hey hey, finale Scudetto (Gara Due)

FullSizeRenderPiove. Poco e a tratti ma piove. Reggio si muove e va al palazzetto in questi infiniti e bellissimi playoff. Vado pure io, mollo i pard a recuperare un ingresso last minute nel roboante e antico catino del Palabigi, parcheggio arrembante e via. Il tempo di entrare e le squadre sono in campo.
A un centimetro dal naso, mi è cresciuto un brufolo che manco quando avevo quindici anni ed ero tutta una tempesta ormonale. Sarà l’umidità, la fatica di salire le ripide scale che conducono in piccionaia, la gioiosa botta di ansia da attesa e, boom, mi esplode il brufolo. Drama e raccapriccio. Fazzollettino d’urgenza a rimediare, mentre l’urlatore, stasera in versione capelli colorati di rosso e sparati in aria da una vagonata di gel, si toglie la maglietta, contagiando anche il figlio in una combo familiare di petto nudo. Si può iniziare.
Lawal il pivottone avversario con una vaga somiglianza a Garnett, spazza tutto sotto le plance materializzando le nostre paure di averlo contro. Dura poco perché Reggio gioca benissimo, alza subito la tacca della grinta nel pitturato, verticalizza passaggi che affettano gli adattamenti difensivi avversari e punisce in transizione con la precisione di Curry, MVP Nba, nel tiro da tre.
Un tizio si piazza sulle scale. Non si può, dice una delle graziose steward in camicia bianca, il tizio va di cabala e ci si stringe un po’. ‘Ero qua domenica, non posso andare da altre parti’. Ci sta, ci starà meno l’imbarazzante petto nudo di villo orrendo che mostrerà pochi minuti dopo, ma si sa che la piccionaia è calda.
Cinciarini oltre a smazzare un paio di assist vorrebbe anche smazzare la faccia di un avversario che lo pesta quando cade a terra dopo un contatto, doppio tecnico. Fischi agli arbitri. Pure io esco dalla mia modalità ‘english’ (mi alzo poco, applaudo compìto) e mando un paio di carezze verbali ai grigi.
Chiudiamo il tempino con una tripla e più dieci sugli avversari. Bellissima partita, loro paiono essere più in palla di un gara, ma, bis, dura poco. Sosa, una delle loro guardie, si prende uno sportivissimo insulto da piccionaia. ‘Topo di merda’. Nulla da fare per i tiratori ospiti sempre in affanno contro una difesa che possiede denti affilati manco fossero dinosauri carnivori. (spoiler: Jurassic World è divertente, ma non c’entra niente). Spariamo due bombe in transizione che alzano la temperatura del palazzo di un paio di gradi, facciamo un mini break, andiamo ai cento all’ora, ci dev’essere una riserva di energia nello spogliatoio biancorosso, una sorta di pentolone con una pozione magica stile Gallia di Asterix. Fagiolata per terra con cinque uomini in un incrocio di gambe e braccia mulinanti, palla a noi. Ferro che sputa un paio di liberi biancorossi e accoglie un paio dei loro.
Ogni volta che si va ‘solo’ a più dieci nel punteggio, un tremito di pauriella scorre nel legno della piccionaia, fortuna che i ragazzi in difesa flottano come perfette vele di Luna Rossa, si perdonano a vicenda qualche errore di passaggio, sono un singolo corpo che si muove in sincronia. Altro doppio tecnico, tensione giusta in campo. Lavrinovic segna come LeBron cadendo all’indietro, io adoro Polonara e siam già all’intervallo, più undici, benone.
Fuori c’è umidità e nuove pozzanghere per terra. Il mio brufolo sta bene, grazie.
Una tizia racconta al telefono la gara. Dice un paio di volte ‘applaudisco’. Brava, applaudisci.
Nel terzo quarto ci perdiamo in una discussione tecnicissima sulla spaziale difesa biancorossa che spezza il ritmo gara rivale, mentre Silins dopo aver rischiato di sfracellare la mascella a un avversario che passava di lì, regala un assist no look dietro la schiena che titilla la mia estetica e fa esplodere di gasamento il palazzetto. Giochiamo da assatanati in difesa, le mani che cercano la palla come la bocca di un neonato cerca il seno della madre (eh? Scusate). Più diciannove con tifo classicamente ribollente. L’urlatore entra nel loop dell’urlo. ‘Non molliamo’ a volontà. A volte io lo mollerei giù per le scale, ma ok, c’è un casino che faccio fatica a sentire il pard di fianco, figurati. Bravo urlatore, gasaci.
Il quarto tempo è proseguimento di un binario dove le braccia dei nostri sono passaggi a livello. Mi trovo ad osservare la clamorosa differenza di atteggiamento dei due tecnici. Il prode Meo, quasi rassegnato dopo avere ruotato i quintetti, provato un po’ di cose, ma niente da fare. Resta a braccia conserte a guardare i suoi che ci provano ma non riescono nella scalata. Troppe buche, troppe trappole biancorosse. Di là, in una fossa di entusiasmo, il tarantolato Menetti che dirige l’orchestra (in campo il direttore è il saggio Kaukenas, ovviamente) con sbracciate, urla, pacche in giro a caso. La stanchezza affiora nelle gambe di alcuni, la grinta non manca mai, la partita è segnata, chiusa dall’ennesima bomba di precisione su scarico dei nostri. Il pard mi prende le braccia e le stritola lasciandoci due piccoli lividi come ricordi. Due, come, siamo due a zero. Lo riscrivo? Si. Vè che bello. Siamo due a zero.
Molto bello. Usciamo, la ‘marea’ in maglietta bianca si mette camice e felpine che c’è umido misto a felicità. Ci facciamo due birre celebrative accompagnate da una serie di frasi cabalistiche che manco gli stregoni nei tepee indiani degli albi di Tex e adesso andiamo in gita a Sassari. Altri due match e vediamo cosa succede.
Come da cartello dell’urlatore ‘Non svegliateci‘.
Daicandom.

(la ‘mia’ Gara Uno, è qui)

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