Palco n.25 OR.1/D (S02E06, the ‘Passione’ chapter)

orchestra e coro, visti dal posto palco
orchestra e coro, visti dal posto palco

Piove di una pioggia tesa e insistita, arrivo a teatro bello umido.
Sotto il portico, ragazzi con birre giganti in mano brindano alla fine della vasca pomeridiana e signore infreddolite che aspettano amiche. Stasera c’è la sorpresa pasquale.
La Passione secondo Matteo, scritta da J.S.Bach, per soli, doppia orchestra, doppio coro.
Mai visto un’opera cantata, son incuriosito e un po’ intimorito da una cosa che immagino difficilmente capirò. Leggo la  durata dello spettacolo: tre ore e venti. Cantate. In tedesco. Sbarro gli occhi. Mi vedo stremato, sconfitto, dormiente. Ma. Challenge accepted. Entriamo.

La messa per orchestra e coro. 
Presente quando da chierichetti si recitava la passione, tutti intorno all’altare? No? Ok. Ne ho un vago ricordo. Io, spilungone, con la veste bianca che mi stava corta, a metà polpaccio, che recitavo una parte, non ricordo quale.
Ecco, sul palco, stasera è uguale. Il celebrante è un direttore d’orchestra che assomiglia al cattivo nazista di Indiana Jones, però più giovane. I chierichetti sono i sei solisti che fanno le parti.
La soprano, che è quella che nelle gag del cinema di grana grossa rompe i bicchieri con gli acuti, è proprio un soprano. Pettoruta, con capello lunghissimo, gonna larga e spacca i bicchieri. Il ‘basso’ recita tutti i ruoli riservati ai bad guys. Giuda, Pietro, Pilato, il sommo sacerdote. L’evangelista, è tenore e narratore, declama cantando. Ovviamente c’è Gesù, è riccioluto, porta occhialini tondi e un vocione profondone. I solisti, sono accompagnati da trentaquattro musicisti e cinquanta cantanti del coro. Gli orchestrali son tutti molto belli. Scarpe lucide, panciotto camicia farfallino bianco per i signori. Nero, spesso in lungo, per le signore. Ci sono anche strumenti antichi, la viola corta, il calvicembalo suonato dal direttore e un liuto pizzicato da una specie di Keith Richard sempre intento a muoversi, a sistemare il suo strumento, ad annuire per l’andamento del concerto. La organista, al centro della scena, con un fermacapelli in strass nero elegantissimo, ha un visto angelico, racchiuso da capelli boccolosi, in tema con la narrazione. Dietro di lei, il coro è equamente diviso fra maschi e femmine. Tutti in nero, tutti serissimi. Incutono un po’ timore quando si alzano per il loro turno. Come se la forza delle loro voci potesse spostare il teatro.
Per seguire il tutto, c’è il libretto, in formato maxi e con tutte le scene della passione religiosa. Le puoi scorrere qua.

La musica, con il vangelo intorno.
Sembra Jesus Christ Superstar, coi personaggi in frac, a fine millesettecento.
Il tedesco non può funzionare, è lingua durissima, con troppe consonanti, che male si accompagna a visioni di beati con addosso un vestito di juta, ma dopo pochi minuti ci si abitua. Ci si abitua anche a seguire sul libretto, ad anticipare la narrazione leggendo, a lasciarsi incantare dal coro che sembra avere una voce unica che galleggia in mezzo ai cantanti, una voce che a volte parte come un sussurro, poi si compone di pezzi, cambia tonalità come un’ombra e diventa un’altra cosa, una voce diversa. Ci si abitua ad avere occhi rapidi che viaggiano dalla pagina, al palco per vedere voci che si innalzano, archetti che sussurrano, oboi che si lamentano delle ingiustizie, l’organo che sigilla la potenza delle scene cantate. La musica segue la narrazione, è un canto continuo a volte declamato dagli strumenti solisti che letteralmente, piangono, seguendo le arie scritte da Bach, che .
Un’opera dove tutte le parti si fondono perfettamente. L’evangelista narra, il soprano canta, il coro sottolinea un passaggio, l’orchestra stende il tappeto di suoni, accompagnando la narrazione fra spunti veloci e momenti raccolti. Spesso c’è un gran ritmo, le tre ore non sembrano pesare. Le arie, testi scritti da Bach a complemento della narrazione religiosa, rimandano a una spiritualità che esula dal credere in un Dio, pur ovviamente partendo dall’assunto della redenzione dei peccati e insomma, il vangelo l’abbiam letto tutti. Eppure, frasi brevi cantate più volte, rallentano il ritmo dell’esecuzione, a volte troppo. C’è un momento alla seconda ora che l’attenzione pare abbandonare il posto palco, ma poi il coro si alza, canta ‘Dateci Barabba!’ e l’attenzione torna.
Uno spettacolo, che chiamarlo concerto mi sembra limitativo, complesso, affascinante, tanto impegnativo quanto appagante. Al termine, il boato di applausi finale è di ammirazione.

Luci in platea.
Potenzialmente la serata migliore per sbirciare in platea.
Le luci sono, quasi del tutto, accese, proprio per permettere lettura agevole del libretto. Si vedono tutte i volti concentrati, pochissimi assonnati a parte, perdonatissimo, un bimbo di nove anni circa che si spara la pennica totale per tutto il tempo.
Manca la padrina del teatro, per il resto ci sono tutti gli habituè. C’è il sosia di Stan Lee, il duo mega-old padre e figlio accompagnati per l’occasione da matrona imperiale e biondissima, il tipo del cappellino (ah, c’è un signore sempre distinto, con barba curatissima, spesso giacca in velluto e sempre cappellino scuro. Entra col cappellino, lo toglie durante le esecuzioni, lo rimette nell’intervallo e alla fine). Nella fila sotto di me, due signori seguono su palmare, uno ‘old school‘ che ha un libro con trascrizione di testo e note musicali.
Oscar del pubblico, per una volta, nel posto palco. A pochi minuti dall’inizio, entrano due signore. Mi salutano, chiedono quali sono i loro posti e io sento un fortissimo odore di ragù. Mi si apre una voragine nella pancia, dato il digiuno in giusta preparazione all’aspetto cristiano della serata. Mi viene una fame folle, cerco di capire da dove viene questo profumo, che diventa potentissimo quando una delle due si siede, alla mia destra.  Pare che dentro la borsetta abbia una confezione di ragù fatto in casa, tanto è forte l’odore di macinato misto a verdurine che emana questa incredibile rezdora. L’odorino tornerà puntuale ma meno pungente ogni volta che la donna si muoverà sulla sedia. L’altra indossa un tailleur pantalone color grigio perla e la prima cosa che dice all’amica, una volta seduta alla mia sinistra è ‘Oggi ho fatto l’orto‘. Adoro queste donne, molto made in Rezz, venite più spesso. Mentre mi salutano alla fine, dicono, ‘grazie per avere condiviso il palco con noi‘. Arrossisco, faccio l’inchino.

Previously on ‘Palco n.25 OR.1/D

Next, on ‘Palco n.25 OR.1/D’: clamoroso doppio appuntamento, due serate consecutive con prima quartetto d’archi e la sera successiva il main event della stagione con Zubin Mehta.

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