quello che ci è rimasto

fotoE poi, provammo a tornare.
Parcheggiammo sulla strada, una domenica pomeriggio di un novembre sbocciato in un sole alto.
La lunga strada con ai lati pini sfrontati era deserta, il bordo punteggiato da cartacce. Un vento tagliente ci salutò. Il cartello ‘Chiuso’ era ben visibile all’ingresso della piazzola di sosta con distributore un centinaio di metri avanti a noi. Facemmo commenti su frammenti di film che ci venivano alla mente.
Un motorino con la marmitta urlante ci svegliò dai pensieri. Alla guida un ragazzo nero, il viso teso, quasi ibernato dal vento freddo sotto un casco nero, senza visiera. Un paio di fogli di giornale si sollevarono al passare del mezzo, come fantasmi svegliatisi dal loro torpore. Ci guardammo, andammo.
Entrammo nel corridoio stretto che portava al nostro posto preferito. Le assi del passaggio che entrava nella pineta, ai lati marcite dall’umido, rosicchiate da muschio aggrappato al legno.
Protetti dagli alberi, il freddo cessò. Percorremmo cento metri.
La casetta che fungeva da bar sembrava l’ingresso in un tutorial, ‘Paesaggi di film western’. Era giallastra, evidentemente ammalata, senza che nessuno avesse pensato a un colpo di grazia, abbatterla per risparmiarle la fatica di sentirsi distruggere lentamente.

Calpestammo un vetro già in frantumi. Lo scricchiolio ci fece quasi saltare per lo spavento, come un avvertimento che non ascoltammo.
Ci addentrammo in quello che era stato il nostro stabilimento balneare. Controllammo l’assenza di cartelli vuotamente minacciosi, senza trovarne. Il passaggio era aperto ma sembrava non fosse percorso da anima viva da tempo. Eppure l’estate non era così lontana.
Superammo la casetta e ci trovammo a rabbrividire guardando le ombre alle nostre spalle, disegnate da un sole che si abbassava. Figurine disegnata dalla sabbia, noi qualche anno prima.

La condensa dei nostri respiri si fece più spessa, zaffate di fiato che si facevano ritmiche come un martellare. Respiravamo ed espiravamo, affascinati da quello che vedevamo. Espiravamo e respiravamo veloci, il ritmo che aumentava al crescere dei ricordi, di piccoli rimpianti, delle nostre facce impresse nella cartolina in cui eravamo entrati. In lontananza, dietro a una lunga duna grumosa di sabbia umida e arbusti secchi, il mare, nascosto, fischiettava il suo tempo di onde rombanti.
Eravamo rimasti solo noi.
Ci prendemmo per mano mentre i nostri occhi puntavano un cartello. Troneggiava sulla destra, sopra alla collina dove anni prima avevamo assaporato tramonti e cocktail con nomi esotici e ingredienti da supermercato, in mezzo a erbacce che lo avviluppavano dal basso cercando di mangiarselo.
Anche quello.
Era bianco, la pittura azzurra che andava sbiadendo nel tempo. Qualche macchia nera, forse traccia di violenti uccelli senza rispetto per nulla sotto di loro.
‘Mini market-bar’. Più in basso, a caratteri più piccoli: ‘Tutto per la spiaggia’. Un’altra scritta, resa illeggibile dal vento, dal sale del tempo, stava sotto. Probabilmente altre parole che oggi non avevano senso.

Ci guardammo. Davanti a noi la duna sembrava un guard rail naturale, come se dietro vi fosse caduto un sasso pesante, atterrata un’astronave o chissà cosa, che aveva alzato di botto quel muro. Nessuna impronta che avesse provato a superarlo, come uno scoglio insormontabile.
Avanzai di un passo per avviarci al di là. Lei mi trattenne con uno sguardo. Sapeva che non avrebbe dovuto attraversare quella collinetta grigia. L’aveva sempre fatto le altre volte, qualche passo incerto e se la breve salita era veramente ripida, magari puntellarsi con le mani e poi di là scoprire che non c’erano sassi o astronavi ma l’orizzonte sgombro e piatto del mare che li aspettava. Magari si sarebbe soffermata sulla sommità della collinetta, per sentirsi padrona della spiaggia, spiare altri che avevano sfidato il mare autunnale, cani a passeggio, uccelli che banchettavano indisturbati misteriosi pranzetti, lunghi e nodosi pezzi di legno come tavole abbandonate da naufraghi che ce l’avevano fatta ad approdare a riva.
Questa volta, no. Non voleva togliersi le scarpe, levarsi i calzini, appoggiare i piedi. Sapeva che avrebbe trovato una sabbia fredda, inospitale, malata. Non v’era cura per quel posto abbandonato, se non restare un poco lì a rimirare un paesaggio alieno che nascondeva ricordi che nessuna incuria avrebbe potuto cancellare. Forse dire una preghiera per come sapevamo pregare noi.
Non parlammo. Lei guardava il lato sinistro dell’ex stabilimento, la siepe ribelle che divideva il nostro angolo di spiaggia da quello vicino. Poco oltre, alberi e la pineta che proseguiva. Provai a immaginare i suoi pensieri, sentendoli nell’aria umida. Stava pensando alle parole da usare. Per scrivere un pezzo, come quando teneva il suo blog che avevo avidamente spiato poche ore dopo averla conosciuta. Scriveva dei concerti che vedeva, del sudore che portava a casa dopo una serata a mezzo metro dalle transenne. Scriveva anche arzigogoli di parole che provavano ad avere un senso, a raccontare una storia per immagini, a creare una piccola suggestione che i pochi che la leggevano potessero apprezzare, anche se probabilmente il senso sfuggiva, raggomitolato dentro a troppe parole. Probabilmente dopo avrebbe preso il cellulare in mano, buttando giù proprio quelle parole che ora le attraversavano lo sguardo, parole che sarebbero rimaste nella cartella ‘Note’ per poi venire cancellate una sera qualsiasi.
Io, canticchiavo mentalmente un brano, qualcosa di lento, forse già sentito. Lunghe pennate di chitarra, leggermente ‘slide’. Una batteria con poche battute che avanzava, un piatto colpito lentamente, il suono  che rimbalzava lungo, come un’onda. Poche note di pianoforte forse. Oppure una cosa ancora più scarna. Un pezzo folk, cos’altro? Palesemente triste, disincantato. Come quei brani che quella sera fecero da colonna sonora ai nostri sguardi. Lei che sembrava annoiata, invece era interessata.
Restammo così, ognuno con le sue cose in testa. Poi, mi strinse la mano. Andiamo.
Ci guardammo intorno per imprimerci per bene le immagini, per rivederci dentro quel posto, anni prima.
No, aspetta. Lei estrasse il cellulare, fece una foto al cartello, stirò un sorriso, poi sorrise davvero.
Andammo via, senza voltarci. Calpestammo ancora il vetro, sorridemmo di quel suono. Arrivammo sulla strada, in lontananza ci parve di sentire ancora il rumore di quel motorino.
Improvvisamente, era tardi.

 

(grazie, per foto e ‘ispirazione’: Attimo)

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