del perdersi, sulle nuvole, nell’atlante

ca Nel ‘capitolo’ migliore del film, il compositore anziano ormai spento nella creatività dice al suo nuovo amanuense ‘copista’: ‘A volte l’uomo doma la musica a volte è il contrario’ (ok, non dice esattamente così, ma il senso è quello, provate voi a ricordarvi una battuta in mezzo a due ore e quaranta di balzi temporali)
Ecco, qua gli uomini dietro al film non domano l’accatastarsi di storie e ne vengono sopraffatti. Come se gli strumenti dell’orchestra non fossero al loro posto, o si riproponessero suonando sempre le stesse note, come se il motivetto conduttore fosse piuttosto fiacco, privo di quel pathos o visione che lo renderebbero incisivo, memorabile, seducente, unico.
Nel film convivono sei storielle ambientate in varie epoche storiche, tutte attraversate da un principio di amore e dalla lotta fra il bene e il male.
Il tentativo, convertire un romanzo impegnativo e, dicono, molto bello, in scrittura cinematografica, non funziona. Il coraggio nel proporre una storia simile non manca, peccato manchi molto altro. Il film si infrange nella sua complessità e frammentarietà, mancando il cuore dello spettatore, andando a spasso per epoche e mondi diversi con storie che sono più slegate, e mediamente poco interessanti, di quanto il film voglia far credere.
Il filo conduttore sarebbe che tutto è connesso. Delle due l’una. O non ho capito io, che può essere, oppure il filo è così sottile che oltre a bizzarri – a volte un po’ ridicoli – altri fili di trucco che mascherano gli attori impegnati ad attraversare epoche e storie, non è connesso un bel niente. E non servono un montaggio che sfiora il virtuosismo, varie scene ben girate e un paio di spiegoni dal sapore troppo mistico, che sembrano cerottoni da applicare su una ferita troppo ampia.
Al termine si resta spiazzati, in senso negativo. Cosa si è visto, quindi? Un film del quale purtroppo si porta a casa ben poco, un tentativo coraggioso e curioso e per questo, applausi, ma anche un film ambizioso ma pasticciato, troppo ingombrante e complesso dove, infine, manca l’intensità che pure a tratti appare, facendo intuire potenzialità inespresse, ma poi, è subito un’altra storia. Letteralmente.

3 thoughts on “del perdersi, sulle nuvole, nell’atlante

  1. Sorrido nel rileggere in questo post le stesse parole pronunciate da me ieri sera, al termine della maratona al cinema. Cosa aggiungere? Emotivamente mi ha lasciato appunto abbastanza freddo, ma è innegabile il coraggio e la sfrenata ambizione nel tentativo di portare su pellicola un ingranaggio così complicato. Non sempre, per fortuna, si deve piangere o riflettere o, soprattutto, empatizzare, al cinema: Cloud Atlas mi è sembrata un’inutile ma lucida follia. Vedere Hugh Grant fare il barbaro però, o coreane parlare spagnolo, distrae troppo, per noi spettatori degli anni Dieci ormai scafatissimi, e rende tutto un po’ ridicolo. Forse siamo troppo oltre noi, noi spettatori dico, per apprezzare ancora giocattoli come Cloud Atlas.

    1. sì, nel post non l’ho messo ma il buon vecchio hugh è abbastanza LOL ogni volta che appare per non dire del linguaggio sbagliato dei ‘primitivi del futuro’ ma forse, facciamo che, il doppiaggio. per il resto siam d’accordo, seppure mi ritenga un fan dei giocattoloni al cinema. questo, è troppo ambizioso.

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