Una lettera da oltremanica

Aveva preso l’ultimo treno in ritardo. Quella locomotiva scoppiettante di carbone e vapori umani di una giornata passata ad insegnare nella scuola di campagna dove i ricchi della città mandavano i propri giovani virgulti a farsi una istruzione d’eccellenza.
Aveva diviso come d’abitudine una carrozza coi suoi compagni di viaggio ed era finalmente arrivata a casa. Notò che il marito non era ancora rincasato quasi con sollievo. Ricordò che gliel’aveva urlato quella mattina, dalla finestra al primo piano del piccolo appartamento in cui abitavano, mentre lei, in ritardo come sempre, fendeva la nebbiolina grigiastra e gelida come una minestra lasciata sul davanzale, attenta a non perdere i fogli delle lezioni che strabordavano da una cartella ormai consunta.
Stasera ho la riunione al circolo‘. Poteva prendersela con calma.
Appese la giacca e la sciarpa, tolse le scarpe e mise sul fornello il bollitore dell’acqua. Non aveva fame, un tè per ora sarebbe bastato. Mentre pensava se era preferibile l’Earl Gray o l’Orange Pekoe scostò le tende di cotone ricamato per guardare fuori dalla finestra. Era stato un lungo e piovoso inverno, ma con la lentezza di un gigante Londra stava diventando meno grigia e meno umida. Anche quel giorno un pallido sole si era fatto vivo come per annunciare la vicinanza della bella stagione. Il caffè dall’altra parte della strada sfidava la sorte e metteva fuori i primi tavolini, scommettendo sull’arrivo del bel tempo per quel weekend. Era la prima settimana da settembre che non pioveva per tre giorni consecutivi, un evento meteorologico.
Ripensò alla sua giornata, all’incontro con i docenti per fissare il calendario degli esami trimestrali, il pranzo con la collega che le aveva assolutamente dovuto rivelare la diceria su una relazione possibile, o forse era probabile, fra il professore del corso di storia e l’insegnante di scienze, il pomeriggio passato in classe a lottare contro la disattenzione dei suoi alunni durante il corso di letteratura russa. Avrebbe dovuto ripensare le lezioni su Checov, renderle più attraenti per le menti di giovani uomini che pensavano, lei lo sapeva, che quei libri fossero un obbligo inutile, come un sasso pesante da spostare sulla strada della loro carriera.
Mentre il bollitore fischiava richiamando sonoramente la sua attenzione, si ricordò di un altro allievo.

Si versò l’acqua in una grande tazza di ceramica, poi prese rapida e decisa dal cassetto dell’ingresso una serie di fogli di carta, di quelli tutti bianchi con lo stemma della scuola. E scrisse. Quando terminò, il tè si era raffreddato. Rilesse e si rallegrò con se stessa. Quello che aveva scritto per il suo allievo più lontano era probabilmente quello che serviva per incoraggiare i suoi renitenti studenti con cui aveva a che fare tutti i giorni. Scrisse anche questo nella sua calligrafia semplice e chiara in un lungo post scriptum, poi scelse una busta rossa di quelle che usava per inviare gli auguri per le festività. In maiuscolo vergò l’indirizzo con un piccolo moto di nostalgia e depose la lettera dentro alla cartella, il bordo che sporgeva di un paio di centimetri come una lingua impenitente, in modo da ricordarsi, la mattina dopo, di imbucarla.
Sapeva che lui avrebbe sorriso.

Era il sabato di un pomeriggio scarsamente soleggiato. Aveva appena terminato il giro per i campi. Aveva controllato l’irrigazione, potato qualche filare decisamente esuberante nella fioritura in quei primi giorni di primavera. L’inverno era stato lungo, aveva piovuto molto e pareva che il frutteto dietro alla fattoria di famiglia non vedesse l’ora di esplodere di raccolto e colori. Indossava i calzoni di velluto da lavoro che ormai gli facevano caldo, le solite scarpe coi lacci color del fango e aveva deciso di sfidare la buona sorte e le previsioni dello zio che dicevano che non era ancora tempo per le giornate di sole, indossando il cappello di paglia che lo proteggeva durante la buona stagione.
Decise di andare a casa. Fece un fischio al suo collega, la mano che indicava che si sarebbe avviato. L’altro rispose urlando in dialetto ‘Và por avanti, mè ariv sobèt‘. Con un cenno si congedò dai campi avviandosi spedito verso casa. Avrebbe fatto un lungo bagno, sempre che fosse arrivato prima delle sorelle che altrimenti c’era da fare la fila per lavarsi, poi avrebbe messo il suo vestito migliore e il cappello nuovo comprato in merceria poche settimane prima. Un affarone come aveva detto il commesso, un suo amico che proprio per quella sera lo aveva invitato a una festa nel paese vicino.
Vedrai che ci divertiamo‘. Toccava dargli credito, l’amico era esperto non solo nel servire le signore convincendole a comprare stoffe pregiate con la parlantina efficace e il sorriso suadente, ma anche nel sapere sempre dove andare a gozzovigliare alla sera. Con un po’ di fortuna avrebbe pure incontrato quella ragazza bionda che lo salutava timidamente quando si vedevano durante le mattine del mercato in piazza. Entrò dalla porta sul retro, evitando il salone dove la madre e le sue amiche stavano preparando i tortelli per il mese successivo, piegandoli con abilità e ripieno di chiacchiere e consigli assortiti su come portare avanti la casa e le vite dei figli. Arrivò in camera, si tolse la camicia quando vide una busta rossa lasciata sul letto.
Era arrivato il postino quella mattina. Riconobbe subito la calligrafia. La sua amica che viveva, come amava scrivere nelle sue lettere, al di là della Manica. Ormai erano anni che aveva intrapreso quell’avventura. Assetata di sapere e desiderosa di avventure aveva speso tutti i risparmi per affrontare il viaggio, perfezionare gli studi e allontanarsi dalla vita del paesello. Le era piaciuto, aveva trovato il lavoro e l’uomo dei sogni. Un inglese colto ed elegantemente pallido. Prese il coltellino con cui affettava un frutto mentre passava le ore a leggere i libri che lei gli aveva portato durante la sua ultima visita al paese e con accuratezza aprì la busta. Erano quattro pagine riempite con parole lineari come se i fogli avessero le righe verticali di uno spartito. Mentre leggeva, la fisarmonica dello zio, al piano di sotto, lo accompagnava.
Gli scriveva degli avvenimenti nella grande città e poi, soprattutto, manteneva una promessa fattagli pochi mesi prima, l’ultima volta che si erano visti. Erano andati in giro per il paese in bicicletta e al riparo di un grande albero lei aveva aperto quello che lui aveva immaginato fosse la merenda, così racchiuso in un burazzo di cotone verde, invece erano tre libri. Una raccolta di poesie in inglese di uno scrittore che lei amava particolarmente, un libro di avventure rocambolesche ambientato nella lontana India e un poderoso volume di racconti di uno scrittore russo di cui lui aveva sentito parlare soltanto una volta.
Quel giorno l’arrivo di altri loro amici, una sorpresa orchestrata appositamente per il ritorno a casa della ragazza, aveva interrotto la lezione privata e posposto le tante domande che voleva farle su quegli autori. Il giorno dopo, prima di partire, lei disse che gli avrebbe scritto. Ed eccola, la risposta alle domande, i titoli dei racconti preferiti, una biografia rapida dell’autore e altre note speciali perchè scritte soltanto per lui. Aveva ancora indosso i calzoni e le bretelle e seduto sul letto intento a leggere quella voce lontana ma così chiara, non si era nemmeno accorto dellle sorelle che erano andate in bagno compromettendo i suoi propositi di arrivare presto all’appuntamento col suo amico. A quel punto non sapeva nemmeno se andarci, tanta era la voglia di riprendere quei racconti, di leggerli ancora.
Nel dubbio, rilesse le righe finali della lettera.
“…e ti auguro di non dormire nelle notti laggiù, fra stelle e rumori di grilli, con gli occhi sbarrati che divorano parole“.
Prese fogli e penna e si mise a scrivere una risposta, pensando alla sua amica, lassù oltre la Manica.

(grazie per l’ispirazione, byronic

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