draghi Flap Flap

httyd2Due righe su ‘Dragon Trainer’ vogliono scritte, dopo che il primo era stato una rivelazione. A parte che creava un universo che unisce vichinghi (che nella scala dei personaggi fighi sono nella top ten perché Thor, martelli, mantelli, baffoni, navi che solcano mari gelidi, eccetera) e draghi (che nella scala dei personaggi fighi sono nella top ten perché…cioè, con la scusa di un drago mi han convinto a vedere il sequel della trilogia ‘Anelli’, insomma…DRAGHI!) nel film si trovava la parabola classica sul personaggio ‘diverso’ che trova la sua realizzazione, in mezzo a grande divertimento, alto coefficiente di spettacolarità e agli occhioni del drago protagonista.
Il sequel non pensavo potesse essere all’altezza. Mi sono ricreduto prestissimo.
La riproposta aggiornata e non banale del mondo che si è creato dopo che abbiamo imparato a convivere coi draghi, è accompagnata da una bella avventura, visivamente sontuosa e da emozioni esposte con semplicità e delicatezza che colgono nel segno.
Insieme a una ciurma di bimbi concentratissimi (fateci caso, più i bimbi fan silenzio più il film è bello, ma questa è un’ovvietà) ho trovato l’ottenne che è in me sempre pronto a gasarsi davanti alla lotta per la giustizia e a commuoversi un pochetto (diciamo…) per le scene più emotive e per gli occhioni.
Come si dice, consigliatissimo, per tutta la famiglia.
DRAGHI! Vichinghi!
Yeeee! Flap Flap Flap!
(ok…ok…)

Fausto

 

fotoArrivò sulla sua Ford station wagon blu scura. Duecentomila chilometri ‘ma tenuta come se fosse uscita ieri d’in concessionaria, eh‘.
Parcheggiò nel solito punto, di fianco agli ombrelloni che d’estate offrivano refrigerio di tela a chi si fermava per il classico panino e via.
Il frigo con le bibite lo nascondeva dalla donna dietro al bancone.
Sotto a uno degli ombrelloni, un tizio fumava una sigaretta, leggendo un giornale sportivo che nel titolo ironizzava sulla disfatta brasiliana ai mondiali. Fausto si ricordò della sera prima nella solitudine della sua casa, davanti alla tv, quando fu contento di addormentarsi dopo il quarto gol tedesco, sicuro, per una volta, che il risultato non sarebbe cambiato.
Estrasse dal portaoggetti una lametta usa e getta di colore azzurro spento e si passò il rasoio sulla pelle rugosa. Si accorse che il tizio lo stava guardano. Lo sfidò con lo sguardo, i suoi occhi chiari a dire ‘Cosa c’è? Non posso sistemarmi la rasatura?’. Il tipo tornò ad interessarsi delle ultime povere notizie sul calcio mercato per poi spegnere la sigaretta e sparire nel parcheggio, fra camion con targhe straniere già fermi per la notte. Fausto si controllò il mento passandoci una mano sopra. Un ultimo colpetto di rasoio sotto un labbro e poi ripose lo strumento nel portaoggetti. Si specchiò nel retrovisore, dandosi una sistemata al ciuffo di capelli bianchissimi, sistemò gli occhiali e uscì nell’umido della sera.
Quattro passi ed entrò in bar.
La donna dietro al bancone lo vide entrare dando una rapida ed esperta occhiata allo specchio sistemato fra la macchina del caffé e lo scaffale dei superalcolici. Impiegò più del dovuto per sbarazzarsi dei fondi di caffé  e si girò con uno scatto della testa.
‘Vé Fausto’
‘Ciao’
‘Come stai? Cosa fai qua quest’ora?’
‘Eh, devo andare a prendere la piccola danzatrice che la mamma è in ritardo al lavoro’
‘Ma che bravo che sei’.
Si guardarono, loro due, soli, nel locale.
‘Cosa ti posso dare?’
Lui esitò per poi ordinare un Campari con poco vino.
‘Non ti fa mica male vé un goccio’ disse lei mentre abbondava nell’aggiungere vino bianco fermo al rosso analcolico. Fausto prese il bicchiere bevve un sorso e disse ‘Tu? Il tuo ginocch…’
La voce rimbombante di un camionista enorme con addosso una canottiera sudata e penzolante riempì il piccolo bar come un vento caldo, interrompendo Fausto. ‘Signoraaaaa, mi dai una coca ghiacciata che sto moreeendo di sete’.
La donna rivolse un sorriso a Fausto e rispose all’omone, alzando il tono della voce. ‘Bé ma cosa urli, son mica sorda vè’.
Fausto squadrò l’uomo che si curvava sopra la pancia prominente per scegliersi un panino con frittata dai fondi di giornata rimasti dietro la vetrina del cibo. L’uomo chiese di scaldare il pane e iniziò a raccontare alla donna la sua giornata. Fausto aveva sempre saputo stare al suo posto, portò il suo bicchiere al banco dei giornali e lesse qualche notizia locale bevendo il suo aperitivo.
Gli arrivò un messaggio sul cellulare. Scorse il visore lentamente e poi finì il suo drink. Tornò al bancone dandosi il cambio con l’omone che stava parcheggiando la sua mole su uno sgabello già biascicando vorace il panino.
Alla smorfia di disgusto sul viso di Fausto, rispose un sorriso della donna.
‘Vai di già?’
‘Sì, vado’
‘E com’è la ballerina? Brava?’
‘Non me ne intendo molto, mi sembra si impegni, quello sì’
‘Dai che i nipoti sono l’unica gioia che ci resta’.
Fausto guardò sopra allo specchio. La foto ritraeva il marito della donna coi tre nipoti, pochi giorni prima dell’infarto finale. Il suo amico, con cui avevano passato troppi venerdì sera a fare tardi in quel bar a bere e giocare a carte. Fausto a casa aveva una foto simile. Ritraeva la moglie con la piccola ballerina, un paio d’anni prima della malattia fulminante. Specchi.
‘Cosa ti devo, che scappo?’
‘Due euro, dai’
Lei si chinò appena sulla cassa per cambiare una banconota e lui riuscì a vedere un fiocchetto bianco, nello spiraglio fra i due bottoncini della camicia senza maniche che stringeva il seno prosperoso per cui aveva perduto la testa tanti anni prima, quando tutti le facevano il filo.
‘Anche passare a trovarti è una gioia’ le disse di corsa.
Lei ebbe un lampo negli occhi che scacciò con un gesto della mano, come una mosca fastidiosa.
‘Ma va là, Fausto!’ disse, controllando l’unico altro cliente nel bar.
Il camionista nemmeno li ascoltava mentre sbriciolava pezzi di pane su un giornale spiegazzato.
‘Torna a trovarmi, dai’.
Fausto riguardò la foto, sorrise.
‘Certo, a presto, buonaserata’.
Salì sulla Ford, sentì in anticipo i morsi della sua poltrona che lo attendevano a casa, pensò al sorriso della nipote, sicuramente troppo sudata in quel tutù bianco troppo stretto, pensò che prima o poi avrebbe trovato il coraggio, che una sera non avrebbe guardato quella foto.
Ci sarebbe stata la festa del paese qualche settimana dopo. Allora sì che avrebbe avuto l’ardire, sì. Fausto avviò la macchina. Buttò uno sguardo alla vetrata esterna del bar, vide la donna parlare col camionista. Per un attimo Fausto pensò che lei lo stesse guardando. Sì, avrebbe trovato il coraggio. Ingranò la marcia, la Ford fece uno scattò e partì.

 

tre passi con ‘The National’

 

foto 1 (4)1. di sassi e ricordi.
Che poi non lo volevo nemmeno scrivere il post sul concerto dei ‘The National’. Quando sono tanti anni che hai un blog su cui scrivi anche dei concerti è che all’ennesima volta che ti trovi davanti uno dei tuoi gruppi preferiti, magari pensi di non averne voglia di scriverne, perché hai già dato.
Il giorno dopo leggi un pezzo scritto col cuore da sotto il palco e una mezza voglia di scrivere le due robe solite ti viene, poi è il giorno dopo e sei stanchissimo che si è fatta una certa età dove i concerti infrasettimanali hanno anche il significato ben preciso di portare una stanchezza per fortuna spesso pari alla contentezza e perdi l’attimo, poi lo ritrovi come il filo di un gomitolo capriccioso, ma poi arriva una telefonata di lavoro e l’ispirazione si perde nel dovere e insomma il post non lo scrivi e pazienza. Il filo però rimane ballonzolante e dopo due giorni, quando hai recuperato bene, capita di vedere un film e allora, con un balzo felino, prima che la voglia passi ancora, eccoci qua.
Innanzitutto per scriverlo, per ricordarmelo, che in quella piazza, almeno una volta all’anno, bisogna tornare. Perché nella piazza ci sono i ciottoli che sono come impronte in cui ti riconosci, perché da lì ci sei già passato e quel passato, quei sassetti piantati per terra, formano una storia che proprio come i ciottoli invecchia piano, si prende la pioggia, si leviga ma non si dimentica.
Si potrebbe scriverne un romanzo più o meno di formazione, i ciottoli come capitoli che raccontano, attraverso i concerti, una compagnia che cresce, cambia, eccetera.
C’è quel ciottolo dov’eri con quella persona che sembrava niente e invece dopo è diventata qualcosa, quell’altro dove hai salutato gente che leggevi tempo fa su blog che adesso non esistono più, cancellati ma non dimenticati, residui di un’altra epoca che era solo ieri però sul ciottolo rimane. C’è quel buco fra due sassetti dove hai rischiato la caviglia saltando e ricordi esattamente dov’è, quello dove ti sei seduto spossato a fumare una sigaretta di cui ricordi ancora il sapore, quelli dove hai ricevuto un ‘grazie’ speciale, quello dove hai un ricordo di una persona che poi è cambiata e così via, ognuno il suo numero di ciottoli. Come tutti i bei posti, è il posto che funziona, il posto per cui si torna. E anche ieri sera, altri ciottoli da ricordare, finché avrò voglia di raccontarlo, finché un ciottolo prenderà un’impronta e saprò leggerla.

foto 2 (4)2. fan & personal.
I ‘The National’ e la loro musica sono un po’ il trait d’union dei miei ultimi anni. Eleganti e malinconici, potenti e delicati, se la loro musica fosse un uomo questo sarebbe l’uomo perfetto e forse Matt Berninger lo è, l’uomo perfetto, amato dagli uomini perché sul palco si sbronza spesso e perché indossa splendidi gilet e dalle donne perché ha una voce fantastica e fascino che lo percepisci da metri di distanza.
I ‘The National’ son capaci di aprirmi la pancia, bastano tre canzoni, l’ipnotico ritmo di quel fenomeno di batterista che a colpi di tom allenta le viti dalla cassa che pensavo di avere chiuso bene e pop! saltano fuori robe e non ci posso fare niente come non si può fare niente per rimediare ad errori, parole rimaste aggrovigliate, atti di coraggio mancati. Quello che si può fare è cercare di fare meglio e se non basta, boh, riprovare e bere ancora un po’ di vino, seguendo il cantante, cullandosi nelle melodie al pianoforte, esaltarsi con le trombe, saltellare e occhio ai ciottoli storti, seguire le urla di Matt durante ‘Squalor Victoria‘, tenere il ritmo, pompare energia, cantare un sing-a-long con la frase ‘All the very best of us string ourselves up for love‘ che sembra una stronzata da bacio perugina ma forse è anche una verità, fino a quando ci stringiamo in un abbraccio ideale e collettivo mentre per coreografia vengono giù due gocce d’acqua due.
Fanno cinque volte. E’ stato bello. Come sempre. Forse un po’ meno, dice. Ma va benone. Gli anziani dei concerti dei ‘The National’ son contenti, le novizie pure. Poi, questo giro, son pure riuscito a dargli una pacca sulla spalla a Matt mentre girava sui ciottoli, che lui lo fa di scendere dal palco e farsi una camminatina in mezzo al suo pubblico. C’era scritto ‘Bene’ su quella pacca e bene sia.

mfs3. il film
Nella settimana dei ‘The National’ c’è anche un film. Un documentario girato dal fratello del cantante. Per chi non lo sa la band è composta da due gemelli, due (altri due) fratelli e appunto il cantate. Che però un fratello ce l’ha. Questo fratello è stato in giro con loro per sei mesi per poi uscirsene con un documentario che è quasi un film che è un pochetto un saggio.
Il titolo è ‘Mistaken for strangers‘ come una delle loro bellissime canzoni.
Mostrare il classico dietro le quinte di un tour di una rock band diventata quasi famosa è un pretesto per sviscerare il rapporto fra fratelli, il fare i conti con il passato e con sè stessi, crescere, perdere e forse trovare.
Another uninnocent, elegant fall into the unmagnificent lives of adults
Cose basiche che il cinema affronta da secoli, qua mostrate in un contesto che diventa intimo non solo per il rapporto fra i due ‘protagonisti’. Il film è divertente, commovente, amatoriale ma non troppo, profondo perfino e soprattutto sincero, senza dubbi. Può piacere anche a te che pensi che i ‘The National’ siano noiosi. Dura settanta minuti, escluso il bonus per fan di tre canzoni suonate live dopo i titoli di coda.
Lo puoi vedere online. Io un’oretta ce la perderei, fossi in te. Al cinema, unica proiezione, eravamo in otto. C’è un momento che si vede Emily Blunt, quindi a Emily Blunt piacciono e mi sembra pure giusto (chi mi conosce sa che ho sta fissa teen per Emily Blunt va bè).

Bé peccato per chi non l’ha visto e per fortuna che non dovevo scriverlo eh il post sui ‘The National’…

maratona di metallo

t4Fuori dalle porte, nello sbalzo termico fra il clima condizionato dentro e l’afa che per una sera si fa sentire del fuori, un bambino di nove anni, sneakers, bermuda, maglietta di un campo giochi estivo, sta ancora mangiando pop corn ed è tutto sudato, probabilmente provato dalla tension della battaglia finale, dice:
‘Non vedo l’ora di vedere il prossimo, quando Optimus Prime incontra il suo creatore e gli fa un culo così’.
Direi che ‘Transformer 4’ è tutto in questa frase.
Per scrivere due righe in più, il film è quello che ti aspetti. Una maratonesca orgia di metallo che corre, si contorce, si modifica, salta, spara proiettili, con dialoghi immersi nello sbaglio e nell’umorismo involontario, con gli autobot che parlano di famiglia e onore e gli umani che parlano di famiglia e amore.
Michael Bay fa il suo bel lavoro, spende tutto lo spendibile, piazza molti tramonti ma anche tanti oggetti grossi che cadono e product placement di marchi ovunque, chegli FX costano, con aggiunta di un marchettone enorme per il governo cinese che il mercato laggiù è florido.
Alla fine mi sono divertito, arrivando al termine molto provato perché insomma, una mezz’ora di meno poteva durare, forse è il migliore di tutta la serie. E comunque, navi che cadono dal cielo.
Dissolvenza su tramonto, bandiera US che sventola in lontananza, fine.

Copa da Cerveja #9 (no final da viagem)

nove come il numero del centravanti, ruolo in crisi ma sempre ruolo importante. nove post e termina la #copadacerveja.
dal bar del paesello, racconti di birrette e partite del mondiale 2014
(qui, le puntate precedenti)

foto 3 (2)Come paganissimi apostoli, ci stringiamo in dodici al tavolo allestito nel bar. L’ordinazione divenuta instant classic nel tempo di un mese di mondiale è la solita, ma lo ‘spaghetto allo scoglio da asporto’ con bonus di frittura a parte, tarda ad arrivare. Spunta una  ‘vuvuzela’ in formato mignon, c’è eccitazione. Per lo #scoglio, per la partita.
Tifo diviso ma la maggioranza sostiene europeismo (battute noiose sulla Merkel parte) e il miglior gioco espresso dalla Germania nel torneo.
Arriva il fattorino, salutato dal classico boato della folla. Arriva anche il mio premio per essere stato quello che ha visto più partite (almeno sessanta minuti di partita valevano un punto) in bar.
E’ una bottiglia di ‘Bollinger Grande Annèe, vol.12%’, perlage abbondante.
Al primo sorso, il mio palato grezzo abituato ai birroni, non comprende. Troppo gas nelle bolle, un gusto stranamente amaro. Al secondo sorso, mi chiedo perché non ho mai pensato di diventare ricco per bere sempre e solo champagne di qualità.
L’ultima forchettata di spaghetto e inizia la partita.
Si parte con dell’energia da ambo le parti, Higuain servito da un tedesco la butta fuori, poi è quello che ci si aspettava. La GER prova a fare la partita, l’ARG attende spunti in contropiede. A pochi secondi dal fischio, capocciata tedesca che finisce sul palo, caccio un urlo belluino (sì, a me l’Argentina in questo mondiale ha fatto venire sempre sonno e poi ci sono molti giocatori tedeschi che mi piacciono e insomma, tifo spudoratamente deutsch).

live, from Argentina

live, from Argentina

All’intervallo, arriva un contributo #copadacerveja dall’Argentina in un tripudio di biancoceleste.

Nel secondo tempo, la partita cala d’interesse. Una miscellanea di rumori accompagna i pochi spunti. ‘Sì!’ ‘No!’ si mischiano a seconda del tifo. Poi entra Goetze che nei supplementari a ventidue anni segna un bel gol e entra nella storia del calcio. Messi tira l’ultima punizione alta, a Rio finisce il mondiale, vince la GER con merito e giustizia.
In bar, dopo un secondo netto dal fischio finale, parte per l’ennesima volta l’infinita, squisitamente da bancone, discussione su Messi, C.Ronaldo, Maradona, palloni d’oro, essere leader vs. essere decisivi e via discutendo con pacatezza ma anche parlandosi addosso urlando.
Poi, la vuvuzela in formato mignon fischia la fine del mondiale anche per noi.

Prima dei ringraziamenti, ecco una serie di premi, per celebrare la fine della #copadacerveja.

Miglior giocatore: ex aqueo, Lahm (l’invisibile ma fondamentale capitano, un premio al collettivo tedesco) – Mascherano (un muro umano lucido e più decisivo di tante stelle che han brillato ad intermittenza)
Miglior icona: la faccia insanguinata di Schweinsteiger, le lacrime di David Luiz dopo la bambola con la GER in semifinale.
Miglior gol: Van Persie e l’incredibile ‘videogamico’ colpo di testa contro la Spagna.
Miglior allenatore: Pinto con la sua Costarica che mette su una squadra ostica per chiunque.
Miglior gag in bar: il ramino che abbiamo fatto aspettando l’ultima partita di mezzanotte.
Miglior sonnolenza in bar: Barman Biére alle quattro di notte durante Costa d’Avorio-Giappone per poco non si rompe il collo con colpi di sonno a ripetizione.
Miglior look: i centrocampisti afro del Belgio, Wilmots e Fellaini.
Miglior birra del bar: Aitken original.
Miglior urlo del bar: la traversa colpita dal Cile all’ultimo minuto.
Migliore scommessina ‘in live’: gol degli USA e gli USA segnano all’ultimo secondo.

ultimo prosit

ultimo prosit

Finisce la copa che è stata sempre bella in bar, nonostante momenti di stanchezza, e calcisticamente bella fino agli ottavi, poi la palla diventa pesante, le difese più attente, le squadre più pronte e lo spettacolo è calato, non l’intensità, la narrazione, il pathos.
Ho visto quarantotto partite, bevuto un numero considerevole di birre tanto che mi è venuta la pancetta da birromane, ho ripreso ad ascoltare gli ‘Oasis’, perfetta colonna sonora pre partita, non sono diventato esperto di calcio ma ho imparato a dribblare le conversazioni da bancone di scarso interesse, ho scoperto che non prendo una scommessa che sia una (però all’inizio avevo detto ‘questo mondiale lo vince una europea’) e poi mi son fatto qualche nuovo amico e mi son divertito molto.
Questi mondiali non li dimenticherò presto e questa, non sembra, ma è una piccola, bella cosa.
Grazie a barman Biére per la resistenza fisica dietro al bancone, grazie a chi ha mandato contributi fotografici di birrette e partite e grazie grazie grazie ai ragaz del bar, voi sapete chi siete, per la compagnia, le chiacchiere, lo scoglio, le pizze, le scommessine, i commenti, le gag.

La sintesi della finale la trovi qua, belle foto qua  e poi un po’ di letture, metadone per non dimenticare questo mese di pallone.
L’analisi tattica della finale dell’Ultimo Uomo
L’eccellente ‘Cosa rimane’ di Rivista Studio
I ‘Noi vivamo per‘, i momenti , segnalati dai ragazzi di Pizzul Tumblr.
qui, infine, tutti i post della copadacerveja.

 

#scoglio

#scoglio

 

Copa da Cerveja #8 (semifinali, fra tonnara e noia)

battute finali della #copadacerveja. dal bar del paesello, birrette e partite del mondiale 2014
(qui, le puntate precedenti)

foto 2Martedì, 08 luglio. 21,54. BRA-GER.
Al termine, nella sovrimpressione con il risultato finale, sotto al numero sette, non ci stavano tutti i marcatori.
I nomi dei tedeschi goleador scorrevano come i titoli di coda per un Brasile senza gioco che lava con una prestazione vergognosa, l’essere stata una squadra pochissimo brasiliana con un centrocampo nullo, un salvatore della patria rotto e due centrali goleador.
Una mattanza che il bar accoglie con stupore e scarso entusiasmo, come se anche questo fosse stato sepolto sotto la chirurgica operazione di smantellamento perpetrata dai tedeschi in tenuta rossonera.
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The Singles Collection #3

Avete ciabatte e secchiello, zaino e cappellino, tenda e k-way? Siete attrezzati per le vostre vacanze? Bene.
Magari vi manca qualche nome per la vostra colonna sonora estiva.
Insomma, i soliti suggerimenti non richiesti di ascolti misti, pezzi in heavy rotation da queste parti nelle ultime settimane.

Sharon Van Etten – album: ‘Are we there’
al bar dei cuori solitari Ms.Van Etten serve una collezione di cocktail da assaporare con cuore gonfio di romance. mescolare non agitare.

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