è Barcelona! è Primavera!

Abbiamo preso una multa dalla polizia stradale nel viaggio dal paesello al comodissimo aeroporto della malpensa.
L’autista senza cappello da chauffeur, emozionato per il viaggio, non si accorge della presenza della pula, impegnata nello sgomberare la sede stradale da un pezzo di ruota di un camion gigante. La pula, fin dai filmarelli anni ’70, si sa, s’incazza.
Infatti, s’incazzano e ci fermano con bonus di multa e punti patentati. Però alla fine sono anche buoni e non puniscono violentemente l’amico.
Abbiamo perso una valigia nel volo di ritorno con conseguente fila “Lost and found” e denuncia da parte dell’autista, munito di cappello acquistato in una viuzza della capitale catalana, e della sua novia, proprietaria della valigia.
L’inizio e la fine del viaggio a Barcellona, per assistere al Primavera Sound ’09 & varie et eventuali.
Nel mezzo:

Arriviamo alla zona imbarchi. Riconosco un musicista. Dico al sassofonista degli “Zu“: “Gli Zu”. Lui: “Sì”. (ahah, ok, rido solo io).
Un segnale in previsione della tanta musica che ascolteremo al Primavera Sound, meta principale del viaggio. Il sassofonista discute con le assistenti di volo per il suo strumento in cabina.
E anche lui  s’incazza un po’.
Arriviamo in poco più di un’ora. Bus per il centro. Metro per l’hotel. Subito a zonzo a respirare il clima meraviglioso, il sole caldo ma non troppo, l’aria della città. Il caso vuole che sia una serata speciale. Finale di coppa dei camp…champions league. Catalani vs. Mancuniani.
Da bravi e regolari disorganizzati country boyz, capitiamo in ritardo e per caso, davanti a uno schermo gigante in un bar sul lungo mare. Ci stringiamo al bancone. Mangiamo e  vediamo il Barça dominare lo United. Al gol di Messi, una città esplode in una lunga notte di caroselli e peregrinazioni festaiole. Comprendo l’entusiasmo, ma accuso la stanchezza e la mancanza di respiro in una metropolitana presa d’assedio da urlanti tifosi. “Madrid cabron el Barça es campeon”. Bene, bravi, meglio voi, ma non sento in particolar modo l’evento, sento in particolar modo la stanchezza e me ne vado a dormire. Non ci riuscirò, causa stanzetta caldissima, clacson a non finire, motociclette rombanti fino alle quattro del mattino e Maria, la cameriera, che alle otto e mezza è già troppo operativa.
Pazienza, è giovedì. Stasera inizia il festival.

Raccolgo i pards che mi eleggono a loro cicerone causa mia precedente esperienza di un anno fa. Bueno. Clima da favola e gironzolamento mattutino in plaza de Espana e zona olimpica. Poi andiamo a recuperare i pass per il Primavera. Nella fila riconosco da un video visto in rete, una coppia di blogger che stimo e seguo da tempo. Li saluto complimentandomi e sparando la clamorosa frase “Posso salutare due famosi blogger” mettendoli un po’ in imbarazzo. Con il braccialettino/pass color senape al polso, andiamo a mangiare una paella proseguendo poi per una lunga passeggiata alla Barceloneta, il litorale della città, dove sostiamo per un meraviglioso moijto a bordo playa. Poi c’è la prima serata di concerti.

Maria mi sveglia pure il venerdì mattina, urlando con una collega, presumo. Grazie Maria, sei un tesoro, ma qui non dormo mai. I pards invece ronfano della grossa e me ne esco in solitaria. Vado a vedere la casa di Gaudì. Ecco. Se venite a Barcellona, trovate il tempo di andarla a visitare. L’esterno è stupendo, e va bene, però è all’interno che si assapora la genialità di un personaggio unico come l’architetto spagnolo. Anche per un incompetente assoluto di architettura come me, è possibile comprendere il genio nei corridoi storti degli appartamenti con mobilio d’epoca recuperato e nel tetto orlato dai famosi comignoli e con ottima vista sulla città dall’alto. Poi, bighellono sulla Diagonal, riempiendomi gli occhi di bellezze architettoniche e locali. Appunto fashion: è evidente come le donne qui abbiano un gusto più libero e vario nel vestire. Pranzo in un baretto vegetariano che espone orgoglioso la maglietta “Organic is orgasmic”, quasi un mantra da rubare al volo. E’ tardi. Alle 19 è imperativo essere nella Primavera.

Sabato mattina. Maria ci prova, centrando la porta della camera col carrello e bussando. Stavolta la frego. Distrutto, torno sempre a dormire. Mi sveglio tardi. Incoccio nei pards. Dicono Sagrada Familia. Mi rimetto la giacchetta da cicerone e si va. Sempre notevole la folle cattedrale infinita (non finita, sì). Segue, da bravi amanti (con riserve) del pallone, pellegrinaggio al Camp Nou. Visitiamo il museo. L’hanno ristrutturato e abbellito rispetto a tanti anni fa quando lo vidi per la prima volta, sintomo della commercializzazione estrema (e necessaria?) del calcio moderno. L’angolo dedicato ai campioni è molto bello e la coppa è proprio lì, circondata dai flash dei turisti. Rito a cui non ci sottraiamo neppure noi. Lo stadio è un gioiello ma si sa. Pioggia di foto e di gag. A seguire, puntata sulla Rambla per rispettare un altro clichè da turistas, mangiare frutta e pesce al mercato della Boquerìa. E poi è la serata finale del festival.

Domenica. E’ già finita? E’ già finita.
Bello. Il viaggio. Ci voleva, per abbandonare la routine, lustrare gli occhi, respirare un po’ di aria nuova e buona.
Bella. La città. Funzionale, pulita, con i grandi viali e facciamo che risparmio altri peana personali a una città che adoro. I cartelli dei socialisti con la faccia del nostro sultano di serie zeta, mi ricordano spesso la piccola realtà del nostro paese, mentre la municipalità catalana stanzia fondi per i poveri (notizia letta per due giorni sui quotidiani della città, in mezzo a mille pagine celebrative per il Barça).
Belli. Noi tre country boyz + la fidanz coppiè, quasi invisibile ma presente (ahah). Fra (molti) alti e (pochi) bassi, che ci stanno, siamo stati un bel gruppo.
Vi abbraccio anche su questo post.
E la musica? Qui di seguito……

Braccialetto color senape. Card rossa con scritta bianca. Gambe resistenti. Voglia di musica e di qualche fila. Ecco quello che serve per il festival.
Entro con una certa emozione e una vaga sensazione. Ossia, non sarà bello come l’anno scorso perché la prima volta ha il fascino speciale della scoperta. Inoltre il programma mi rema contro, proponendo quasi tutti i gruppi che vorrei sentire nella giornata di venerdì, con sovrapposizioni improponibili a meno di ubiquità, dono, ahimè, non ancora pervenuto.
Rispetto all’anno scorso, hanno spostato il palco del Vice. Sempre affiancato al mare ma dall’altra parte del sito del festival. E all’ingresso non danno il libro con la storia della manifestazione e le bio degli oltre cento artisti che suoneranno. Anzi no. Maglietta del festival (imprescindibile) e libro, euro 20. Ok, ci sta. Il resto non è cambiato.
Sono state tre bellissime serate, clima eccellente, bastava avere una felpa per proteggersi dal vento del mare che quando arrivava il buio si faceva un po’ sentire. Sole che tramonta con i primi concerti, poi si tolgono gli occhiali da sole e arrivano altri elementi, sempre su sottofondo rock, la luna e le stelle e i grattacieli della città illuminati di là, il mare, sempre di qua. Poi, i panini con i nomi delle band, le birrone, pure il whisky cola per gli ubriaconi (ahah). Molta gente, un mix di hipsters/rockers/tranquilloni/sfascioni di tutte le lingue ed età. Folla il sabato per il main event del canadese con la chitarra.

Quest’anno, quasi inconsapevolmente, ho scelto di privilegiare la compagnia piuttosto che le mie preferenze musicali e non ho visto concerti che avrei voluto (Andrew Bird per dirne uno) per vederne altri o perché siamo arrivati tardi (Bad Plus per dirne uno). Inoltre, fare i turisti, ergo camminare molto durante il giorno, oltre al fatto di avere una certa età (this is for you, my dear) comporta la necessità fisica di sedersi spesso e di apprezzare anche solo un micro riposino di due minuti appollaiati su un muretto. Addirittura, l’ultima serata ho dovuto abbandonare presto, causa piccolo problema fisico. Già.

Comunque, il festival è sempre bello anche per condividere le serate, le chiacchiere, le gag o per scoprire gruppi sconosciuti, o per paciugare con le note spostandosi in continuazione fra un palco e l’altro, sbocconcellando un cantautore qua, un gruppo sconosciuto là, un gruppo inaccettabile, un dj solo davanti a una marea di gente.
Ora, in altri posti che consiglio (qui, qui e credo qui) o in giro per il web, troverete resoconti musicalmente più interessanti.
Mi limito qui a una noticina per ogni concerto in parte o del tutto visto.

The Vaselines: riscopertona! Davvero bravi.
Yo La Tengo: storici, buoni, ma dopo pochi brani ci sediamo e ascoltiamo distrattamente.
Phoenix: bellini, divertenti ma dimenticabili.
MyBloodyValentine: uno degli eventi. Con la “sonicità” non ho un buon rapporto. Escono nell’entusiasmo totale del pubblico. Arretro ad ogni attacco. Una potenza sonora disarmante, melodie annegate in un oceano di rumore, ipnosi in una colata di riverberi fuzz infiniti. Non il mio genere, ma indubbiamente un’esperienza. Al brano finale, con coda interminabile, abbandono, le orecchie distrutte.
Aphex Twin: qualche minuto di passaggio. La dance-tecno anche no.
The Horrors: assolutamente no.
Bat for Lashes: ottima, pure con un certo carisma nonostante la tutina a righe b/n. Notevole una testa di cervo impagliata, appoggiata insieme alle chitarre e la batterista con una Tama bianca che vorrei tanto tanto tanto.
Spiritualized: bel sound, bella band. Peccato dovere abbandonare il set, che mi dicono sia finito alla grande, per volare dai:
ThePainsOfBeingPureAtHeart: ascoltati i primi quattro brani. Già dopo il primo pezzo, This love is fucking right, vittoria totale. Pitchfork stage pieno, pubblico che canta e loro sono pure bravi. E pucci (ahah). Se non si perdono, diventeranno rockstars.
Art Brut: motivo per cui ho abbandonato i TPOBPAH. Maledetto programma. Eddie Argos ha un po’ la faccia da matto, giuro, l’ho visto da vicino la sera prima, mischiato al pubblico in attesa dei MBV, ed è un grande entertainer. Super concerto, i pezzi nuovi funzionano, i vecchi pure. Divertentissimi. Peccato, poco pubblico.
Throwing muses: improponibili, fuga.
Jarvis Cocker: i brani non sono al livello della sua bravura da personaggio e uomo da palco. Comunque, bene e più giacche e cravatte sui palcoscenici!
Shellac: giganti, potenti, fuckyeah! c’mon!
A certain Ratio: funkettosi, sfortunatamente il terzo pezzo che fanno ha un sound troppo brazilian per essere ascoltato dopo gli Shellac.
Bloc Party: li ascolto, per fortuna poco, da lontano, in attesa dei pards per andare. Uno dei gruppi più sopravvalutati degli ultimi anni.
The Jayhawks: buon vecchio country rock. Antipasto per i tanti fan di Neil Young, ovviamente un po’ monotoni, ma per prendere un po’ di sole vanno benissimo.
Plants&Animals: nome segnato, da scoprire con calma.
Herman Dune: applausi, anche per fare sculettare la folta platea del Rockdelux con una chitarrina e semplici canzoncine folk.
Neil Young: marea di gente per, come ha scritto un giornale locale, “la messa del rock”. Massimo rispetto, ma dopo quattro brani ci allontaniamo dalla calca per cenare con bocadillos.
Oneida: postrock noise, suonato come fosse free jazz. Almeno la prima mezz’ora è così. Mi annoio e vado per vedere i Deerhunter.
Qui purtroppo, il fisico mi abbandona. Nulla di che. Colpa di Maria (vedi sopra) e del poco sonno, la stanchezza e l’età (this is for you pal, bis). Peccato, dicono che i Sonic Youth siano stati ottimi.
E così, termina il mio Primavera Sound. Buono, peccato avere perso certe cose ma va più che bene così.
Ce ne saranno ancora? Mah, probabile, sperabile.

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