una sinfonia che è una vita (spiegata bene)

(premessa)

Quando iniziai ad andare nel posto palco ad ascoltare la musica classica, decisi di scrivere dei concerti a cui assistevo. Non per provare a fare proseliti, il mio bacino di utenza è assai limitato, come la mia conoscenza della materia che dopo una cinquantina di concerti rimane a un livello ‘principiante’, oltre al fatto che la musica classica non brilla per propensione ai social network.
Lo facevo per divertimento, per scrivere, per provare a descrivere, per ricordarmi. A volte ho citato il saggio, un libretto che viene distribuito a inizio serata dove viene raccontata la genesi e il contesto storico delle opere in programma e anche spiegata la musica, ma a volte è una lettura difficile, troppo colta per me.
Ho raccontato nei miei post di come la sentivo io la musica, di quello che vedevo sul palco, azzardando metafore, provando a descrivere sensazioni, perfino con un paio di racconti ispirati dai concerti, o dal pubblico in platea.

Poi ho smesso perché mi sembrava di avere finito le parole, forse l’ispirazione. Ne ho scritti ventisei, sempre sentendomi inadeguato, vedi riferimento alla mia ignoranza. Questi post sono sempre stati letti da pochissime persone. Regolare. Non è che la musica classica sia questo argomento così popolare, anche se tutti gli amici che ho portato anche solo una volta, hanno apprezzato molto.
Ieri sera però ho assistito a un concerto straordinario. Il programma prevedeva due sinfonie, entrambe di compositori russi, miei preferiti, dopo i grandi classici, per capacità di sorprendere, per la continua mescolanza di registri drama & romance.
Il concerto è stato favoloso, pure maestoso. Sono uscito e ho pensato di riprendere l’abitudine del diario. Poi, ho cambiato idea.

Non scriverò dell’arroganza nel look e nel modo di suonare di uno dei sei contrabbassisti, un ragazzo alto e magro, con lungo codino e barba altrettanto lunga, uno che secondo me, nei ritagli di tempo, suona il basso in una band heavy metal.  Nemmeno della coppia di viole, signora con capelli bianchi e ragazzotto elegante ma austero, sembravano madre e figlio, lei timida e lui tronfio mentre accoglieva gli applausi dopo la prima sinfonia, per poi sciogliersi in un sorriso grato al termine dell’ennesima rentrée del direttore, dell’ennesima esplosione di applausi da parte del pubblico. Neppure delle décolleté color crema indossate da una violinista, unica concessione al nero d’ordinanza delle femmine, oppure degli splendidi papillon bianchi e arricciati dei maschi, fra cui spiccava un violinista con capello brizzolato da divo anni ottanta che era sempre una frazione di secondo in ritardo nel prepararsi con lo strumento per l’ingresso, come se per lui fosse troppo facile, ma poi il suo ciuffo ondeggiava al ritmo sinuoso della musica.
Nemmeno della formazione dei sei percussionisti, fra cui il più anziano, coi capelli scarmigliati e uno sguardo vagamente alcoolico, suonava il triangolo nell’ultima sinfonia, attendendo magari di essere sul pullman e di raccontare ai colleghi, da vero decano della formazione, il suo ricordo di un concerto di tanti anni fa…

Riporterò, invece, ampie parti del saggio dedicato alla Sinfonia n.4 di Čajkovskij, dove il compositore prova a descrivere la sua musica. Ne esce una riflessione sulla vita e una lettura che, unita all’ascolto, ho trovato meravigliosa, d’ispirazione e riflessione, e ho pensato di condividerla riaprendo, per una volta, il ‘posto palco’ quassù.

(svolgimento)

I compositori potevano permettersi di dedicarsi alla musica spesso e soltanto grazie a nobili o mecenati. La benefattrice di Čajkovskij era una ricca vedova russa con cui l’autore ‘…aveva avviato, a partire da una lettera datata 30 dicembre 1876, un rapporto di intima amicizia che sarebbe durato, senza mai incontrarsi di persona, fino al 1890′ (e già questa cosa, è abbastanza magica). La baronessa dopo avere assistito alla prima esecuzione della sinfonia, scrisse una lettera all’autore chiedendogli spiegazioni sul contenuto, sul senso della composizione.
L’autore, inizia la sua risposta così:
“Come è mai possibile esprimere quelle sensazioni che proviamo allorché scriviamo un’opera strumentale che non ha in sé alcun soggetto definito? E’ un processo puramente lirico, una confessione musicale dell’anima, ove pullulano tante cose e che secondo la propria essenza si riversa in suoni, appunto come il poeta lirico si effonde in versi”.
In breve, la musica non si spiega. Eppure:
“La nostra Sinfonia ha un programma abbastanza definito perché si possa esprimere a parole; a voi sola desidero – e posso – dire il significato dell’opera nell’insieme e nelle singole parti. Voi capirete che tenterò di farlo soltanto per sommi capi”.

Seguono divise per movimenti, le istruzioni per l’uso della sinfonia, le risposte del compositore che diventano riflessioni molto più ampie e intense quanto la musica stessa.

“L’introduzione è il germe dell’intera Sinfonia, l’idea principale dalla quale dipende tutto il resto. Il tema di apertura è il Fatum, la forza inesorabile che impedisce alle nostre speranze di felicità di avverarsi; che sta in agguato, gelosamente, per impedire che il nostro benessere e la nostra pace possano diventare piene e senza nubi: una forza che, come la spada di Damocle, pende perpetuamente sul nostro capo e di continuo ci avvelena l’anima. Questa forza è ineluttabile e invincibile. Con il Moderato con anima la disperazione e la tristezza diventano più forti, più cocenti. Non sarebbe più saggio distogliersi dalla realtà e immergersi nel sogno? Oh, gioia! Alfine appare un dolce e tenero sogno. Una fulgida, soave immagine umana aleggia dinanzi a me, mi chiama. Come bello e remoto, ora, appare il primo ineluttabile tema dell’Allegro! A poco a poco il sogno avvolge l’anima. Obliata è la tristezza, la disperazione. Ecco la felicità! Ma no, era solo un sogno e il Fato ci ridesta. Così la vita è un costante alternarsi di aspra realtà, di sogni evanescenti, di fuggevoli visioni di felicità. Non vi è alcun porto. Si naviga su quel mare finché esso vi sommerge e vi fa affondare nella sua profondità. Questo, approssimativamente, è il programma del primo tempo”.

“Il secondo tempo esprime un’altra fase di sofferenza. E’ la malinconia che ci invade a sera, allorché siamo soli, stanchi del lavoro, e cerchiamo di leggere, ma il libro ci sfugge di mano. I ricordi si affollano in noi. Come sono dolci quelle memorie di giovinezza, ma come è triste che tante cose siano state e siano trascorse per sempre! Si rimpiange il passato, eppure non si vorrebbe ricominciare daccapo la vita, ci si sente troppo stanchi. E’ più piacevole riposare e rivolgere lo sguardo all’indietro, ricordando tante cose. C’erano momenti felici, quando il giovane sangue scorreva caldo e la vita esaudiva ogni nostro desiderio. C’erano anche momenti difficili, perdite irreparabili, ma sono ormai lontani. E’ triste e pur dolce tuffarsi così nel passato”.

“Il terzo tempo non esprime sensazioni definite, è piuttosto una successione di capricciosi arabeschi, quelle immagini inafferrabili che passano nella fantasia quando si è bevuto del vino e si avvertono i primi segni dell’ebbrezza. L’anima non è ne gaia ne triste. Non si pensa a nulla: l’immaginazione ha libero corso e comincia, non si sa perché, a tracciare strani disegni. D’improvviso si presenta allo spirito la visione di contadini un po’ brilli, una breve canzone di strada risuona. Lontano, passa un corteo militare. Le immagini sono assolutamente sconnesse, come quelle che fluttuano nella mente allorché ci si addormenta. Non hanno nulla a che fare con la realtà, sono strane, selvagge, confuse”.

“Il quarto tempo: se veramente non trovi motivo di gioia in te stesso, guardi gli altri. Va’ in mezzo al popolo, vedi come esso sa abbandonarsi alla gioia. Una festa rustica è descritta. Non appena però hai dimenticato te stesso in questa visione della gioia altrui, ecco che il Fato inesorabile riappare a ricordarti di te stesso. Ma gli altri sono indifferenti verso di te; non volgono neppure il capo, non ti guardano neppure, non si accorgono che tu sei solo e triste. Ah, come si divertono! E come sono fortunati di essere governati da sentimenti così semplici e immediati! Dà la colpa a te stesso e non dire che tutto il mondo è triste; esistono gioie semplici e pur forti. Allegrati nella felicità altrui e la vita sarà sopportabile. Questo, cara amica, è tutto ciò che posso dirvi della Sinfonia.
Certo, quello che ho detto non è ne chiaro ne compiuto. Ciò deriva dalla intrinseca natura della musica strumentale, che non si presta all’analisi particolareggiata. Dove le parole cessano, là comincia la musica”.

Čajkovskij ha finito. Sipario.

(il concerto di ieri sera: link)
(la lettera e una guida completa all’ascolto: link)

(tutti i #postopalco, sono qua

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Palco n.25 OR.1/D (the affair)

(come sanno i lettori più affezionati del blog, negli anni ho tenuto una specie di diario, numerato come fosse una serie Tv, delle serate trascorse a teatro ad ascoltare la classica. li ho scritti per ripensare alla musica, per provare a incuriosire qualcuno. difficile, la ‘musica classica’ non affascina molto.
comunque, trovate tutti gli episodi, a questo link QUA.
l’anno scorso ho perso l’ispirazione, pubblicando giusto due post che nelle intenzioni erano raccontini con sottofondo musicale. poi avevo una bozza nel cassetto, la ritiro fuori oggi, visto che ‘The Affair‘, la serie originale, a cui palesemente mi ispirai, è ripartita, e visto pure che mercoledì riparte anche la stagione concertistica.
sarà la S05 per me, nel posto palco. chissà che non torni l’ispirazione, ne dubito, ma chissà. intanto, appunto, un post dal posto palco, una specie di ‘prova d’orchestra’, via)

 

Lui

Il concerto di sabato sera. Un vero peccato che i figli non ci siano. Loro, il cuscinetto in queste serate.
Il palco è stretto, porpora, il solito, da tanti anni. Più scomodo adesso che sono con lei e vorrei essere con un’altra. L’altra. L’unica che in questi anni mi abbia fatto pensare l’impensabile.
Cioè, guardala. La massa di capelli rossi. I riccioli che hanno ancora la forza ribalda di quando ci conoscemmo. Le braccia tornite da ore di palestra. Una bellezza di moglie. Mia moglie che non amo più.
L’ho detto. L’altra sera, mentre le natiche dell’altra si appoggiavano alle mie cosce. Non so se avrei avuto il coraggio di dire quella frase, guardandola. E’ uscita così naturale, spontanea, come libera da un tappo con troppa pressione sotto. Non era una di quelle frasi dette ad altre, tanto per tranquillizzarle, per guadagnare altro sesso, rubare altri baci. L’ho detta a lei perché mi fido di lei, ma senza guardarla in viso. Sarebbe stato troppo. Lei, ha ascoltato, si è girata e mi ha dato un bacio. Tutto qua. La frase più difficile da dire, racchiusa in un bacio. Una promessa? Forse. E stasera. Niente figli. Le loro domande, ammortizzatori del nostro disagio. Stasera dovrò rispondere a lei, mentre penso all’altra.
Eccoli, escono.

Applausi. Mia moglie, guarda. Mi guarda, sorride. Saprà qualcosa? La domanda ossessiva. Ha saputo di altre, in passato. ‘Traditore’. Un timbro vergognoso ai suoi occhi. Ha resistito, abbiamo chiuso la crepa con stucco, educazione genitoriale, tanto lavoro mio, tanta pazienza sua.
E’ ora di fare i conti?
La musica smorza le domande. I quattro si schierano sul palco a coppie. Giovani, belli, sicuri. Attaccano una sonata di Haydn. La violoncellista ha le spalle al palco. Le scapole che si flettono mentre si china sullo strumento. Bianche come quelle dell’altra, riflesse dallo specchio della sua camera, mobili, mentre le accarezzo i capelli. Bello anche il vestito. Direi color corallo. Raffinato, importante. Potrei regalarle un vestito così. Starebbe sicuramente bene, i capelli raccolti, quel colore vivo ma elegante come questa musica, anche se suonata con impeto da questi giovani ungheresi. Sarebbe eccessivo questo colore? Lo metterebbe mai?
Meglio non pensarci ma è troppo difficile. Arriva da tutte le parti, come una variazione di tempo, uno svolazzo di note che riportano a lei.
Applausi. Muoviamo la testa, approviamo, non diciamo una parola. Riprendono subito con Mendellshon, uno dei preferiti di mia moglie.
Una cavalcata con gli strumenti che paiono inseguirsi frustati dal ritmo, guidati dalle dita velocissime del quartetto. L’altra, avvolta nelle lenzuola.
Questo pezzo nervoso mi agita. Come se non lo fossi già di mio. Come se non sentissi il trillo del messaggio nella tasca interna della giacca. Eppure avevo smesso, avevo quasi dimenticato gli accorgimenti. Il nome di un amico abbinato a una distrazione che ora è diventata ossessione. In passato non succedeva. Mettevo distacco. Toglievo importanza. Oppure, sono bravo a dimenticare. A dimenticarle. I fuochi d’artificio e poi l’oblio. Sguardi speciali e poi il nulla.
Mia moglie. Muove una mano, come un direttore d’orchestra timido, tenendo il tempo. Le dita ossute, lo smalto rosso, l’anello per i quindici anni, grosso, pesante.
Lei sa? Ancora l’ansia che attacca. Seguo la melodia, il brano che si placa, calmo.
Intervallo. Bene così.
Mia moglie mi guarda mentre sorride, si alza, toglie gli occhiali da miope, sistema i capelli ricci. Il vestito optical, i tacchi troppo alti.
Andiamo di sotto?‘ mi dice. Certo, come sempre. Non cambiamo mai. Eppure.
Ricordo quello che ha detto lo speaker prima del concerto, sorprendendoci.
I classici, educati, inviti a spegnere i cellulari, a non scattare foto.
E poi ha detto: ‘Siate felici‘.
Qualcuno in platea ha riso a quell’invito. Sembrava indirizzato a noi.
Me lo chiedo mentre seguo nel corridoio il bel culo di mia moglie, ma ne immagino un altro. Sarò felice?
Forse. Con l’altra.

 

Lei

Sempre perfetto. Abile nella conversazione, nel porre la domanda giusta. La cortesia e la sicurezza, la giacca a quadretti, la cravatta viola, i pantaloni corti da trentenne, le scarpe lucide. La conversazione dell’intervallo con i soliti noti, metà amici, metà colleghi di altre banche o assicurazioni.
Tessere la tela, conversando in dieci minuti di esecuzioni appena ascoltate e futuri appuntamenti, anche non culturali. Al suo fianco, lo ammiro, entro come una consumata attrice non protagonista, le battute coi tempi giusti, i sorrisi perfetti.
Sembro uno specchio, rimando la sua confidenza, la sua brillantezza, questo fascino innato che non perde lo smalto, la naturalezza, perde solo i capelli e poi pure pochi.
Mio marito.
E io, abituata al ruolo. Il mio arbitro in giacca sartoriale fischia la fine del cerimoniale, saluto e via, torniamo ai nostri posti, alla nostra fissità.
Il quartetto rientra, faccio in tempo a chiudere la porta, a chiudermi dentro i pensieri.  I figli non ci sono, maledette feste di compleanno, quasi mi sento abbandonata a sopportare il suo silenzio impacciato, la voglia che avrebbe di estrarre il telefono e scrivere qualcosa a un’altra donna.
Attaccano Bartòk. Non mi piace, la musica popolare, tzigana, così come non mi piace questo buio che ci avvolge, ma è così. Mi concentro sul quartetto.
Il leader, un ciuffo da rockabilly sopra ad occhi spiritati, spesso sbarrati come in questo allegro, mentre segue la musica, come se le note sul leggio gli entrassero negli occhi e lui le accogliesse con gioia. A volte li vedo socchiusi di passione negli adagio, come se respirassero la musica, la tramutassero in una visione che lui riporta sull’archetto.
Occhi vivi, attenti, curiosi, gioiosi, al confronto di quelli dell’uomo al mio fianco, freddi, sopra gli occhiali da lettura appoggiati a metà naso, mentre sbircia le note del libretto. Sembra stanco o disinteressato.
Peccato non ci siano i figli. Gli sto dietro, lo spio. So cosa sta facendo. Come lo so? Una moglie lo sa.
Dire che è distante sarebbe fare un torto alla distanza. E’ anni luce da me, da noi. Non ci vuole molto, dopo tutti questi anni, a saperlo. La prima volta, fu un dramma, ma, cosa nota, i bimbi piccoli, la comodità, anche i soldi, certo, non negarlo, la meschinità, il disagio sociale. Le altre, robetta. Ma stavolta è diverso. Non è nemmeno necessario decifrare i suoi patetici tentativi di nascondere messaggi dietro contatti fasulli sul telefono. Basta viverlo il tradimento, assaporarne il gusto amaro, per abituarcisi, per sopportarlo, come un’ombra costante.
Poi si va avanti, certo. Anche per quella cosa che chiamiamo amore, certo.
Ora però, siamo come un minuetto che non riusciamo più a danzare, privi dell’armonia necessaria.
E’ la vita, oppure è la fotocopia di noi che vaga per questa vita, diventata abitudinaria. Giustamente ma anche tristemente.
Un filo di melodia si stende fra gli strumenti, rimpalla morbido e solido insieme. Mi ci arrampico, ci resto impigliata.
Basterebbe poco. In palestra, ci sarebbe la fila. Una quarantenne come me, ci sarebbe la fila. Oppure il tizio nel palco di fianco che saluta sempre a occhi bassi, ma l’altra settimana, in fila per un prelievo, mi ha vista ed è stato meglio passare l’attesa parlando di concerti che in silenzio a fissare l’ora o i numerini che scorrevano ad ogni chiamata.
Quanto ci vorrebbe? Un sorriso in più? Come sarebbe sparire con questo sconosciuto? Sedersi in altri palchi, altre prospettive, altre musiche che non ho mai ascoltato. Cambierebbe davvero qualcosa?
Diventeremmo un gossip sussurrato a bassa voce, ricoperto dalla patina di proibizionismo con ampie smagliature e distinguo, di questo piccolo mondo sempre uguale.
L’ultimo movimento.
Un sussulto, mi piace perfino Bartòk suonato con l’intensità di questi ragazzi che a volte pizzicano le corde in maniera quasi rock, che suonano con un trasporto incandescente. Mi trovo a cercare la sua mano. Esito, ma poi la trovo. Molle, fredda. Mi rivolge un sorriso di alabastro che è metà abitudine e metà pietà e questa è la parte peggiore che mi trapassa come una spada di indifferenza.
Il silenzio nel teatro mentre il brano trova sentimenti appesi nell’attesa è perfetto per questo tocco gelido.
Ci separiamo, arriva il finale, gli applausi, i bis, un concerto stupendo.
Lo speaker del teatro ci aveva sorpreso, quando dopo averci ricordato di controllare lo spegnimento dei cellulari, ci aveva regalato l’unico vero sorriso sincero.
Siate felici‘. Da dove saltava fuori quell’esortazione? Era rivolta a noi?
Me lo chiedo. Sarò felice?
Forse. Non più con mio marito.

 

Palco n.25 OR.1/D (S04E02, the bike girl)

fotoIndossa il maglione nero che le ha regalato la nonna lo scorso Natale. Sotto, un paio di jeans nuovi. Neri, semplici, senza strappi. Fa un risvolto alla gamba destra, mette la giacca impermeabile, fuori è umido ma non piove. Si stringe la grossa sciarpa bianca al collo, sistema il cappello a tesa stretta che indossa spesso ultimamente, inforca la bici e va. Attraversa veloce la via Emilia. Le prime decorazioni natalizie si specchiano nelle vetrine chiuse da poco dei negozi. Rallenta la pedalata, si specchia anche lei. Il suo riflesso opaco, avvolto per una frazione di secondo da lucine sottili appese nel buio della sera, la scia della sua bici bianca come il lampo di un flash. Sorride a una coppia che marcia veloce verso l’appuntamento. Il suo è solo rimandato. Un messaggio veloce all’amica, prima di uscire. ‘Aspettami, il concerto durerà poco’. Il locale sarà quello solito, tutto nel raggio di cinquecento metri. Casa, teatro, locale.
Arriva e parcheggia la bici, salutando il ragazzo che controlla le bici parcheggiate appena sotto la scalinata d’ingresso, ci son state lamentele per un paio di furti.  Nel foyer c’è la fila all’ingresso e un discreto brusio. Controlla la durata dello spettacolo. Un’ora e quarantacinque, pensava meno. Entra e viene investita dalle luci. Le pare di sentire l’odore del velluto, era tanto che non veniva a teatro. Stasera c’è per conto terzi. La nonna, assente, ancora ferma dopo un incidente casalingo. La sua compagna neppure, una febbricciatola che sconsiglia le uscite serali. ‘Vai tu, nanein, poi me lo racconti’. Lei ha fatto un sorriso forzato e accettato. Si siede, incrociando lo sguardo stupito di un tizio con gli occhiali fumé e troppa brillantina nei capelli.
Ha in mano un programma, lo appoggia nella sedia a fianco che non verrà occupata. Sussura buonasera alle signore dietro di lei. Un paio le conosce, una di sicuro. La ricorda da quando veniva spesso con la nonna, per poi altrettanto spesso addormentarsi a metà della prima parte.
La musica classica. Han provato a inculcargliela. Lezioni di violino, poi pianoforte. Lei, testarda, voleva suonare la chitarra. Il padre, testardo, insisteva. Pareggiarono e lei non imparò mai a suonare nulla. Solo la nonna riusciva a farle ascoltare la classica, a casa sua era un sottofondo abituale. ‘Vedrai che ti piacerà’, le aveva detto con gli occhi dolci. Clarinetto e pianoforte. La vede dura. Guarda i palchi. Un signore con la barba e una signora con i capelli bianchi parlavano fitto, un solitario guarda di sottecchi la platea. L’avviso di spegnere i cellulari cade dagli altoparlanti, mentre i whatsapp degli amici picchiettano il vetro dell’iPhone come pioggia su pozzanghere. La richiamano alla festa. Le luci si abbassano. Non troppo, sarebbe riuscita a leggere il libretto, perlomeno.

Ecco il duo, gli applausi. Un leggero fremito di curiosità la attraversa. Il clarinettista è un bell’uomo. Biondo, un completo stretto nero, calzini rossi a dare un tocco lezioso. Il pianista, più compassato. Fili biondi pettinati all’indietro con una enorme stempiatura, un classico tre pezzi di marca, occhialini neri.
Entrambi svedesi. Ricorda spesso il viaggio a Stoccolma dell’estate precedente, la bellezza naturale delle persone che incontrava, perfettamente accoppiata alla bellezza centenaria della città. Ci tornerà di sicuro. Mentre il duo inizia la sua passeggiata lungo le composizioni di Schumann, si trova a pensare a tutto tranne che alla musica. Era anche quello un effetto della musica, sicuro. Pensa all’università, all’esame fallito, al padre angosciato per i suoi voti, alla sua amica nervosa per questioni di cuore, a quell’amico che la tempesta di messaggi che rimarranno speranzosi, alla nonna che è a casa da sola e si aspetterà un resoconto nel loro classico pranzo del sabato. ‘Nonna, la classica non fa per me’. Sarebbe stato come tirarle un pugno. Evitabile.
Un movimento del biondo sul palco la risucchia finalmente nel suono. Lei si scioglie, segue le melodie delle danze popolari rumene, si trova a picchiettare le Dr.Martens sul pavimento. Eseguono brani di Chopin. Ah! Chopin. Quello le piace. I brani sono brevi, i movimenti del clarinettista, che segue col corpo la musica, ondeggiando insieme al suo strumento come un incantatore. Il pubblico dei palchi è immobile e attento, tranne un tizio che muove la testa seguendo il ritmo. Applausi. Intervallo.
Guarda il cellulare, ondate di whatsapp. Deve fare pulizia di tutte queste chat inutili. Si volta indecisa se uscire a fumare o meno. Qualcuno potrebbe vederla.
Incrocia lo sguardo con una coppia di amici. Pazzeschi, sembrano avere sessant’anni. Lui, in giacca e cravatta sbagliata, lei con una collana enorme. Li saluta, con un sorriso stirato, quasi a biasimarli. Eppure, si sorridono, le mani intrecciate, leggono qualcosa sul programma. Lui le da un piccolo bacio su una guancia, lei chiude gli occhi chiari, sembra che ci siano solo loro nel teatro. Decide di uscire. Una rapida occhiata intorno e accende una Marlboro Light. Vicino a lei, una signora con una cappotto lungo fino alle caviglie fuma con violenza. Si guardano, come se si riconoscessero, poi guardano insieme le luci della fontana che saltellano come se anche loro seguissero le note allegre di un clarinetto. Si concentra sul suono preciso dell’acqua che cade, attutito dalla calma della sera. Solo un paio di biciclette che attraversano la piazza.
Rientra, anticipando di pochi secondi il ritorno del duo sul palco. Lui era effettivamente ammaliante. Le dita che si muovevano rapide e lievi sullo strumento a fiato, che accoppiato al pianoforte suona le tzigane danze ungheresi di Brahms.
Si annota una frase del compositore, tratta dal libretto: ‘Un individuo che cerca di compiacere l’aristocrazia è destinato a essere un buono a nulla‘. Lei, aspirante rivoluzionaria. Un brano romantico di matrice spagnola, dura troppo poco, le sbrana il cuore per due minuti di dolce e triste bellezza. Le ultime composizioni sono danze avvolgenti. I musicisti sembrano gatti che saltano e  si aggrovigliano alle note, giocosi. Uno scattante e smilzo, bianco con riflessi dorati nella coda, l’altro col pelo arruffato e un po’ grosso. Lei vorrebbe saltare sul palco e ballare un po’. Perchè no. Non lo farà mai, ma era bello sognarlo per un momento. Finchè il concerto termina.

La musica è finita, ma lei non vuole uscire. Le sembra di essere in un bozzolo. Fanno un paio di bis. Le sembrano perfetti. E’ durato meno del previsto. Si allaccia la sciarpona, guarda il telefono ribollente di whatsapp. Ne manda solo uno all’amica. ‘Vado a casa, non mi sento bene’. E si avvia fra le vetrine luccicanti di riflessi.
Sarebbe entrata in casa, avrebbe dato un leggero bacio al viso sbalordito del padre, gli occhi di lui indecisi fra il momento di dolcezza della figlia e il controllare l’orologio, così presto?, e poi avrebbe letto qualcosa, fatto un bel sonno pieno di elfi saltellanti che la circondavano mentre dormiva, suonando flauti colorati, si sarebbe svegliata presto, sarebbe andata al mercato del sabato mattina e il giorno dopo, ‘Aloura, com’e stato?’ le avrebbero chiesto occhi dolci ma stanchi della nonna, mentre le serviva le tagliatelle.
‘Bellissimo, nonna, bellissimo. La prossima volta ci andiamo insieme’.

 

 

Programma di serata

Previously on ‘Posto Palco’ 

Palco n.25 OR.1/D (S04E01, a new beginning)

fotoE’ fra le ultime persone ad entrare nel foyer.
Il passo lento ma sicuro. La testa fresca di bigodini. Sembra quella di una tartaruga. Rugosa e insaccata in un rigido cappotto nero troppo largo.
Fa un sorriso alla maschera che le augura buona serata mentre timbra il biglietto. Entra in platea e la luce del lampadario le cattura lo sguardo. Stringe gli occhi abbagliata dalla classica bellezza della sala. Il vociare degli altri spettatori, i saluti, inizia una nuova stagione, persone che non trovano il posto. Il suo è il solito, da qualche anno. Non deve chiedere permesso per infilarsi nella fila, gli uomini che son sempre alla sua sinistra, sono in giro a stringere mani. L’abituale socialità pre concerto.
Si toglie il cappotto, facendolo scivolare dalle braccia sottili. Lo appoggia nella poltrona alla sua destra, sa che non sarà occupata. Si sistema la stola di visone bianco, annodata con un grosso laccio di seta all’altezza dello sterno. Si siede, già sorride. Il suo amato Mozart. Un piccolo compagno di viaggio da una sessantina d’anni. Da quando piccola ne studiava le veloci partiture a scuola, bacchettate sulle dita che non stavano ferme sulla tastiera, fino a pochi giorni fa. Aveva portato a casa dell’amica un cd. Lo avevano ascoltato insieme per anticipare la serata, questa serata, a cui l’amica sarebbe mancata. Caduta in bagno. Frattura di un polso. Un classico dell’età. L’ inquietante segnale di un corpo provato da troppi anni. I suoi figli, subito preoccupati, l’accadimento come un campanello d’allarme, avevano subito provveduto a sistemarle appoggi e sottili ringhiere in ogni punto della casa. Lei, le mani piccole e sottili, le gambe malferme, ne era stata grata, anche se nessuno di loro aveva voluto accompagnarla stasera. Non era un problema, sarebbe bastata la musica a farle da compagnia.

Una mano sulla spalla. La gentile signora, altra habitué della platea che la saluta, si informa dell’amica. Le voci corrono in una piccola città. Il signore con gli occhiali fumé saluta anche lui, gentile e distaccato come sempre. Una ragazza alta e coi capelli lunghissimi fa un cenno all’uomo e lui cambia espressione, mentre le luci si abbassano. Un’occhiata ai palchi. Ragazzi giovani che aspettano impazienti, una famiglia assiepata nell’attesa.
L’orchestra l’ha già potuta ammirare sul palco del suo teatro. Il pianista, mai. Lui è storia che cammina. E’ più anziano di lei. Ottantenne, alcuni dicono novantenne. Sul libretto come ad alimentare il mistero, la data di nascita non c’è. Nel ’49 vinceva il suo primo concorso internazionale. Sale sul palco col passo lento, sorretto da un bastone e dal braccio del direttore. Ha una camicia nera che sembra un velo sopra a un corpo stanco. Radi fili bianchi in testa, la pelle come carta velina pallida. Magrissimo, si inchina al pubblico con un gesto leggero del capo, i bottoni della camicia sembrano piccoli brillanti, risplendono alle luci, agli applausi.
Il pianista si siede, appoggia un fazzoletto sul pianoforte. Il direttore sorride, si volta e inizia. Mozart.
Lei non se ne accorge, la tecnica le è sempre sfuggita, si è sempre affidata alle sensazioni. Ci fosse la sua amica, lei si accorgerebbe se il solista non è in giornata, non è preciso. Lei è semplicemente dentro la musica. L’agile inizio, cantabile, come le suggerisce sempre l’amica assente. Il commovente bel finale. Applaude convinta. Applaudono tutti. Il pianista si alza a fatica, prende il bastone, se ne va, sempre accompagnato dal direttore. Se lo immagina dietro le quinte, seduto su una sedia di legno, le mani lunghe ma ancora agili immerse in una bacinella d’acqua fredda. Si chiede se fa bene l’acqua alle mani. L’amica saprebbe rispondere. Prende un appunto mentale, glielo chiederà il giorno dopo.

Spostano il pianoforte, l’orchestra resta da sola.
La sinfonia è gradevole, agile, melodiosa, a tratti carezzevole, spesso agitata con gusto. Lei ascolta immobile, le mani in grembo, una sopra l’altra. Durante l’intervallo, si alza una volta, si sistema la stola, scambio poche parole di apprezzamento con la signora dietro di lei, poi torna a sedersi. Vede un ragazzo con un ciuffo ribaldo scrivere su un cellulare. Sapesse usarlo, scriverebbe un messaggio all’amica. Una cosa semplice. ‘E’ un bel concerto’. Pensa sia banale, sposta lo sguardo verso le persone che si fanno passare a vicenda nel corridoio compiendo piccoli passi. Sembrano danzare. Pensa che sarebbe bello ogni tanto vedere un balletto, è tanto tempo che non ne vede uno.
Si abbassano le luci, i ritardatari corricchiano verso i posti. Torna il pianista. La scena dell’ingresso si ripete. Due secondi di silenzio e comincia.

Uno dei suoi pezzi preferiti. L’amica le avrebbe toccato un braccio, chinato la testa, fatto notare, ma lo nota anche lei, o le sembra. Lui appare più sciolto in questa esecuzione. L’allegria della melodia iniziale, una leggera commozione che riesce a gestire bene nello struggente adagio del secondo movimento, il bel finale. Uno sguardo del direttore, l’ultima nota sparata con inattesa energia dal pianista.
Il teatro trema di emozione e di applausi. Qualcuno si alza. A lei esplode un sorriso in viso. Guardalo. Ottantenne, novantenne. Un inno alla vecchiaia, al fare, al resistere, alla passione di stare curvo sui tasti. Occhi chiusi nelle pause, concentrazione, nessuno spartito, ci mancherebbe. Lei a volte dimentica le poche cose che deve comprare al mercato. Disattenta. La sua amica glielo rinfaccia sempre. Come le sarebbe piaciuto, pensa.
Inatteso, un bis.

Per la prima volta durante la musica, si muove. Sposta una mano verso il posto libero alla sua destra. La apre, non trova altro che aria, ma la richiude lo stesso. Chiude anche gli occhi, pensa a domani, quando farà sentire alla sua amica quel brano. Brahms vero? Sì. E le potrà stringere la mano.

Programma di serata

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Palco n.25 OR.1/D (S03, the season finale)

Il primo post su WordPress è datato sei anni fa esatti. Splinder non andava più. Raccontava del ‘Primavera.
E questo non è un post dove un tizio che ha un blog da anni ne annuncia la chiusura.
No, finché mi diverto, il blog rimane.

Però mi sembrava giusto “celebrare” e visto che ieri sera ero a un concerto di classica, ho pensato anche che ultimamente non ho trovato la spinta per scrivere dal ‘Posto Palco‘. Rimedio così, per la gioia dei tre fan di questa rubrichetta.
Dieci cose dal posto palco che non ho scritto quassù.

Uno: le braccia di una violoncellista possono essere la cosa più sexy vista negli ultimi tempi. Sembrano uscite da uno studio anatomico, magre ma lievemente tornite, accompagnano l’archetto, le dita tese ma leggere che aggrediscono le corde, strizzandole, a disegnare scenari di perfezione sonora;

Due: un palchetto per due nel secondo ordine, abiti da sera, una smodata onda romance che sale dall’orchestra, sono cose che miscelate possono fare scattare un lunghissimo e appassionato bacio in una coppia giovane che poi, non si staccherà più per l’intera durata del concerto;

Tre: Le giovani pianiste, di fronte a un giovane pianista, hanno occhi che brillano di note e sogni modellati da tasti bianchi e neri (e Chopin fa sempre bene alla salute)

Quattro: i corridoi del teatro sono posti sublimi per rivelare segreti;

Cinque: la prossima stagione la vorrei completamente dedicata a compositori nati nell’ex Unione Sovietica, per passatismo e bellezza, grazie;

Sei: non ho abbastanza fantasia da pensare a un giallo ambientato interamente dentro al teatro, durante un concerto e diviso in capitoli che riprendono i movimenti delle sinfonie. Se qualcuno vuole offrire suggerimenti, è il benvenuto;

Setteoceano di sedie, che poi vengono riempite da un solista norvegese al piano, orchestra multinazionale agli strumenti, coro praghese alle vocione. Quando sale tutto, verso la fine della composizione, a pochi metri da me, mi è parso proprio di vedere la perfezione fatta musica. D’altra parte proprio Beethoven diceva: ‘Soltanto l’arte e la scienza innalzano l’uomo sino alla divinità‘.

Otto: ‘La facoltà di creare non ci viene mai data da sola, è sempre accompagnata dalla capacità di osservazione e il vero creatore si riconosce in quanto trova sempre attorno a lui, nelle cose più comuni e  più umili, elementi degni di nota’. Igor Stravinkij

Nove: credo di averlo già detto, ma quando muoio, chiamate un quartetto d’archi per suonare qualcosa. ieri sera, la finale del concorso ‘Paolo Borciani’. Tre quartetti di giovani musicisti, uno più figo dell’altro e un giornalista giapponese di cui ho scritto su IG. Per la cronaca il mio 4et preferito è finito al terzo posto, giusto per ricordare la mia ignoranza in materia, ovviamente gli altri sono stati eccellenti. Puoi ascoltare le esecuzioni della serata finale a questo link.

Dieci: ci rivediamo l’anno prossimo, che il posto palco è un bellissimo posto.
Pp

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Palco n.25 OR.1/D (S03E05, alla corte del Re)

fotoLa serata prevede un comodo viaggio nel millesettecento in compagnia delle composizioni di George Handel e dell’Orchestra Zefiro, specializzata nell’esecuzione di musica barocca. Gli orchestrali abbracciano il clavicembalo posizionato al centro del palco. Suonano strumenti di epoca, gli oboi (plurale di oboe, giusto?) son tutti in legno, le trombe non hanno i tasti. Handel, nato in Germania, coetaneo di Bach ma pare che i due non si siano mai incontrati, si trasferisce alla corte del Re a Londra dove trova ispirazione, successo e fama. Ancora oggi gli inglesi (dice il direttore di orchestra, durante la presentazione della serata) lo considerano come il compositore più importante della loro storia.
In platea si aggira un sosia totale dell’ispettore Closeau, impermeabile e cappello incluso, sembra vagare alla ricerca del posto. Lo trova, possiamo iniziare.

La prima composizione è divisa in tre parti ‘suite‘ che potrebbero essere suonate anche con un sequenza diversa. Come brani di un cd da skippare, selezionare, suonare in repeat. Infatti la ‘Water music‘ fu composta da Handel come musica di accompagnamento per i viaggi fluviali del Re. Il Re a volte gradiva andare in campagna via fiume. Partiva da Whitehall con un battello reale. Ovviamente il battello era accompagnato da altri battelli che al Re piaceva la compagnia. Su uno di questi c’era l’orchestra, la radio privata del Re, su barca, che suonava appunto ‘Water Music‘. Non lo sapevo e mi sono immerso in un sogno ad occhi aperti, dove il fiume contiene note galleggianti e…
Immagina il Tamigi, più pulito e con meno traffico di oggi, solcato dalla corte in movimento su battelli, con l’orchestra ad allietare le reali orecchie.
Ed è una Ouverture e i saluti delle bambine che restano a corte; un vivace allegro con i viandanti in arrivo per il mercato che si fermano e salutano; trombe che squillano mentre donne che lavano i panni si fermano e improvvisano una danza; pizzicori di clavicembalo con fuggiaschi nascosti nelle anse del fiume che mettono fuori il naso per vedere il passaggio, attenti che le guardie a cavallo che seguono il corteo non li notino; ragazzini che rincorrono il corteo, fischiettando le arie, mimando i musicisti che suonano; contadini che salutano il passaggio, mentre il Re gradisce un minuetto; contestatori della corona che si gettano in acqua con propositi tanto bellicosi quanto irrealizzabili, mentre l’orchestra si riposa, la prima è finita, mi sveglio dai miei sogni barocchi.
[intervallo]

In platea, una signora vince nettamente il premio look della serata.
Turbante beige in testa, pelliccia anni ottantissimi fino alle caviglie, Adidas ‘Trainer’ ai piedi, probabilmente era uscita per fumare, rientra appena in tempo per partecipare al brusio di sala che accompagna l’arrivo sul palco di un enorme
fagotto alto direi più di due metri e portato pare con una certa fatica dal musicista. L’ensemble è pronto per eseguire la seconda parte della partitura reale.

Commissionata dal Re per celebrare in musica il trattato di Aquisgrana (il posto palco può anche essere occasione per ripassare un po’ di storia) ‘Music for the Royal Foreworks‘ ha già un titolo roboante e poi inizia con una schioppettata, un ouverture maestosa che mi fa ripiombare secco alla corte del Re.
Magari dentro a una delle carrozze che paralizzarono il traffico londinese, il giorno in cui Handel provò la musica eseguendola in pubblico davanti a dodicimila persone, una enormità nel 1748.

La musica barocca potrebbe annoiare in pochi minuti, per come suona, per come a tratti pare ripetersi, non certo per le accattivanti melodie e la cantabilità. Infatti mentre io sono a Londra vestito di pizzi e merletti, nel palco con me ci sono padre e figlio che non distolgono l’occhio dai loro cellularoni.
Per loro fortuna non mi disturbano poiché il figlio copre il visore con il suo corpo, ma riesco comunque a vedere un paio di messaggi pieni di cuoricini whatsapp style indicatori del duro chattare con la morosina. Il padre alla mia destra, indossa un bellissimo tre pezzi grigio con cravatta violacea e mentre il direttore d’orchestra oboista profonde massimo impegno nell’esecuzione, saltellando a tratti sul posto e muovendo la testa con ampi cenni del capo per dare il ‘la’ all’esecuzione dei brani, si mostra concretamente disinteressato digitando febbrile sul cellulare. L’amante? Chissà.
Finisce in fretta, non pensavo potesse piacermi così tanto, sarà stata la (auto) suggestione delle storie legate alla musica, oppure, come ha scritto Beethoven: ‘Soltanto Handel  e Bach hanno avuto del vero genio‘.
Io applaudo e non lo so, anche i due chattatori compulsivi applaudono convinti.
Magari sbaglio io, non chattavano per noia o per amore, e anche loro prendevano appunti per scrivere poi un post sul concerto.

Programma di serata

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Palco n.25 OR.1/D (S03E04), teenagers & tzigane)

Entriamo presto, inseguiti da una pioggierellina seccante. Con me, una novizia assoluta del teatro declinato in classica. Diciottenne studentessa di pianoforte che ne sa molto più di me, regolare.
Le faccio vedere il suo posto, poi mi accomodo nel posto palco, ci vediamo dopo. Sul palco ci sono molte sedie che aspettano l’orchestra nazionale della Rai, in uno dei due appuntamenti stagionali con l’orchestra grossa. Ci sono due arpe con le musiciste intente ad accordarle. La platea si riempie, c’è entusiasmo. L’uomo col berretto ha lo zuccotto, c’è una signora che viene dritta dalla russia imperiale con basco e collo coordinato in pelliccia nera lucente, vari sbrilluccichii mentre la sala si riempie. Anche il posto palco si riempie, evento eccezionale. C’è un signore con un tatuaggio da galeotto anni trenta, comprensivo di àncora marinara. Si è diviso dalla moglie, seduta nel palco di fianco per, mi racconta, mancanza di posti vicini, ci sono inoltre due teenagers che parlottano con una coetanea in platea. Teatro pieno e…oh, inizia.

Inizia con violino solista per l’apertura della serata. Primo brano, Bartok. Se sei un compositore e ti innamori di una donna, per di più violinista, fai la grande mossa. Le dedichi un concerto, un ritratto di donna per violino e orchestra in due movimenti assai romantici. Poi lei lo rifiuta (e non lo suonerà mai) perché non ti vuole, quindi è il dramma e il concerto verrà eseguito dopo la di lei morte. Mega dramma.
(ascolta il concerto, qua)
Secondo pezzo è la rapsodia ‘Tizgane‘ per violino e orchestra scritta da Ravel (sì, quello del ‘Bolero’). Qui per mia fortuna dal posto palco si vedono bene le dita del solista che snodatissime, corrono, saltellano, pizzicano, scivolano sulle corde, dando movimento al suono. Il brano è virtuoso ed espressivo, l’arrivo dell’orchestra nella seconda parte lo trasforma in una festa, sembriamo tutti incantati e riscaldati dalle fiamme che sprigionano dal manico dello strumento.

[intervallo]

La seconda parte vede gli orchestrali eseguire la sinfonia numero sette di Beethoven. Una delle mie preferite, insieme alla prima, per il semplice motivo che sono state le prime due a cui ho prestato vera attenzione.
Richard Wagner la descrisse così: ‘La sinfonia è l’apoteosi della danza: è la danza nella sua suprema essenza, la più beata attuazione del movimento del corpo quasi idealmente concentrato nei suoni’.
La numero sette è semplice all’ascolto e trascinante, gli adolescenti di fianco a me son rapiti, il galeotto tiene il tempo battendo la mano sulla coscia, insomma ci si gasa moltissimo, mentre i farfallini bianchi degli orchestrali vibrano della potenza sprigionata in molti passaggi dell’opera. Quando chiudono il boato di applausi è un tuono di gioia.
Ed è proprio bello il sorriso dell’ospite teenager, al termine della serata, quando ci ritroviamo nell’atrio pieno di sorrisi e di cappotti che si chiudono.
‘Ti è piaciuto?’ ‘Moltissimo’.

Programma di serata

La citazione dal libretto: ‘Per conto mio, non esistono arti differenti, ma una soltanto: musica, pittura e letteratura divergono solamente nei loro mezzi d’espressione. Di conseguenza non vi sono diverse categorie di artisti, ma solo diverse categorie di specialisti’. (Maurice Ravel)

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