Palco n.25 OR.1/D (S04E02, the bike girl)

fotoIndossa il maglione nero che le ha regalato la nonna lo scorso Natale. Sotto, un paio di jeans nuovi. Neri, semplici, senza strappi. Fa un risvolto alla gamba destra, mette la giacca impermeabile, fuori è umido ma non piove. Si stringe la grossa sciarpa bianca al collo, sistema il cappello a tesa stretta che indossa spesso ultimamente, inforca la bici e va. Attraversa veloce la via Emilia. Le prime decorazioni natalizie si specchiano nelle vetrine chiuse da poco dei negozi. Rallenta la pedalata, si specchia anche lei. Il suo riflesso opaco, avvolto per una frazione di secondo da lucine sottili appese nel buio della sera, la scia della sua bici bianca come il lampo di un flash. Sorride a una coppia che marcia veloce verso l’appuntamento. Il suo è solo rimandato. Un messaggio veloce all’amica, prima di uscire. ‘Aspettami, il concerto durerà poco’. Il locale sarà quello solito, tutto nel raggio di cinquecento metri. Casa, teatro, locale.
Arriva e parcheggia la bici, salutando il ragazzo che controlla le bici parcheggiate appena sotto la scalinata d’ingresso, ci son state lamentele per un paio di furti.  Nel foyer c’è la fila all’ingresso e un discreto brusio. Controlla la durata dello spettacolo. Un’ora e quarantacinque, pensava meno. Entra e viene investita dalle luci. Le pare di sentire l’odore del velluto, era tanto che non veniva a teatro. Stasera c’è per conto terzi. La nonna, assente, ancora ferma dopo un incidente casalingo. La sua compagna neppure, una febbricciatola che sconsiglia le uscite serali. ‘Vai tu, nanein, poi me lo racconti’. Lei ha fatto un sorriso forzato e accettato. Si siede, incrociando lo sguardo stupito di un tizio con gli occhiali fumé e troppa brillantina nei capelli.
Ha in mano un programma, lo appoggia nella sedia a fianco che non verrà occupata. Sussura buonasera alle signore dietro di lei. Un paio le conosce, una di sicuro. La ricorda da quando veniva spesso con la nonna, per poi altrettanto spesso addormentarsi a metà della prima parte.
La musica classica. Han provato a inculcargliela. Lezioni di violino, poi pianoforte. Lei, testarda, voleva suonare la chitarra. Il padre, testardo, insisteva. Pareggiarono e lei non imparò mai a suonare nulla. Solo la nonna riusciva a farle ascoltare la classica, a casa sua era un sottofondo abituale. ‘Vedrai che ti piacerà’, le aveva detto con gli occhi dolci. Clarinetto e pianoforte. La vede dura. Guarda i palchi. Un signore con la barba e una signora con i capelli bianchi parlavano fitto, un solitario guarda di sottecchi la platea. L’avviso di spegnere i cellulari cade dagli altoparlanti, mentre i whatsapp degli amici picchiettano il vetro dell’iPhone come pioggia su pozzanghere. La richiamano alla festa. Le luci si abbassano. Non troppo, sarebbe riuscita a leggere il libretto, perlomeno.

Ecco il duo, gli applausi. Un leggero fremito di curiosità la attraversa. Il clarinettista è un bell’uomo. Biondo, un completo stretto nero, calzini rossi a dare un tocco lezioso. Il pianista, più compassato. Fili biondi pettinati all’indietro con una enorme stempiatura, un classico tre pezzi di marca, occhialini neri.
Entrambi svedesi. Ricorda spesso il viaggio a Stoccolma dell’estate precedente, la bellezza naturale delle persone che incontrava, perfettamente accoppiata alla bellezza centenaria della città. Ci tornerà di sicuro. Mentre il duo inizia la sua passeggiata lungo le composizioni di Schumann, si trova a pensare a tutto tranne che alla musica. Era anche quello un effetto della musica, sicuro. Pensa all’università, all’esame fallito, al padre angosciato per i suoi voti, alla sua amica nervosa per questioni di cuore, a quell’amico che la tempesta di messaggi che rimarranno speranzosi, alla nonna che è a casa da sola e si aspetterà un resoconto nel loro classico pranzo del sabato. ‘Nonna, la classica non fa per me’. Sarebbe stato come tirarle un pugno. Evitabile.
Un movimento del biondo sul palco la risucchia finalmente nel suono. Lei si scioglie, segue le melodie delle danze popolari rumene, si trova a picchiettare le Dr.Martens sul pavimento. Eseguono brani di Chopin. Ah! Chopin. Quello le piace. I brani sono brevi, i movimenti del clarinettista, che segue col corpo la musica, ondeggiando insieme al suo strumento come un incantatore. Il pubblico dei palchi è immobile e attento, tranne un tizio che muove la testa seguendo il ritmo. Applausi. Intervallo.
Guarda il cellulare, ondate di whatsapp. Deve fare pulizia di tutte queste chat inutili. Si volta indecisa se uscire a fumare o meno. Qualcuno potrebbe vederla.
Incrocia lo sguardo con una coppia di amici. Pazzeschi, sembrano avere sessant’anni. Lui, in giacca e cravatta sbagliata, lei con una collana enorme. Li saluta, con un sorriso stirato, quasi a biasimarli. Eppure, si sorridono, le mani intrecciate, leggono qualcosa sul programma. Lui le da un piccolo bacio su una guancia, lei chiude gli occhi chiari, sembra che ci siano solo loro nel teatro. Decide di uscire. Una rapida occhiata intorno e accende una Marlboro Light. Vicino a lei, una signora con una cappotto lungo fino alle caviglie fuma con violenza. Si guardano, come se si riconoscessero, poi guardano insieme le luci della fontana che saltellano come se anche loro seguissero le note allegre di un clarinetto. Si concentra sul suono preciso dell’acqua che cade, attutito dalla calma della sera. Solo un paio di biciclette che attraversano la piazza.
Rientra, anticipando di pochi secondi il ritorno del duo sul palco. Lui era effettivamente ammaliante. Le dita che si muovevano rapide e lievi sullo strumento a fiato, che accoppiato al pianoforte suona le tzigane danze ungheresi di Brahms.
Si annota una frase del compositore, tratta dal libretto: ‘Un individuo che cerca di compiacere l’aristocrazia è destinato a essere un buono a nulla‘. Lei, aspirante rivoluzionaria. Un brano romantico di matrice spagnola, dura troppo poco, le sbrana il cuore per due minuti di dolce e triste bellezza. Le ultime composizioni sono danze avvolgenti. I musicisti sembrano gatti che saltano e  si aggrovigliano alle note, giocosi. Uno scattante e smilzo, bianco con riflessi dorati nella coda, l’altro col pelo arruffato e un po’ grosso. Lei vorrebbe saltare sul palco e ballare un po’. Perchè no. Non lo farà mai, ma era bello sognarlo per un momento. Finchè il concerto termina.

La musica è finita, ma lei non vuole uscire. Le sembra di essere in un bozzolo. Fanno un paio di bis. Le sembrano perfetti. E’ durato meno del previsto. Si allaccia la sciarpona, guarda il telefono ribollente di whatsapp. Ne manda solo uno all’amica. ‘Vado a casa, non mi sento bene’. E si avvia fra le vetrine luccicanti di riflessi.
Sarebbe entrata in casa, avrebbe dato un leggero bacio al viso sbalordito del padre, gli occhi di lui indecisi fra il momento di dolcezza della figlia e il controllare l’orologio, così presto?, e poi avrebbe letto qualcosa, fatto un bel sonno pieno di elfi saltellanti che la circondavano mentre dormiva, suonando flauti colorati, si sarebbe svegliata presto, sarebbe andata al mercato del sabato mattina e il giorno dopo, ‘Aloura, com’e stato?’ le avrebbero chiesto occhi dolci ma stanchi della nonna, mentre le serviva le tagliatelle.
‘Bellissimo, nonna, bellissimo. La prossima volta ci andiamo insieme’.

 

 

Programma di serata

Previously on ‘Posto Palco’ 

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