(un prologo)

 

Un bel giorno il mare si stancherà.
Cambierà umore e colore per giorni, avvertimento silenzioso. Diventerà grigio come piombo fuso, diventerà più freddo durante giornate calde. Non se ne accorgerà nessuno, se non qualche rilevatore sepolto sotto la sabbia da uomini che non ascoltano.
E una mattina come queste esploderà, si scaglierà contro tutto quello che ha sopportato per secoli. Rovinerà su rovine. Schiaccerà un futuro che non c’è più. Riproporrà una nuova terra, annegando il paesaggio. Poche cose gli resisteranno. Non sarà furioso, sarà giusto ed equanime. Spietato, certo.
Si alzerà in un’onda tenebrosa e schiaffeggerà tutto questo. Avanzerà per chilometri, si divertirà scoprendo nuovi posti, minuscole insenature, diverse temperature. Incontrerà montagne rigogliose, le scavalcherà. Giacerà su terre secche. Incontrerà pianura e cemento e lì diventerà altro. Si indebolirà lentamente. E poi si arresterà. Si trasformerà in lago per poco tempo. Il mare non è abituato a star fermo. Essere lago non gli piacerà. Quindi si ritrarrà, trainato nel suo alveo naturale. Lascerà rigagnoli di materiale strappato alla terra. Una scia di rifiuti che rimarranno a seccare, piccoli monumenti inutili al nulla che c’era prima.
Tornerà mare. Si ripulirà dopo l’ardimentoso viaggio. Riprenderà colore dopo avere compiuto il suo dovere.
Ritornerà abitudinario. Lambirà coste di una nuova terra.
Osserverà calmo. Aspetterà ancora.

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