Risvolti

risvLa fiamma bassa e leggermente tremolante sotto il bricco per scaldare l’acqua non fa alcun suono. La guardo mentre un esile barlume di luce passa dalla finestra lasciata appena aperta. Non ho nemmeno acceso la luce. Ho fatto tutto in penombra. Gesti abitudinari, eppure questa mattina è diversa. Di là, c’è lei.

C’è, lei? Magari mi ha sentito mentre mi alzavo. ‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’. Ho chiuso a chiave la porta ieri sera? L’ultimo dei pensieri, ieri sera. La luce del giorno mi arriva addosso violenta, mentre apro la finestra, svegliandomi del tutto. In pochi secondi sento simultaneamente il bisogno di mangiare qualcosa e il profumo di lei che sale dalla maglietta stropicciata che indossavo ieri sera. Chiudo la porta della cucina. Non vorrei svegliarla nel caso dormisse ancora. Fuori il quartiere non si è ancora ripreso dalla sua festa, in strada non passa nessuno, solo qualche uccellino svagato rumoreggia.

Ero tornato da pochi mesi. Il tempo di sistemarmi e l’estate aveva iniziato a picchiare duro sul cemento delle strade. La domenica mattina era stata la cosa più difficile da digerire dopo il mio ritorno. Dove stavo prima, era un giorno di ozio e pigrizia, fatto per famiglie che camminavano verso il mare, di pranzi con panini ricolmi di carne, birre a tutte le ore, fin quando l’alcool schiantava corpo e pensieri sulle sdraio che la gente si portava da casa. Il mare di un blu da cartolina rispecchiava la noia di ore che passavo dense di salsedine e chiacchiericcio, palloni da calcio che volavano da tutte le parti, grida di bambini. Qua, se volevi andare al mare, dovevi caricare la macchina, calcolare i tempi giusti per evitare la fila in autostrada, pagare ogni necessità, magari venire redarguito da solerti bagnini se sistemavi il tuo telo sulla spiaggia. Mi mancava andare al mare, ma avevo rapidamente ripreso le abitudini, altrettanto pigre e oziose, dell’abitante del quartiere che, al massimo, faceva quattro curve per andare a impelagarsi in una piscina all’aperto, troppo piena di ragazzini che si lanciavano in acqua, donne ricoperte di crema solare, zanzare e umidità padana. Quindi, alla domenica di solito me ne stavo in casa. Me ne sarei stato in casa anche quella domenica. Forse, però, sarebbe stata una domenica speciale.

Prendo una banana. L’abitudine di mangiare frutta al mattino appena sveglio è una delle belle cose che mi son portato dietro dalla vita precedente. Guardo il prato del campo di calcio davanti a casa. Spelacchiato e bruciato dai lunghi giorni di sole, qualche pozza di sabbia vicino alle aree di rigore che chissà se verranno sistemate prima dell’inizio delle partite del campionato amatori. Prendo un’altra banana. Chissà se le piace la frutta. Aveva fatto la schizzinosa davanti alle piccole chiazze carbonizzate della carne alla griglia, ieri sera. Poi però aveva mangiato tutto. Non che fosse un granché, le patatine però erano buone e lei si era macchiata la camicia con una lacrima di maionese caduta da uno spicchio rimasto a mezz’altezza mentre mi ascoltava.

Lei, ieri sera, mi ascoltava.

Prendo un piattino, appoggio la banana e ne taglio con precisione otto pezzetti. Aggiungo un filo di zucchero, come faceva mia madre quando ero piccolo. Energia, al mattino! L’acqua nel bricco ribolle. Verso un cucchiaio di caffè solubile e bevo a piccoli sorsi l’acquoso surrogato del caffè a cui mi sono rapidamente abituato. Sarebbe stata una domenica diversa? Esco dal cucinotto e prendo le sigarette che ho lasciato nella tasca della camicia, ancora appoggiata al divano dove poche ore fa l’avevo baciata.

Io, l’avevo baciata.

Mentre accendo, sento un leggero rumore dalla camera. ‘Tanto domattina non mi troverai più qui’. Avevo paura che se ne andasse? O volevo che se ne andasse? Torno in cucina, chiudo la porta. Verso un’altra tazza, accendo la sigaretta spalancando la finestra, perlustrando con lo sguardo il luogo dove son tornato.

Il quartiere. Ricordo bene, son passati pochi mesi, la prima volta in cui imboccai il sottopassaggio, sopra il quale transita con sempre minor frequenza il treno regionale. L’ingresso a questo quadrato composto da piccole vie, un puzzle immobile di case basse. La strada ne delimitava il confine, costeggiata dall’immarcescibile muro, eretto nei settanta per dividere la zona abitativa dalla fabbrica che dava da lavorare a molti abitanti della zona. Sulla sinistra della via, la mappa statica di poche attività commerciali. Il casaro che però aveva cambiato look al negozio, il fornaio, il bar che conserva aneddoti ubriachi di tante compagnie, la scritta Totip ancora sotto all’insegna. Poi, la chiesa con l’ampio spiazzo acciottolato dove piccoli chicchi di riso restano sempre incastrati in memoria di lanci celebrativi. La pizzeria che aveva cambiato nome, gestione, ma non il sapore dei suoi piatti. La strada terminava nell’imbocco dell’ultima uscita della circonvallazione con vista, dall’altra parte della strada, di un obbrobrio speculativo immobiliare. Ricordai le proteste, l’investimento sbagliato di mio padre, il cui unico figlio lo tradii scegliendo un lavoro a venti gradi di temperatura media, anziché un appartamento arredato. Girando a sinistra ritrovai le tante case conosciute, poi a destra, il circolo, che era stato di partito poi era diventato di tutti, il campo da calcio che delimitava il quadrato a est. Alla fine del campo, una distesa d’erba, una discesa e poi l’alveo ormai striminzito del fiume che divide la provincia da quella confinante. Sorridevo, mentre una sfilata di ricordi mi passava davanti, girando ancora a sinistra, trovandomi davanti la collinetta che portava ai binari, l’erba rovinata dallo smog ma resistente come i vecchi che si incontrano nel bar, sempre alla stessa ora, sempre con le carte in mano, i giornali che cambiano ma son sempre gli stessi da sfogliare, da commentare. Il quartiere. Sempre lui.

Prendo un kiwi, magari la frutta le piace. Lo pelo con cura disponendo gli spicchi di fianco ai pezzi rotondi della banana.

Una macchina rumorosa disturba la quiete fuori, innescando stranamente i ricordi di poche ore fa, le tante parole, i lunghi minuti passati fra quelle braccia sottili e abbronzate. Avevamo fatto elementari e medie insieme ma non eravamo nella stessa classe. Gliel’avevo ricordato, lei non ne era sicura, però era logico, i ragazzini del rione all’epoca facevano le primarie nella scuola vicina. Poi entrambi eravamo usciti dal quadrato, finendo nel capoluogo a venti minuti di pullman. Lei mi aveva confessato di ricordare di come ogni tanto la guardavo mentre aspettavamo l’autobus. Ricordavo anche io. Sguardi impacciati, prima che lei si sedesse vicino ai ragazzi più grandi che le tenevano il posto, mentre io mi mettevo con gli amici a chiacchierare di calcio e musica. Magari non era vero che ricordava, l’aveva fatto per flirtare, ma ci era riuscita benissimo.
Ricordavo tutto. Anche una sera in cui partecipammo in tanti alla sua festa di compleanno al circolo, dove in fila per farle gli auguri dopo che tutti avevamo gridato ‘Sorpresa!’, non riuscii a darle un bacio sulla guancia perché lei all’improvviso era impegnata con uno del classico che l’aveva presa in braccio per portarla chissà dove. Dall’imbarazzo, me ne andai. Poi ci parlammo davvero. Per la prima volta, sul pullman, un pomeriggio in cui entrambi avevamo perso la coincidenza. Chiacchierammo come se ci conoscessimo da sempre ma era la prima volta che andavamo oltre un educato ciao. Lei raccontò di come doveva recuperare un’insufficienza in una materia, io raccontai delle mie difficoltà a giocare da titolare nella squadra di calcio della parrocchia.

Verso altra acqua nel bricco ancora tiepido, mi scopro sorridere ricordando l’urlo ‘Ragioneria!’ con cui lei ricordò l’aneddoto, facendo girare la tavolata di vecchietti di fianco a noi. Immagino, o scorre acqua anche in un’altra parte della casa?
‘Tanto, domattina, non mi troverai più qui’.
Forse si è alzata, pronta ad andare dal figlio che la aspetta. Magari è distrutta dai sensi di colpa, oppure ha solo un leggero mal di testa per il troppo alcool della sera prima e sta rannicchiata sotto le coperte. Guardo il piatto, sposto con il coltello i pezzi del kiwi e prendo una pesca. La pelo e compongo una sorta di bandiera di una repubblica centro africana. Bianco, verde e giallo.

La seconda volta che parlammo fu pochi giorni prima della mia partenza per il militare. Ci trovammo per caso fuori da una festa che era diventata una bolgia di ubriachezza e balli scatenati. Presi una bottiglia di vino scadente e uscii, avevo bisogno di silenzio. Non volevo partire, ero terrorizzato dall’idea di un anno di naja, come la chiamavamo, una parola che oggi non esiste più. Me la trovai nel parcheggio. Fumava una sigaretta. Era bellissima, con una maglietta blu e jeans neri coi risvolti sopra a un paio di scarpe coi lacci. Era vestita come quasi tutte le ragazze di fine anni ottanta, eppure lei sembrava più elegante.
Ci sedemmo per terra, appoggiati a una macchina bianca, bevemmo e ci raccontammo delle nostre paure. La mia del militare e la sua di andare all’università a Milano. Lì, la vidi spaventata. Avrebbe dovuto lasciare il ragazzo, le dispiaceva ma la vera paura era che nel quartiere era la più bella, mentre nella grande città sarebbe stata una come tante, sicuramente una sconosciuta. Eravamo solo due ragazzi di provincia, che avevano ascoltato troppi discorsi che erano una via di mezzo fra l’incoraggiamento a uscire dal quartiere e racconti terribili sugli scherzi nelle caserme o sulle difficoltà che si incontrano nelle università di prestigio. Avevamo solo paura di crescere, tutto qua.
Un anno dopo tornai a casa, iniziai a lavorare come molti nella fabbrica al di là del muro, in produzione. Facevo i turni e i primi soldi. Lei, rimase in città. La vidi solo per pochi minuti, a un paio di matrimoni di amici comuni, come stai, tutto bene, ci vediamo dopo. Ci vedemmo sempre molto dopo. Poi accettai un lavoro in un altro continente. Le poche volte che ero tornato avevo scoperto che si era sposata, con un ricco commerciante. Poi, tornai. Mi ero stancato, e mia madre era malata. E poi rimasi.
Tornò anche lei. Divorzio, un figlio a carico, ma non abitava più nel quartiere. Con i soldi del divorzio aveva preso un grande appartamento dall’altra parte della cittadina. Ieri sera però è tornata anche lei nel quartiere.

Il caffé è pronto, lo verso nella tazza più bella che ho, tutta bianca, senza scritte.

L’avevo vista appena arrivata. Vestita come una ragazzina anche adesso. Jeans bianchi coi risvolti, scarpe basse, una camicia blu. Sembrava imbarazzata, sforzandosi di non darlo a vedere, mentre molti sguardi si posavano su di lei. Mi avvicinai, salutai le amiche che l’accompagnavano e poi rimasi con loro a cena e dopo cena rimasi con lei, provammo balli impacciati in un girotondo di mazurke tutte uguali, mentre a volte arrivavano amici di un tempo che la vedevano, salutavano, domandavano. Lei mi guardava, come dire ‘Salvami’, io le facevo di no con un dito. Poi rimanemmo fino a quando il gruppo smise di suonare. ‘Ricordi quella sera, quella festa, prima di partire per Milano?’ Ricordava e mi sembrò che un velo di nostalgia le passasse sugli occhi. ‘Andiamo’, disse.
Percorremo le tre strade buie dal cortile della sagra al circolo che era sempre lì, uguale eppure diverso. Qualche ragazzino nottambulo ci squadrò quando arrivammo, irrompendo nel loro territorio. Ci sedemmo nel prato, ricordammo ancora.
E poi, accadde. Feci quello che non avevo avuto il coraggio di fare quella sera di tanti anni prima, annebbiato dall’alcool, la voglia che faceva a pugni col senso di onore verso quel ragazzo che all’epoca era un mio compagno di squadra, la stella, la migliore ala destra che le giovanili del quartiere avessero mai prodotto. Lui, la stava sicuramente cercando nella festa mentre ci raccontavamo le nostre paure e adesso, poche ore prima, a un’altra festa, l’aveva salutata, con un imbarazzo eccessivo, mentre aveva un bimbo in braccio e la sua compagna come un gendarme dietro le spalle. Avevamo riso di quel momento. Due stronzi che avevano solo visto un pezzo di mondo, altri quartieri, che non perdevano l’occasione di sentirsi più grandi, soprattutto io, che assaporavo una specie di rivincita incassando un imprevisto assegno di stima post datato.

La baciai. Sapeva della sambuca doppia che aveva ordinato mentre la band di cover anni novanta che aveva dato il cambio sul palco si impegnava, mentre sotto gente di ogni età ballava. Poi, finimmo sul divano di casa. Io seduto le chiesi di alzarsi, lei sembrava timida, inibita, ancora con la grazia di una ventenne che non è sicura se concedersi sia la cosa giusta. Le tolsi i jeans, i risvolti le si incastrarono nei talloni, le mordicchiai le gambe, prima di alzarmi, prenderla di peso e portarla nel letto. Lei dopo, mi sorprese, prendendo il controllo, cambiando essenza, la donna matura che sa cosa fa. Una luce di sfida le aveva attraversato gli occhi mentre lo diceva. ‘Tanto domattina non mi troverai qui’.

Avevo sentito un rumore? Una porta che si chiudeva?

Guardo l’ora, tiro fuori una brioche dal suo involucro e la metto su un altro piattino, l’unica marmellata che ho è di mirtilli. Chissà se le piacciono i mirtilli. Apro la credenza, prendo il vassoio buono che mia madre usava per servire il caffè alle sue amiche. Metto i piatti, la tazza e esco dalla cucina. Passo davanti alla porta di casa e noto che le chiavi sono ancora nella serratura. Se fosse uscita non me ne sarei accorto. Arrivo davanti alla porta della camera, ancora chiusa.
Respiro, ripenso a tutto quello che mi è passato per la testa.
Apro la porta.

 

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