Ernesto

 

imageIl babbo guidava piano, seguendo le curve con un leggero movimento della testa. Aveva spento la radio, per non disturbare la mamma che dormiva rannicchiata sul sedile, la guancia schiacciata sullo schienale. Lui se ne stava sul sedile posteriore, le mani sotto le cosce. Guardava fuori dal finestrino. I campi che passavano da un verde spento a un marrone freddo, gli alberi che costeggiavano la strada, spogli.
Si diceva che sarebbe venuta la neve, ma la stava ancora aspettando.
Di fianco a lui il suo quaderno e un libro. Nel quaderno c’erano le cose che scriveva. Ad ottobre aveva scritto un breve tema in classe e il professore di italiano gli aveva dato nove, aggiungendo con una scritta rossa ai margini del foglio: ‘Bravo, potresti scrivere anche a casa, delle cose che vedi’.
A lui la scuola piaceva, ma fino a un certo punto. Gli piaceva qualche amico, una ragazzina della classe di fianco a cui non aveva mai parlato, abbastanza l’inglese, perché la mamma diceva che era importante, così lui si impegnava in quella materia e lei gli perdonava altri voti non proprio brillanti. Gli piacevano anche le lezioni di italiano ma non troppo, a volte si annoiava e si scambiava messaggi sul diario con il compagno di banco. Però aveva seguito il consiglio, pensando che fosse una sorta di compito speciale, ma senza mai fare leggere al professore ciò che scriveva.
Aveva scritto della mamma mentre preparava una torta, descrivendola in piedi, ormai poco più alta di lui, che fischiettava un’aria musicale che aveva in testa, il grembiule con la pettorina lungo fino alle ginocchia, i capelli biondi raccolti con un elastico dorato; del suo vicino di casa che vedeva al mattino impegnato a farsi trascinare dal suo grosso cane; dei gatti del circondario per i quali si era inventato un regno di pelo dominato dalla regina dei gatti, una gatta enorme col pelo grigio che abitava in fondo alla strada. Scriveva del suo amico, delle avventure in bici, di quando si inventavano inseguimenti a bande di nemici pericolosissimi, su e giù per le piccole salite del parco vicino a casa, della sua mania per l’abbigliamento e della cura che metteva per sistemare un ciuffo di capelli fuori dal berrettino di lana che indossava. Scriveva dialoghi improbabili che avrebbe avuto con la ragazzina della classe di fianco, ma non li finiva mai.
Tutte queste parole erano conservate in inchiostro blu dentro al quaderno che era semplice, la copertina nera, senza scritte, solo un adesivo messo da lui, ‘no entry’, un messaggio nemmeno tanto criptato per la mamma che gli controllava, quando poteva, i compiti, ma quel quaderno non lo apriva mai.
Il libro invece era il primo di una trilogia di avventure in un futuro distopico (aveva dovuto cercare il significato della parola sul dizionario e gli piaceva molto) con protagonista un ragazzo con poteri di preveggenza. Al momento non lo appassionava più di tanto, ma lo trovava intrigante e proseguiva nella lettura. Alla peggio nello zaino aveva un altro libro, sapeva che potevano essere giornate lunghe: era un giallo di Agatha Christie che gli aveva consigliato la mamma, ma quello lo doveva ancora iniziare.
Stavano andando nella casa di montagna, come la chiamava il padre. Era di proprietà dello zio che però aveva scelto l’Austria per le vacanze natalizie. Lassù la neve c’era di sicuro.
Lui non conosceva nessuno nel piccolo paese dove erano diretti. Nessuno della scuola e sicuramente nessun amico del luogo, dove era stato altre volte, ma molti anni prima. Avrebbe accompagnato mamma a fare la spesa, il papà a fare una passeggiata, cena presto e lunghe serate con qualche film, messaggiandosi con l’amico, sentendone la mancanza. E poi, una volta a letto, si sarebbe tuffato nel futuro lontano del suo libro, pieno di lotte di classe.

Erano arrivati. La casa era bassa e beige, aveva un piccolo cortile tutto intorno. Era appoggiata sopra a una curva, alle spalle il prato della casa dei vicini e poi un pendio che saliva dolcemente, verso il monte, interrotto da una fitta vegetazione di betulle.
In mezzo al monte, come una ferita marrone, si vedeva la funivia, ora spenta, immersa nel verde degli alberi. Pensò che una frana sarebbe potuta cadere e avrebbe spazzato le due case e poi il resto, arrivando fino a valle. Per fortuna non sarebbe accaduto: era l’inverno più secco che il padre ricordava, come non si stancava di ripetere ogni sera, durante la cena. Di fianco alla casa, un maneggio dove i cavalli se ne stavano nascosti al caldo, ma tanto lui non li poteva montare, divieto del padre che stava parcheggiando per poi stirarsi a lungo e svegliare la moglie ancora assopita.
Dopo pochi minuti lei aveva già indossato i panni della perfetta casalinga in trasferta, pulendo superfici che a lui sembravano pulite, riempiendo la dispensa di indispensabili prodotti, sostituendo le federe dei cuscini con quelle molto più morbide di casa loro.
Andò nella camera più piccola, posò il suo zaino a terra e decise di dormire un po’.
I primi giorni trascorsero lenti, sempre uguali, come la foschia che verso sera arrivava puntuale al posto della neve.
Al mattino accompagnava la mamma a fare la spesa. Poi lei gli permetteva un giro a piedi nello spiazzo dietro casa, a volte lui attraversava il prato e si inoltrava nel bosco. Aveva scoperto che c’era una stradina per camminatori che saliva verso le prime piste.
Al pomeriggio si tagliava una generosa fetta di panettone e si metteva davanti alla finestra con una tazzona di the caldo e guardava la strada, la curva a gomito sotto alla casa, le macchine che salivano il tornante, le poche persone a piedi, qualche corridore che sbuffava fatica, ciclisti ritti sui pedali, qualche cavallerizzo che usciva dal maneggio, lingue bianche di fredda condensa che uscivano dalle narici dei cavalli, i fari delle macchine che a fatica aprivano uno spazio nella nebbia.
La neve non sarebbe arrivata, dicevano le previsioni. Suo padre scendeva a valle al mattino per lavorare e tornava prima di cena.
Erano passati tre giorni e lui era annoiato. Aveva aperto il quaderno varie volte ma non aveva né la voglia, né argomenti su cui scrivere. Guardava i quadretti, a volte appoggiava la penna lasciando solo un puntino nero. Si metteva a leggere un po’ di pagine del libro, poi cenava e andava a letto presto.

La mattina del quarto giorno, era l’ultimo dell’anno, si era svegliato che era ancora buio, come se dovesse andare a scuola. Aveva spiato nella camera dei genitori. Dormivano, lui supino respirava rumorosamente, lei aveva un braccio che usciva dal letto. La notte precedente, aveva sentito la voce profonda del padre che parlava con tono scherzoso e le risate corpose della madre. Prese una brioche, andò alla finestra. La luce del lampione sopra la curva era ancora accesa.
C’era un breve sentiero, otto passi ripidi che collegavano la via asfaltata con il campo che lambiva la proprietà e poi continuava fino al bosco. La mamma lo usava sempre, quando andavano a fare le commissioni giornaliere lei gli passava una borsa della spesa e saliva accompagnando ogni passo con un ‘Hop’ di incoraggiamento.
Vide una sagoma salire. Strizzò gli occhi per vedere chi fosse. Era un uomo sottile, coi capelli bianchi. Si fermò dopo la salitella, come a riprendere fiato. Aveva un borsello di cuoio scuro a tracolla. Si guardò intorno come per controllare se qualcuno lo stesse seguendo e poi si incamminò lentamente nel prato dietro casa, puntando verso il bosco.
All’improvviso lui decise di seguirlo. Andò in camera in punta di piedi, si vestì velocemente, incurante di sbagliare il verso del maglione pesante. Con le scarpe in mano per non fare rumore si diresse verso la porta. La mamma si sarebbe preoccupata, non trovandolo a letto, quindi gli sembrò una buona idea prendere un foglio e scrivere ‘Sono andato a giocare fuori, ciao’ con la sua grafia spigolosa. Appena aprì la porta fu investito da un vento gelido che veniva dal monte. Si infilò le scarpe proprio mentre l’uomo veniva inghiottito dal bosco.

Attraversò lo spiazzo verde correndo, mentre la luce del giorno faceva capolino dietro al profilo della montagna. Arrivato all’imboccatura del sentiero, guardò in alto senza vedere l’uomo. Lo aveva riconosciuto, ne era quasi certo. Lo aveva visto comprare pane e speck alla bottega del paese e in altre occasioni, forse anche una sera che aveva accompagnato il babbo a prendere un caffè al bar. Salì i gradoni di pietra che formavano il sentiero, ne mancò secco uno, rischiando di cadere. Si fermò, temendo di essere scoperto in quel gioco solitario, nel freddo di un bosco.
Nessun rumore. O meglio, si sentiva un fruscio di sottofondo. Probabilmente il vento che si infilava sinuoso in mezzo agli alberi, spazzando via una leggera nebbiolina che pareva riposare sotto le fronde. Proseguì nella penombra del sole che iniziava a levarsi, i gradoni ripetuti varie volte in quei giorni li sapeva quasi a memoria. Il sentiero scendeva per qualche scalino, per poi riprendere la sua salita. Proprio lì, vide il vecchio. Era seduto su una grossa pietra ai margini del sentiero. Si bloccò intimorito, in ascolto. Sentì un rumore di uccelli che scattavano sopra la sua testa.Il vecchio tirò su con il naso un paio di volte poi si girò all’improvviso, come se avesse percepito il suo odore.
Si guardarono. Gli occhi di uno acquosi ma attenti, sorpresi dall’intromissione, quasi rabbiosi, quelli dell’altro spaventati, quasi sbarrati. Pensò di scappare, ma appena mosse un muscolo, il vecchio disse con voce dura ‘Fermo’.
Il ragazzo ubbidì, evitando lo sguardo dell’uomo che si tolse qualcosa dall’occhio destro e poi lentamente si alzò. Si guardarono ancora, il vecchio che troneggiava sul ragazzino, fermo due scalini più in basso. Il sole stava entrando lentamente nella boscaglia, proiettando una luce quasi inquietante sull’uomo. Indossava una giacca di pile che sembrava pesante e sporca, alle sue spalle un leggero pulviscolo, come se si fosse alzato da una nuvola di polvere. Aveva i capelli che erano più giallognoli che bianchi, pettinati all’indietro.
Ti conosco, sei il figlio della signora con la gonna’.
La signora con la gonna. Effettivamente sua madre portava spesso la gonna, anche d’inverno. Ci pensò su. Portava sempre la gonna?
Vi vedo a volte a comprare il pane’ continuò l’uomo come se non si aspettasse una risposta, gli occhi piantati in quelli del ragazzo.
Doveva scappare da quello sguardo?
Tua madre lo sa che sei qui?’. Lentamente, scese un gradino, facendo una smorfia che sembrava di dolore, o forse era un mezzo sorriso.
Le ho lasciato un biglietto’ riuscì a dire il ragazzo, il corpo pronto a scattare nella fuga.
Dall’alto dello scalino che li separava, il vecchio tese una mano con le unghie lunghe ma curate, la pelle bianchissima con qualche macchia.
Io mi chiamo Ernesto’.
Il ragazzino, tentennò prima di rispondere al saluto. Gli sembrò la mano di una mummia.
Io mi chiamo Edoardo’.
Edoardo, un nome nobile, antico’.
Il vecchio quasi si appoggiò alla mano del ragazzo e scese il secondo gradino arrivando a guardarlo dritto negli occhi. Era poco più alto di lui, nell’alito un leggero odore di caffè. Guardò alle sue spalle.
Ascolta, secondo me tua madre si arrabbierà molto se non torni’ – estrasse dalla sacca una macchina fotografica – ‘ma adesso io devo fare una cosa…

Edoardo si accorse di non avere mai visto un apparecchio simile. Gli sembrava, non gli veniva altra parola per descriverlo, antico. Aveva la parte superiore, dove c’erano grossi bottoni per scattare, di un argento opaco. Un piccolo gancio per una cordicella per sistemarla al collo, l’otturatore era nero con numeri scritti in bianco nella parte superiore. Ernesto aggiunse un pezzo anche questo nero all’otturatore, mentre saliva il gradino per poi incamminarsi nella boscaglia.
Vieni con me? Scattiamo qualche foto all’alba?’.
Edoardo guardò alle spalle dell’uomo la luce che iniziava a fare breccia fra gli alberi, poi fece sì con la testa. Lo seguì mentre si addentravano di qualche decina di metri nel bosco. Camminavano lentamente e in silenzio come se fossero abituati a stare insieme. Edoardo qualche passo dietro al vecchio che ogni tanto si fermava, guardava davanti a sé, guardava nell’obiettivo. Si sentiva il clic di una foto, a volte un paio.
Arrivarono in una zona pianeggiante, dove gli alberi si infittivano. Loro erano ancora in ombra, ma il sole accarezzava il primo gruppo di alberi, un manipolo di pali sottili che parevano risvegliati dalla luce che sembrava bianca. La foschia era quasi sparita, ne rimaneva un ricordo, un fantasma di bianco alla base degli alberi che sembravano diventare più alti e sottili come se cercassero l’illuminazione.
Ernesto si fermò. ‘Qua’, annunciò. Iniziò a scattare foto in rapida sequenza, spostandosi lentamente, cercando di seguire il movimento della luce in  mezzo agli alberi mentre il rumore degli scatti dava un ritmo meccanico al silenzio del mattino.
Perché fai queste foto?’ chiese Edoardo.
Per tutta risposta, dopo avere completato un giro su se stesso Ernesto si tolse lentamente la macchina dal collo e la passò al ragazzo.
Prova tu…’.
Edoardo mise la macchina al collo sentendo il freddo contatto del cuoio sulla pelle. Scelse un punto in cui il sole stava arrivando quasi camminando, mise l’occhio nell’obiettivo e scattò.
E’ una cosa che facevo quando venivo qua con mia moglie. Scattavamo foto al bosco, alla neve, a volte agli sciatori. Facevamo sviluppare i rullini e poi sceglievamo un paio di scatti da regalare ai nostri clienti l’anno successivo, come omaggio natalizio’.
Edoardo copiò i movimenti di Ernesto, ruotando su se stesso fin quando nell’obiettivo vide che il sole era arrivato. Le betulle sembravano cantare, completamente inondate dalla luce, lui vide un riflesso sul vetro e scattò l’ultima foto.
Di solito vengono delle belle foto, adesso vedrò cos’hai combinato tu’.
Il sole baciò i capelli scarmigliati di Edoardo mentre restituiva la macchina al vecchio.
Bello qui’.
Possiamo camminare ancora se ti va’.
Sì, mi va’.

Tornarono sul sentiero, arrivando alla strada che portava al campo della scuola sci dove una solitaria striscia di neve sparata da cannoni permetteva a qualche bimbo di avventurarsi nelle prime lezioni di sci. Entrarono nel bar dove Ernesto ordinò una spremuta e un caffè. Si misero a sedere guardando i maestri fumare mentre imprecavano contro l’inverno mite o chiacchieravano di programmi per la sera.
Tu, cosa fai stasera?’ chiese Edoardo.
Torno a valle, mi aspettano i nipoti per cena’.
E tua moglie?’ Edoardo si accorse di aver sbagliato prima che arrivasse la risposta.
No, mia moglie non c’è più’.
Gli occhi di Ernesto guizzarono in cerca di un appiglio.
Ma non ti preoccupare, siamo vecchi, son cose che capitano. Buona la spremuta?’.
Sì. Scusa’.
Ernesto sorrise.

Rimasero lì per un po’, come nonno e nipote ritrovatisi per caso, poi tornarono sui loro passi. Il sole si era impossessato del bosco, faceva quasi caldo adesso. Ernesto chiedeva della scuola, Edoardo chiedeva delle foto e di come faceva a svilupparle senza un computer. Ernesto rise.
Uno scintillio di verde li accolse, mentre uscivano sul campo davanti alle case.
Parlo io con la mamma, va bene?’.
No, no, ci parlo io’ rispose sicuro Edoardo.
Ok, però ti accompagno’.
La mamma uscì di casa, con una gonna grigia e il viso preoccupato. Riconobbe l’uomo, ma non rilassò i muscoli del viso.
Mi ha seguito, nessun problema signora. Abbiamo fatto un giro e scattato qualche foto’.
La mamma riuscì a dire ‘Grazie’. Edoardo cercò di giustificarsi con un ‘Dormivi…’.
E’ un bravo ragazzo, signora, non si arrabbi. Arrivederci e buon anno’.
Ernesto se ne andò, strizzando l’occhio al ragazzo che rispose con un cenno della mano.

La mamma rimase arrabbiata per tutto il giorno parlando di punizioni e di irresponsabilità. Edoardo passò il pomeriggio in camera. Prese il quaderno e scrisse appunti su quella mattina. Il sole, i riflessi della luce, i capelli giallognoli del vecchio, la spremuta, gli alberi, la moglie invisibile.
Alla sera andarono a cena a casa di conoscenti. Mamma si era cambiata la gonna, ora ne indossava una elegante con uno spacco laterale. Il padre aveva una cravatta rossa, tutti sorridevano. Edoardo fece la pace con la mamma, facendole un complimento per il vestito e accontentandola indossando camicia e pullover, ricevendo un sorriso dal padre che aveva evitato di rimproverarlo durante la giornata.
Passò l’ultimo dell’anno. Edoardo tornò nel bosco delle betulle col padre per fargli vedere l’alba.

La vacanza stava terminando. Edoardo aveva scritto un paio di racconti sui bambini che sciavano e su un vecchio con la passione della fotografia.
L’ultima mattina, la mamma aprì la porta di casa. Aveva già le valigie pronte. Sullo zerbino trovò una busta bianca e sopra c’era scritto ‘Per Edoardo’ con una grafia curata.
Il ragazzo aprì la busta. Dentro c’era una foto stampata in grande formato. Si ricordò che era la prima immagine che aveva visto quella mattina e immaginò che fosse la prima foto scattata da Ernesto. Era incollata a un foglio di carta pergamena color crema. Sul retro Ernesto aveva scritto: ‘A Edoardo, ragazzo coraggioso amante dei boschi e delle spremute montanare. Buona fortuna’.

Edoardo non vide più Ernesto, non si appassionò mai di fotografia, però continuò a scrivere e vent’anni dopo pubblicò la sua prima raccolta di racconti. L’ultimo si intitolava ‘Ernesto’. Ancora oggi conserva in un cassetto la foto del bosco.

 

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