bomber Kamasi

IMG_6568(Kamasi Washington,
Locomotiv club, 09/11/2015)

Bomber Kamasi si presenta con un camicione /giacca che sembra di lana, sfidando la morsa di calore che lo stringe fra le luci del palco e l’abbraccio di attesa dei fan accalcati sotto il palco. In testa ha un berretto a righe colorate giamaican style, che gli copre i capelloni afro che sfoggia con orgoglio e faccia seria sulla copertina del suo disco.
‘The Epic’, un triplo album jazz che ha avvicinato all’ascolto di questo ‘genere’ gente che solitamente non bazzica spazzole, tempi dispari e strumenti a fiato. Colpa di Pitchfork ma anche della sorprendente bellezza e freschezza di un disco sinceramente clamoroso, che parte dal cosmic jazz, si ferma a fare un giusto tributo a Coltrane e altri mostri sacri, viene innervato di funk, influenze black, percussioni, una scrittura torrenziale ma sicura e calorosa, arrivando ad essere indicato come uno dei probabili dischi dell’anno.
Bomber Kamasi ha lo sguardo tranquillo, rilassato, sicuro, come se da Inglewood a Bologna, fossero due passi, mentre soffia nel suo sax accompagnando la prima, incantevole, melodia della serata. Dietro di lui, due batteristi uno meglio dell’altro, un treno di percussioni che non si ferma quasi mai, che suona in combo ma anche in pastosi e pestosi assoli che arricchiscono il ritmo di spessore e di energia, un bassista che in due momenti regalerà suoni spettacolari dal suo strumento, un trombone, suo padre che ogni tanto arriva sul palco con il suo flauto, una cantante che agitale braccia come flessuosi rami al vento della musica e un tastierista. Prima la band ci travolge e poi ci accarezza. ‘Purtroppo’, il tastierista, ‘professor boogie’, come lo chiama bomber Kamasi, si prende molto spazio musicale e il concerto diventa una festona funk, le grasse botte delle tastiere alzano la caciara, fanno agitare le teste, spostano il jazz a lato, in una festa ritmica con digressioni quasi prog, sempre però senza perdere lo spirito impro che avvolge i pochi ma lunghissimi, brani del set.
Bomber Kamasi racconta qualche storiella fra un brano e l’altro, presenta la band, chiude il set emozionando fino in fondo. E’ tardissimo, perché la mania di iniziare i concerti a ore matte, non accenna a diminuire. Per me doveva essere più jazz, ma va bene così. Un concerto bellissimo, sicuramente non così innovativo, suonato da dio (il doppio assolo di batteria è stata una cosa letteralmente devastante) con gusto e classe da musicisti abilissimi.
La cosa più bella però la regala il finale. Dalla mia altezza, avevo già notato il signore piuttosto anzianotto, più vicino ai settanta che ai sessanta, con occhiali con un cordino marrone davanti a uno sguardo serio e attento, un gilet di lana che non so come abbia fatto a non sciogliersi, che alla fine del bis, aveva gli occhi fissi sul palco e un sorriso che gli stava montando sopra alla probabile dentiera che però non è esploso, forse per mantenere un certo aplomb, in mezzo ad altri signori di mezza età e ragazzotti incantati come la signorina alle mie spalle, che pareva essere da sola, che mi ha guardato alla fine con un sorriso enorme, che le scopriva le gengive che pure loro sembravano tremolare dalla gioia di avere visto un grande show, e gli occhi che sembravano dirmi ‘Fantastico, vero?’. Ho provato a risponderle sì, con un cenno del capo, mentre bomber Kamasi apparentemente freschissimo, salutava per poi sparire dietro la tenda del palco. Non fosse stato tardissimo li avrei invitati a bere qualcosa, il signore e la ragazzina, perché questo post l’avrebbero dovuto scrivere loro.

(se clicchi forte qua, scopri la musica di bomber Kamasi, se non lo conoscete) 

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