Palco n.25 OR.1/D (S03E03, the Magyar connection)

fotoVenerdì, riesco ad uscire prima e scattare nel grigio gennaio verso il teatro, per arrivare all’incontro del solista con il pubblico.
Ci si siede in platea, lui è in ‘borghese’, sul palco racconta di Sostakovic e del suo concerto che eseguirà nella serata. E’ lituano e parla l’italiano meglio di me, dopo avere studiato per anni a Imola. Sottolinea l’uso della classica come colonna sonora di film, specialità in cui il compositore eccelleva e questo concetto mi si pianta nella memoria saltando fuori ad ogni esecuzione, in un rimando tutto mio a film visti e non visti (vedi precedente episodio). Conclude dicendo che la musica parla da sè molto più di quanto possano fare le parole, che è una banalità ma anche una verità.
Nell’attesa del concerto coi pochi presenti mi sposto al bar del ridotto dove faccio un giretto, mi perdo in un paio di fantasticherie su fantasmi che abitano le sezioni del teatro di solito non visibili al pubblico, prendo un caffè e ascolto un signore che vorrei avesse un blog che parla di classica. Secondo me non ce l’ha, però intrattiene le sue due ospiti spiegando di come il pianista non abbia detto molto dell’opera e di come comunque il concerto sarà molto facile all’ascolto e divertente.
Spoiler: il signore la sa lunga.
Alle otto si aprono i ‘cancelli’ e le signore entrano con il freddo addosso. Mi piazzo nel posto palco e spio alla grandissima la platea che si riempie.
Al pianoforte c’è un tecnico, un signore con capelli bianchi e un bruttissimo maglioncino lilla che suona note secche per accordare lo strumento. Le note accompagnano l’ingresso del pubblico e sembrano creare un atmosfera di tensione come se da un momento all’altro dovesse entrare un qualche cattivo, ricercato internazionale.
Invece entrano la coppia di vecchietti padre e figlio che attraversano il corridoio come fossero a un nozze, Mr.Cappello in modalità inverno con zuccotto, quattro amiche che vedono il teatro per la prima volta e si affrettano a mollare i cappotti, estrarre cellulari e iPad per fare fotografie ai palchi e per spararsi qualche selfie di gruppo.
Entra una tipa in pantaloni di pelle e collane enormi già pronta per la disco dopo il concerto, poi una signora con cardigan paillettato d’ordinanza si siede e mi scopre a spiare dandomi uno sguardo di rimprovero. Poi arriva il gotha imprenditoriale con signore in maglioncini neri, un ragazzo che sembra un modello in libera uscita dalle sfilate di Pitti, bellissimo e con farfallino nero. Per ultimo ecco il sosia di Stan Lee con occhiale fumé in grandissima forma, e poi, spegniamo le luci che inizia.

L’orchestra è la Franz Lizst Chamber Orchestra. Ensemble ungherese, fondato nel ’63. Sono sedici strings, tutti in smoking nero con coda e farfallino bianco esclusa l’unica donna sul palco che ha un vestito con roselline ornamentali. Il primo violino saluta il pubblico e il concerto inizia con la ‘sinfonia semplice’ di Britten che è quel compositore usato da Anderson in ‘Moonrise Kingdom‘. Ascoltiamo la Simple Symphony dove il primo movimento ci fa entrare nel mood dell’ascolto con vigore, il secondo è Pizzicato, gli archetti vanno sulle ginocchia e gli strumenti si suonano con le dita, diventando chitarre, il terzo fa scattare la modalità drama totale nella Sentimental Saraband, l’ultimo riporta l’allegria, anche parti di questa sinfonia sono state usate nel film di Anderson.

Applausoni.
Arriva poi il pianista in un elegante smoking con cravattino nero e l’altro solista di serata. Il concerto è per pianoforte tromba e archi. Quindi c’è anche un trombettista in completo antracite e cravatta bianca. La cravatta bianca fa un sacco, lo devo ammettere. Il pianista è bravissimo ad interpretare le montagne russe del compositore…ehm, russo. Nel secondo movimento, come il pianista aveva detto durante l’incontro, la tromba si fa dolente e sembra di essere nella colonna sonora di Morricone, mentre nell’ultimo movimento tromba e piano dialogano con brio, generando una cavalcata in salsa tex-mex che fa ballare sulle sedie e dondolare molte teste nella platea.
Penso che devo assolutamente scrivere un musical su questa composizione perché dal posto palco sembra che sia fattibile e facilissimo (dalla tastiera di casa un pò meno, ma chissà eh). Tutto molto bello. I due soloists si entusiasmano ed eseguono due bis.
Un classicone come il Notturno di Chopin e il valzer dalla Jazz Suite di Sostakovic che chiude perfettamente il cerchio col discorso delle colonne sonore perché è stato utilizzato da Kubrick in ‘Eyes Wide Shut‘.

Il programma riprende con il divertimento per archi di Béla Bartòk e si conclude con la rapsodia ungherese di Franz Liszt che è uno di quei brani che tutti conoscono ma che quasi tutti non sanno di chi sia. Ecco l’orchestra che esegue.

Il pubblico si spella le mani, l’orchestra omaggia due bis.
Il primo è la danza ungherese di Brahms

Il secondo con l’Aria Italiana di Britten anche qui sotto eseguita dall’orchestra di serata.

La signora sotto al palco dirige l’ultimo brano con le mani e la sua vicina di sieda si distrugge le sue di mani applaudedno a velocità folle.
Il teatro si svuota fra mille sorrisi, fuori c’è freddo, ma non così tanto.

Il programma di serata

La citazione dal libretto: ‘Se non giungiamo alla felicità, forse è perché noi valiamo di più. C’è troppa energia, troppa passione, troppo fuoco nelle nostre viscere per accomodarci borghesemente in ciò che è possibile. (Ferenc Liszt)

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Nota dolente: mentre controllo i link del post, mi arriva la notizia della morte di Abbado che ho avuto la fortuna e il piacere di sentire dal posto palco in una serata indimenticabile.
Un piccolo ma sentito pensiero a un grande maestro.

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