(musica) Una sera, due concerti (classica)


(…con babbicciu ci si conosce e frequenta anche fuori dalle pieghe del web. Ieri sera dovevamo andare insieme a vedere i ‘Mogwai’ a Bologna. Poi, le nostre strade si son divise. Stamattina, ci siamo lanciati una ‘sfida’ reciproca. Scrivere un post, in dieci minuti, sulla serata. Poi li abbiamo frullati un po’. Questo è il risultato di una serata passata ascoltando due concerti di musica classica)

Ieri la buona musica ha fatto l’amore con le mie orecchie.
Dai, cos’è uno yogurt frullato nelle viscere del post rock e del caldo torrido dell’estragon?

Partiamo dalla fine? No.
Partiamo dall’inizio. Meglio.

A questo concerto dovevo andare con il mio mentore stagione 2010/2011. Ma lui credeva che io avessi preso il biglietto anche per sé. Io invece credevo che se lo fosse procurato attraverso altri amici. E io pensavo che saremmo andati là in pochi. E lui credeva di dovermi tirare il bidone perché all’ultimo si è ricordato di avere altro concerto in programma, stesso giorno. Infine si arrovellava su come piazzare il biglietto che io non avevo in più. Psichedelico.
Dovevo andare a un concerto ieri sera, lo aspettavo da mesi. I ‘Mogwai’, la band col nome di un pupazzo di un vecchio film che può diventare maligno, la band che è co-responsabile di una nuova scrittura rock e della nascita per imitazione di pessime cover band che coprono mancanza di ispirazione con chili di riverberi fuzzosi, infine, una band che, come dicono quelli di ‘bastonate’, fa stare bene stando male.

Fatto sta che io sono andato al concerto dei Mogwai, a Bologna, e lui altrove, felice di non aver sprecato alcun biglietto e soddisfatto del proprio evento.
Eh, invece mi son ricordato all’ultimo di avere per le mani biglietto preso con sei mesi di anticipo, troppo per la mia memoria, per un concerto di archi e pianoforte. Sempre di musica classica, trattasi. Non sperpero i soldi, sto coltivando una nuova passione e ai ‘Mogwai’ mi dò già troppo nei lunghi ascolti dell’ultimo, bel, disco. Pazienza. Vado a teatro, luccicori di lampadari finto ottocento e stucchi dorati e poltrone di velluto rosse.

All’Estragon per la prima volta arrivo in ritardo, a concerto iniziato (perso un pezzo). A parte il fatto di essere partiti da “o’paese” con una calma olimpica post pizza, scopriamo che, perfettamente in tema con il clima politico cittadino, in via Stalingrado i semafori non diventano mai verdi.
Arrivo con calma, nessun semaforo nella strada bassa e scura in mezzo ai campi che ben ospiterebbero un video dei ‘Mogwai’. Magari con un lupo mannaro che sbuca da dietro una casa colonica inutilizzata da anni e con le crepe nelle mura, in un tripudio di immagini scure e paurose, solo sogni che svaniscono al sorgere del sole.

Corsetta auto-biglietteria e si parte. Due passi in mezzo alle ultime file e non faccio in tempo ad ambientarmi che parte “How to be a Werewolf” e da quel momento è amore, amore fisico. Quando il volume si alza vibro da piedi a gola, e le melodie (le tante melodie) mi penetrano la testa: orgasmo, minuti di orgasmo.
Mi accomodo sul velluto, saluto educato i due ottantenni al mio fianco con cui scambio pure due parole sul repertorio serale nascondendo con abilità e un sorriso la mia plateale ignoranza del genere. Esce il gruppo, no, gli orchestrali, sedici musicisti equamente divisi in maschi e femmine in un riuscito rapporto di parità dei sessi, altro che quote rosa. Piccolo inchino, sguardo al direttore. Via. Sonatina di Bach, ciao, vado in altri lidi mentali.

(facciamo una pausa)


(riprendiamo)

Quindi la mia ignoranza musicale si scosta, non conosco i titoli, non riconosco le tracce del nuovo album, ascolto e basta. Mi emoziono, molto. Un’ora e quindici volano via e quando annunciano “last two song to play” ho un fremito e penso: “Come? Di già?”.
Entra il pianista. Pare un ragazzino sgraziato, il frac da palcoscenico non gli dona, poi, piegato sul piano, pare un mago, le dita volanti e morbide accompagnano gli orchestrali per due brevi sinfonie che mi sollevano di netto e mi dimentico di aver dovuto scegliere fra due diversi concerti.

Poi…poi rientrati per i bis (che non sono bis) i ‘Mogwai’ riprendono a suonare e pare non smettano più. Il secondo brano dura 15 minuti, che paiono istanti e quindi, con un feedback allucinante tenuto in piedi altri 10 minuti, chiudono il concerto in 40 minuti da quando son rientrati sul palco.
Salutato l’amico pianista, il gruppo di viole e violini si riunisce per un’altra mini sinfonia di Dvorak. Gente inesperta di concerti con musicisti sul palco in frac, entusiasta ed emozionata dalla poesia che sprigionano gli archetti, rompe il protocollo e tenta l’applauso fra un movimento e l’altro, subito ripresa da stizziti ‘sshhhtt!’ di esperti attenti e da un sorriso bonario del capo dell’orchestra che riattacca il movimento successivo.

Sono allucinato, estasiato ed entusiasta.
Finisce dopo due ore, pausa inclusa, un bis veloce, un’arietta allegra e via. Male alle mani, applausi, ‘bravo!’ e fischi di gioia.

La buona musica e la bella compagnia, punto.
La musica classica, la signora ottantenne che profuma di cipria e i voli pindarici di immagini random cullate da suoni ammalianti. Oh, bravi eh i ‘Mogwai’…oh, porc…han fatto ‘Hunted by a freak’



6 thoughts on “(musica) Una sera, due concerti (classica)

  1. Uh…la classica…roba da rimanerci stecchiti…
    I Mogwai invece, fa lo stesso, anche se magari dal vivo…mah…

    1. ‘a llibbanese, la classica è la nuova via, i ‘Mogwai’ son ottimi, anche per non abbandonare la vecchia via…

  2. ho visto i Mogwai qualche anno fa al Rainbow. Gran concerto. Invece devo dire che sto ascoltando l’ultimo (titolo-straordinario) e non mi trovo d’accordo con la pioggia di riconoscimenti che ha ricevuto. Innegabile la loro bravura e il loro impatto sonoro, ma sembra quasi come quando tutti si sono innamorati dei depeche mode (non è ovviamente un paragone musicale…!) e dicevano bravi bravi! ogni volta che facevano una scorreggia.

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