Grand Anderson Hotel

gbhCambiano i formati delle inquadrature, non cambia la certosina, maniacale, impressionante ricerca dell’inquadratura perfetta di Wes Anderson che in questo film raggiunge probabilmente l’apice di questa sua ricerca formale.
All’inizio sembra tutto lì, poi il film prende un corpo retrò, diventa un pastiche di altra epoca, con cameo di molti degli attori già approdati nei territori ‘andersoniani’, quasi fosse un lascito, il compendio di una carriera. Sicuramente non lo sarà, servono film di Anderson al mondo, non solo per i maledetti hipster, anche per le settantenni vestite con tailleur salmone che escono contente come noi dalla proiezione del venerdì sera.
Il film è delizioso, a tratti meraviglioso, divertente e raffinato non solo per palati cinefili, con un Ralph Fiennes smagliante, la scena della prigione che vale doppio, rendiamo grazie all’autore e c’è pure una buona dose di malinconia, come crema su un pasticcino perfetto che dona un bel sapore al tutto. Che è molto, tanto, che, quasi quasi, torno già a vederlo.
Imperdibile, davvero.

 

al cinema con Chris

cptPrendi Chris Evans, mettigli il fondotinta per gli zigomoni, pompalo tantissimo, ricordagli di sfoggiare il sorrisino da figlioccio dell’America, mettilo al comando del nuovo polpettone Marvel che prosegue nella sua strategia di dominio fumettoso dei multisala, con bonus di attore famoso, più Scarlett J. (che detto fra noi, non sta molto bene coi capelli color Russia, prussia, rame, quel colore lì). Aggiungi personaggi già visti ma anche personaggi a caso, agita bene, dovresti tagliare dieci minuti ma pazienza.
Il film è discreto, niente di memorabile, gran botte ma anche pizzicori di noia quando spiega le cose ma meglio del primo, più ‘maturo‘ diciamo e molto belle le scene finali.
Sei più a Chris, per la fisicità.

snwprcrPrendi Chris Evans, mettilo al comando di una rivolta sul treno che gira per il mondo col suo carico di sopravvissuti. C’è stato un disastro ecologico che ha trasformato la terra in una palla di neve e ghiaccio perenne, dove l’arca sferragliante compie il suo giro, con i suoi scompartimenti settari. Fagli crescere la barba, mettigli uno sporco zuccotto di lana in testa e mettilo nelle mani di un regista coreano (l’avete visto ‘The Host‘? no? male, fate i compiti) che crea un piccolo cosmo sporco, violento, ingiusto, girando in spazi stretti, usandoli molto bene e creando una bella atmosfera di eroismo, irrealtà, tensione, con soluzioni narrative criticabili, non banali. L’idea tratta da un fumetto, è fichissima, il film è buono, niente di memorabile ma da recuperare, se è sparito dalle sale della vostra zona, se volete un action meno convenzionale del solito.
Sette più a Chris, perché a tratti pare addirittura bravo.

Ps.: il trailer di ‘Godzilla’ su grandissimo schermo è il GASAMENTO assoluto.

The Singles Collection (# 1)

(rubrica con cadenza irregolare, suggerimenti non richiesti di ascolti misti, cinque pezzi in heavy rotation da queste parti nelle ultime settimane)

How to Dress Well – Words I Don’t Remember
(elettriche carezze via synth, vocalizzi, ‘snap’ ‘snap’, il tizio fa R&B con suoni modernissimi e fragilissimi. dopo venti ascolti fai sempre ‘snap’. speriamo esca il nuovo album, ma non è certo, al limite recuperate il primo che male non fa. clic sul titolo per ascoltare il pezzo) 

Joan As A Police Woman – Holy City
(lei è piuttosto conosciuta ma questo è un clamoroso pezzone, prova a non muovere un muscolo, album in arrivo in questi giorni, merita sicuramente l’ascolto. clic sul titolo per ascoltare il pezzo)

Real Estate – April’s Song

(capita che arriva una canzone strumentale che ti dice proprio quello che vuoi sentirti dire ma non trovi le parole, se poi ha il titolo pure primaverile, cosa volere di più, non so. l’album dei ‘Real Estate’, è bello)

The War on Drugs – Red Eyes

(e allora, scappiamo no, sull’onda di canzoni tutte simili, tutte sognanti, in punta di plettro, di synth che stendono un tappeto su cui sedersi stanchi e andare, via, da qualche parte, dove non vergognarsi di ballare la giga. l’album sembra molto bello)

Avishai Cohen – Song for My Brother
(qua c’era un pezzo del nuovo di Beck, ma tanto chi è Beck lo sapete tutti e sì, il disco di Beck è buono, ma in questi ultimi giorni ho rimesso orecchio nelle influenze arabeggianti e sinuose, con un contrabbasso che vola e una sezione ritimica che ti saluta con la mano, dell’ultimo disco di Avisai Cohen. Jazz coi fiocchi facile all’ascolto, pieno di suggestioni, uscito qualche mese fa ma è giusto di pochi giorni la notizia della sua data estiva al ‘Locus festival‘ e quindi, sì)

 

play a melancholic song

herAndatelo a vedere ‘Her’.
Da soli, senza la possibilità di parlarne subito con qualcuno. Andatelo a vedere e non toccate il cellulare quando uscite, tenete la testa bassa, evitate gli sguardi delle persone che entrano in ritardo o che sbuffano perché era meglio il divano, evitate di ascoltare le voci dei bambini che urlano di gioia per il cartone.
Provate a stare nel film, camminando verso la macchina, avvertendone il peso, magari vi è leggero, ricordate la melodia di pianoforte se vi è rimasta dentro. Poi, seduti in macchina, a mente, con una penna che non ne vuole sapere di scrivere, ferma da troppo tempo nel porta oggetti oppure, lì sì, in una nota sul cellulare, scrivete le prime tre frasi che vi vengono in mente, sul film, su di voi, non so.
Oppure mi fate sapere se vi è piaciuto Her.
Lo sapevo che la combo Arcade Fire+piano (mi avevano passato la soundtrack e l’avevo sentita) & Spike Jonze & Amy Adams & la voce di Scarlett Johansson erano un connubio potenzialmente devastante, con il surplus di hipster-o-meter sempre ai massimi livelli di guardia e una scena dove proprio l’hipster-o-meter esplode, tanto che si vede il rumore sullo schermo, giuro.

Potrebbe non piacervi, ‘Her’, perché troppo sull’amore, troppo triste, perché ci piace raccontarci tristi, disperati, incompresi, troppo profondi per essere capiti, perché odiate i film con la pretesa di provare a raccontare un sentimento.
Ci ho provato a resistere, armato del mio miglior cinismo, ma alla fine ho ceduto, trovandolo veramente toccante, brillante e profondo, una finestra su un futuro non troppo lontano in cui forse saremo così soli da appaltare i sentimenti.
Il film romantico che dovreste vedere.

Ps.: al Rosebud lo danno in versione originale, consiglio vivamente 
Ps2, momento syle.: pantaloni del protagonista? Pensavo fossero di Prada e invece (non temete, li venderanno) 
Ps3.: meritatissimo Oscar alla sceneggiatura, con scena clamorosa dove si vede tutto e niente e va bene così (abbastanza criptico?)

suonala ancora, Solomon

12_Nei campi si librano canti intrisi di tristezza blues. Un canto che è l’unica forma di libertà concessa.
Schiavi appesi alla vita come a una fune pronta a spezzarsi, i piedi che arrancano nel fango, a fatica, per stare su, per non crollare, mentre tutto intorno la vita procede, tutto bene, triste e rassegnata, non è toccato a me. E via così, carichi di lavoro e conteggi del raccolto, in un girone infernale dove le vampate umorali dei padroni possono spazzare via tutto, mentre la schiena è rotta dal lavoro e il caldo della Louisiana liquefa ogni speranza.
12 anni schiavo’ è la storia di un uomo libero, un violinista con famiglia,  che viene rapito e messo in catene. E’ anche, giustamente, un film costruito per fare incetta di Oscar, dal piglio civile, agli attoroni intensi, ai momenti dove una bella fotografia ad orologeria induce a illusori squarci di speranza.
L’operazione è perfettamente riuscita, gli Oscar sono arrivati, fortunatamente anche il film è riuscito.
Preciso e duro nel mostrare, con una punta di sadismo, la spietatezza dell’incredibile logica schiavista, avallata da sacre scritture e rafforzata da frustate a profusione.
Da vedere, senza dubbi.

 

Palco n.25 OR.1/D (S03E06, alla corte del Re)

fotoLa serata prevede un comodo viaggio nel millesettecento in compagnia delle composizioni di George Handel e dell’Orchestra Zefiro, specializzata nell’esecuzione di musica barocca. Gli orchestrali abbracciano il clavicembalo posizionato al centro del palco. Suonano strumenti di epoca, gli oboi (plurale di oboe, giusto?) son tutti in legno, le trombe non hanno i tasti. Handel, nato in Germania, coetaneo di Bach ma pare che i due non si siano mai incontrati, si trasferisce alla corte del Re a Londra dove trova ispirazione, successo e fama. Ancora oggi gli inglesi (dice il direttore di orchestra, durante la presentazione della serata) lo considerano come il compositore più importante della loro storia.
In platea si aggira un sosia totale dell’ispettore Closeau, impermeabile e cappello incluso, sembra vagare alla ricerca del posto. Lo trova, possiamo iniziare.

La prima composizione è divisa in tre parti ‘suite‘ che potrebbero essere suonate anche con un sequenza diversa. Come brani di un cd da skippare, selezionare, suonare in repeat. Infatti la ‘Water music‘ fu composta da Handel come musica di accompagnamento per i viaggi fluviali del Re. Il Re a volte gradiva andare in campagna via fiume. Partiva da Whitehall con un battello reale. Ovviamente il battello era accompagnato da altri battelli che al Re piaceva la compagnia. Su uno di questi c’era l’orchestra, la radio privata del Re, su barca, che suonava appunto ‘Water Music‘. Non lo sapevo e mi sono immerso in un sogno ad occhi aperti, dove il fiume contiene note galleggianti e…
Immagina il Tamigi, più pulito e con meno traffico di oggi, solcato dalla corte in movimento su battelli, con l’orchestra ad allietare le reali orecchie.
Ed è una Ouverture e i saluti delle bambine che restano a corte; un vivace allegro con i viandanti in arrivo per il mercato che si fermano e salutano; trombe che squillano mentre donne che lavano i panni si fermano e improvvisano una danza; pizzicori di clavicembalo con fuggiaschi nascosti nelle anse del fiume che mettono fuori il naso per vedere il passaggio, attenti che le guardie a cavallo che seguono il corteo non li notino; ragazzini che rincorrono il corteo, fischiettando le arie, mimando i musicisti che suonano; contadini che salutano il passaggio, mentre il Re gradisce un minuetto; contestatori della corona che si gettano in acqua con propositi tanto bellicosi quanto irrealizzabili, mentre l’orchestra si riposa, la prima è finita, mi sveglio dai miei sogni barocchi.
[intervallo]

In platea, una signora vince nettamente il premio look della serata.
Turbante beige in testa, pelliccia anni ottantissimi fino alle caviglie, Adidas ‘Trainer’ ai piedi, probabilmente era uscita per fumare, rientra appena in tempo per partecipare al brusio di sala che accompagna l’arrivo sul palco di un enorme
fagotto alto direi più di due metri e portato pare con una certa fatica dal musicista. L’ensemble è pronto per eseguire la seconda parte della partitura reale.

Commissionata dal Re per celebrare in musica il trattato di Aquisgrana (il posto palco può anche essere occasione per ripassare un po’ di storia) ‘Music for the Royal Foreworks‘ ha già un titolo roboante e poi inizia con una schioppettata, un ouverture maestosa che mi fa ripiombare secco alla corte del Re.
Magari dentro a una delle carrozze che paralizzarono il traffico londinese, il giorno in cui Handel provò la musica eseguendola in pubblico davanti a dodicimila persone, una enormità nel 1748.

La musica barocca potrebbe annoiare in pochi minuti, per come suona, per come a tratti pare ripetersi, non certo per le accattivanti melodie e la cantabilità. Infatti mentre io sono a Londra vestito di pizzi e merletti, nel palco con me ci sono padre e figlio che non distolgono l’occhio dai loro cellularoni.
Per loro fortuna non mi disturbano poiché il figlio copre il visore con il suo corpo, ma riesco comunque a vedere un paio di messaggi pieni di cuoricini whatsapp style indicatori del duro chattare con la morosina. Il padre alla mia destra, indossa un bellissimo tre pezzi grigio con cravatta violacea e mentre il direttore d’orchestra oboista profonde massimo impegno nell’esecuzione, saltellando a tratti sul posto e muovendo la testa con ampi cenni del capo per dare il ‘la’ all’esecuzione dei brani, si mostra concretamente disinteressato digitando febbrile sul cellulare. L’amante? Chissà.
Finisce in fretta, non pensavo potesse piacermi così tanto, sarà stata la (auto) suggestione delle storie legate alla musica, oppure, come ha scritto Beethoven: ‘Soltanto Handel  e Bach hanno avuto del vero genio‘.
Io applaudo e non lo so, anche i due chattatori compulsivi applaudono convinti.
Magari sbaglio io, non chattavano per noia o per amore, e anche loro prendevano appunti per scrivere poi un post sul concerto.

Programma di serata

Previously on ‘Palco n.25 OR.1/D

Next, on ‘Palco n.25 OR.1/D’: Songs for ladies

 

 

Walt & Woody

smb

Presente la pillola va giù, supercalifragilistichespiralidoso? Bene. La Walt Disney Co. ha fatto un film su come Mr.Walt Disney convinse la scrittrice di Mary Poppins a cedergli i diritti del libro per farne il film che tutti  (ma non ne sono così sicuro) abbiamo visto.
La Disney è un po’ il male, cioè è una multinazionale che vende entertainment, ma lo fa d’un bene che spesso non puoi dirgli più di tanto. In questo caso fa un film con un attore che non sopporto (Colin Farrell per me è odioso e incapace), una tecnica narrativa che mi fa arrabbiare (l’uso smodato e ricoperto di melassa del flashback è così insistito da risultare monotono) oltre ad utilizzare tutti i trucchi possibili del cinema americano sezione ‘sentimenti’ (come nella miglior tradizione disneyana, ovviamente).
Eppure al momento X, quando tutto l’impianto del film arriva a dirti ‘dai, fazzoletti!‘, ci sono cascato dentro come una delle pere che la protagonista odia (spoiler! ma tanto non è che ci sia da spoilerare, cioè il film l’hanno fatto, no? Ok)
Walt Disney con una mano ci sfila i soldi dal portafoglio, usando la forza del suo marchio per auto celebrarsi, rafforzando così la sua stessa immagine, mentre con l’altra ci tranquillizza, dicendo che i narratori danno fiducia al genere umano, che è cosa in cui credere fortemente. Insomma, il male è insidioso e probabilmente irresistibile.

(per curiosi, che almeno i film mezzi biografici servano a scuriosare nella vita degli altri, un bel pezzo di Vulture da dove partire per scoprire cosa è vero e cosa, ehm ehm, è stato piegato alle esigenze del ‘male’) 

 

nbrskOvattato in un (come si dice) elegante bianco e nero, ecco il viaggio di un padre pieno di acciacchi alla ricerca di un ultimo sogno di una vita, un premio di un milione di dollari.
Novello Signor Bonaventura, parte accompagnato dal figlio col cuore d’oro, attraverso un’America di provincia che presenta facce stanche e strade enormi ma depresse e vuote di traffico, dove il miraggio di soldi facili ha sempre troppa presa. Un road movie a sfondo familiare e anzianità.
Il film è stilisticamente ben fatto e costruito per strappare, letteralmente, empatia agli spettatori. Una commedia amara che nonostante qualche buon guizzo pecca di brillantezza, è troppo lunga, soffre del suo manierismo da b/n arty, e dell’eccessiva attenzione a mostrare un cuore indie che risulta essere una scorciatoia verso un sentimentalismo troppo scontato, seppur non del tutto inefficace.
Non è un film brutto, anzi, e complimenti agli anziani attori, ma è troppo facilmente dimenticabile.
Oppure io ce l’ho con Alexandre Payne e con il suo cinema sempre ad alto tasso di ruffianeria (vedi puntate precedenti).