Per pianoforti (e percussioni)

(ho visto un concerto, te lo racconto) 

Due sorelle francesi. Arrivano sul palco quasi sommesse, lo sguardo basso. Da lontano si assomigliano, sembrano gemelle. Una indossa un completo con pantaloni tutto nero, l’altra una specie di vestitino rosso, che pare tagliato da una bambina inesperta di forme, sopra a una maglia di pizzo, quasi una punk lady degli anni ottanta. Entrambe hanno i capelli neri, crespi, lunghi, irrequieti. Non sono gemelle, forse sono due streghe eteree come la musica che suonano, pallide in viso come i tasti bianchi dei loro pianoforti, in contrasto col nero lucido del coperchio alzato dello strumento stesso dove il loro pallore si specchia in uno scarto cromatico quasi inquietante. Le code dei pianoforti sono affiancate, quasi incastrate fra loro, le forme forgiate con legno d’acero si sfiorano. Visti dall’alto sembrano comporre un simbolo di equilibrio, un abbraccio di lucente e producente armonia, due parti fuse di un motore di musica in movimento.
Sedute, si guardano separate da casse armoniche, corde e tasti. Sorridono. Le streghe, se son streghe, son buone e cominciano a suonare.

Il primo brano è una concerto per due pianoforti scritto da I.Stravinskij.
La sorella in completo nero è misurata nei movimenti, il busto immobile mentre suona la melodia e poche volte alza la testa. Quando lo fa spesso incontra lo sguardo dell’altra, tesa a ricamare trame di rapida eleganza o tumultuosa irrequietezza. La sorella nel vestitino rosso a volte fa piccoli balzelli come se fosse pizzicata da un martelletto appuntito che la colpisce da sotto il cuscino del panchetto su cui è seduta. Le braccia si agitano scosse dall’energia del suono mentre piccoli rantoli graffianti e rabbiosi le scappano dalla gola. Le brillano gli occhi di energia creativa mentre ricama trame solistiche veloci e nervose. Poi, cerca lo sguardo della sorella. Quando lo incontra, pare sfidarla a volte con uno sguardo troppo deciso a chiamarle l’attacco. Sembra voglia affrontarla come fosse una nemica, anzichè la metà della sua essenza musicale, pare voglia sfidarla in una gara di bravura che l’altra non accetta, quasi pudica mentre prosegue a suonare, a seguire il corso della sua melodica armonia, come stesse suonando per sè stessa, glaciale e imperturbabile anche mentre il movimento si fa con moto.
E’ un gioco delle parti. Sono elementi primari di una fusione perfetta di due anime in unica partitura. Il brano rallenta per poi accelerare nuovamente sotto i colpi della coppia. In breve rimangono le ombre delle note sospese in aria.  Pausa, applausi. Le donne si rilassano si scambiano un’occhiata che svela un piacere profondo, avvolto in un velo di timidezza. Non si alzano. Restano al loro posto, pronte per il secondo brano del concerto.
Una melodia conosciuta, una di quelle sequenze di note che entrano nel dna non soltanto personale ma di una intera comunità.
Gershwin, rapsodia in blue. Cominciano lente, offrono un assaggio di melodia, un’ombra conosciuta di suono che poi svela la sua forma come una bellissima donna che si mostra da dietro un sipario impalpabile. La musica sembra semplice e sicura, scattante e sinuosa, si muove agile in un saliscendi di ritmo e accenti, in battute ripetute e in una cascata di note per una versione a quattro mani che diventa a tratti come una conversazione in punta di tasti, un dialogo fra piccoli colibrì, un ‘Night & Day‘ di pixariana memoria per solo pianoforte con le mani delle due donne, ora entrambe sorridenti, come pacificate dalla grazia e semplicità del compito, che si scambiano le parti, lanciandosi a vicenda in brevi assoli, servendosi perfetti assist sulla partitura orizzontale, come in un allenamento abituale ma divertente fra lanciatore e battitore nel baseball.
Finisce, troppo presto, mentre le due aspettano il riconoscimento di applausi, guardandosi contente e benvolenti. Le streghe son sparite, dietro un sorriso riconoscente.
(intervallo)
(campanella)
(seconda parte)
Le sorelle tornano in scena. Portano con loro due accompagnatori. Uno indossa un cappello a tesa stretta e una camicia rosso sangue sopra pantaloni neri. Siede dietro a coppie di congas sia grandi che piccole più percussioni assortite che sfrutterà con parca fantasia. Pare uscito da un gruppo di musicisti di Miami e forse lo è.
L’altro si accomoda dietro una batteria color caramello ed è tutto vestito di nero, sobrio ed elegante non fosse per l’ampia camicia portata fuori dai calzoni come a nascondere un debole per un panino di troppo post concerto. Suona fluido e fantasioso,  secco e pastoso.
Si accoppiano cromaticamente alle sorelle, coppie di amanti sul piccolo palco e aggiungono ritmo e brividi alla trascrizione di West Side Story per due pianoforti e percussioni. Il palco diventa una laterale di una strada di NYC senza chiedere permesso ai puristi dei palchi, in un mix di bellezza energetica. La sfida in musica fra bande rivali per colpa di un amore impossibile viene musicalmente rivestita di nuove suggestioni, diventando una sorta di agile opera quasi rock, frullata nelle esperienze sonore di vari stili.

Le canzoni flirtano con la classica, colorandosi ora di un ritmo blues, ora di un fraseggio tropical, ora sorprendono con accenni di irruenza free-jazz, ‘America‘ viene proposta per piano e doppio handclappin‘ più pestoni con i tacchi delle scarpe sulle assi del palco, ‘Somewhere‘ sono dolci colpi di spazzola e gocce di pianoforte. Il pubblico è rapito, io sono in visibilio. Le coppie di musicisti suonano con trasporto e gioia, terminano sudate e con le guance rosse, dopo avere infuso passione e un pizzico di sfrontatezza nell’esecuzione.
Dura un’ora, ne vorremmo di più. A giudicare dal diluvio di applausi che scende dai palchi, molto di più. Finisce con un veloce bis di ‘America‘ ed è stato bellissimo.

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