tema: il mio primo concerto

(grazie a @disappunto per l’idea, questo post è stato scritto sulla scia di un post di BASTONATE che è un blog di musica necessario. votalo ai Macchianera Internet Awards)   

Era inverno, faceva piuttosto freddo ma noi ci scaldavamo al focolare del nostro stesso entusiasmo. Eravamo in cinque. Un diciottenne neopatentato e noi quattro sedici/diciassettenni. Era infrasettimanale, perché sul pullman che ci portava a casa dalla scuola non si parlava d’altro.
Ragazzi che ci invidiavano, altri che ci compativano per il nostro entusiasmo, io che scrivevo sul diario la sigla ‘FGTH’ a ripetizione, ricalcando bene i contorni delle parole.
I Frankie Goes To Hollywood. Un gruppo inglese noto per gaiezza pop, video provocanti, alle spalle un capace produttore. Due album, vari singoli di successo.
I FGTH, a Modena. Prima tappa del tour italiano. Era il ventisei gennaio del millenovecentottantasette, se lo scrivi in lettere, sembra ancora più lontano.
I miei ascolti dell’epoca si stavano evolvendo. Tutta la roba plasticosa anni ottanta, disco/pop/onehitwonder di cui ero esperto causa partecipazione a mille festicciole in mille tavernette/casette e a Deejay Tv,  stava scomparendo dai miei radar e non solo. Nella cameretta ascoltavo i Clash e tutta la roba ‘alternativa’ che un country boyz poteva scoprire comprando ’Rockstar’ e ascoltando le radio private locali e rockhouse. Mi stavo pure interessando ai primi vagiti del rap e avevo appena preso la scuffia per Springsteen a causa del mega live in cinque dischi.
Però i Frankie erano i Frankie. Erano ‘Relax’ e il video censurato, ‘The power of love‘ e il momento limone delle feste, era ‘Two tribes‘ e il momento voodoo dance (danza sfrenata e completamente fuori ritmo) delle stesse. Erano Holly Johnson e le sue mossette ballerine che replicavamo, erano il suo amico/partner che non faceva niente se non coretti in playback e ‘Welcome to the Pleasuredome’ un disco che avevo consumato in tutte le sue parti in vinile.

Di ritorno da scuola, Il tempo di ingurgitare un piatto di pasta al volo, ascoltare cento ammonimenti di mammà e poi via, stipati nella macchina dell’amico, verso il palazzetto. Arrivammo poco dopo le due del pomeriggio. Davanti a noi, transenne per contenere una folla che al momento del nostro arrivo eravamo solo noi. Ci appollaiammo alle transenne, aprimmo pacchetti di Philip Morris arancioni e Lucky Strike, fumandoci l’attesa. Arrivarono altri ragazzi che miravano alle prime file. Sguardi di sfida attraversavano il parcheggio grigio, di un giorno grigio, davanti al palazzetto grigio. Arrivarono altri ragazzi dal paesello. Chiacchiere con nuvole minacciose sopra, ma non una goccia di pioggia. All’apertura dei cancelli, molta gente, noi ormai consumati dall’attesa. Tizi spostano le transenne, scattiamo, un infame mi prende contro, perdo il passo, perdo la prima fila, mi accontento della seconda, fronte al microfono. Ed eccoci, tutti lì allineati, in attesa. Facce brufolose, jeans col risvolto, atteggiamento da grandi, ci guardiamo intorno, beviamo birre e “Speriamo facciano ‘Krisco Kisses”’.
Nel palazzo c’è un caldo terrificante, parcheggiamo le giacche contro le transenne, fumiamo come ciminiere, a turno andiamo a prendere panini e a comprare magliette ufficiali spendendo la paghetta settimanale in una mezz’ora. C’è un gruppo spalla, i ‘Berlin’. Top Gun. ‘Take my breath away’. La noia, ma ormai manca poco. Fischi d’attesa, adrenalina che sale, ancora buio. Ci guardiamo tutti e ci gasiamo da matti. La band entra fra urla assordanti, gente che spinge, braccia al cielo.

Il primo pezzo è ‘Warriors of the wasteland’, fiamme sparate da tubi posizionati davanti al palco a quattro metri da noi. Andiamo a fuoco. Il sudore, i salti, i cori. Holly Johnson che si avvicina, pressione pazzesca sulla schiena ma riesco a toccargli la mano. Dice ‘Ciao Modina’, ridiamo e urliamo. Nella bolgia, un paio di noi si sono allontanati. Verso la fine Holly lancia un asciugamano dopo esserselo passato sulla faccia grondante. Io e un pard, già giocatori di basket, saltiamo in sincrono e afferriamo un’estremità a testa. Atterrando facciamo una cravatta involontaria all’altro amico davanti a noi, strozzandolo mentre tiriamo per impossessarci del cimelio. Uno dei due molla, l’amico ci insulta. Parte ‘Relax’, è la follia. Sull’ultimo brano, sparano le ultime fiammate, la faccia si scioglie dal caldo pazzesco. Salutano, il batterista, l’unico che sembrava suonare davvero, lancia una bacchetta.
Ci riuniamo agli altri, stravolti, madidi di sudore ma felicissimi. Il proprietario dell’auto si è impossessato di una bacchetta lanciata, ci guarda col trofeo, ci abbracciamo, dividiamo l’asciugamano in parti uguali, come legionari che smezzano una sacra sindone, recuperiamo le giacche, non tutte, una è andata persa. Usciamo nella notte che sembrava meravigliosa, anche se era scura, freddissima e inospitale.
Avevo appena visto il primo concerto della mia vita, sarebbe stato l’unico vissuto in prima (ok, seconda) fila, perchè al secondo concerto della mia vita, essendo molto alto mi arrivò roba in testa e allora mi dissi ‘sai no‘.
I FGTH si scioglieranno dopo pochi mesi, il pezzo di asciugamano è stato conservato fino a vedere il nuovo millennio, io ogni tanto ascolto ancora ‘Krisco Kisses’ e non ho mai smesso di andare ai concerti.

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