la bellezza di Daniel

rctfyLa sigla già è stupenda. Sarà perché è un brano di una delle mie piccole band del cuore, ma è perfetta come introduzione.
Il personaggio principale si chiama Daniel, che quando si presenta con quella voce così bassa e profondamente timida già gli vuoi bene. Ha passato diciannove anni dentro a una cella, tutta bianca, lui vestito di bianco, nel braccio della morte. In questi anni ha parlato coi vicini di prigionia, attraverso i muri e le prese d’aria, letto molti libri e aspettato il boia che però non è mai arrivato e un giorno, Daniel esce.
Si ritrova a guardare un mondo che in venti anni è molto cambiato. Posti che sono quotidiani e banali per i suoi concittadini, per lui sono spaventosi. Entra in un centro commerciale con uno sguardo perduto, come uno che cerca una bussola e invece si trova paralizzato davanti a una ordinata ragnatela di pareti ricolme di prodotti tutti uguali, guarda posti che non c’erano quando era in giro, poi c’erano e adesso non ci sono più, ancora.
Il mondo è cambiato due volte da quando è andato via, ma certi sentimenti, di rivalsa, di giustizia e ingiustizia, sono più resistenti del tempo che passa. Cose a cui non è abituato, lui è abituato a stare in un limbo bianco, ad aspettare il boia che forse avrebbe fatto meno male di certi sguardi.
Quello che non è cambiato, è quello che l’uomo può modificare, ma mai distruggere. La luce del sole che entra da una finestra o che scompare dietro una collina, un campo verde che respira, le foglie degli alberi che flirtano col vento, le nuvole che passano come gli anni. Quelle cose che Daniel sognava nel suo limbo bianco, che quando rivede gli sembrano magia.
It’s the beauty that hurts you most.
Altre cose Daniel magari le vorrebbe (semplicemente?) riabbracciare, come la sua famiglia che nel frattempo si è fatta più complicata. Altre cose le vorrebbe dimenticare, ma è costretto a ricordare.
E’ colpevole? E’ una persona cattiva? Forse vivere fuori è più complicato di sopravvivere dentro la sua cella, un posto dove a volte ritorna, un rifugio di confortevole malinconia.

La serie ha un logo futuristico, è ambientata in Georgia ed è cosa nota che le serie ambientate nel Sud degli States tendono ad essere fighe e con accenti clamorosi ‘what did you said bro?‘. Narra di solitudine, adolescenza e innocenza infinita, di storie mai chiuse, flirta con la filosofia e parla di rapporti con un dio che non si sa bene dove stia, di famiglia, di giustizia e di violenza. C’è lei che è un amore di capelli, c’è un personaggio che tira testate sul setto nasale ad ogni inquadratura e Daniel che è bravissimo. Tutto con un tono da romanzone antico, lento e riflessivo, verbale ma non verboso ed è la serie tv che vorreste vedere ma non lo sapete ancora.

 

 

the singles collection #4

Tutti tornati dalle vacanze? Bene, torna anche come una bassa marea di ricordi musicali, la rubrichetta a scadenza casuale di soliti suggerimenti non richiesti. Ascolti misti, pezzi in heavy rotation da queste parti nelle ultime settimane.

Merchandise – Enemy
Ascoltando per la prima volta l’album di questa band, mi è sembrato di essere tornato nella stanza da teenager dove consumavo pop inglese di fine ottanta dopo aver visto deejay television. Mi ricordano una band dell’epoca di cui però naturalmente mi sfugge il nome. zuccherosi, pucci, quattro pezzi killer, serve altro?

Mr.Twin Sister – Blush
Per quelli che sotto l’ombrellone hanno sognato l’avventura estiva che non hanno avuto. In bocca al lupo per l’autunno. Una ballad da restarci secchi, occhio.
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‘daje amò, è solo un film, non piangere’

tfinosAl primo ‘ti amo’ che scivola dolce dallo schermo, risponde dalla platea una voce di ragazzina adirata. ‘Ma vaffanculo’.
Poche file più avanti mi chiedo ‘Ma come? Vengo a vedere un film per cui sono palesemente fuori target – unico quarantenne maschio in una sala piena di ragazzine con capelli raccolti e madri con felpa o camicetta bianca – e scopro il cinismo duro del pubblico a cui è rivolto?’
Fortunatamente no. La contestatrice viene zittita oppure annegata da fazzolettini intrisi di lacrime narcotizzanti oppure subisce il fascino semplice della storia e un silenzio palpitante di attese si impossessa della sala.
Ogni tanto un flebile singhiozzo parte a caso, nella scena finale anche il tizio fuori target si dà due colpetti sotto le palpebre per resistere al climax. Poi finisce e una ventenne forse troppo sensibile viene anche abbracciata dalle sue amichette per quanto ha pianto, ma è solo un film, quindi tutto finisce in risate che stemperano la tensione romance accumulata.
Mi chiedo cosa scriveranno oggi nei loro diari queste ragazze, mi chiedo se esistono ancora i diari cartacei, ma credo proprio di sì.
Fuori, una madre che avrà un pullmino perché è circondata da una squadra di pallavolo femminile, dice: ‘Ragazze, auguro a tutte voi di trovare un uomo così’.
Le favole son sempre belle da ascoltare e come in questo caso, quando son raccontate bene, funzionano.

(il film è ‘Colpa delle stelle’ – teen romance drama fin troppo garbato e liscio ma efficace grazie alla protagonista e nonostante qualche scorciatoia e dieci minuti di troppo – adatto a un pubblico con voglia di tenerezza, dove due ragazzi si trovano a un gruppo di supporto per ammalati di cancro, tratto da un libro di successo che io non conoscevo ma magari voi ne avete sentito parlare)

lettera a una tifosa della juve


acr(alla gentile signora tifosa della Juve che pochi minuti dopo l’inizio della prima partita del trofeo TIM, che vedeva di fronte i due squadroni più titolati d’Italia, ha chiesto ai ragazzi dietro di me, se potevano mettersi a sedere perché lei era la prima volta che veniva allo stadio e voleva vedersi la partita comoda)

Gentile signora, la risposta che le è stata data non è stata forse da gentleman nel tono, ma nemmeno da maleducati. Non so se lei ha capito ma non credo, visto che, parole sue, era la prima volta che entrava in uno stadio.
A casa nostra noi stiamo in piedi‘.
Proverei a spiegarglielo il significato di questa frase.
Noi, i mille, millecinquecento, poco più poco meno, non importa, che eravamo in piedi a sventolare bandiere di una squadra che non avrebbe giocato, in quello stadio ci abbiamo passato tantissime ore. Abbiamo preso l’acqua, preso gol, tirato insulti, perso tonsille, sudato e sofferto, gioito poco, vinto meno, ma in quello stadio, in quella curva, ci siam cresciuti, alcuni ci sono nati, sportivamente parlando. Per frequentare uno stadio, non abbiamo aspettato un torneo agostano in diretta tv. Per farlo abbiamo speso soldi (si figuri che alcuni li hanno spesi per contribuire a costruirlo, quello stadio) ma questo è il meno, abbiamo negoziato con moglie e fidanzate ore libere, conosciuto gente, stretto amicizie, fatto casino a volte, ma niente di particolare.
E mi raccomando, scacci subito immagini di delinquenza e etichette ‘ultras’.
Siamo (uso il plurale maiestatis, un vezzo, mi perdonerà) gente tranquilla per la stragrande maggioranza, due urlacci li facciamo dagli spalti, ma alla domenica a pranzo mangiamo i tortellini in famiglia. Siamo provinciali, ‘strapaesani’ come ci ha definito il ‘Corserone’ nelle colonne dello sport.
Lei, semplicemente, non può capire. E, davvero, la ringrazio per essersi poi messa in piedi a vedere la sua partita, accettando l’incomprensibile. Tanto, a sedere, avrà visto la partita dopo, che noi eravamo usciti perché quello che dovevamo dire, o mostrare, l’avevamo già fatto.
Abbiamo occupato pacificamente un posto che noi sentiamo nostro, per gridare che no, noi non dimentichiamo cos’è quel posto per noi. Una specie di dimostrazione politica.
Surreale sa, andare allo stadio per non vedere la partita. Quella non ci interessava. Si figuri quanto siamo strani. Abbiamo pagato quindici euro per non vedere una partita e al quarantesimo minuto siamo usciti. E già questo, lei, a mio modesto parere, fa fatica a comprenderlo. Lei, probabilmente, se la sua Juve non vincesse lo scudetto per tre quattro anni – boh, metta che la Fiat vada a male o che ne so (è solo un esempio, non una gufata) – non passerebbe un sabato sera d’agosto a vedere il calcio, andrebbe con la sua famiglia a mangiare una pizza.
Perché, con tutto il rispetto, ci mancherebbe, e spero lo abbia notato che non c’è stato un coro uno contro le squadre scese in campo perché, ovviamente, non era quello il nostro punto, il suo calcio è diverso dal nostro.
Il nostro fa rima con identità, orgoglio ed esserci, più spesso possibile se non sempre, anche in una serata così, sportivamente inutile per noi, sfilando in corteo (ci piacciono i cortei, non è la prima volta) e poi tifando per una squadra che lei magari non sa nemmeno che esiste o che il ragazzino spocchioso suo vicino di posto ha definito ‘sfigati’.
Bé, la nostra squadra esiste. Noi l’abbiamo rappresentata ieri sera. Fa la Lega Pro con risultati ridicoli da anni ma soprattutto esiste nei nostri cuori e nei nostri ricordi, sia che arrivi prima (quando mai) sia che, come capita spesso, arrivi fra le ultime.
Si chiama anche stare in piedi a vedere la partita appunto, si chiama non gradire un modo di vedere il calcio che sì, ha già vinto, ma che si può non accettare, o perlomeno discuterne l’essenza, spesso priva di valori etici e di radici locali, in un impeto di romanticismo sterile, passatista e assolutamente perdente, ma che preferiamo all’aridità di conferenze stampa dove si parla di ammodernamento delle tribune vip, sinergie e di ‘i tifosi accetteranno‘.
Un sentimento che nasce dal basso e non entra nella contabilità dei trofei vinti.
Si può non essere d’accordo con una narrazione dove importa solo essere là sopra, solo vincere, dove conta il ‘top‘, parolina tanto odiosa quanta abusata da media e tifosi ‘vincenti’ per segnalare l’importanza del loro prodotto.
La nostra narrazione è diversa da quella comune, quella appunto che vince, quella per esempio che oggi, sulle colonne del quotidiano sportivo più importante, ci dedicava quattro righe che contenevano una inesattezza e una balla clamorosa. Anche questo, per dirle quanto siamo poco importanti.
Però, le ripeto, quei gradoni dove lei voleva ci sedessimo, noi li sentiamo come una seconda casa, appartengono a noi e nessun imprenditore con tanti soldi quanta scaltrezza (le risparmio la storia delle modalità con cui una multinazionale, col plauso di istituzioni immobili e il silenzio di imprenditori locali, ha acquistato dal curatore fallimentare lo stadio) ce li potrà mai togliere.
Per il resto, spero si sia divertita, anzi ne sono certo. Di sicuro, più di tanto non l’abbiamo disturbata, lei la sua partita l’ha vista.
Ci scusi per un paio di vaffanculo a gente che se li è meritati e la finisco qua.
E chissà, magari ha sentito un briciolo del nostro sentimento, paesano e sorpassato oppure resistente e sempre emozionato, un sentimento positivo, comunque e magari le è scappato un sorriso, magari ha pensato ‘Bé, strani ma forti e colorati sti tifosi della Reggiana‘.
La ringrazio della pazienza e a presto.

(foto: FB, FaceRegia

draghi Flap Flap

httyd2Due righe su ‘Dragon Trainer’ vogliono scritte, dopo che il primo era stato una rivelazione. A parte che creava un universo che unisce vichinghi (che nella scala dei personaggi fighi sono nella top ten perché Thor, martelli, mantelli, baffoni, navi che solcano mari gelidi, eccetera) e draghi (che nella scala dei personaggi fighi sono nella top ten perché…cioè, con la scusa di un drago mi han convinto a vedere il sequel della trilogia ‘Anelli’, insomma…DRAGHI!) nel film si trovava la parabola classica sul personaggio ‘diverso’ che trova la sua realizzazione, in mezzo a grande divertimento, alto coefficiente di spettacolarità e agli occhioni del drago protagonista.
Il sequel non pensavo potesse essere all’altezza. Mi sono ricreduto prestissimo.
La riproposta aggiornata e non banale del mondo che si è creato dopo che abbiamo imparato a convivere coi draghi, è accompagnata da una bella avventura, visivamente sontuosa e da emozioni esposte con semplicità e delicatezza che colgono nel segno.
Insieme a una ciurma di bimbi concentratissimi (fateci caso, più i bimbi fan silenzio più il film è bello, ma questa è un’ovvietà) ho trovato l’ottenne che è in me sempre pronto a gasarsi davanti alla lotta per la giustizia e a commuoversi un pochetto (diciamo…) per le scene più emotive e per gli occhioni.
Come si dice, consigliatissimo, per tutta la famiglia.
DRAGHI! Vichinghi!
Yeeee! Flap Flap Flap!
(ok…ok…)

Fausto

 

fotoArrivò sulla sua Ford station wagon blu scura. Duecentomila chilometri ‘ma tenuta come se fosse uscita ieri d’in concessionaria, eh‘.
Parcheggiò nel solito punto, di fianco agli ombrelloni che d’estate offrivano refrigerio di tela a chi si fermava per il classico panino e via.
Il frigo con le bibite lo nascondeva dalla donna dietro al bancone.
Sotto a uno degli ombrelloni, un tizio fumava una sigaretta, leggendo un giornale sportivo che nel titolo ironizzava sulla disfatta brasiliana ai mondiali. Fausto si ricordò della sera prima nella solitudine della sua casa, davanti alla tv, quando fu contento di addormentarsi dopo il quarto gol tedesco, sicuro, per una volta, che il risultato non sarebbe cambiato.
Estrasse dal portaoggetti una lametta usa e getta di colore azzurro spento e si passò il rasoio sulla pelle rugosa. Si accorse che il tizio lo stava guardano. Lo sfidò con lo sguardo, i suoi occhi chiari a dire ‘Cosa c’è? Non posso sistemarmi la rasatura?’. Il tipo tornò ad interessarsi delle ultime povere notizie sul calcio mercato per poi spegnere la sigaretta e sparire nel parcheggio, fra camion con targhe straniere già fermi per la notte. Fausto si controllò il mento passandoci una mano sopra. Un ultimo colpetto di rasoio sotto un labbro e poi ripose lo strumento nel portaoggetti. Si specchiò nel retrovisore, dandosi una sistemata al ciuffo di capelli bianchissimi, sistemò gli occhiali e uscì nell’umido della sera.
Quattro passi ed entrò in bar.
La donna dietro al bancone lo vide entrare dando una rapida ed esperta occhiata allo specchio sistemato fra la macchina del caffé e lo scaffale dei superalcolici. Impiegò più del dovuto per sbarazzarsi dei fondi di caffé  e si girò con uno scatto della testa.
‘Vé Fausto’
‘Ciao’
‘Come stai? Cosa fai qua quest’ora?’
‘Eh, devo andare a prendere la piccola danzatrice che la mamma è in ritardo al lavoro’
‘Ma che bravo che sei’.
Si guardarono, loro due, soli, nel locale.
‘Cosa ti posso dare?’
Lui esitò per poi ordinare un Campari con poco vino.
‘Non ti fa mica male vé un goccio’ disse lei mentre abbondava nell’aggiungere vino bianco fermo al rosso analcolico. Fausto prese il bicchiere bevve un sorso e disse ‘Tu? Il tuo ginocch…’
La voce rimbombante di un camionista enorme con addosso una canottiera sudata e penzolante riempì il piccolo bar come un vento caldo, interrompendo Fausto. ‘Signoraaaaa, mi dai una coca ghiacciata che sto moreeendo di sete’.
La donna rivolse un sorriso a Fausto e rispose all’omone, alzando il tono della voce. ‘Bé ma cosa urli, son mica sorda vè’.
Fausto squadrò l’uomo che si curvava sopra la pancia prominente per scegliersi un panino con frittata dai fondi di giornata rimasti dietro la vetrina del cibo. L’uomo chiese di scaldare il pane e iniziò a raccontare alla donna la sua giornata. Fausto aveva sempre saputo stare al suo posto, portò il suo bicchiere al banco dei giornali e lesse qualche notizia locale bevendo il suo aperitivo.
Gli arrivò un messaggio sul cellulare. Scorse il visore lentamente e poi finì il suo drink. Tornò al bancone dandosi il cambio con l’omone che stava parcheggiando la sua mole su uno sgabello già biascicando vorace il panino.
Alla smorfia di disgusto sul viso di Fausto, rispose un sorriso della donna.
‘Vai di già?’
‘Sì, vado’
‘E com’è la ballerina? Brava?’
‘Non me ne intendo molto, mi sembra si impegni, quello sì’
‘Dai che i nipoti sono l’unica gioia che ci resta’.
Fausto guardò sopra allo specchio. La foto ritraeva il marito della donna coi tre nipoti, pochi giorni prima dell’infarto finale. Il suo amico, con cui avevano passato troppi venerdì sera a fare tardi in quel bar a bere e giocare a carte. Fausto a casa aveva una foto simile. Ritraeva la moglie con la piccola ballerina, un paio d’anni prima della malattia fulminante. Specchi.
‘Cosa ti devo, che scappo?’
‘Due euro, dai’
Lei si chinò appena sulla cassa per cambiare una banconota e lui riuscì a vedere un fiocchetto bianco, nello spiraglio fra i due bottoncini della camicia senza maniche che stringeva il seno prosperoso per cui aveva perduto la testa tanti anni prima, quando tutti le facevano il filo.
‘Anche passare a trovarti è una gioia’ le disse di corsa.
Lei ebbe un lampo negli occhi che scacciò con un gesto della mano, come una mosca fastidiosa.
‘Ma va là, Fausto!’ disse, controllando l’unico altro cliente nel bar.
Il camionista nemmeno li ascoltava mentre sbriciolava pezzi di pane su un giornale spiegazzato.
‘Torna a trovarmi, dai’.
Fausto riguardò la foto, sorrise.
‘Certo, a presto, buonaserata’.
Salì sulla Ford, sentì in anticipo i morsi della sua poltrona che lo attendevano a casa, pensò al sorriso della nipote, sicuramente troppo sudata in quel tutù bianco troppo stretto, pensò che prima o poi avrebbe trovato il coraggio, che una sera non avrebbe guardato quella foto.
Ci sarebbe stata la festa del paese qualche settimana dopo. Allora sì che avrebbe avuto l’ardire, sì. Fausto avviò la macchina. Buttò uno sguardo alla vetrata esterna del bar, vide la donna parlare col camionista. Per un attimo Fausto pensò che lei lo stesse guardando. Sì, avrebbe trovato il coraggio. Ingranò la marcia, la Ford fece uno scattò e partì.

 

tre passi con ‘The National’

 

foto 1 (4)1. di sassi e ricordi.
Che poi non lo volevo nemmeno scrivere il post sul concerto dei ‘The National’. Quando sono tanti anni che hai un blog su cui scrivi anche dei concerti è che all’ennesima volta che ti trovi davanti uno dei tuoi gruppi preferiti, magari pensi di non averne voglia di scriverne, perché hai già dato.
Il giorno dopo leggi un pezzo scritto col cuore da sotto il palco e una mezza voglia di scrivere le due robe solite ti viene, poi è il giorno dopo e sei stanchissimo che si è fatta una certa età dove i concerti infrasettimanali hanno anche il significato ben preciso di portare una stanchezza per fortuna spesso pari alla contentezza e perdi l’attimo, poi lo ritrovi come il filo di un gomitolo capriccioso, ma poi arriva una telefonata di lavoro e l’ispirazione si perde nel dovere e insomma il post non lo scrivi e pazienza. Il filo però rimane ballonzolante e dopo due giorni, quando hai recuperato bene, capita di vedere un film e allora, con un balzo felino, prima che la voglia passi ancora, eccoci qua.
Innanzitutto per scriverlo, per ricordarmelo, che in quella piazza, almeno una volta all’anno, bisogna tornare. Perché nella piazza ci sono i ciottoli che sono come impronte in cui ti riconosci, perché da lì ci sei già passato e quel passato, quei sassetti piantati per terra, formano una storia che proprio come i ciottoli invecchia piano, si prende la pioggia, si leviga ma non si dimentica.
Si potrebbe scriverne un romanzo più o meno di formazione, i ciottoli come capitoli che raccontano, attraverso i concerti, una compagnia che cresce, cambia, eccetera.
C’è quel ciottolo dov’eri con quella persona che sembrava niente e invece dopo è diventata qualcosa, quell’altro dove hai salutato gente che leggevi tempo fa su blog che adesso non esistono più, cancellati ma non dimenticati, residui di un’altra epoca che era solo ieri però sul ciottolo rimane. C’è quel buco fra due sassetti dove hai rischiato la caviglia saltando e ricordi esattamente dov’è, quello dove ti sei seduto spossato a fumare una sigaretta di cui ricordi ancora il sapore, quelli dove hai ricevuto un ‘grazie’ speciale, quello dove hai un ricordo di una persona che poi è cambiata e così via, ognuno il suo numero di ciottoli. Come tutti i bei posti, è il posto che funziona, il posto per cui si torna. E anche ieri sera, altri ciottoli da ricordare, finché avrò voglia di raccontarlo, finché un ciottolo prenderà un’impronta e saprò leggerla.

foto 2 (4)2. fan & personal.
I ‘The National’ e la loro musica sono un po’ il trait d’union dei miei ultimi anni. Eleganti e malinconici, potenti e delicati, se la loro musica fosse un uomo questo sarebbe l’uomo perfetto e forse Matt Berninger lo è, l’uomo perfetto, amato dagli uomini perché sul palco si sbronza spesso e perché indossa splendidi gilet e dalle donne perché ha una voce fantastica e fascino che lo percepisci da metri di distanza.
I ‘The National’ son capaci di aprirmi la pancia, bastano tre canzoni, l’ipnotico ritmo di quel fenomeno di batterista che a colpi di tom allenta le viti dalla cassa che pensavo di avere chiuso bene e pop! saltano fuori robe e non ci posso fare niente come non si può fare niente per rimediare ad errori, parole rimaste aggrovigliate, atti di coraggio mancati. Quello che si può fare è cercare di fare meglio e se non basta, boh, riprovare e bere ancora un po’ di vino, seguendo il cantante, cullandosi nelle melodie al pianoforte, esaltarsi con le trombe, saltellare e occhio ai ciottoli storti, seguire le urla di Matt durante ‘Squalor Victoria‘, tenere il ritmo, pompare energia, cantare un sing-a-long con la frase ‘All the very best of us string ourselves up for love‘ che sembra una stronzata da bacio perugina ma forse è anche una verità, fino a quando ci stringiamo in un abbraccio ideale e collettivo mentre per coreografia vengono giù due gocce d’acqua due.
Fanno cinque volte. E’ stato bello. Come sempre. Forse un po’ meno, dice. Ma va benone. Gli anziani dei concerti dei ‘The National’ son contenti, le novizie pure. Poi, questo giro, son pure riuscito a dargli una pacca sulla spalla a Matt mentre girava sui ciottoli, che lui lo fa di scendere dal palco e farsi una camminatina in mezzo al suo pubblico. C’era scritto ‘Bene’ su quella pacca e bene sia.

mfs3. il film
Nella settimana dei ‘The National’ c’è anche un film. Un documentario girato dal fratello del cantante. Per chi non lo sa la band è composta da due gemelli, due (altri due) fratelli e appunto il cantate. Che però un fratello ce l’ha. Questo fratello è stato in giro con loro per sei mesi per poi uscirsene con un documentario che è quasi un film che è un pochetto un saggio.
Il titolo è ‘Mistaken for strangers‘ come una delle loro bellissime canzoni.
Mostrare il classico dietro le quinte di un tour di una rock band diventata quasi famosa è un pretesto per sviscerare il rapporto fra fratelli, il fare i conti con il passato e con sè stessi, crescere, perdere e forse trovare.
Another uninnocent, elegant fall into the unmagnificent lives of adults
Cose basiche che il cinema affronta da secoli, qua mostrate in un contesto che diventa intimo non solo per il rapporto fra i due ‘protagonisti’. Il film è divertente, commovente, amatoriale ma non troppo, profondo perfino e soprattutto sincero, senza dubbi. Può piacere anche a te che pensi che i ‘The National’ siano noiosi. Dura settanta minuti, escluso il bonus per fan di tre canzoni suonate live dopo i titoli di coda.
Lo puoi vedere online. Io un’oretta ce la perderei, fossi in te. Al cinema, unica proiezione, eravamo in otto. C’è un momento che si vede Emily Blunt, quindi a Emily Blunt piacciono e mi sembra pure giusto (chi mi conosce sa che ho sta fissa teen per Emily Blunt va bè).

Bé peccato per chi non l’ha visto e per fortuna che non dovevo scriverlo eh il post sui ‘The National’…