sei fotografie

 

Aprì le finestre della camera d’albergo. Si sentì come un principe baciato dal sole già alto che rimirava le sue terre. Le case della città sotto di lui, tutte basse, ancora avvolte nel silenzio. Davanti ai suoi occhi assonnati si stendeva la vallata, un lenzuolo di verde scintillante punteggiato da piccoli borghi. In lontananza colline che si alzavano morbide. Sopra a tutto un cielo blu pastello, il sole una medaglia d’oro. Il campanile alla sua sinistra lo salutò con rintocchi secchi e precisi, come a ricordargli un appuntamento. Fece una doccia con le finestre aperte, sentendo in lontananza le prime voci che venivano dall’esterno. Si vestì, controllò l’itinerario e uscì. Doveva fare poche centinaia di metri ma prese comunque la sua attrezzatura.
Mesi prima aveva controllato e non gli era sembrato vero. Il lavoro di reportage che aveva accettato per un festival di musica era in contemporanea alla prima nazionale della mostra in cui uno dei suoi idoli personali (chiamarlo collega gli sembrava uno sproposito) esponeva i suoi lavori. Aveva il tempo per visitare con comodo la mostra e poi posizionarsi nelle vicinanze di un palco, pronto ad accogliere i primi festivalgoers che avrebbero sgomitato per la transenna, il primo soundcheck sotto il solleone, i primi accordi di chitarra.
Avrebbe fatto un bel lavoro, ispirato dalle foto che si accingeva a vedere.
Fece una rampa di scale, infilò un sottopassaggio ricordando la prima volta che aveva scoperto il lavoro di quell’icona della fotografia. Sapeva che non avrebbe mai raggiunto quel livello, ma era certo di avere bisogno di standard elevati per risultare un fotografo credibile, uno per cui valeva la pena spendere un ingaggio in un mondo dove ormai tutti potevano avere la fortuna, o l’occhio, di scattare una fotografia memorabile.
Chissà cosa avrebbe pensato l’autore di alcuni degli scatti più belli di cui lui avesse memoria, dell’invasione di macchine a portata di tutti con micro camere a mille pixel. Forse niente. Aveva letto la sua biografia, non gli era sembrata una persona invidiosa. Le sue immagini colavano di passione, di bellezza, nell’evidente sforzo di condividere non una presenza, semmai l’assenza di altro se non di corpi e forme che le sue foto immortalavano, cercando di vitalizzarne ancora di più i colori e i momenti di vita quotidiana, semplice e banale, racchiusa in uno scatto.
Fremeva. Non che fosse la prima volta che vedeva una mostra di quell’artista, ma il momento, la giornata, sembravano perfetti. Come perfetta era l’immagine di una delle sue foto preferite, riprodotta a grandezza gargantuesca, che lo accoglieva nello spiazzo antistante lo spazio espositivo.

Entrò, sentendo il sibilo dell’aria condizionata, una carezza fresca. Nel corridoio d’ingresso qualche polaroid, piccoli lavori, alcune sfocate, bozzoli delle foto che a breve avrebbe ammirato. Una ragazza lo accolse solitaria all’ingresso. Vide il ‘Pass all Areas‘ che aveva già al collo e sorrise mentre lui allungava una banconota.
Buona visita‘ disse la ragazza, con un pesante accento del centro Italia nella voce delicata, mentre gli passava cortese la contromarca dell’armadietto in cui aveva appoggiato la sacca con la sua attrezzatura. Lui si fermò poco prima di aprire la tenda di velluto nero che portava nello spazio espositivo.
E’ un po’ presto. Sono il primo visitatore?‘ chiese cortese.
Al momento è il primo, d’altra parte abbiamo aperto cinque minuti fa‘.
Ringraziò con un sorriso e aprì le tende nere.

Si trovò in uno spazio rettangolare, immerso nell’oscurità, dove una parata di fasci di luce salivano verso il soffitto dai lati di quella che, davanti a se’ era una scala con punti luce grandi come una moneta da cinque centesimi, piazzati ai lati degli scalini.
Avrebbe già voluto scattare una foto, avrebbe potuto chiedere di entrare con i suoi obiettivi, ma era meglio così. Era semplicemente un visitatore. Avrebbe potuto scattare qualche istantanea con il cellulare ma evitò.

Ad ogni scalino che saliva la luce intorno a lui aumentava. Arrivò in cima e vide le fotografie, come carte disposte per terra da un architetto.
Sembrava di vedere un lago di colore e lucentezza. Tre corridoi, una trentina di foto. In fondo alla sala una sola immagine, più grande delle altre, che rimandava una sorta di brillantezza, un luccichio speciale. Estrasse il telefono, inquadrò. Non riusciva a mettere a fuoco perfettamente, si guardò alle spalle, come se la ragazza potesse sorprenderlo, poi scattò una foto, tradendo i suoi pensieri di pochi secondi prima. D’altra parte, si perdonò, era un fotografo che doveva cogliere il momento. Rimase in attesa, cercando di intuire i soggetti nelle foto, senza riuscirci, tanto erano luminose. Iniziò a scendere le scale sentendo sulle papille un sentore di fame. Scelse la sua destra, per iniziare la visita.
Appena uscì dal cono d’ombra della scala, tutte le luci si spensero.

Si ritrovò nell’oscurità più completa, anche le monete erano sparite. Un calo di corrente pensò, mentre immobile ascoltava il silenzio. Nessuna voce a dargli una indicazione, nessun visitatore che entrava. Sentì un brivido di freddo, si guardò intorno nel nero più oscuro come se si trovasse al centro di una notte di blackout, privata anche delle stelle. Stava per chiamare ‘signorina’ quando una luce si accese, a pochi metri da lui.
Una foto. Guardò verso la tenda, verso il niente e poi avanzò verso l’immagine, grande come un foglio di carta A3, incastonata in un vetro di plexiglass a circa dieci centimetri dal suolo.

Sembrava una delle polaroid che aveva visto all’ingresso, però offuscata come se l’immagine originale si fosse sgranata con l’allargarsi del formato. Sembrava anche sovra sviluppata, aveva i bordi leggermente rovinati come se avessero provato a bruciarla con un piccolo fiammifero. Al centro di varie sfumature di marrone, l’uomo si stava specchiando nella sua immagine di bambino di dieci anni. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco, ma la riconobbe immediatamente.
Era una delle foto che ricordava con più chiarezza delle tante contenute nell’album che sua madre ogni tanto sfogliava quando andava a visitarla. Il bambino col sorriso d’oro, il tenero appellativo con cui lo vezzeggiava quando era un bimbo, nella foto non stava sorridendo. Nemmeno l’uomo che lo guardava, era sorridente. Pensò fosse uno scherzo. ‘Signorina!’. Strillò quasi con rabbia. La sua voce si dissolse nel nulla, nessuno rispose. Riposò gli occhi sulla foto dove al centro, il sé stesso di trent’anni prima stava leggendo con somma concentrazione un giornale sportivo.
Battaglin vince il gran premio della montagna’ si poteva leggere sulla pagina di sinistra, ma il lettore stava leggendo quella di destra. Probabilmente la classifica del Giro d’Italia. Ricordava bene quel posto. Il parco di fianco alle terme dove, una settimana all’anno, accompagnava madre e nonna per le cure termali. Mentre loro bevevano acqua calda e salata, lui si metteva su una sedia, a leggere lo sport.
Leggeva di tutto, sapeva tutto delle mosse di mercato delle squadre di calcio, di ciclismo e motori. Sorrise, pensando a quanto, adesso, dello sport non gli importasse quasi nulla. Giusto qualche serata con amici a vedere le partite di calcio più importanti, ma non ricordava l’ultima volta che aveva visto una tappa o un gran premio. Notò che, in alto a destra, un piccolo triangolo di azzurro del cielo si ritagliava un angolino spavaldo, come se la foto fosse stata sollevata in quel punto mostrando lo scatto originale, privo di filtri, di marrone, di sgranature, di passato. Un lampo di colore perfetto nell’imperfezione.  Alle spalle del lettore, un prato costellato da alberi e null’altro.
Indossava una polo a righe di cui aveva memorizzato bene i colori. Bianco e viola che nella foto erano smunti. Era la sua maglietta preferita dell’epoca. Al polso un orologio di acciaio sottile, di cui ricordava il rumore dolce che faceva la lancetta dei secondi, di come lui a volte l’ascoltava prima di addormentarsi, come cullato da quel rassicurante ticchettio. Aveva i capelli tagliati a spazzola come aveva portato fino alla maggiore età per poi scoprire la ribalderia presunta dei capelli lunghi. Una peluria bionda gli copriva le braccia ma questo particolare lo vedeva solo lui nella sua memoria, mentre sentiva che ora le sue braccia erano attraversate da una corrente di agitazione, la pelle d’oca che si sollevava in piccoli puntini, agganciati da minuscoli ami.
Per un istante gli sembrò che il bambino nell’immagine si girasse per guardarlo. Gli occhi che leggevano erano attenti e concentrati, serissimi. L’avesse guardato con quello sguardo cosa avrebbe visto nel sé stesso di oggi? L‘idea lo solleticò e lo turbò simultaneamente. Guardò oltre il bambino lettore, gli alberi sullo sfondo, il prato, una coppia che passava. Pensò che sua madre sarebbe entrata nella fotografia a chiamarlo, quasi ne sentì la voce alle sue spalle.
All’improvviso l’immagine sparì e un altro lampo di luce esplose dietro di lui, come un fantasma sbucato dal nulla. Nel corridoio di mezzo, un’altra fotografia si illuminò.

Ci mise un po’ a capire. Era come un selfie scattato con un enorme grandangolo. Per un attimo si chiese come si chiamava quell’affare che aveva visto anche poche sere prima, a un concerto. Quel bastone su cui veniva fissato il cellulare per riprendere dall’alto facce spesso saldate nella stessa espressione di divertimento forzato, con espressioni che oscillavano fra il finto truce e il troppo divertito dei soggetti, e dita alzate a comporre numeri e gesti simbolici. Non ricordava. Stick!
Ecco, sembrava che la donna di cui si vedeva solo un occhio e un boccolo di capelli che le scivolava sulla fronte, avesse in mano uno stick. Dietro di lei, erano tutte donne.
Lentamente, con una sorpresa che sconfinava nello stupore, riconobbe tutti i visi, come se la foto, in realtà perfettamente a fuoco, si sviluppasse piano davanti ai suoi occhi. Alcuni di quei volti ci mettevano un po’ ad uscire dalle sabbie mobili della memoria, altri li riconobbe all’istante.
Quella che rideva allegra seduta a un tavolo, l’altra che lo guardava seria dal fondo dell’immagine, due di loro – si chiese se si erano mai conosciute – stavano parlando, forse di lui. Ebbe come l’impressione che le loro labbra, a cui si era attaccato in momenti diversi della sua vita, si stessero muovendo. Scrollò la testa, si abbassò per verificare. Erano ferme, in un momento che lui non ricordava. Sembrava una foto di gruppo di donne a un matrimonio.
Quella che beveva un bicchiere di vino sembrava fare un brindisi da lontano, un paio su una panchina che guardavano ognuna in una direzione opposta, un’altra che aspirava fumo da una sigaretta, una con una gonna multicolore che sembrava ballare, mentre veniva guardata male da un’altra donna che le sedeva davanti. Ad ogni viso cercò di assegnare un ricordo, come a mettere insieme i pezzi di un puzzle. Alcuni particolari gli sfuggivano, altri affioravano all’improvviso e allora tornava indietro riempiendo le caselle, assegnando a ciascuna una frase, uno sguardo, una sensazione, un contatto.
La parata continuava, come se che qualcuna delle figure immortalate nella foto si fosse aggiunta all’improvviso.
E poi, ancora, una coi capelli lunghi ferma su una panchina, come in attesa, una che si accendeva una sigaretta, una che, seria, sorseggiava un drink, una con le mani giunte, lo sguardo ammiccante rivolto verso l’alto. Quante di queste donne avrebbe riconosciuto adesso? Quali segni il tempo gli aveva lasciato addosso?
Si immaginò piovere dentro alla foto dall’alto. Cosa sarebbe successo? Sarebbe stato divorato da una marea di profumi e voci, sarebbe stato ignorato? Infine, lei che si allontanava, l’unica che non mostrava il viso ma che avrebbe riconosciuto ovunque, con quel suo splendido abito azzurro corto, l’altra appoggiata al bordo di un tavolo che gli mandava un bacio con la mano destra, l’ultima che sorrideva sprezzante guardandolo spavalda dal fondo della sala. Davanti a tutte, la donna che aveva condiviso anni della sua vita, quella dei drammi peggiori e dei momenti migliori, il suo occhio che lo fissava, come a mostrargli il suo passato in versione femminile, ricordi, istantanee, errori, speranze.
Lei e il suo sguardo serio, indagatorio e attraversato da un’ ombra di rimpianto, che aveva scattato quell’immagine, una specie di specchietto retrovisore che univa tutte – ma erano davvero tutte? si domandò – le donne che aveva incrociato, amato, inseguito, conquistato, vezzeggiato, traviato, odiato, illuso. Quelle di cui si era invaghito al primo sguardo, quelle che avevano passato poche ore nel suo letto, quelle che l’avevano fatto piangere e ridere, godere e soffrire, quelle a cui aveva offerto e altre a cui aveva rubato.

La luce sotto la fotografia svanì lentamente in una dissolvenza, mentre lui stava ancora cercando appigli nei particolari delle donne. Un ciondolo, un anello, un profumo, un vestito.
Un’ intermittenza di colori sbucò pochi metri alla sua destra. Blu, rosso, arancio, verde, si alternavano verso il soffitto ritmicamente, seguendo una musica che lui non sentiva. Fece pochi passi e vide che a ogni luce che scoppiava, un colore si aggiungeva, componendo rapidamente una foto che riconobbe subito. Lo strobo di colori terminò e rimase davanti a cinque ragazzi fissati in un momento di gloria. Gli sfuggì una risata che rimbombò nella stanza. Si guardò intorno come se avesse paura di essere sorpreso.
Era la band dei suoi vent’anni. Lui a toccare le corde del basso, un’espressione che era un misto di concentrazione e gioia, mentre il chitarrista gli si spalmava addosso con gli occhi chiusi a mimare chissà quale immagine di un gruppo famoso dell’epoca, a tirare fuori dal suo strumento un assolo potente. Quanto era bravo. Quanto erano amici allora. Chissà dov’era finito. Alle loro spalle, il batterista coi capelli lunghi e ricciuti, le bacchette a mezz’asta, pronte a colpire piatti e tamburi, un ghigno di energia rabbiosa scolpito in volto. All’estrema destra della foto l’altro chitarrista piegato sullo strumento, l’unico componente con cui aveva ancora contatti. Anzi, era stato lui il primo a chiedergli un reportage, così timido quando era sopra a un palco, così bravo dietro al palco, come manager per artisti. Lui, magrolino con le dita agili, che lasciava il proscenio agli altri ma pretendeva un certo controllo artistico sulle canzoni. Il regista, il proprietario del final cut.
Sorrise ancora, ricordando le lunghe session di quel primo disco che doveva essere il LA a una brillante carriera, mentre si rivelò essere solo un momento epico di splendida giovinezza. Al centro della foto, piegato in due, il microfono in mezzo alle gambe, le mani giunte in alto ad attendere il rush finale del pezzo, il cantante. Ai suoi piedi una distesa di birre in lattina.
Ricordava tutto di quella sera. L’ultimo concerto. Il pezzo gli rimbombò nella mente, il riff, il ritornello, gli si accartocciarono in testa, scaraventandolo in un ricordo così tangibile che la foto gli parve prendere vita. Loro che si muovevano, le gocce di sudore che volavano, l’umidità della sala appiccicata addosso, i fischi di approvazione dal pubblico, tutto era vivo, come se fosse successo la sera prima. Ricordò anche quel momento, impresso a fuoco nella memoria, quando il suo amico punteggiava la fine della loro carriera con un accordo ripetuto sopra una distesa di distorsioni, loro che non si guardavano l’uno con l’altro. Il batterista fermo, l’altra chitarra in ginocchio vicino alla sua complicata pedaliera, il cantante immobile a guardare il pubblico. E lui, gli occhi persi nel buio dietro al palco, a fissare quel momento che non si sarebbe mai più ripetuto.
Era simile a una foto che aveva scattato poche settimane prima. Forse tutte le foto di musica si assomigliano, è il dopo che è diverso, oppure nemmeno quello. Sentì, ma la sentì davvero? l’ultima pacca della batteria, un’eco intorno a lui che rimbombava sulle pareti scure e poi la foto svanì, lasciandolo in bilico sopra al buio.

Il silenzio intorno gli faceva sentire i battiti accelerati del suo cuore. Doveva uscire da lì forse, ma un lampo illuminò un’altra foto dall’altra parte del corridoio. Fece per mettere un piede dove prima c’era l’immagine della band. Avrebbe trovato un burrone, sarebbe scivolato fino all’ultimo dei suoi ricordi? Posò il piede con circospezione e trovò solidità. Si avviò verso la nuova immagine.
Questa poteva essere una foto dell’artista. Ne portava i caratteri fondamentali che aveva ammirato grazie ad altre mostre, a libri che custodiva in casa per prendere ispirazione.
I colori carichi, esplosivi, la nobile geometria, quell’effetto di sospensione nel tempo che collocava quei lavori in uno spazio che era insieme passato e futuro.
Dalle sue sinapsi si srotolò un’immagine simile ma speculare. La foto ritraeva una barca ferma alla rada in mezzo al mare, probabilmente ritratta da un molo. Alle spalle due scogli che erano enormi parallelepipedi. Vide se stesso guardare il molo da dove quella fotografia sembrava scattata. La fine di una giornata che doveva essere di scoperta e tranquillità e si trasformò in una piccola odissea di lievi malori e pensieri negativi.
Era andato in un villaggio turistico, anni prima, quando ancora non erano diventati preda del turismo last minute e una mattina si fece convincere dall’inglese stentato dell’egiziano alla reception, a partecipare a una gita in barca con immersione. C’erano gli istruttori, lui era l’unico italiano a bordo. Ricordò l’acqua gelida, la tuta che gli scivolava addosso morbidamente gommosa, la paura che la sua incapacità di seguire le istruzioni per compensare la profondità dell’acqua gli avrebbe rovinato l’apparato uditivo, la solitudine che provò nell’essere l’unico che, oltre a stare poco bene, non riusciva ad immergersi nella caciarona banda di vacanzieri in navigazione, la consapevolezza di non essere nel posto giusto.
Era andato per riposare e per pensare al suo nuovo futuro dopo la separazione, dopo un passato da mettere da parte, dopo la nuova agenzia, rischiare tutto buttandosi come aveva fatto con pinne e occhiali. Tornò dalla vacanza con una foto di un tramonto troppo privata per essere pubblicata da qualche parte e troppe paure legate a filo doppio. Un nodo di marinaio in un mare di insicurezze.
Ricordò che quando mise i piedi sulle assi bagnate del molo aveva pensato che non ce l’avrebbe mai fatta, riassaporò il senso di colpa che lo stringeva in una morsa come se stesse ancora indossando una tuta da sub ma pesante, fatta di acciaio. Si accorse che il suo respiro era irregolare, mentre la foto si eclissava, tutto l’azzurro ingoiato da un piccolo buco nero, come se un sasso fosse caduto al centro dell’immagine, trascinandola con sé nelle profondità scure che ora lo avvolgevano di nuovo.  
Era stanco, eppure non riusciva a muoversi, zavorrato da ondate di ansia e da pensieri caotici che il buio tratteneva in una morsa. Passò qualche secondo, oppure passarono minuti, prima che alla sua sinistra comparisse un piccolo fascio di luce, esile come il filo di una ragnatela. Saliva da un altro rettangolo sistemato per terra. Sporse la testa, cercando un’anticipazione, temendola. Vide una serie di bolle che si aprivano e lasciavano passare la luce dell’immagine, come se i colori che componevano la foto fossero dentro a una pentola, a ribollire mentre si completavano, si definivano. Le bolle accentuarono il loro moto e poi da un magma irrisolto spuntò l’immagine.

La riconobbe subito. L’aveva scattata lui. Ne era sicuro. Ritraeva una ragazza coi capelli lunghi che guardava in basso. Era seduta sopra al cornicione di una stanza di hotel. Alle sue spalle, una città con le case basse si appisolava al tramonto. Nell’ombra proiettata dal sole che stava svanendo dietro di lei, qualche raggio profilato da nuvole sottili sbucava dal tramonto. Un’aureola orizzontale che mostrava il profilo destro della ragazza il cui viso però era nascosto da una tenda di capelli neri che lasciava intravedere solo la punta del suo naso sottile.
Aveva le gambe incrociate, le braccia conserte, indossava jeans bianchi e una canottiera anche quella bianca. Ricordava perfettamente. Pochi mesi prima, un lavoro all’estero con un’agenzia di modelle. Aveva accettato con grande entusiasmo per la bellezza mista del posto e dei soggetti che avrebbe fotografato. Il suo spirito artistico quella sera si espresse però grazie a quella fotografia casuale, dopo un brindisi alla fine dei lavori. Chiese il permesso alla ragazza per qualche scatto, lei si prestò volentieri, prima che tutto lo staff con grande entusiasmo si riversasse in un bar alla moda vicino all’hotel per una serie di brindisi che avevano ben presto schiantato il gruppo, dopo conversazioni che il suo inglese imperfetto era riuscito a reggere grazie a troppi margarita.
Poco dopo, nella sua stanza, si mise a letto con la testa pesante, a guardare gli scatti che aveva fatto. Mancava sempre qualcosa nelle sue foto, forse verità e urgenza, forse una forzata ricerca di bellezza. Difetti, che avevano fatto svanire i suoi progetti di una mostra personale.
L’immagine era identica a quella impressa nei suoi ricordi, tranne per i colori. Questi erano diversi da come li aveva sviluppati. Sembrava che l’artista della mostra avesse messo mano al negativo, modificando la foto, forse anche il ricordo. Nel suo, il mattino dopo, si trovò sull’aereo che l’avrebbe riportato a casa, la bocca impastata di alcool e inutili dubbi sul suo futuro che scacciò grazie a una pastiglia di Tavor e un gin tonic che lo fece crollare in un sonno turbolento mentre il viaggio transoceanico proseguiva tranquillo.
Ora, davanti alla foto, si sentì annaspare in cerca di aria, i polmoni che facevano fatica a compiere il proprio lavoro, gli occhi pieni di quelle immagini che gli si erano parate davanti come ombre luminose.

 

Alla fine della sala, almeno quella sembrava la fine della sala, un’altra luce lo sorprese. Si sentiva stanco, non aveva la più pallida idea di quanto tempo avesse passato dentro a quel buio illuminato da foto della sua vita.
Sarebbe mai uscito di lì? Sarebbe arrivato tardi all’appuntamento se avesse continuato a seguire l’apparizione di fotografie? Fece due passi, inciampò prima di arrivare davanti all’immagine. Questa stentava ad apparire, tremolante come un vecchio televisore che facesse fatica a sintonizzarsi sulla frequenza. L’immagine traballò, si sgranò completamente e poi emerse dal suo balletto di pixel.
Due mani. In una, una scatola gialla. Le mani le riconobbe subito. Una era la sua che aspettava il pacco, l’altra, inconfondibile, quella macchia a forma di seme di quadri fra il pollice e l’indice, come un tatuaggio di un carcerato, quella di suo padre.
Fu scaraventato indietro nel tempo, sotto l’albero di un bar che non esisteva più, nel paese dov’era nato. Suo padre gli stava regalando un orologio. Perché gliel’aveva regalato? Lo ricordava? La laurea? No, troppo tardi. La maturità? Oppure un capriccio di un ragazzo che voleva possedere un pezzo di acciaio innervato da meccanismi di precisione. Un gioiello, un simbolo di un benessere a cui aspirava che scandiva il tempo e avrebbe potuto rappresentare la pace fra due uomini che non si erano mai troppo amati.
Si sforzò di ricordare, ma tutti i suoi ricordi gli riportavano suo padre molti anni dopo, devastato dall’età e dai vizi, appesantito e scorbutico.
Ricordò che quell’orologio, protetto dalla scatola gialla, rimase nel suo cassetto a lungo. Lo portava di rado, come per non sprecarlo, in occasioni importanti. Un’uscita con quella che doveva essere speciale, un matrimonio, una serata in discoteca. E poi, per anni rimase fermo, senza uno sfregio, un segno di vita, ancora dentro alla scatola gialla, nel fondo di un cassetto pieno di oggetti, a rappresentare quello che doveva essere e non era mai stato, un patto rinchiuso in una confezione di morbida pelle. E poi? Dov’era finito? Gliel’aveva restituito durante una litigata furibonda, probabilmente l’ultima, ma poi i ricordi si confusero. Era stata davvero furibonda? Era stato un gesto simbolico?

La luce si spense e dov’era prima la foto della scatola, comparve quel luccicore che aveva notato quando era sopra la scala, minuti, forse ore, prima. L’orologio era lì. Reale. Brillava, illuminato da una luce invisibile che pareva provenire dall’alto.
Si piegò, attese un secondo. Se l’avesse preso in mano magari tutte quelle immagini l’avrebbero assalito, mangiato e sputato in un’ altra parte di mondo, le luci l’avrebbero fasciato come una mummia e trasportato chissà dove. Una gocciolina di sudore percorse l’angolo del suo sopracciglio. Si chinò, prese l’orologio. La luce invisibile si spense. Solo il quadrante era debolmente illuminato di un riflesso verde.

Guardò davanti a sé, non vedeva altro che il buio che lo penetrava. Nel silenzio assurdo, sentì l’orologio scandire i suoi secondi. Una marcetta flebile e svelta, senza eco, senza nulla.

Tic tac tic tac tic tac

 

 

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