Palco n.25 OR.1/D (S02E01, the ‘Journey’ chapter)

vista, dal posto palco

Dopo il successo della scorsa stagione, anche quest’anno si va a teatro a sentire la musica classica. Con la solita ignoranza in materia, il racconto delle serate, forse ripetitivo, ma tant’è.
Il posto palco è sempre quello. Laterale, primo sediolo sulla sinistra.
Prego, accomodatevi.
Non c’è ancora freddo fuori, entrare a teatro è sempre come incontrare una splendida amante. C’è frenesia per il ritorno in pochi mesi della MCO. All’ingresso c’è fila al banchetto dove di solito c’è la distribuzione del programma di sala, agile libretto, spesso per introdotti, pieno di spieghe sulla musica che si andrà a sentire, strumento essenziale per questa rubrichetta. Noto un malumore diffuso dentro ai cappotti grigi, alle giacche col pelo scure. Cartello, poco visibile, recita: “L’unica cosa certa in questi periodi di buio sono i tagli alla cultura. Per la prima volta, dopo anni, siamo quindi costretti a mettere a pagamento il programma di sala dei concerti. Solo così, forse, potremo proseguire nella tradizione di pubblicare un ibreto di sala di qualità. Certi della comprensione. Grazie.
Il malumore cresce. La comprensione, no.
Una gentile signorina si occupa della raccolta della due euro per programma e di sorridere forzatamente dinanzi alle lamentele. Un anzianotto con enorme sciarpa di seta sputa “Ah! Ci faran pagare anche l’aria“. Un donna sui sessanta, un mostro rugoso con capelli color catrame, lungo vestito nero da soirèe, mani magre anellate e un paio di stivali picareschi al ginocchio, del valore, da me stimato con rapida occhiata, pari al valore della pila di programmi a mezzo metro da me, sentenzia “Ah! perfino un mucchietto di carta ci fan pagare“. La mano corrotta e maledetta del mostro allunga la due euro come fare la carità tentando di scavalcare me. L’odio tracima dai miei occhi, placo l’istinto di darle una testata sul setto nasale, allungo la due euro, dico alla signorina gentile “Se scrivete che si può scaricare dal sito, magari vi evitate tutta sta fatica“. Guardandomi intorno constatando l’età media che mi circonda (gli anziani arrivano presto a teatro) non c’è speranza di alfabetizzazione informatica, quindi, pazienza. Insulto mentalmente un’altra babbiona con due orecchini di perle del mar dei Caraibi enormi che stizzita smoccola “Ah!! si paga anche PER questo“.
Ora. Di fronte all’evidente momento di difficoltà economica (hanno tagliato anche il numero dei concerti, uno spettacolo in meno, ma nulla di grave, hanno anche diminuito il prezzo dell’abbonamento, meno trenta euro), stai zitto e ringrazia, e poi son gentili, ti chiedono comprensione.
Ora. Davanti all’evidenza che se hai il soldo per pagarti un divertimento costoso perchè di qualità come questo, due euro non sono granchè.
Ergo. Signore e signori che vi siete lamentati, andateveneaffanculo pure qua.
In platea c’è il pienone. Chi ha il programma in mano diventa automaticamente buono, chi non lo ha diventa automaticamente un pezzente, seppure ingioiellato e profumato.
Un sosia totale di Michael Pitt manda iMessage sotto di me, mi viene da dirgli ‘Bel ruolo in ‘Boardwalk Empire’‘, mi trattengo, è impossibile sia lui, eppure è uguale. Niente, si comincia.

applausi, bravoni

La banda, la musica, il maestro.  
Programma corposissimo. Il concerto durerà più di due ore, intervallo escluso. In alternanza due compositori. Stravinskij, noto più per i balletti, e Beethoven, noto più per essere Ludvig van. Del primo, concerto per archi e tre movimenti per ottetto di fiati. Del secondo, primo e terzo concerto per piano e orchestra. L’orchestra è la MCO, habituè del teatro ormai. In triplice formazione mutante, con cambio agile di palco per inserire il pianoforte. Trentadue archetti che diventano full package di quarantaquattro elementi per i due concerti e come detto l’ottetto.
Il primo brano dell’Igor è veloce, vibrante, a tratti nervoso. Mi trova lievemente impreparato all’ascolto inizialmente, pago l’inattività forse, durante mi sembra di vedere passi di danza seguire le note, probabile che mi impressioni il nome, sul finale mi sta piacendo un bel po’ che è già finito.
Entra il solista. Uno svedese, bell’omo, con presenza scenica, capello scolpito, frac d’ordinanza. E’ il perno della ‘journey‘ citata nel titolo. I concerti per pianoforte saranno registrati e commercializzati. Anzi, il primo cd, che suona il programma di stasera, c’è già. Fa un sospirone e in piedi conduce l’orchestra in un inizio carico e impetuoso, poi si siede e cesella scale e solismo di alto livello, conversando con l’orchestra fino al finale. Il secondo movimento è un lento largo, instaromanticismo a manetta, le dita che rallentano fino a suonare un pianissimo, per poi ripartire nel rondò finale che è una sberla di allegria.
Intervallo (con la sberla di allegria)

Si riprende con un circolo di fiati che dialogano fra loro. Sembrano una famiglia riunita, con i fagotti nel ruolo dei nonni brontoloni, i flauti nella parte dei giovani melodiosi e speranzosi, le trombe che impersonificano gli zii perentori ma comprensivi. Breve ma intenso, con barlumi di pura bellezza melodica, a tratti io mi perdo completamente nei miei meandri e questo è un pregio.
Torna il piano e tornano i saliscendi di ludvig. Sul finale del primo movimento il piano torna a suonare pianissimo e un silenzio irreale avvolge la sala, sospesa. Poi, finale intensissimo. I musicisti si entusiasmano e si applaudono. Anche a noi è piaciuto assai. Visto gran attenzione e zero assopimenti in platea. Gran inizio di stagione, gran concerto.

L’amore ai tempi del violino.
In un orchestra dove la presenza è curata, si scatena battaglia fra la bellezza pura incarnata da una sosia di Scarlett J. che starebbe benissimo nel prossimo 007 (la spia che suonava il violino), la classe e il portamento di una olandese (non so se sia olandese, è l’associazione arbitraria che ho fatto) alta, pallida, con rughette da fumatrice e due occhi duri come acciaio contro e un’orientale bassissima, con caschetto corto nero, occhiale nero e vestito ovviamente nero lungo, che sembra l’imperatrice di una galassia lontana lontana. Vince, banalmente, ma giustamente, la sosia di Scarlett.

Oscar del pubblico.
Pare che la pubblicità di dolcegabbana si sia trasferita dal lungomare siculo a un palco del teatro grazie alla presenza di quattro uomini, due sui sessanta, due poco più che ventenni. I maturi sono serissimi, i giovinotti sorridono. Un paio di signore vedono e arrossiscono. Niente coppole però, ma gran vestiti scuri e fazzoletto bianco nel taschino. Stilosi.
Nel frattempo, il mostro coi capelli catrame, se ne stava in prima fila a leggere per tutto il tempo il contenuto dei preziosi due euro. Pessima.

La citazione. 
La musica è il vincolo che unisce la vita dello spirito alla vita dei sensi, ed è l’unico immateriale accesso al mondo superiore della conoscenza. Nella musica l’uomo vive, pensa e crea.
Ludwig van Beethoven

Next, on Posto Palco: ripartiamo subito, con il quartetto d’archi.  

Previously, on Posto Palco.

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