una domenica con Civati (fra cambiamento e tortellini)

Ieri era domenica, c’era un bel sole frizzantino e c’era un appuntamento nell’agenda del candidato.
Una festa, incontro, comizio, happening, non so come chiamarla. Parole, discorsi, cena di finanziamento per chi aveva fame con tortellini e salsiccie e un concerto al termine.
Ho deciso di andare.
Entro all’Estragon di Bologna e per una volta non c’è gente che aspetta la band in ritardo ma gente che ascolta gli interventi sul palco.
Ci sono file di sedie davanti al palco, il mixer e le telecamere nel mezzo, altra gente dietro in piedi. Mi piazzo a ridosso della transenna e mi metto ad ascoltare.

Non mi muoverò per circa quattro ore.

Non c’è una bandiera una che sventola. Sì, le bandiere del PD ci sono, quasi nascoste, anche se l’obiettivo è chiaro.
Segretario di partito.
Ci sono molti giovani ma anche signore ben vestite, sessantenni, coppiette uno in braccio all’altra, gente di ogni tipo. Nessuna kefia, nessuna nostalgia. Soltanto voglia di ascoltare e di dare una spinta per far ripartire questo partito e questo paese, da sinistra.
C’è entusiasmo pacato, consapevolezza di una opportunità, certezza di idee forti, stanchezza per la fissità cronica dei mali del partito e del paese, fiducia nella possibilità, nel futuro che queste persone stanno provando a creare.
Si vede lontano un miglio che le persone che parlano non hanno bisogno di sforzarsi per crederci: ci credono davvero. Gli oratori si alternano sul palco con discorsi brevi ed efficaci, puntuali nelle proprie aree di competenza, a tratti appassionati, sempre competenti, molto entusiasti, alcuni emozionati, alcuni emozionanti, spesso anche divertiti, tutti evidentemente coinvolti. Si susseguono parlando per circa cinque minuti l’uno, varie persone che hanno contribuito a sostenere, organizzare, preparare la candidatura.
C’è una sorta di purezza in molti interventi che spazza via tonnellate di ore di dibattiti televisivi anacronistici e antiquati. Queste persone credono ad esempio nello svolgere servizio pubblico e credono sicuramente nel punto sei dei dieci di cui è composto il bignami del manifesto civatiano: ‘stipendi pubblici: non più alti di quello del Presidente della Repubblica‘.
Gente che mette la sua passione e competenza al servizio di questo candidato e dopo si ferma con il pubblico per fare due chiacchiere, una foto, bere un bicchiere di vino.

Ascolto un assessore della mia città parlare dell’ambiente, dire ‘il PD che abbiamo in testa è un partito che ripropone l’ambiente al centro del dibattito, con coerenza‘; un sindaco affermare che ‘uno dei problemi del PD è quello di non ascoltare la sua base‘; un avvocato suggerire ‘chi ruba allo Stato deve essere chiamato a pagare il doppio, ora invece lo Stato recupera una miseria‘. Arriva un deputato a urlare che ‘Civati impone l’etica politica della responsabilità: scegliere il giorno prima da che parte stare, poi non cambia idea in base a un sondaggio‘, tocca poi a un ex senatore coi capelli bianchi e anni di militanza conferma che ‘ci sono tanti giovani intorno a Civati che hanno ancora voglia, diamogli una mano‘.
Arrivano altri ragazzi giovani come chiamati a raccolta dall’intervento sul palco, la sala si riempie sempre più, loro si siedono per terra nel corridoio, ai miei piedi. Tocca ai temi economici, l’economista che pare rivolgersi a loro: ‘ci dicono che non si può fare diversamente, non è vero‘, i ragazzi la applaudono quando parla di trovare risorse per nuove e costruttive politiche sociali tagliando una trentina di F35. Il secondo studioso prestato a Civati mostra il dramma di ‘una famiglia con due redditi che non riesce più a mantenere due bambini in una grande città‘ per poi indicare soluzioni: ‘la spesa per gli organi dello Stato non produttivi costa l’1% di PIL in più rispetto a UK. Sono 16mld‘.
Viene dato il giusto spazio alla passione dell’attivista dei movimenti civili che cita un ‘pericoloso’ conservatore come David Cameron ‘Il matrimonio gay crea stabilità nella società‘. Ha preso un treno Walter Tocci per dirci che ‘ci impoveriamo perché non vediamo più la nostra ricchezza’ parlando delle risosre culturali di questo paese e che ‘le nostre classi dirigenti sono noiose‘. La platea si infiamma alle parole di un’assessore torinese che parla delle stragi nel Mediterraneo di cui si parla per tre giorni e poi, boh, ci penserà qualcun’altro, mentre invece ‘siamo un paese che deve costruire la sua identità pensando che siamo il frutto di diversità e differenze‘.
Il responsabile della campagna ci informa di quanto sia costata la serata (quattromila euro circa) e di quanto abbiano raccolto per la campagna stessa, 80.000 euro circa, numeri piccoli snocciolati rispettando un principio di trasparenza basilare.
Poi arriva il candidato che si presta a un giochino, un’intervista che non c’è stata, un’ingiustizia verso il più debole (secondo i media tradizionali). L’unico dei tre candidati che non è apparso nel ‘prime time‘ tv. Civati risponde sul palco alle domande che Fabio Fazio ha fatto a Renzi.

Sale sul palco un’attivista che scalda i cuori ormai bollenti raccontando di serate passate nei circoli, di come sia stato difficile ed entusiasmante girare con la mozione sotto braccio, del sentire storie che sono benzina per continuare a proporre le idee della campagna, per renderla bella e coraggiosa.
Poi, torna sul palco il candidato. Potete leggere molto di quello che ha detto, a questo link, usando l’hashtag della giornata #unaltramusica.
Ed è proprio questo il punto. In un hashtag per centrare la comunicazione, l’essenza di una giornata, di una campagna.
Questo politico, è un’altra musica.
Si vede da come parla, si vede perché lui conferma a me, che a 44 anni non ho mai partecipato a un raduno/comizio/happening politico che, sì, la situazione non va bene e lui la tocca con mano tutti i giorni. Che nel Partito democratico bisogna aprire le finestre e togliere la polvere, che i politici non possono nascondersi dietro la non responsabilità di una legge elettorale che priva il cittadino di un efficace controllo sull’operato del suo delegato, che è ora soprattutto di cambiare, di avere idee chiare, di portarle avanti, senza compromessi, confrontandosi con tutti ma senza mercanteggiare.
Ispira Civati, ispira la sua calma, il suo parlare con estrema chiarezza di problemi complessi a cui ha dedicato le famose settanta pagine di manifesto politico. Perché la politica è complicata, gli slogan non bastano e qui di slogan ce ne sono due. Sono come titoli di testa per un film da scrivere, parole d’ordine che danno il via a un nuovo patto fra un neofita come me in platea e un quasi neofita (è la prima volta che è deputato) sul palco. Uno è ‘il Pd che la pensa come te‘, un Pd che parla chiaro e fa le cose, non fa larghe intese con gente brutta e non fa più congressi lunghissimi e regole complicatem che la pensa con la chiarezza di dieci punti che sono una luce guida nella complessità di settanta pagine di  proposte articolate per uscire da un ventennio di disastri.

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E poi uno slogan conclusivo, dedicato a quelli che pensano che non ci si può fidare di nessuno, a quelli che si estraniano per poi criticare da lontano con ancora più disprezzo, su cui il candidato ha scritto un post chiarissimo.
‘Le cose cambiano cambiandole’.
E alla fine del suo intervento in cui si è rivelato serio, competente, affabile e simpatico, coinvolgente, coraggioso nel promettere che ‘cambierà tutta la dirigenza del partito‘, corale nel riconoscere il gioco di squadra, sincero nel riconoscere che la politica ha bisogno di svecchiarsi, che i ventenni sono importanti, sono da recuperare perché allontanati da politici che non sanno parlare con loro, preoccupato per la situazione ma speranzoso nelle sue risposte, senza offendere nessuno come accadeva su altri palchi nello stesso giorno, ricevendo un’ovazione per la frase ‘Mi vedrete ancora all’Estragon, ma non mi vedrete mai al meeting di Rimini’.

Alla fine, dicevo, questo brianzolo basso di statura ma che sprizza alta moralità da tutti i peli della barba hipster, ha chiamato sul palco la sua compagna, dicendo che lei era imbarazzata, le ha dato un bacio, creando una nuvola di romanticismo da cui sono spuntate le note di ‘Rebellion (Lies)‘ degli Arcade Fire e io lì ero assolutamente certo che non ho preso un abbaglio, che non sono tutti uguali, che ho fatto bene a prendere la tessera per sostenerlo, ad informarmi, a scrivere, a provare a sensibilizzare persone che non seguono la politica o che son stanche della politica, pubblicando una serie di post dove suggerivo di leggere i punti del programma del candidato, a prendere critiche perché scrivevo (a proposito manca una puntata dei sette post per sette persone, arriva arriva…).

Perché se c’è una possibilità che questa sinistra possa cambiare e diventare sinonimo di possibilità e novità, è rappresentata da questo Pippo Civati che senza sponsor politici è arrivato ad avere ieri duemila persone che lo applaudivano e dopo cinque minuti era sceso dal palco, fra il pubblico, a fare foto senza giacca, senza guardie del corpo, con una birra in mano e un sorriso che è una promessa di un futuro migliore.
Votare con il naso turato‘. Era la politica del grandissimo Indro Montanelli. Votare gente che non ci rappresenta, perché gli altri son peggio.

Domenica per la prima volta in tanti anni, andrò a votare con gioia qualcuno che mi rappresenta, che la pensa come me, che vuole le cose che voglio io.
L’8 dicembre andrò a votare alle primarie del Pd e voterò Giuseppe Civati.

Perché ha ragione lui, le cose si cambiano cambiandole.

Ps.: i tortellini dei volontari erano pure buoni eh.
Ps2.: tutta la giornata di ieri, qua

(comunicazione di servizio: si è rotto il blog, viene visualizzato male da, credo, tutti i browser. al più presto proverò a sistemarlo, nel frattempo, come si dice, scusate per il disagio…)

3 thoughts on “una domenica con Civati (fra cambiamento e tortellini)

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