Martellate a catinelle

thIl secondo film del semi dio col martello risente della immagine in franchising di tutta la questione Avengers. C’è meno teatro e meno Branagh, sostituito da un regista più concreto ma meno efficace forse. In fondo è Thor, ha il mantello e il martello, non dovrebbe far ridere troppo, ma va così. Poi c’è molto color pastello ad Asgard mentre i cattivi sono dei dark rimastoni.
La prima mezz’ora è un po’ di assestamento e di spiegoni, poi il martello prende la mira e fila spedito e preciso. Certo, ci sono passaggi dove occorre fidarsi, qualche gag forse di troppo (ma un paio sono vincenti) però ci si diverte assai, gasandosi pure il giusto, agitando i pugni.
Non ho molto altro da dire, ormai sti film Marvel son tutti un po’ uguali ma finchè valgono il prezzo del biglietto e finchè non diventano auto satirici, ok.
La mia ignoranza dell’universo Marvel mi fa esprimere un grande ‘boh’ sulla ormai nota esca dopo i titoli di coda che fra l’altro sono bellissimi.
Promosso il dio del tuono, e ci mancherebbe. Team Go Avengers Go! e se credi sia la solita americanata o la solita coglionata, bè, nella sala di fianco fanno Zalone.

…difatti, sono anche andato nella sala di fianco.
Entro e credo di essere l’unico ad essere ‘vergine’ con Zalone.
Non ho mai visto un suo film, non ricordo un suo sketch nè una battuta. Ok, quella della ‘squadra fortissimi’, va bene, stop.
Vado a veder Zalone sorprendendo, in negativo, un paio di amici, forse più di un paio. Verrò tacciato di snobismo al contrario o alla dritta, non importa, sono abituato.
Son curioso, lo ammetto, perché il successo è enorme, in giro ho visto gente che scrive bene spendere buone parole, il supplemento culturale del Corriere dedica la sei colonne a Checco Z. Sono proprio curioso. Vediamo.
Mi sorprendo subito quando scopro che il protagonista si chiama Checco Zalone. Come l’attore?! Ma no, scemo, l’attore non si chiama così. Ilarità tutta mia.
Poi il film inizia e c’è un bambino con un taglio di capelli fra il ridicolo e l’imbarazzante, una specie di taglio ‘alla Ken di Barbie‘ ma peggiore, un po’ parruccato, emo/fescion sbagliato. Checco Z. è il padre. E’ un trucido volgare maschilista che inizia l’effimera scalata al successo vendendo aspirapolvere ai parenti. Così anni ottanta.
Quando i parenti finiscono, i debiti restano, la moglie si arrabbia, lui esce di casa. Promette al bimbocoicapellidiken di portarlo in vacanza se prende tutti dieci. Il bimboken prende tutti dieci. Devo ancora ridere. ‘Ti porto in un posto con sei lettere’ ‘Parigi?’ ‘No’ ‘Londra?’ ‘No’. ‘Molise’. Ok, sorrido. Il Molise è pieno di bei panorami noiosi e vecchi noiosi. Arriva un pancione con una gomma da trattore in spalla, da del coglione a Checco Z. Prima risata. Van via dal Molise, il tempo di fare una gag razzista al cubo e i due incontrano un’ereditiera con accento francese (!) e il figlio di lei che soffre di mutismo selettivo. Cioè parla solo se Checco Z. fa Checco Z. Parlerà molto, ovviamente.
Si capisce dopo tre minuti come il film finirà e non è un problema. Non sto a raccontarvi il percorso di redenzione (?) del personaggio.
Il problema è che rido davvero poco. Tre volte e tre sorrisi. Ok, non son proprio il target del film, però pensavo di ridere di più. Non è un problema di umorismo grasso che il Checco ci spinge sulla volgarità, ne avevo sentito parlare, credevo ci spingesse meno, è che le gag sono basse e banali, perfino prevedibili in qualche occasione.
E’ un film bruttino, innocuo. Mi sembra antico e rassicurante, tanto che sembra di sentirle prima le risate, come preregistrate. Una commedia piaciona per un pubblico televisivo, con un personaggio che è sempre in scena, ovviamente, piace, evidentemente, ma che non fa niente di particolare. Canta (sì, canta pure, anche durante i titoli di cosa) male, fa faccione che a me non fan ridere, ma sicuramente al target quattordicenne sì, prova a fare satira sociale che a me sembra forzatissima, o perlomeno non merita di certo sei colonne (ispirate da questo post).
Al riguardo, ho scoperto l’origine del nome Checco Z., qua. Questo mi fa pensare che lenzuolate per capire se Checco Z. sia una maschera raffigurante l’Italia contemporanea siano eccessive. Ho il vago sospetto che occorra occuparsene ora di analizzare sociologicamente il successo del film, per poi fra vent’anni non dovere assistere alla rivalutazione di Checco Z. com’è capitato ai Vanzina. E’ più probabile io non ne capisca niente, chiaro.
Deluso dal film? No. Assolutamente. Non è roba per me, mi son tolto una curiosità, a posto. Mentre il post era nelle bozze il film è diventato record italiano di incassi.
E’ giustissimo ci siano film così. Soltanto, pensavo meglio.
Pazienza. Martello!

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