sbagliato. E lì, lo scacci e vai. Fine. Perché altrimenti l’altra soluzione è stare alla tastiera a iniettare paura in qualche commento, a spargere terrore banale. E’ un riflesso deprecabile ma comprensibile, anche se spesso, chi scrive ‘speriamo vada tutto bene’ oltre che essere super gufo, da quello che vedo io, affatto stranamente, spesso non è un frequentatore di concerti o stadio, massimo della sagra di quartiere.

Come molti, ho visto il concerto in tv, mentre Bonolis veniva servito come capro espiatorio per la mancanza della diretta integrale, riservata ai cinema, mentre lui ci metteva del suo buttandoci dentro poca genuinità e molte ingenuità infarcite di citazioni fuori luogo. E poi il concerto. E mentre ancora le ultime scintille dei fuochi d’artificio che fischiavano la fine della festa erano nel cielo di Modena, la gioia, lo stupore, già il ricordo indelebile veniva socialmente riportato da molti.

Il concerto ha contagiato un sacco di gente, incluso me. La vicinanza, gli amici che sono andati, il martellare su FB nell’attesa e nei giorni successivi.
Erano anni che non ascoltavo più di due canzoni di Vasco in fila. E mi son ritrovato per giorni a fischiettarle, facendo anche qualche remix mentale coi brani, come sempre, facendomi qualche ‘eeeh’ che a me Vasco ha sempre, ma sempre, fatto ridere fin da quando lo imitavo nella tavernetta dell’amico cantando ‘Portatemi Dio’. Secoli fa.
Non cambierò idea su Vasco che ho visto in concerto due volte ma di cui non sono mai stato fan, nonostante abbia scritto canzoni che conosciamo tutti, ma che soprattutto negli ultimi anni di stadi pieni e album vuoti, è diventato un personaggio che trascende discussioni prettamente musicali, trasformandosi in un rito che nel giorno della sua messa più importante ha risvegliato tanti ricordi, innescato la voglia di riascoltare certe canzoni, di cantare quelle frasi che tutti conosciamo a memoria anche senza saperlo, quasi di ritirare fuori diari e zaini Invicta per scriverci sopra una frase adolescenziale, diventata poi generazionale. Scegli tu quale.
Un colpo da maestro, un ricordo che si è esteso anche a chi non c’era e non se ne pente anche se, lo ammetto, è stato un peccato aver rifiutato un biglietto gentilmente offertomi.
Sarà per la prossima volta.

 

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