Primavera Sound ’08

Cos’è (for dummies)
Il Primavera è un festival musicale, probabilmente il festival “indie” per eccellenza, dove “indie” è quella musica che difficilmente passano le radio e di cui facilmente parlano i blogger e le webzine musicali, quella che scopri se frequenti la rete, quella che ti consiglia l’amico che ha un amico Dj, quella che la maggiorparte delle persone dicono “Chi?” oppure “Come?” quando rispondi alla domanda “Che musica ascolti?”. Indie poi, per definizione, è la musica non prodotta, ma in qualche caso distribuita, dalle major discografiche.
Il Primavera di quest’anno prevedeva molti nomi “old school” e parecchi ragazzotti in una miscellanea per tutti i gusti. 104 concerti, escludendo quelli tenuti all’Auditori per i quali si pagava biglietto separato e non compresi i concerti di domenica della festa di commiato e delle altre piccole location collaterali.
Nato nel 2001 come festival, si svolge nell’attuale zona del Port Forum dal 2005, sempre a Barcellona.

Com’è.
Sono cinque palchi, spalmati in una grande area che sorge a ridosso del mare nella zona del nuovo porto della città. Se si guarda la piantina del festival che viene distribuita con i pass per l’ingresso, il sito festivaliero ricorda vagamente la testa di un toro, corna incluse. Il corno sinistro è il “Vice Jagermeister”, sponsor alcolico e palco che sfiora l’acqua del porto, mentre il corno destro è il palco “Atp” dove non si gioca a tennis ma si fa corposo rock. A parte la battutaccia, l’Atp è un promotore musicale di concerti e gruppi, e gruppi che selezionano artisti per concerti e pure un’etichetta discografica.
Fra i due si trova il “Rockdelux” che è il palco principale del festival con ampio parterre e una vasta tribuna a sedere. Il nome è quello di una rivista musicale spagnola. Nel mezzo della “location” si trova l’”Estrella Damm” con sponsor alcolico pt.2 e lunga distesa di cemento che termina in prato in caso di vasta platea oppure di immane stanchezza. Al fianco del “Damm” c’è la zona ristoro. Un gigantesco bar dove puoi mangiare bocadillos farciti e battezzati con nomi delle band che si esibiscono o le solite schifezzuole da concerto e bere birroni, chupitos dello sponsor e altra roba alcoolica ma soprattutto sederti a un tavolino, o per pianificare i vari ascolti oppure per rifocillarsi con calma. In casi estremi per svenire sulle sediole, sfasciati da alcool o altre cosette illegali (*).
Questa zona è l’unica al coperto e comprende anche il quinto palco. Il “Cd Drome”, dove si esibiscono i gruppi piu’ di “nicchia” (ma anche no, per eventuali appofondimenti musicali, prego rivolgersi altrove che io non ho né le conoscenze né le capacità descrittive necessarie per spiegare tutto).
Proseguendo con la descrizione del posticino, ci sono poi a partire dall’ingresso all’incrocio con il primo palco, vari banchetti di etichette musicali semisconosciute, venditori di magliette e di cd. Alcuni di questi banchi sono davvero interessanti, seppure per indie-addicted. Sparsi per il festival ci sono decine di bagni chimici e altri posti dove prendere cibo e birroni. Al riguardo, dei birroni, ricordando che il main sponsor del festival è un produttore di birra i cui silos sono ben visibili nel tragitto che porta dall’aereporto al centro cittadino, in giro per il forum ci sono parecchi Mochilaman. Costoro, volontari uomini e donne si fanno ore e ore con sulla schiena fusti di birra di notevoli proporzioni e ai lati due tipi di bicchieri (normale e gigante, detto appunto, il birrone) con la pistola della spina per riempirli di ottima Estrella (**) evitandoti la fila alle casse o ai bar con un sovrapprezzo di un euro, che si spera vada almeno in parte nelle tasche di questi valorosi mochiliani (***)

Il nostro giovedì sera.
Non ero mai stato a un festival musicale fuori dai confini italici e mi ero preparato leggendo qualche post di partecipanti alle edizioni passate.
Ricordando le istruzioni festivaliere lette dove si consigliava di ritirare presto gli oggettini per l’ingresso per evitare le code, ci presentiamo per ritirare il il combo card/braccialetto = pass della giornata, poco dopo le tre del pomeriggio. C’è il sole, caldo sopportabile, clima amico e perfetto.
La fila è ridicola e in breve siamo in possesso del necessaire. Torniamo al festival, dopo un calcolato riposo preventivo, che non si è più regazzì e la serata si preannuncia impegnativa, alle otto e un quarto di sera. Gente in coda alle casse, molta gente in coda agli accrediti. Entriamo e ci diamo un’occhiata in giro, non prima di un paio di foto per immortalare il momento, oserei storico.

Mancano pochi minuti all’inizio dei Notwist e non voglio perdermeli, così lascio il pard (****) alla fila per gli approvigionamenti e mi dirigo verso il Rockdelux. Scendo le gradinate per piazzarmi nel parterre e il gruppo attacca “Pick up the phone”. Meglio di così era difficile iniziare. Il pard arriva che sono a metà esibizione. Piacciono pure a lui, a rimorchio per quanto riguarda l’aspetto musicale del festival, eccezion fatta per quello che si vedrà nelle ore successive sul main stage. Suonano cose di “Neon Golden” e pezzi del nuovo album e mi piacciono molto, con una resa rock maggiore del previsto. Non fanno “Consequence” ma terminano fra convinti applausi. C’è ancora molta luce e ricordo come siano belli, seppure un po’ strani, i concerti alla luce del giorno non filtrati dal buio, con le luci che non servono. C’è un vento un po’ fresco che spazza l’ampio parterre ma abbiamo felpina comoda e salvifica, mentre ci appostiamo per il nostro evento: i Public Enemy che suoneranno per intero “It takes a nation of million…”.
Ora, parentesi sull’hip hop.

Avevo diciott’anni quando uscì questo disco, compravo il vinile e avevo un sacco di brufoli. Sulla scia del “Fen master”, amico fanatico del rap, entrai nel tunnel dei P.E. con partecipazione e calore. Penso che quel disco fu davvero seminale, una pietra miliare del genere come ce ne sono poche altre. Lo ascoltavo nella saletta fino a conoscere ogni parola dei testi, lo mettevamo su alle festicciole, dove, incuranti del resto degli invitati, facevamo sceneggiate, danzando, ballando e mimando atteggiamenti da duri di strada losangelini che, francamente e col senno di poi, non erano proprio consone a ragazzuoli di campagna. Epperò, le risate, il ritmo, la carica. Poi, con gli anni il mio entusiasmo per il rap scemò, fino a diventare quello che sostiene che l’hip hop sia praticamente morto, attaccato al defibrillatore dell’R’n’B da classifica e che siano definitivamente sepolti i tempi in cui era un genere sincero, rabbioso, di strada, innovativo e portatore di un messaggio politico in rime black, seppure qualcosa, fortunatamente, si salvi ancora nel panorama del genere (un nome per dirne uno, The Roots) disperso fra stronzate gangsta, atteggiamenti modaioli e business.
Fine parentesi hip hop.

Siamo a cinque metri dal palco ed erano anni che non mi trovavo così vicino a un palco. Arriva un Dj della sempre fantomatica “Bomb Squad” per scaldare il pubblico che lentamente riempie l’auditorium. Quando entra ChuckD siamo stretti, complice anche l’arrembante arrivo di una banda di ragazzotti inglesi sfasciati di alcoolici e probabilmente di cosette lisergiche, visto che un paio hanno espressioni quantomeno bizzarre. Ovviamente c’è anche Flavor Flav sempre di orologio da collo munito. ChuckD spiega che è la prima volta che fanno questo esperimento di suonare per intero il loro album manifesto. Sono invecchiati e fanno quasi tenerezza. E’ la terza volta che li vedo e mi chiedo se saranno all’altezza dopo che l’ultima volta erano sembrati svolgere un compitino. Invece, boom. Parte “Bring the noise” ed è il delirio. La canto tutta a squarciagola ed entro nella macchina del tempo. Una via l’altra, restano canzoni immortali. Si salta, si balla, si fanno le solite cazzate da concerto rap. Parte anche un pogo soft da parte degli inglesi sfasciati e l’ultimo pezzo è “Fight the power”. Una specie di “live bonus track” dato che non era nell’album ma è il pezzo da cannone da sparare e Barcellona salta.
Finito, ciao ChuckD, illumina le menti.
E adesso, l’altro big della serata, quelli per cui probabilmente è accorsa molta gente, disinteressata dal resto del cartellone.
Portishead
. Tribuna imballata, parterre pure. Entrano e noi siamo un po’ defilati, ma va bene così. Sono semplicemente favolosi. Musicalmente sempre avanti e lei che rimane fissa nella sua posizione con entrambe le mani sul microfono e gli occhi chiusi. E QUELLA voce. Vibranti, intensi, drammatici e potenti. Bei video in presa diretta di contorno, proiettati ai lati del palco, per uno spettacolo che abbaglia. Mixano brani del nuovo “Third” e cosette dal passato. Durante “Machine gun” arriva ChuckD che spara trenta secondi di rime. Una figata. Scroscianti applausi. Beth Gibbons, grazie.
Mi sposto all’ATP che ci sono gli Explosions in the sky. Arrivo in tempo. Sono potenti, fuzz, drammaticamente chitarrosi. Però hanno una luce bianca alle spalle, quasi sempre accesa e accecante che dopo un po’ comincia a distruggermi la retina. Reggo mezz’ora e poi torno al main stage dove ci sono i De La Soul (vedi sopra, parentesi hip hop, stessa cosa) che fanno salterellare gli astanti con il loro set una via di mezzo fra un greatest hits e un dance floor con parecchie reminescenze funk. Ascolto gli ultimi venti minuti, recupero l’amico che li ha visti tutti ed è distrutto dalla danza e ci dirigiamo verso il palco Vice. Dove ci sono i Vampire Weekend davanti a un pienone di gente. Attaccano “Oxford Comma” e penso che sarà la vitalità di tutti questi ragazzotti indie che non mi fa pesare la stanchezza di ore in piedi e di zero cibo ingerito. Sono le tre, stiamo lì un altro po’ e poi dobbiamo uscire. Barcellona ha ancora da dare, l’ostello è dall’altra parte della città e la metro è chiusa al giovedì notte. A letto alle quattro e passa, con un sorriso ebete e immagini random che mi attraversano i pensieri della buonanotte.

Il mio sabato sera.
A Barcellona si era anche per vacanza, per (ri)scoprire la città dopo tanti anni, per fare un po’ di agile turismo, per fare innumerevoli chilometri a piedi (le gambe ringraziano).
Si era partiti con in tasca la prenotazione solo del giovedì e l’intenzione di bissare, eventualmente, il sabato. Ci svegliamo con calma e scopriamo che una leggera pioggerellina ci accompagnerà a tratti per tutta la giornata. Andiamo a vedere il Montjuic, incappiamo in una tappa del beach volley tour, mangiamo l’ennesimo bocadillo, passiamo dalla bella via Diagonal, vediamo la casetta di Gaudì, la classica trafila di negozi alla moda italiani e non solo e la pioggerellina che si ripresenta, noiosa.
Il pard passa la mano, per rischio pioggia e per dedicarsi a faccende di parentado (si era a Barcellona pure per vedere come se la passava il del pard cugino, neo abitante della città).
Io sentivo il costante richiamo del festival. E quando ricapita? Quindi, alle sei, ci salutiamo, imbocco la linea gialla della metro e vado in solitaria.
Non penso mai che non sia aperta la cassa, né che ci siano problemi per entrare. Infatti. Arrivo e la cassa non c’è nemmeno. Attimo di panico, bestemmie in rampa di lancio, maledizioni alla mia stupidità pronte a partire. Mi guardo intorno triste e, oplà, intercetto gli occhietti chiusi di un ragazzo sudamericano. “Necesida entrada?”. Grazie, io ti amo tantissimo. Cinquanta euro e si va a ritirare il braccialetto magico. (*****)
Sono in perfetto orario per vedere gli Okkervil River. Munito di cappellaccio anti pioggia, mi accomodo trovando pure il tempo di comprare un bocadillo. La band texana entra e sono eleganti in giacca e cravatta. Sono pure simpatici, un po’ casinari e, ovviamente, ottimi. Grande set, concluso da una canzone che Will canta in spagnolo. Scroscianti applausi. Fra il pubblico vista coppia rock con bimbo tre/quattrenne munito di cuffie anti rumore griffate col logo del festival. Adorabili. Quello degli Okkervil sarà l’unico concerto della serata che vedrò per intero. Mi sbizzarrisco, mi faccio ingolosire da un programma ricco e gironzolo fra i vari palchi, mi fermo ad osservare il pubblico, mi siedo a leggere il programma ufficiale, fortunosamente trovato su una panchina e fermo saltuariamente qualche mochilaman.
Vedo i Buffalo Tom al palco principale. Sinceri, dritti, con una bella attitudine rock, mentre una nebbia carica di umidità avvolge i vicini grattaceli della zona maritima, cancellandoli dal panorama sotto una coltre di grigio. Però non piove, né pioverà mai, quindi si ringraziano a posteriore gli dei della pioggia. Passo poi al Vice dove gradisco molto Stephen Malkmus con drummer femmina e simpatia ondivaga. Risalgo le scale, che si faranno sempre più impervie col prosieguo della serata e mi imbatto in Rufus Wainwright di cui ascolto un paio di pezzi per piano e voce. Molta gente che pare gradire. Invece, gradisco assai i Menomena, che non conoscevo se non di nome. Tre tipi che suonano un sacco bene (******) e creano un ottimo mood, con ritmiche spezzate e melodie mescolate dall’impasto delle voci e dei vari strumenti. Accompagno il tutto sbocconcellando l’ennesimo bocadillo, fonte di preziosa energia.
Passo dal palco principale dove c’è una roba di chitarre spagnole e nacchere da cui scappo subito e torno di sotto al Vice dove i Mission of Burma tornano a suonare per la gioia di molte magliette viste in giro, ma sono un po’ stanco e mi siedo nel prato dell’Estrella Stage, aspettando i Dinosaur Jr.
Mr.Masics sale per primo con chitarra e capello folle e alla prima pennata mi fa la riga nei miei capelli, già abbastanza pazzi causa umidità. Il trio suona a un volume esagerato e in modo violento. Suonano molte cose vecchie ovviamente, con continue botte di chitarre e ossessivo drummin’. Positivi e storici. Solo che a tre quarti di set mi viene voglia di ballare. Non rock. Così assecondo l’istinto e mi butto nuovamente sulla scalinata che porta al Vice per immergermi in un mood completamente diverso con il dj set di Alan Braxe, oscillante fra house anni novanta con reminescenze di french touch. Ballo un po’, faccio uno stupido video e finisce pure questo set, fra la gioia delle molte ragazze ballerine presenti. Faccio un pensierino al prossimo Sonar data la mia recente passione per la electro-dance.
E’ l’una e voglio vedere i Tindersticks. Altro palco, altra faccenda. Dalle chitarre sprezzanti, alla dance da disco, alle atmosfere pop orchestrali dei dieci componenti sul palco. Lui, un grande cantore di atmosfere romantitragiche. Ottimi con violini, è uscito pure il nuovo disco, si ascolterà.
Ed è il sound giusto per la buonanotte, la metrò e l’arrivo nel meritato letto. Il sound giusto per uscire, inchinandosi al festival e alle emozioni musicali e non solo.
Gracias e mi sa che ci vediamo l’anno prossimo.

Considerazioni casuali e finali.
Sull’aereo di ritorno, conversando con un ragazzo ancora munito di braccialettino verde (stampa) apprendo di come sia stato uno sbaglio essermi perso la giornata di venerdì se non altro per il concerto di Bob Mould da lui segnalato come uno dei migliori della tre giorni. E poi le tante cose che non ho visto (pure The Go! Team, Why? e i Fuck Buttons che avrei voluto assaggiare live) e che ho scelto di non vedere per simultaneità nella programmazione o stanchezza (per esempio gli Animal Collective che hanno suonato alle 02:15 del sabato). Un festival davvero splendido, da prendere così, mordicchiando generi, novità, curiosità. Un festival popolato da moltissimi stranieri. Tanti italiani (si può dire finalmente disciplinati?), molti francesi con la maggioranza delle ragazze con la erre arrotata fasciate in pantacollant neri, una moltitudine di inglesi e nordici, sempre con le birre in mano. Un senso di rispettosa e gioiosa partecipazione e tranquilla convivialità. Come da retorica nota espressa durante il giovedì, perché non dare il mondo in mano ai partecipanti del Primavera? E poi, migliaia di fotocamere, cellulari e video per immagini e ricordi che già inondano flickr, blog e altre modalità online.
Pensierino cattivo: cinque palchi e tecnici davvero bravi se la resa musicale è sempre perfetta. Certo, deve avere un grosso budget il Primavera, però come non notare le difficoltà di avere una buona acustica su molti palchi nazionali? Dal punto di vista dell’offerta musicale, i “vecchi” gruppi, anche quelli che “erano anni”, tirano più dei giovani e suonano pure meglio offrendo più sostanza e più emozioni, non solo per i ricordi che suscitano.
Ovviamente, è opinione personale basata sull’osservazione parziale di questi giorni e delle line up dei festival europei di quest’estate. Forse c’è troppa offerta musicale che abbassa la qualità? E tante altre cosette, ma direi che sia sufficiente.
Per chi incappa qua, per chi ne vuole sapere di più, sicuramente chez Stereogram a breve arriverà un ottimo resoconto. E in giro per la rete, ovunque ci sono varie cose.
(Update: Junkiepop)

Ancora, gracias Barcelona.

(*) ottime bordate odorose di fumiello marocchino che spesso arrivano da ogni dove
(**) com’è che è così buona? Com’è che da noi le birre di solito sono molto più slavate?
(***) attimi di commozione guardando una mochiliana giovane, piccola e minuta che quasi spariva dietro alla “spina portatile” vista a sedere per qualche istante alla una di sabato sera. L’emblema assoluto della stanchezza fisica.
(****) caro, grazie eh. Delle camminate, delle parole scivolate sul divano sulla spiaggia fra mojitos e coronitas, del ristorante trashy, delle sigarette, del vino rojo, delle innumerevoli gag, delle file, dei birrò, degli errori in metro, della fontana magica, di tutto il mood. E, ovviamente, “Mò in do veeeet?!?!?!”.
(*****) comprare il biglietto dal bagarino che “guata” con sospetto misto a un pizzico di paura la policia civil a dieci metri da noi mentre avviene lo scambio mi è sembrata una cosa molto italica.
(******) prego notare i competenti e forbiti dettagli e commenti musicali di questo lungo “remember”.
Ps.: visti al sabato molti flyer in giro con il programma di Roseto. Molti stranieri incuriositi dai bei nomi , molti che si chiedevano “Where?”. Aggiungere “Italy” non sarebbe stato male.

Ps2.: antipasto del Primavera, il concerto di Feist a Milano. Lei è troppo carina e amorevole e dolce e ancora carina. Però quanto è brava e che bella voce.

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