La salvezza. Sul parquet, ai tempi del blackberry

Eravamo rimasti nell’amarezza, quando serviva una magia per salvare la stagione, per non subire la retrocessione. Nei dilettanti, dopo trent’anni di gloriosa, seppure fra alti e bassi, militanza in serie A. Domenica scorsa, primo atto della magia. Vittoria esterna segnando novantotto punti, una enormità, in casa della terza classificata. L’insperata vittoria porta la squadra a dovere vincere l’ultima partita casalinga. Non basta. Deve perdere un’altra squadra in uno degli incroci ‘drammatici’ di cui si nutre lo sport, causa complessi calcoli di classifica avulsa, per colpa di scelte sbagliate nella costruzione della squadra, infortuni, cambi di allenatore, addirittura infortunio all’allenatore, pesanti modifiche nel roster, canestri subiti all’ultimo secondo. Quelle annate che hanno il ‘NO’ stampato sopra. Si deve vincere e sperare nella sconfitta che tifare contro non è sportivo ma fa parte dello sport.
Mors tua, vita mea, dicevano.
Le avversarie sono già ai playoff per la promozione, giocano per un posto migliore nel ranking. Il palazzetto è come una pentola con lo spauracchio della serie B che ribolle coperto da un sottile foglio di alluminio chiamato speranza. Nessuno pronostica niente. Si spera, si incrociano le dita. Gli avversari sono in giallorosso. Pronti, via.

L’allenatore in seconda si sgola fin dal primo possesso. Difendiamo male ma non ci facciamo staccare. Loro giocano bene, passano di uno al fischio del primo quarto. Nel secondo miglioriamo, loro abbassano le medie al tiro. Più otto all’intervallo. Alla ripresa del gioco i nostri non dimenticano negli spogliatoi la grinta, come spesso accaduto nella stagione. In campo portano tutto. Cazzimma, mani furfantielle in difesa, gambe veloci in attacco, tuffi sui palloni, ritmo, tiri, non mollare di un centimetro nel perimetro. Gli avversari subiscono la pressione, non riescono a sviluppare gioco. L’arbitraggio ci favorisce un paio di volte, una bomba a distanza Nba entra, poi un’altra, il vento soffia costante alle spalle, loro sbagliano pure i liberi, il tifo è incendiario. Finisce il terzo quarto. Più ventidue. Un piccolo abisso e dopo due minuti dell’ultima ripresa è chiaro che la partita è finita. Gli avversari si consegnano all’inelluttabile, la faccia grintosa dell’allenatore non cede di un muscolo, si accoppia alla difesa sempre solida.
La vera partita ora si svolge a seicentocinquanta chilometri di distanza, si sviluppa sui palmari, blackberry, aifoni intorno a me. Metà palazzetto ha la testa bassa, pare pregare mentre pigia tasti, allarga schermi, passa informazioni. Questioni di secondi, di campo, di refresh. Sono circondato da quattro blackberry di varie forme. Uno sussurra ‘ancora più due‘. L’altro più veloce nel cliccare annuncia mesto ‘meno uno‘. La nostra partita sul campo finisce come un amichevole. Più diciannove. Applausi ma senza esultanza. Si attende. E’ surreale e crudele sapere che il destino di un’annata di sospiri si decida così. ‘Accendete la radio‘ grida uno. Nessuno ride, la tensione paralizzante. Manca un minuto. Anche lo speaker annuncia l’evidenza. ‘Aspettiamo il risultato dagli altri campi‘.
Sguardi speranzosi, ansiosi, finchè arriva un boato dall’angolo dei distinti. Il mio vicino grida ‘cosa?!‘. Il ragazzo davanti a me schiaccia un bottone nero sul telefono, il dito vibrante di tensione. Si alza mentre urla ‘Più due!‘. Lo annuncia anche lo speaker, il palazzetto esplode. E’ il canestro da tre sul filo della sirena. E’ la salvezza. La squadra scaligera, la nostra compagna di sventura in questa notte di passione cestistica ha perso, il loro ultimo tiro non è entrato, spinto fuori anche da duemila scongiuri a seicentocinquanta chilometri di distanza. Dal lato destro delle tribune parte l’invasione, in una bolgia di felicità il parquet si riempie di urla e gioia.
Abbraccio sconosciuti, dò il cinque a signore con la messa in piega fra sorrisoni e pacche sulle spalle e i soliti maghi del pronostico a partita finita che ‘io l’avevo detto‘. E dopo mezz’ora di ‘grazie ragazzi‘ si esce dal palazzetto, gaudenti.
E’ stato bello. Per fortuna, lè andeda bein.

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