(untitled)

La prima volta che ho visto Claudio Abbado, era seduto in un palco, indossava un maglioncino rosso. Era venuto ad ascoltare uno dei suoi pupilli dirigere l’orchestra di giovani venezuelani che aveva contribuito a far nascere.
Il direttore dell’Orchestra gli dedicò una sinfonia, grato.
Il pubblico gli tributò un lungo applauso che Abbado accolse quasi imbarazzato con lievi cenni delle mani, grato.
La seconda volta lo vidi sul podio. Non aveva diretto il primo movimento della serata perché non stava bene. Era già ammalato, magrissimo, esile. Era marzo 2012 e ne scrivevo così: ‘La Chamber Orchestra suona divinamente, ogni passaggio ha un perfezione sonora che io non riesco a spiegare a parole ma gli alti e bassi dei fiati, gli ingressi dei violini, sono come sentirli su cd in impianto stereo B&O con cuffie da mille dollari, ecco. L’ospite intenditore in doppiopetto grigio di ottima fattura mi dice che con Abbado è sempre così’.
Me lo ricordo ancora. La purezza del suono, come una rivelazione, un’esperienza che ha lasciato il segno nel mio orecchio per poi fare clic da qualche altra parte dove la musica si connette nel profondo, così ora so esattamente cos’è la perfezione sonora.
Questo, almeno credo, è quello che fanno i grandissimi, lasciare un segno.
Un’eredità che sta nella bacchetta di un giovane direttore d’orchestra o nell’orecchio di uno che ha scoperto la bellezza nella musica classica a quarant’anni.
I miei ricordi sono briciole per rendere omaggio a un uomo che spero verrà ricordato a lungo. Chissà, magari già domani qualcuno si muoverà per salvare la sua Orchestra, sarebbe un bellissimo gesto.
Nel frattempo e per lungo tempo, ancora, Musica Maestro!

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