Palco n.25 OR.1/D (S02E03, the ‘piano’ chapter)

345039421199286817_10051471Si arriva nel posto palco con ancora addosso il freddo pungente e sottozero. Sul palcoscenico, un piano, solo, e un tecnico che produce plin plin per accordare lo strumento e per testare i microfoni panoramici che registreranno l’esibizione. Teatro pieno, entusiasmo percepibile, gente vestita meglio del solito, è un’impressione oppure è l’inverno che fa esplodere stile dagli armadi. Stasera suonerà un signore russo definito, dal programma e non solo, fra i cinque migliori pianisti al mondo. Mi chiedo quali siano gli altri, non c’è tempo. Si va.

Il nostro uomo, seduto al pianoforte.
Gregorio, da Leningrado con apparente freddezza. Capelli improponibili, calvizie incipiente chiusa da due specie di parentesi grigie ai lati, che coprono le orecchie. Frac con farfallino bianco classico. Serietà assoluta, mai un sorriso. Arriva di spinta. Inchino. A sedere. Via. Concentrazione totale.
Tecnica ed esecuzione davvero impressionanti. Spesso, senza emettere un suono, bofonchia una melodia muta aprendo e chiudendo la bocca, tipo un pesce musicale. Solita smorfia di mio dolore perchè dal posto palco non si vedono le mani, che purtroppo la tastiera, nelle esecuzioni soliste o nei duetti con piano è sempre rivolta verso i palchi alla sinistra, mentre il posto palco è sulla destra. Soprattutto sull’ultima esecuzione mostra tutta l’intensità e la sofferenza fisica dei grandi esecutori, quando in vari passaggi lenti, si piega, quasi si sdraia sulla tastiera, suonando note in pianissimo ma contenenti alta percentuale di dramma.
Un grande, a tratti veramente impressionante ed emozionante. Piccolo inchino ogni volta che si alza al termine delle sonate, fiero, regale, pare soddisfatto.

La musica, per piano solo.
La prima parte è di un compositore a me sconosciuto. Rameau, tocca aprire wiki. Sconosciuto a noi ignoranti, importante per lo sviluppo della tecnica pianistica (imparo le cose). I brani, brevi e sovente festosi, composti per clavicembalo, si caratterizzano per una cospicua serie di trilli romantici e allegri, carillon dell’animo, battiti di farfalla con le note in bianco e nero, anche se il brano migliore è triste ed evocativo. Pioggia di applausi.
Seconda parte con messer Mozart, una sonata dove nell’allegro iniziale la mano sinistra di Gregorio potrebbe andare in fiamme dalla velocità con cui suona.
Tutto molto bello, incantante. Applausi scroscianti.

Intervallo

Nella seconda parte, ““Große Sonate für das Hammerklavier” di Ludovico van (che quest’anno sta spopolando nel programma e continuerà a farlo).
Pur non sapendo il tedesco è chiaro che Hammer significa qualcosa. Quattro note ed è come se una martellata di Thor si sia abbattuta sulla tastiera, coi tasti che schizzano da tutte le parti. O come se qualcuno abbia alzato il volume inaspettatamente. La potenza beethoveniana in tutto il suo fulgore. Purtroppo non c’è a disposizione il libretto online. Riassumo un passaggio:
“…ci si trova immersi in un mondo nuovo [… ] mai udito prima, per la vastità della durata di almeno tre dei quattro movimenti, per l’estensione gigantesca dei gradi di difficoltà tecnico-esecutiva, per la sotterranea unità organica dell’opera, per la irraggiungibile elevazione sovrastorica dello stile e dei riferimenti estetici..”.
Insomma, BOMBA. L’adagio centrale, suonato ‘Appassionato e con molto sentimento‘ mi trova incantato da qualche parte. “…per l’immensità profonda e insieme elevata degli scenari poetici, psicologici, emotivi che Beethoven ci porta qui a intravedere, a conoscere, ad attraversare”.
Il libretto è troppo bello, forse esagera, ma nemmeno tanto, tocca fidarvi. Oppure, un tizio ha registrato (non benissimo, ovvio) il concerto pochi giorni fa a Parigi, lo ascolti QUI. (mentre la sonata di Mozart è QUI).
Termina con una fuga devastante, dove Gregorio dà tutto, noi lo amiamo e gioiamo in un boato al termine.
Evidentemente l’artista apprezza, perchè poi esce e rientra per sei volte concedendo bis di squisitezza. Sembra giocare col pubblico, in una gara di resistenza felicemente conscia. Molti abbandonano, durante l’ultimo bis è  rimasta meno della metà della platea, io resterei lì tutta notte che fuori c’è troppo freddo. Nel foyer all’uscita, ci accompagnano leggende metropolitane, narrano che a Milano è uscito dodici volte.

Oscar del pubblico. 
Le nomination vanno alla signora in fondo sala con cappello di pelo e maglia abbinata, tutto con macchia leopardata che fa sexy e disimpegno; al signore in prima fila, colto con il programma a mò di plaid, gambe stese e gran pisolo a metà dell’esecuzione di Ludovico; al signore in mezze maniche nel palchetto che sovrasta Gregorio, dove pare guardarlo troppo intensamente come se aspettasse un errore. L’errore non c’è, il tipo esce al termine del programma, pare contrariato.
L’Oscar di serata però va a una coppia a centro platea che guarda un iPad per tutto, giuro, tutto, il tempo. Aguzzo la vista, lui protegge la vicina di sedia, evidentemente infastidita, dal tenue riflesso (a volte nel buio del teatro si accendono lampi di luce di schermi di cellulari e appaiono visi, come fantasmi) dell’aggeggio.
Lei tocca lo schermo, allarga e vedo. Leggono lo spartito. Lei pare a tratti provare a seguire le note. Pianista, di sicuro. Bravoni, invidia.

Programma di serata

Previously on ‘Palco n.25 OR.1/D’

Next, on ‘Palco n.25 OR.1/D’: incontro in punta di tasti fra clavicembalo & pianoforte.

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