#civoti, Civati! (un nuovo senso alla parola partito, parte I)

Eccoci al primo post con cui proverò a convincervi ad andare a votare Civati l’8 dicembre.
Ricordo che stiamo parlando delle primarie per l’elezione alla carica di segretario del Partito Democratico. Certo, probabilmente, ma non è detto, chi vince si candiderà come leader dello schieramento di centro sinistra alle prossime elezioni.
Rispondo a un’osservazione fattami ieri.
Per votare l’8 dicembre non sarà necessario avere la tessera, ma sarà richiesto l’obolo della due euro.
Vi prego di non pensare ai due euro adesso, ci torniamo sopra. Leggiamo cosa propone il candidato Civati.

Come dicevo ieri, nello ‘spiegone’, ho pensato di sintetizzare il documento citando brevi frasi, sperando di centrare il punto dei vari discorsi, semplificando forse troppo.
I miei pensieri sono riportati in corsivo, il testo originale copia incollato è in carattere normale. Ho usato la trascrizione tratta da ‘ilPost.
I commenti sono aperti per discutere, portare tesi a conforto o a sfavore dei punti citati, smentire qualche affermazione.
Il testo, che trovate in versione integrale sul sito del candidato, è diviso in punti che hanno un link che porta alla pagina relativa per leggere l’integrale.

tuttiCv
LA NOVITÀ È A SINISTRA.
(solo il titolo di questa sezione potrebbe portare alcuni di voi a fuggire dal post. no, dai, fatelo per me, amici che pensate ancora che la parola “sinistra” sia sinonimo di disastri e comunismo. non ci sono idee estremiste, non sono neanche necessariamente idee “di sinistra”, sono semplicemente idee del presente, idee per il futuro. mi piacerebbe che lo leggesse qualche amico che pensa ancora che ‘sinistra’ sia una parola temibile. in brevissimo, è un bignami delle cose da non fare più e di quelle da fare per un partito rinnovato e innovatore.
Sintetizzando come a pag.11 :
Un partito che studi e progetti. Che partecipi e decida. Che promuova campagne e azioni. Che viva all’aria aperta e alla luce del sole. Senza filiere, senza fondazioni elettorali, senza opacità. Che promuova quelli bravi, non “quelli della corrente”. Che faccia della trasparenza e della semplicità il primo motivo di recupero della fiducia. Che rappresenti i milioni di elettori che abbiamo conservato e quelli che abbiamo perduto. Che dica quello che fa e faccia quello che dice.)

Iniziamo:

1
 
– I grandi partiti progressisti nascono per rivoluzionare le società, sono un progetto ambizioso, una “follia” di molti per mutare la realtà: solo i molti, se consapevoli e organizzati, possono battere i pochi delle oligarchie. È questo il fondamento della loro esistenza: scegliere di essere quella possibilità di trasformazione radicale, quell’ideale di liberazione che muove il nostro impegno.

2 – Cinismo e distanza sono diventate le cifre del rapporto con la vita pubblica italiana; ora che quel passato appare così distante e che la politica, un tempo motore di cambiamento, si rinchiude in se stessa, ora è il tempo di voltare pagina. È scaduto il tempo dei compromessi al ribasso. Delle lunghe, e inutili attese di un salvataggio all’ultimo minuto.

3 – In Italia scienza e cultura devono accompagnarsi e tenere insieme tradizione e innovazione, che non sono affatto in contrapposizione come si sostiene con grande superficialità, perché è questa la specificità italiana (che dovrebbe valere anche per la politica e la vita pubblica): artigiani, artisti e scienziati insieme da sempre. E invece, negli anni in cui il mondo cresce puntando sull’economia della conoscenza e investe sulla cultura come fattore di sviluppo, in Italia la formazione e la ricerca hanno subito i tagli più duri. Anche a sinistra la priorità del sapere è stata la più predicata e la meno praticata della nostra storia recente.

4 – La politica è oggi sequestrata da un continuo stato di eccezione, in cui «crisi» significa soltanto «devi obbedire!», senza porsi troppe domande, e agli Stati in bancarotta o in grave difficoltà non resta che adeguarsi, a costo di dover imporre ai propri cittadini riforme e sacrifici intollerabili.

5 – Abbiamo subito troppo a lungo, e ancora subiamo, un modello che ha prosperato sulla liquefazione della società, sulla paura, terreno naturale della destra che pratica il linguaggio della chiusura e del nazionalismo. Ci siamo preoccupati di non turbare gli equilibri di un sistema in crisi, piuttosto che rivolgere il nostro sguardo verso il popolo che la sinistra, non altri, avrebbe il dovere di rappresentare. I poveri. Gli esclusi prima di tutto, quelli rimasti indietro e che provano ma non riescono più a vivere del proprio lavoro. Ma non solo loro: così facendo ci siamo dimenticati anche di tutelare l’intelligenza e la capacità d’iniziativa di quanti non si sono rassegnati e hanno provato a fare impresa, società, cooperazione, anche dentro le enormi difficoltà della globalizzazione senza regole.

6 – Dobbiamo, innanzitutto, fare i conti col nostro disincanto, con quell’individualismo miope che ci spinge a perdere lo sguardo collettivo sulle cose, che nega in partenza le condizioni necessarie a ricostruire la memoria che è alla base di ogni rinascita: negli ultimi anni nel nostro Paese ogni vero cambiamento è stato percepito come una minaccia.

7 – Per rispondere alle domande “a che cosa serve il Pd?” […] Serve se si decide, insieme, se si è coinvolti non solo nella scelta delle persone, una volta all’anno, come fosse una festa comandata, ma se si discute e si valuta la linea politica sulle questioni fondamentali. Quello è un partito in cui vale la pena credere, e impegnarsi.
(ed eccolo, il principio da cui parte tutta sta fola dei post, seguita dalla doverosa stoccata a una classe dirigente che ha dolorosamente fallito)
Se questo disegno così ambizioso resta ancora valido, non è possibile che a portarlo avanti siano coloro sulle cui spalle gravano i nostri maggiori fallimenti. Perché, ben al di là dei risultati elettorali (invero scarsi) la vera colpa di gran parte dei nostri dirigenti è aver tutelato la loro continuità mettendo a rischio la costruzione del nuovo partito.

8 – L’Italia può tornare a essere ciò che è stata a lungo, un posto dove andare, dove creare cose che prima non esistevano, nel campo della cultura e della bellezza, ma anche della produzione e del commercio. L’Italia che fa tesoro delle sue ricchezze e delle sue debolezze, che recupera sugli sprechi – di risorse, di tempo, di territorio – perché sa di non poterseli permettere. E sa che da questa dura lezione si deve ripartire per innovare e per investire sulla qualità. L’Italia che recupera il credito pubblico che le è mancato, in questi anni, all’interno e all’esterno.

9 – Un partito che ritrova una misura con il potere, che non si affeziona alle posizioni di comando, che non ha un’idea patrimoniale delle istituzioni e delle cariche, che si affida a carriere, che ha una cultura per cui affronta il conflitto d’interessi non solo quando riguarda gli altri, ma anche quando riguarda se stesso. Un partito moderno non può più fare a meno della rete e della sua filosofia, troppo a lungo vissute con sospetto e in alcuni casi addirittura rifiutate, come strumento di organizzazione e di condivisione delle proprie competenze.

10 – Un partito non ha paura di quello che cresce anche in maniera irriducibile fuori dai suoi confini, ma ne trae vita e cerca di alimentarlo con un’azione legislativa e amministrativa che apra spazi all’azione diretta dei cittadini. Preferisce sempre dare la parola, anche quando è dura e scomoda, all’uscita silenziosa dei delusi.

Fine prima parte. Spero di ritrovarvi qua, domani, proseguendo la lettura del ‘manifesto’ per una nuova politica del candidato.
Ah, due cose! Una importante, l’altra no.
Quella importante è che quei geni degli organizzatori delle primarie hanno proibito il voto online all’estero. Cioè, ci si può registrare online per votare in Italia, dove ci sono sedi e circoli e altro, no problem. All’estero non si potrà, bisognerà recarsi nel seggio più vicino.
Ora, l’esempio è vero, (grazie @byronic) se abiti a Londra c’è il seggio in città e quindi OK. Se uno abita a Belfast deve prendere l’aereo e andare a Londra. Ecco. Mi pare una cosa assai ingiusta per gli italiani all’estero, dove il nome di Civati sta andando piuttosto bene. Ieri sul blog del candidato c’era un post, sulla questione. C’è anche una petizione, firmatela. E’ destinata all’attuale segretario, servirà a poco, ma firmatela. Almeno per far vedere che nel 2013 ste robe non si possono fare.
La cosa non importante è che ieri hanno annunciato i voti degli iscritti ai circoli. Circa 270.000 voti, Renzi in vantaggio, Civati prende il 9 e qualcosa per cento. Non importa, l’importante è l’8 dicembre.
Fino ad allora provo a convincere le mie sette persone da convincere. Se volete farlo anche voi, daje. 

3 thoughts on “#civoti, Civati! (un nuovo senso alla parola partito, parte I)

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