Barcelona&Primavera – La versione di Zanna.

(sul volo di ritorno, sfido l’amico zanna a scrivere il suo report della gita musicalcatalana. egli, con grande sprezzo del pericolo, accetta. con grande gioia, ricevo. con gran piacere, pubblico.)

4205_1063656757313_1402812814_30149890_843546_nGIORNO I
L’aria di Barcellona frizza.
L’aria di Barcellona è di quelle che ti fa stare bene immediatamente, anche se sei stanco per il viaggio e sei nel piazzale antistante l’aeroporto. L’aria di Barcellona mi rilassa i nervi contratti e mi mette di buon umore. Chi se ne frega dell’afa appiccicosa di Piastrella Valley e del cuore malato. Qui c’è la brezza a portare un po’ più in là ogni tipo di zavorra dell’anima. La brezza che attira verso le viscere della città, che comincio a veder sfilare mentre l’autobus ci porta verso Plaza Catalunya, che ci accoglie dopo pochi minuti nel primo turbinio di lingue, pelli e look, che di lì a poco mi parrà l’unica maniera possibile di stare bene. Credo che sia tutto merito dell’aria, che invita a trovare il bello intorno a me.
L’arena in ristrutturazione attira la mia attenzione. Sembra un piccolo Colosseo natante nei larghi spazi di Plaza de Espana.
L’aria di Barcellona ci avvolge con costanza, poco dopo, per il primo bocadillo + cerveza (+ cerveza + cerveza…) nel bar di due simpatici signori sulla grande Avinguda Meridiana, dove stanno i nostri (da lì spesso agognati) giacigli, dentro le anonime mura del grande Hotel Catalonia Atenas. Poco prima il receptionist ci aveva intrattenuto in estenuanti gag a sfondo calcistico, visibilmente eccitato per l’ormai imminente finalissima di Champions League, che si sarebbe giocata a Roma quella sera fra Manchester ed la squadra della città. Ristorati dal Jamon Serrano e dal luppolo ci concediamo una passeggiata, dopo il breve tratto della linda metropolitana. Il tunnel della stazione di Clot ci inghiotte per restituirci all’aria catalana nei pressi della città antica, che scorriamo distrattamente, cominciando a felicitarci per la prospera bellezza delle autoctone cittadine e giubilando per un meraviglioso frigorifero aerografato con la livrea del Barcellona F.C.
Il fermento per la finale sale e l’ondata di camisete blau-grana è inarrestabile. Le magliette del (Mes que un) club catalano poggiano leggere sulle spalle di bambini, ragazzi, adulti e anziani. Gadget, sciarpe e manine di cartone blau-grana sono nelle destre delle mamme, che con la sinistra tengono vicini i lori bambini, guidandoli eccitati verso il megaschermo dove da lì a poco potranno assistere al trionfo di Messi e compagni.
Al gol del talento argentino, la città esplode. Nemmeno la sua arietta riesce a raffreddare gli spiriti incandescenti e allora anch’ella non può che cedere ed involarsi coi cori, infilandosi giù, nella metropolitana stipata e ribollente. Il treno ondeggia, la stazione di Urquinaona è un formicaio di gioia, clamore, ubriachezza blau-grana!!!
Barça – Barça – Baaaaaaaaaaaaaaaarça!!!
Sorrido, sorrido, sorrido!!!
Capitiamo innanzi l’Arc de Trionf che si fa volentieri penetrare dal serpentone chiassoso, imbandierato e interminabile, un fiume di persone che a lunghe falcate si dirige alla grande adunata in onore del dio calcio, questa sera stravaccato sulla spiaggia di Catalunya. Continuo a sorridere anche dal balcone della nostra stanza. Dal decimo piano si vedono le luci sfrecciare, si odono i clacson squarciare l’aria, sempre fresca e costante che divora la stanchezza nelle gambe dei festeggianti, che non si fermano, fino all’alba e…

GIORNO II
…ti stupisci quando al risveglio tutto sia di nuovo pacatamente caotico, pulito e composto. Il blau-grana la fa ancora da padrone, con le bandiere e le maglie in ogni dove. La festa continua con l’arrivo della coppa, scortata dai giocatori su un bus scoperto, fra ali di folla dal centro fino al Camp Nou. Noi lo vediamo in TV.
Lasciamo la festa a chi se la merita e dopo una mattina passata a zonzo all’ “Anela Olimpica”, fra oziose chiacchiere immerse nel venticello che attraversa Plaza de Espana e le due torrette che la sovrastano, fino al giardino del Palau Nacional de Montjuic. Vediamo il Forum poche ore dopo mezzogiorno, solo per cominciare ad assaporare l’atmosfera che ci accompagnerà per tre giorni, a due passi dal mare e con l’aria di Barcellona, proprio dove, pare, nasca. Archiviamo velocemente le procedure per ritirare i pass del Festival e orgogliosamente imbraccialettati e con la preziosa tarjeta roja in tasca ci facciamo sospingere verso la prima paella disponibile. In TV scorrono le immagini della gloriosa nottata precedente e quelle di satira contro il nostro amatissimo primo ministro, sbeffeggiato nei manifesti per la strada ed ora anche in TV, che impietosa ripropone a ripetizione le immagini del suo pisolino allo stadio. Ci sta una passeggiata sul lungomare della Barceloneta, qualche commento alle bellezze in bikini e una microcicci a base di mojitos al chiosco “Princesa 23”, per arrivare al momento della musica.
4205_1063675837790_1402812814_30149942_6886565_n-1Entriamo al Forum. Sale un briciolo di eccitazione. Sale pure l’incazzo, quando io ed il Pio ci ciucciamo circa un ora di fila, con a capo una macchinetta che in cambio di banconote elargisce tagliandi validi per abbeverarsi. Faccio saggiamente la scorta per i tre giorni e spossato non posso che regalarmi la prima Estrella Damm. Almeno a farci compagnia, in sottofondo, c’erano The Vaselines…troppo noiosa la fila e troppo lontano il sound, in arrivo dalla conca del palco Rockdeluxe, per poter commentare l’esivbizione. Il sole è definitivamente tramontato da poco ed alle 21.45 (in punto!!!) inizia ufficialmente il mio festival.
L’immenso piazzale circoscritto fra mare e palco Estrella Damm è mediamente gremito quando le prime sinuose note di Yo La Tengo iniziano a catapultarsi con nettezza spaventosa dall’amplificazione. Prima ancora di iniziare a godere dell’estro del trio statunitense devo smaltire lo scazzo per la fila, poi smarrire il senso di meraviglia per la qualità incredibile (tecnicamente parlando) del suono. Sono forse troppo distratto o ancora poco ambientato ma non so far altro che apprezzare senza esaltazione la prova del gruppo. Butto lì al Ci di fare una capatina davanti al palco ATP per poter dire “anch’io ho visto i Jesus Lizard”, ma quando Yo La Tengo terminano il set c’è giusto il tempo di spostarsi nell’attiguo Rockdeluxe. Calciamo bicchieri di plastica vuoti per poche decine di metri, incrociando colori e facce di ogni tipo. Con sorpresa noto anche qualche bambino fra le braccia attente dei giovani indie-genitori. L’atmosfera è rilassata e i fiumi di birra già scorrono copiosi. I gradoni dell’arena sono l’ideale. Così come l’abboccato sound dei transalpini Phoenix. Ci sanno fare. La batteria scatenata condisce il pop danzereccio, che culmina dopo un concerto più che gradevole nel must “If I ever feel better”.
Inizio ad entrare in atmosfera. Inizio a non sentire più la stanchezza in metri quadri e palette. Solo quella del cammino diurno. Per i pochi passi di ritorno verso il palco Estrella Damma, mi aiuta l’aria di Barcellona, che ora soffia decisa, imponendo la felpa, che ben presto però smetterò surriscaldato nella bolgia ipnotica in cui mi risucchiano i turbinii di distorsione piatta dei My Bloody Valentine.
Kevin Shield e compagni non tradiscono le attese. Non le mie. I compagni di festival mi lasciano al mio trip. L’impasto setacciato di melodia mi attira verso il palco, come canto distorto di sirene rock. Arrivo a pochi metri quando parte l’aeroplano. Mi vibra dentro. Scuote la pancia. Cado in trance. Non riesco più muovermi. Ricordo il messaggio di Luca, che da Reggio mi aveva scritto di registrargli almeno uno spezzone del concerto. Prendo la macchina, metto in modalità video e stento a tenerla ferma. Vibra l’asfalto, l’aereo procede incessante per minuti che paiono interminabili. Non mi scollo, poi “You made me realize” riesplode, fino in fondo, fino ad un silenzio insperato.
Ho avuto il mio. Scorro veloce frammenti di Aphex Twin (poco attraente in quel momento, anche se avrei giurato il contrario), The Horrors (veramente poco attraenti e me lo immaginavo) e Wooden Shijps (che hanno la fortuna di suonare al palco ATP, affiancato da una tribunetta che offre sollazzo ai piedi lessati e non mi disturbano).
Raccogliamo i pezzi dei nostri corpi stanchi. Carte svolazzanti nel vento ci accompagnano a ritroso nell’immenso spazio d’ingresso del festival. Rivedo spoglia la baracchina dove, poche ore prima, nell’entusiasmo, avevo fatto mia la maglietta celebrativa del Festival. Nonostante l’ora tarda, c’è chi ancora entra, noi dopo molto camminare riusciamo ad intrufolarci in un taxi che ci riporta solerte in hotel. Scatto qualche foto notturna alla fila interminabile di semafori, cambio esposizione e le leccate rosse sul display paiono mosse dall’aria di Barcellona, che mi chiudo alle spalle per crollare all’interno dell’insipida tana…

GIORNO III
…che rivedo sfuocata quando l’orologio segna già le 11 del mattino. Non mi svegliavo così tardi da una vita. Non mi piace svegliarmi tardi e solo la voglia di tornare all’aria aperta mi scrolla dal desiderio di rituffarmi nel sonno. Il sole è ancora dalla nostra.
Il Ci è alla casa di Gaudì, i fidanzatini spicconano per la città, così col Pio gironzoliamo per il quartiere senza meta, fino a tornare sconsolati al bar del primo giorno. Due panini, acqua e…ho sonno. Oggi anche l’aria di Barcellona sembra stanca. Ho sonno… Ho sonno!!! E vaffanculo, torno a dormire. Come ancora stordito dall’aeroplano dei My Bloody Valentine, mi sveglio acciaccato ed intorpidito. Leggo il programma della serata al Primavera e mi basta per riprendermi e tornare, da bravi abitudinari al Princesa 23, alle sue cameriere carine, ai mojitos buoni e alla rigenerante brezza marina. Mangiucchiamo qualcosa, forse qualcosa che fa male…mah..
4205_1064372575208_1402812814_30151812_7981816_nLa linea gialla del metrò spezzata in due dalla breve sosta in faccia al mare, ci porta velocemente a destinazione: “Proxima Estaciòn: El Meresme-Fòrum”. Ormai le scarpe non devono far altro che ripercorrere i propri passi, concedendo alla mente di concentrarsi sulle sempre più numerose belle ragazze e sulla piacevole sensazione del venticello fra i capelli, perenne regalo della città. Passiamo agilmente i controlli di zaino, bracciale e tarjeta, scorgiamo il mare laggiù in fondo, sotto il pannellone solare, mentre il sole alle spalle allunga le nostre ombre verso una nuova nottata di musica. Lo sappiamo. Sulla carta sarà la serata più intensa!
La cupola del palco Estrella Damm ci ripara gli occhi dal sole, che piano scende, mentre sale il lussurioso suono di Bat For Lashes. Una esile zebra dalla voce incantata! Mi immergo nella dolcezza solcata da rabbia, nell’altalena di ritmo indiavolato e silenziose ballate. L’alchimia dell’affascinante Natasha Khan, ottimamente supportata dagli apprendisti stregoni con lei sul palco, mi fa invaghire definitivamente di un pop stuzzicante e profondo, schizofrenico: diviso fra sorrisi e lacrime. Per poco non scappano pure a me. Poi mi distraggo con l’irruenza erotica della bassista e preferisco così. Non c’è che dire: un buonissimo inizio, una bellissima mezza sorpresa e d’istinto non posso che ripetere ai miei compagni un semplice, ma definitivo: “Brava!”.
C’è giusto il tempo di cambiare palco, afferrare una birra, accomodarsi sui gradoni del Rockdeluxe, una manna per la mia malandata caviglia, provata dai chilometri del giorno precedente, e siamo pronti ad accogliere il suono di Jason Pierce ed i suoi Spiritualized. C’è ancora luce ed è subito estasi per le mie orecchie. La luce s’accende definitivamente assieme agli amplificatori. Il suono arioso, speziato in agrodolce dalle melodie della voce di Jason mi rilassa, mi sollazza e mi conquista. Ancora e ancora. Sono in tanti, con me, a dondolare la testa seguendo senza resistenza l’ondeggiamento degli arrangiamenti e del mare alle spalle. Solo il finale pare evitabile, con la partenza di un altro aeroplano. Sono ancora traumatizzato da quello della sera precedente e corro via, perdendo solo pochi istanti del concerto, che finisce quando non ho ancora scollinato sul piazzale principale mentre… …già indiavolati si dimenano al palco Estrella Damm gli scombinati Art Brut.
La sera prima avevo potuto notare da vicino l’imponente mole di Eddie Argos, che, confermando l’indole da simpatico sbronzone, si dimena al centro del palco, stagliuzzando il sound verace della sua band, a pochi metri da me e compagnia riunita. Senza dubbio il set più divertente dell’intero Festival. Ballo come un ragazzino, sparando gag e flash ai compagni. Sorridiamo e a fianco a me vedo una ragazza molto carina, mi guarda e mi distraggo dal concerto. Mi pare di conoscerla…strana sensazione. Mi pare di averla vista cento volte nei locali delle nostre parti, ora, fortunatamente, così lontani. Probabilmente è così. Non mi pongo il problema: al limite avrò una buona scusa per attaccare bottone se la rivedrò veramente a Piastrella Valley e dintorni. Torno fino alla fine ad immergermi nel tambureggiante declamare di Eddie su basi pop-punk ed un bravi è dovuto per la loro…arte grezza.
Rimango solo e mi siedo sul muretto di fronte all’Estrella Damm. Vedo da lontano e dall’alto l’ombra del mare e fra me e lui le luci rosse che illuminano Throwing Muses…qualche istante prima avevo anche provato a starli a sentire. Scavo nella memoria e mi par di ricordare che alcune loro cose mi piacessero: se è così, non posso che confermare che so cambiare idea. Mi annoio velocemente dei loro stop anni ’80 e penso che non valga la pena sprecare concentrazione. Mi guardo intorno e sento che qualcosa non funziona come si deve. Il qualcosa mangiato in riva al mare non è andato giù, spero che non torni su. Bevo acqua e benedico la mia borraccia, che con sorpresa ritrovo nello zaino assieme alla felpa. Mi riprendo, ma sono spossato. Cerco di godermi quel folletto di Jarvis Cocker che, elegantemente pop, si dimena. Ma non è ciò che ci vuole per me. Giusto qualche pezzo. Forse mi sono divertito troppo con Art Brut.
Le energie sembrano sciamare. Ho bisogno di sedermi. Attraverso l’area del Primavera, lasciandomi alle spalle la bella voce dell’ex Pulp, ora accompagnato da entrambi i compagni di festival e con netto anticipo arriviamo a guadagnarci un sospirato scranno nella piccola tribuna alla sinistra del palco ATP. Sta per iniziare uno dei concerti che più attendo. Steve Albini ed i suoi Shellac sono da sempre icone inchiodate al centro della mia mente rock. Non posso stare male. Ed invece mi brucio significativi momenti del concerto nel tentativo di mandare giù quel cazzo di panino piantato sullo stomaco ed ora in rivoluzione dentro me. Fanculo Princesa!!! Fortunatamente riesco a riprendermi in tempo per scattare nervoso assieme ai refrain di Albini, che giocano a nascondino fra le colonne possenti e statuarie formate dagli intrecci semplificati delle linee di basso di Bob Weston: a sua immagine e somiglianza! Come non trovare nascondigli ardui da svelare fra le fantasiose girandole percussive di T.S. Trainer? Ricomincio a godere dell’aria di Barcellona, dopo che sembrava anch’essa infrattata fra i frammenti dell’esplosione di granito in progressione costante sul palco di fronte alla mia perla finalmente libera dall’antipatico sudore pre-malore. Me ne stupisco quasi, come dell’inaspettata propensione alla simpatia della band, che per pregiudizio dovuto a quanto letto, in particolare sull’ombroso Albini, mi spiazza completamente. Non sono certo le gag però a rendere quello del trio di Chicago il concerto più entusiasmante dell’intero festival…almeno alle mie orecchie e nonostante la pessima condizione fisica. Simpatica comunque quella finale con il concerto che termina il suo slancio infinito fra lo smontaggio di piatti e tamburi. EVVIVA GLI SHELLAC!!!
Dopo una botta di vita simile, abbinata ad una vera e propria resurrezione di membra e viscere, non mi resta che far saltare ogni programma ed abbandonarmi alla lucida consapevolezza che nulla saprà solleticare la mia passione per quella che oramai è notte inoltrata. Scampoli di A Certain Ratio sul palco Ray-Ban Vice: dopo il lauto sugo di rock’n’roll appena abbandonato, mi bastano pochi istanti di pomposa batteria per sbadigliare e sono quasi felice di arrivare di nuovo al cospetto dell’Estrella, quando Kele Okereke e compagni stanno concludendo la loro performance. Siamo rimasti io e Ci. Usciamo strisciando i piedi dal Forum. Pio è già su un taxi, noi lo troviamo molti chilometri e decine di minuti dopo grazie all’aiuto del portiere di un lussuoso Hotel, nell’ormai silenziosa notte catalana. Crollo nel letto e spero che la spossatezza ancora in agguato si dilegui in ciò che resta della notte, lunga, ma tranquilla…

GIORNO IV
…squarciata dal sole che irrompe nella camera dalle tende mal tirate. Ho voglia di recuperare e con i due compagni dopo poco mi avventuro nuovamente nel funzionale reticolo di tunnel, della metro. Stazione di Clot. Linea Viola, direzione Sagrada Familia. Il tempio infinito è spettacolare. Le gru gialle avvolgono il complesso incompiuto, slanciandone l’immensità protesa nell’aria di Barcellona. Mi abbandono alle vertigini, scrutando l’affusolato genio di Gaudì. Consapevoli di giocare fra il sacro ed il profano attraversiamo per l’ennesima volta il sottosuolo della città, risucchiati dai veloci, bianchi vagoni del metrò, per arrivare al cospetto di altro tempio: il Camp Nou. Girovaghiamo un po’ a vuoto prima di trovarci di nuovo attorniati dal blau-grana, ammirando l’imponente stadio, dove migliaia di tifosi del Barça si godono il bel calcio della loro squadra. Immortaliamo in scatti turistici tribune, maglie indossate da dei del calcio e trofei imbachecati, compresa la lucente, recente e prestigiosa coppa con le inconfondibili grandi orecchie, grazie a cui pochi giorni prima l’intera metropoli era esplosa nel giubilo totale.

Torniamo al centro città dove, giusto per non farci mancare nulla, ci facciamo pure fregare da un puro specchietto per allodole turistiche. Il mercato al coperto sulla celeberrima Ramala, dove un paio di banconi vendono buon pesce a peso d’oro. Oltre a troppi euro quel piattino scarso di prodotti ittici alla piastra ci costa anche il concerto di The Bad Plus.
4205_1063719678886_1402812814_30150107_1562845_nArriviamo al Forum in ritardo rispetto alla tabella di marcia e non ci resta che prenderla con calma. Cazzeggiamo con sottofondo Jayhawks, piacevolmente folk, ma non in grado di catturare oltre misura la mia attenzione. Ci accolgono fin dalla lunga spianata d’ingresso, che percorriamo sotto il sole calante per l’ultima volta, con buon umore e con la brezza amica che ci arriva dritta dal mare in sieme a un quadretto da cartolina, composto dalla sommità del Rockdelux che pare immerso nel mare blu solcato da una nave bianca. Dopo una Estrella Damm spinata dalla schiena di una ragazza, ci attira il robusto sound di Plants & Animals, trio dinamico che riempie di rock’n’roll pizzicato dal ragno psichedelico il palco Pitchfork. Ce ne concediamo giusto un assaggio, così come accadrà di lì alla prossima ora e mezza per Herman Dune e di Neil Young.
In compenso, dopo tanti piccoli assaggi, ci concediamo per intero un buon bocadillo paciosamente seduti. Intorno a noi costante serenità mischiata in soluzione stabile alla brezza del mare. Ultimo scatto verso il più distante dei palchi: il Ray-Ban Vice, dove si esibiscono i curiosi Oneida. La loro cavalcata parte puntuale rispetto al programma, un paio d’ore dopo il tramonto e sembra diretta verso la prossima alba, tanto è apparentemente senza fine. Altro percorso ipnotico. Ha ragione il Ci: free jazz su base noise rock. Ha detto una cosa del genere e non posso che dargli ragione. Il come sempre folto pubblico assiste quasi attonito. Qualcuno ondeggia sotto i colpi anarchici della batteria, seguendo l’infuocato incedere delle corde di basso e chitarre. A tratti la monotraccia rapisce anche me e credo che ad averne davvero voglia quello fosse un set da lasciarci un pezzo di testa. Ma è ostico, forse un po’ troppo per noi in quel momento. Pio ci raggiunge nel bel mezzo del fiume in piena che inonda di dubbio ogni clichè di struttura da pezzo rock e pare di vederlo folgorato.
4205_1063681677936_1402812814_30149964_2023020_nCi lasciamo poco dopo. Non reggo fino in fondo la loro esibizione. Mi bastano pochi passi per riaccomodarmi sulle gradinate del Palco ATP. Qui è tutto pronto per un’altra formazione proveniente dalla Grande Mela, i Liars. Non mi aspetto troppo. Già visti e poco piaciuti dal vivo. Troppo giullari. Troppo dediti allo show. Altra sorpresa. Entrano cupi e nello scuro s’immergono. La cosa me gusta a tal punto che contro le previsioni, me li guardo fino in fondo. Sono comodo, il vento mi scompiglia i riccioli e la mia solitudine è in perfetto abbinamento con il sound asciutto e dinoccolato del trio. Una buona ricetta, che mi ristora e mi aiuta a concentrarmi sui miei labirinti. Ne esco, o meglio mi sottraggo, per tuffarmi come un globulo rosso assetato d’ossigeno su per le vene, verso i polmoni e da lì al cuore.
Un colpo e via, sono di nuovo catapultato nel tumulto. La voce di Kim Gordon, mi spiazza come ogni volta. Come fa quella bella signora bionda ad avere ancora tutta quella stronzaggine dentro? E come ha trovato questo modo incantevole di renderla irresistibile? Il microfono è quasi tutto per lei. Aria di Barcellona godi con me! Dei Sonic Youth non so mai dire molto. Provateci voi a descriverli, io mi arrendo. So solo che non so staccarmi dalle loro magiche, spaziose, genialmente semplici…melodie.
Se non fossi rimasto solo, forse avrei proseguito la nottata, ma in fin dei conti regalo volentieri a loro il compito di chiudere il mio Primavera Sound… Ritrovo il Pio, l’altro è già a dormire. Varchiamo per l’ultima volta i cancelli. Sono in tanti ad entrare ancora. Qui la musica andrà avanti fino a mattina, ma in effetti noi ne abbiamo avuto a sufficienza. La metro è aperta. Mi piace questo viaggio notturno nelle budella della città. Tranquillo, specialmente l’ultimo tratto sulla linea rossa. Arriviamo in poco al sonno, per l’ultima notte…

GIORNO V

…nell’aria di Barcellona che anche in questa domenica mattina è un toccasana. Trovo il Ci nell’atrio dell’Hotel, sprofondato in una poltroncina ed in un gruppo di anziani turisti inglesi. E’ stato poco bene e si vede. Mangio un bocadillo nel locale a fianco l’hotel. Concludiamo le procedure di check-out. Salutiamo. Ci sono anche Emiliano e Milena. I fidanzatini ritrovati.
Qualche foto nella stazione di Clot. Il vagone che arriva. Plaza Catalunya…respiro la città a pieni polmoni. Il bus. L’aeroporto. Dentro l’aria ahimè è condizionata e mi costringe a coprirmi. Ci sono i messaggi dall’Italia. La Regia ci fa brutti scherzi. Il volo è veloce.
La Primavera è finita e l’aria di Milano è tutta un’altra cosa.

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