pizzo, poveracci e uccellacci (una storia di basket italiano)

L’anno scorso agli Europei la nazionale di pallacanestro italiana fece più o meno notizia, vincendo molte partite seppur priva dei suoi tre giocatori Nba, ma perdendo l’accesso alle semifinali e ai mondiali. Per poter però partecipare ai mondiali che si giocheranno in Spagna ad Agosto erano a disposizione delle Wild Card.
La FIBA chiedeva alle federazioni un milione di franchi svizzeri (830mila euro) per partecipare alle operazioni di ballottaggio. Dopo il pagamento del pizzo, venivano verificati vari requisiti diciamo ‘manageriali’. In pratica la commerciabilità del prodotto basket nei paesi interessati all’invito secondo parametri come bacino d’utenza, spazio Tv, possibilità di sfruttamento del marchio/prodotto.
Sabato hanno stabilito le squadre che usufruiranno della wild card. Turchia, Finlandia e Grecia. Tre squadre battute dalla nazionale durante l’ultimo europeo, appunto.
Il presidente della Federazione Petrucci, ha giustificato il mancato pagamento del pizzo FIBA parlando di etica e di cifra troppo alta.
Petrucci dice una bella cosa. Effettivamente il merito sportivo pare passare in secondo piano e la FIBA pare essere un po’ mafiosa.
Però io dico che è giusto così e che probabilmente avrebbero lasciato fuori la nazionale italiana anche se la federazione avesse pagato il pizzo.
Perché il basket italiano fa acqua da tutte le parti.
Impianti vecchi, squadre storiche fallite, altre che non si sa se arrivano a fine stagione, regole che cambiano con troppa facilità, disinteresse enorme da parte della tv (il basket italiano si vede su Rai Sport e in streaming di qualità ‘incrociamo le dita‘ sulle tv locali o sul sito della ‘Gazzetta’ fra un gossip pallonaro e cento altri link, fai te).
La qualità stessa dello spettacolo spesso non è alta, mancando i mezzi, gli incentivi per attrarre investitori e di conseguenza campioni veri, in una spirale involutiva da cui non se ne esce. L’eccezione può essere Milano che però sembra, come squadra, il sintomo della malattia, incapace di vincere pur spendendo una fortuna (ma quest’anno forse ce la fa).
La FIBA si preoccupa del business, triste e moderno ma è così.
Petrucci, essendo un dirigente che è più trent’anni che dirige, dovrebbe prendersi le sue belle responsabilità, dimettersi e lasciare spazio a chi ha qualche idea in più a livello di economia e comunicazione applicata, per rilanciare questo sport. David Stern, fatte tutte le debite proporzioni, dopo trent’anni ha lasciato al suo delfino il comando di una lega professionistica in piena salute, mostrando, ce ne fosse bisogno, che molto del successo di uno sport parte da un management capace.
Il basket è il secondo sport nazionale per iscritti, ha una bella base di entusiasmo, giovani che vanno nei palazzetti, eppure sta a chilometri dal re calcio. Questione culturale anche, se i media maggiori, quelli che arrivano al grande pubblico, dedicano due terzi dello spazio al calcio e il resto al resto.

Questo per dire che nonostante una certa capacità, provata sul campo, una certa nobiltà provata dal gesto e dalle parole del presidente di Lega, l’Italia rimane un carro scassato che si fa superare con facilità. La Beko, sponsor del campionato italiano, è turca e la Turchia ha preso un pass per i mondali anche grazie a questo sponsor. La Grecia, il cui nome viene agitato come spauracchio in conversazioni sull’essere in bancarotta, ha comunque trovato i soldi per pagare il pizzo, grazie a una grande storia cestistica. Infine, la Finlandia. Meno di sei milioni di abitanti ma casa della Rovio, produttrice di Angry Birds che farà un giochino sui mondiali. Certo, c’è chi accusa la FIBA di essersi fatta comprare. (ok, la FIBA è una mafia, sono rimaste fuori la Russia, la Cina e il Canada per colpa degli Angry Birds)

La morale della favola quindi può essere che anche quando mettiamo a frutto la famosa, ormai abusata, capacità italiana di arrangiarsi nelle emergenze, anche quando facciamo la cosa moralmente giusta, non ne usciamo vincitori?
Forse. O forse ci sono storie che sono una metafora dello stato della nazione. E forse questa storia doveva essere raccontata un po’ di più.

(detto ciò, venerdì c’è la Coppa Italia, ci vediamo là, chiaro) 

2 thoughts on “pizzo, poveracci e uccellacci (una storia di basket italiano)

  1. Credo che se Petrucci avesse avuto i soldi, avrebbe firmato l’assegno, mentre invece lo stato di crisi è servito come assist per autodipingersi ‘etico’. In un’Italia produttivamente ferma, non c’è più spazio per il mecenatismo sportivo. Persino il Calcio (cui viene dedicato il 60% delle pagine della Gazzetta, per dire) è alla frutta. La crisi economica ha soltanto svelato il dito, ovvero la mancanza di dirigenti illuminati. Si sopperiva coi soldi per raggiungere risultati (la Luna), e ora siamo tutti rimasti al buio.

    1. Son totalmente d’accordo. Nella prima bozza c’era una tirata contro la dirigenza cestistica e l’ipocrisia del gesto, che poi ho tagliato altrimenti veniva lunghissimo e troppo Only for fans. (per dire, mi diletto a pensare a un pubblico che non ho LOL) Anche il calcio è messo male, come movimento, spettacolo e tutto, figurati il resto. Per il basket però, secondo me, qualcosa si potrebbe fare, ma ci vorrebbero più idee, oltre a più soldi, certo. Speriamo bene, ti farò sapere com’è la final 8😉

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