del lenire l’amarezza sportiva (post-basket)

Questo fine settimana sono iniziati i playoff del basket NBA. Uno spettacolo.
L’NBA, è lontana. Là ci sono arene comode, dove servono la birra. Nel mio palazzetto le sedute sono di legno, non tanto comode, figurati per uno alto come me che le ginocchia, tipo, se le mangia durante la partita oppure le conficca nelle scapole del malcapitato davanti a lui. Non servono la birra, disposizioni del questore, hai visto mai che ci siano gli UBRIACHI a vedere la partita. Ubriachi non ce n’è, ci sono però signore nella tribuna autorità con foulard di Hermès che smadonnano e insultano gli arbitri peggio del ragazzo con sei orecchini e la panciona, quella sì da birra, in piedi a sudare nella curvetta.
Nel basket Nba ci sono le azioni spettacolari, i campioni, l’atletismo spinto, il rispetto per le decisioni arbitrali. Nella lega A2 italiana, le azioni spettacolari vengono salutate da ovazioni come una rivelazione di un possibile spettacolo che, a lunghi tratti, non c’è. I campioni sono spesso riciclati, è più facile ci siano buoni giocatori che indossano un vestito, largo, da campioni e c’è uno spintonamento atletico questo sì, di prima qualità. E un genuino disprezzo per le decisioni arbitrali, viste quasi sempre con occhi troppo di parte. Con gli occhi da tifoso però il basket, seppure di lega A2, è il miglior sport da vedere dal vivo. Prendi la partita di stasera. Da vincere a tutti i costi, sentendo sul collo il fiato dell’altra squadra, impegnata su altro campo,  che lotta per non retrocedere.
Pronti via, la gara non è un granchè, noi (usiamo il plurale, noi, il gruppo, l’unione d’intenti fra parquet e spalti, il soffio del tifo che presume di spingere alla vittoria, gli applausi di incitamento dentro e fuori il campo) concediamo troppo sotto canestro, gli avversari hanno buoni giochi offensivi. Nel secondo quarto un black-out di tre minuti dove la squadra scompare dal campo, inghiottita da vecchie paure, ci spinge a meno dodici. Intervallo. Gente che si alza, gente che pronostica, gente che pontifica. Terzo quarto. Il black-out tocca agli avversari, noi ci mettiamo la cattiveria agonistica, un paio di bombe giuste, pugni tesi, incitamenti misti a insulti di incitamento, urla folli, gesti di giubilo, l’avversario perde due palloni banali, contropiedi vincenti, parzialone. Siamo sopra di un punto. Il nostro uomo migliore ne segna tredici in un quarto mostrando la via verso la luce.
L’ultimo quarto, si affronta con fiducia. Diventa un testa a testa. Qualche errore, qualche buona giocata. Un paio di fischi arbitrali molto dubbi, una per parte, qualche insulto eccessivo da signori con camicia firmata e ragazzi con maglietta slavata. Tutta la parure di situazioni da basket, una collana di saliscendi emotivi, un braccialetto che tintinna fra movimenti del braccio fatti per gioire o per imprecare.
Trentadue secondi al termine. Palla a noi. Più uno per noi e possesso palla. E qui il basket smette di diventare uno sport, un divertimento puro e si trasforma in letteratura, in sentimento totale, in emozione esplosiva, in cuori che battono troppo e smettono di battere nel giro di pochi secondi.
Il nostro uomo migliore ha la palla. La sua caratteristica è l’uno contro uno nel traffico delle aree, dove riesce ad impuntarsi, a sportellare l’avversario fino ad arrivare a un comodo tiro corto. Infatti, attende in palleggio, ha ventiquattro secondi per fissare il risultato, per chiudere il conto, per vincere una partita da vincere. Palleggia, non la passa. Palleggia, non passa. Entra, cambia direzione, no, cambia idea, fa per tirare e qua, non è chiaro. E non ci sono moviole o replay, non c’è Sky. Dalla nostra postazione perde il contatto con la palla oppure gliela toccano. Fatto sta che la sfera schizza per aria, in mezzo all’area, come una saponetta impazzita. I nostri respiri si bloccano all’unisono, un ‘No‘ ovattato al rallentatore parte dalle tribune. La palla viene toccata da più mani e recuperata da una mano avversaria. Mancano sette secondi alla fine della partita. Passaggio laterale, passaggio in profondità. La velocità, l’attenzione, la prontezza, che uno non fa nemmeno in tempo a ragionare su quello che è successo che il pivot avversario è già sotto il nostro canestro, palla in mano. COM’E ‘ POSSIBILE? Pare stupito anche lui, esita un momento. Il nostro pivot lo affronta e con scelleratezza non trasforma le sue braccia in cesoie per tagliargli le mani, commettendo fallo, mandando in lunetta l’avvrersario, che se la giochi con tremila anime che lo insultano, tirando due liberi con gambe di pastafrolla. No, non fa fallo, il pivot avversario aggira il canestro e tira. Per un istante il cuore smette di battere. La parabola è troppo facile.
Plof. come un sacchetto di speranze che si sgonfia, un traguardo che svanisce davanti alla realtà, una gioia sfilata da un abile ladro.
Canestro. Le mani nei capelli, le bocche spalancate, le mani a coprire bocche spalancate, la delusione sui volti, la rabbia di un calcio a uno sgabello, le espressioni stupite dei nostri in campo che non capiscono cosa sia successo in quei secondi. L’esultanza degli ospiti è irrilevante. La tristezza è opprimente negli incroci di sguardi attoniti che chiedono ‘hai visto anche tu?‘. Sì, abbiamo visto tutti. Ci sarà tempo per analizzare, studiare e cercare colpe.
Sessantanove. Settanta. L’impietoso risultato. Io non parlo per cinque minuti. E il resto è amarezza. E la bellezza di uno sport unico. Gli avversari nella lotta per non retrocedere, su un campo distante cento chilometri, vincono. Sarà dura salvarsi. La speranza, la lotta eccetera. Ma è sempre bello.
E ne vale sempre la pena.

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