Palco n.25 OR.1/D (Pt.IV, the Sonata Chapter)

Programma: tre esecuzioni che coprono un secolo di storia della sonata, forma con movimenti da grande (come la sinfonia) e numeri da camera, nel nostro caso uno strumento solista e uno a tastiera.

In due, sul palco: per me è la prima volta e loro sono violino e piano. Lei è una interprete nota e, dicono, in ascesa. Lui, il  compare alla tastiera. La solista indossa una specie di camicetta color senape senza colletto e con le maniche che le lasciano scoperte gli avambracci, sopra a una maglia viola e gonna nera, tutto plissè. Lui ha un classico completo nero con giacca ‘coreana‘. Lei ha un sorriso bellissimo e suona quasi sempre con espressione di solenne intensità, profonda concentrazione e trasporto passionale.
Muove il piede destro, le dita sinistre, la mano destra (quella dell’archetto). Ondeggia  a volte seguendo l’emozione che si dipana dalla partitura che segue sopra un leggìo. Suona uno Stradivari del millesettecento. Anche il pianista legge le note. Ha una, diciamo, assistente che se ne sta compita di fianco al maestro e gira le pagine dello spartito quando lui le fa un cenno. Bel mestiere.

Me, guardando il palco, come fosse una cronaca: inizia col violino che dà il via a una melodia cinematica. Gli strumenti si inseguono come giovani amanti in un prato. Il concerto è ovviamente tutto lì. Un contrappunto giocoso, un rimpiattino armonico, una danza ora leggera ora impetuosa sulle stesse note. Una conversazione in punta di pentagramma. Un balletto fra tecnica e passione.
Il piano da il la a melodie delicate, fa da sezione ritmica e arricchisce il quadro sonoro. A volte va da solo, più spesso si ferma lasciando ‘cantare’ le corde del violino. Gli strumenti si accoppiano in amplessi furiosi, vanno a braccetto, bisticciano e ritornano vicini. Il violino diventa un soffice sussurro per poi lanciarsi in un finale rapido ed entusiasmante.
Il secondo brano inizia con due note profonde e cupissime con la solista che produce suoni che associo a certe sonorità elettroniche moderne. Ci sono dissonanze pesanti, cambi di ritmo, timbri possenti e variegati. La sonata è un po’ confusa alle mie stolte orecchie ma a suo modo fascinosa con squarci  melodici che sbucano qua e là.
Mi immagino una stanza grande ed isolata in un castello lontano e una lite fra dignitari di contee rivali. Uno è rappresentato dal violino quasi sguaiato nelle sue ragioni mentre l’altro è il piano che pesta martelletti come pugni sul tavolo di rabbiose contestazoni. Nessuno vince la lite argomentata in musica, il finale sono dolenti note che sanciscono un’insanabile frattura fra i due. Un filo dell’archetto si stacca dall’energia con cui lei suona, diventa una ragnatela appesa allo strumento a farsi cullare dalle note.
Dopo l’intervallo c’è il pezzo forte della serata, quattro movimenti con un inizio ricco di suggestioni, una danza scatenata prima della calma e le variazioni della parte finale fra improvvisi scatti e carezze melodiche per arrivare a una coda dolcissima come un perfetto bacio della buonanotte. Concedono poi un bis, una ‘cosetta’ di due minuti veloce giocosa ed allegra, per regalare un sorriso in più alla platea.

Momento drama: intervallo. Un signore con vestito grigio e capello bianco, cinquantenne, a luci appena accese non ci sta più dentro e quasi urla (o parla ad altissima voce) rivolto alla platea tutta: “Ora potete pure tossire. Bravi. Tossite adesso. Avete rovinato una cosa bellissima” Pausa. Incredulità. Teste che si girano ad individuare colui che rompe il basso e placido mormorio della pausa. Un tizio che secondo me non aveva capito niente gli risponde “Si vergogni”. L’accusatore incalza: “Vergognatevi voi” Un altro più simpa dice una frase che contiene la parola caramelle. Il dissidente replica “Esatto, caramelle. Portatevele da casa” sempre composto, sempre seduto di fianco alla moglie impassibile. Grande momento.
Effettivamente capita che qualcuno tossisca, generalmente si attende la pausa fra i movimenti e parte una sinfonia di colpetti di tosse. Però si vede che a dicembre c’è più pertosse in giro e nella seconda parte uno poi è uscito in corridoio e secondo me ha sputato un mezzo polmone. Insomma, l’accusatore (voto:7 per grinta e coraggio nello sfidare lo sguardo di disprezzo di signore in gioielli) esagera che ogni tanto un colpetto ci sta, però effettivamente stasera forse c’erano troppi problemi di, diciamo, stagione.

Momento riderone: un tipo sotto di me che assomiglia al pizzaiolo da cui vado ogni tanto. Scommetto che ha accompagnato la moglie. Corpulento, maglioncino a righe, imbarazzo latente di chi sa che non c’entra niente, vorrebbe essere a vedere il posticipo di calcio. Parte il primo brano lui fa una gag, inizia a ridere e fa fatica a contenersi. moglie imbarazzata. Lo vedo e vien da ridere pure a me. Fortuna che era lontano di mezza platea dal dissidente altrimenti lo faceva a fettine. Poi, il simil-pizzaiolo si ricompone, sbuffa, si guarda in giro, guarda l’ora, rischia l’abbiocco, ci dà anche di sonno, insomma un disastro. (voto: 5, la media fra il sette per avere accompagnato la moglie e il tre per il disastro)

Brano preferito: il primo movimento del mio amico Felix ma tutte le sonate sono di una bellezza antica, rigorosa e insieme attraente.

Prossimo appuntamento: Orchestra barocca e cembalo solista. Whoa!

Previously on ‘Palco n.25’: l’inizioil pianoforte, Venezuela Win.

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